martedì 22 settembre 2026

“IPERICO”: il romanzo della Calabria più giovane (di Bruno Demasi)


     Iperico (DBE Barbaro Editore, 2026) di Nicole Treccosti è un romanzo che non stupisce soltanto per la giovane età dell’autrice, - diciassette anni - ma per la limpida consapevolezza con cui affronta uno dei generi più complessi della narrativa, il romanzo storico, trasformandolo in un dispositivo di indagine antropologica. Non è un esercizio di stile, non è un esperimento: è un libro che nasce da una curiosità metodica e da una concezione della letteratura come forma di conoscenza e di cura.

      La presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino ha confermato ciò che il testo già lasciava intuire: la Treccosti possiede una naturale inclinazione allo studio, una capacità di intrecciare storia, letteratura e arte in un’unica visione coerente. La Calabria reggina dei primi decenni del Novecento, con i suoi paesi, le sue architetture, le sue gerarchie sociali, non è semplice sfondo, è una presenza che orienta la vicenda, un paesaggio che custodisce memorie, tensioni, ritualità. La giovane autrice non si limita a ricostruire un mondo,ma quasi lo ascolta e lo lascia parlare. In questo senso, una delle pagine più rivelatrici del romanzo è quella in cui si narra che

“Il risvegliarsi dei campi aveva rianimato tutti gli anni 
nella buon’anima di Donna Giuseppina il desiderio di scendere a Maleni…”


     È una frase narrativa che non serve soltanto a delineare un personaggio, è una dichiarazione di poetica. La Treccosti mostra di comprendere che la memoria non è un archivio, ma un moto della terra; che il passato non è un deposito immobile, ma un organismo che si risveglia, che pulsa e reclama di essere vissuto. La natura, in questa pagina, non è sfondo, è voce della natura diventa la voce della memoria.

     Il romanzo è attraversato da un interrogativo che non è soltanto psicologico, ma etico: è preferibile una menzogna detta a fin di bene o una verità dolorosa? Non è un tema nuovo nella letteratura, ma la Treccosti lo affronta con una sorprendente maturità, evitando il moralismo e scegliendo la complessità. La verità, nel romanzo, non è mai neutra; la menzogna non è mai innocente. Ogni scelta comporta una perdita, ogni rivelazione un prezzo. La narrazione diventa così un viaggio doppio , concreto e interiore , in cui i personaggi avanzano come in un paesaggio che è insieme geografico e morale.

      La scrittura di Nicole Treccosti si distingue per una qualità ben precisa la capacità di far convivere l’accuratezza documentaria con una fantasia che non evade dalla realtà, ma la approfondisce. Gesti quotidiani, abitudini domestiche, architetture, tradizioni, persino elementi marginali, tutto concorre a restituire credibilità alla ricostruzione storica. Ma ciò che colpisce non è soltanto la cura del dettaglio, è la capacità di trasformare il dettaglio in simbolo, di far emergere dal quotidiano una dimensione ulteriore, quasi sacrale.

      In questo senso, il titolo del romanzo - Iperico - non è un semplice riferimento botanico. È una metafora che attraversa l’intera opera, fino a trovare la sua formulazione più esplicita nella confessione della protagonista:

“Io sono e sempre sarò per lui l’iperico, quel rimedio 
che non lenisce solo le ferite esteriori, ma soprattutto quelle interiori” .


     Qui la Treccosti rivela la natura profonda del suo romanzo: Iperico è un libro sulla cura, sulla possibilità fragile, incerta, mai garantita che la parola, la memoria, l’amore possano lenire ciò che non si vede. L’iperico, pianta medicinale, diventa figura della letteratura stessa, un rimedio che non guarisce, ma accompagna; che non cancella, ma illumina e sostiene.

     A impreziosire il volume è anche il lavoro paratestuale: copertina, frontespizio, cartigli, albero genealogico, fotografie d’epoca ricreate dall’autrice stessa. Non sono ornamenti: sono parte integrante della poetica del libro. La Treccosti sembra voler restituire un mondo nella sua interezza, come se la forma fosse essa stessa memoria, come se la cura del dettaglio fosse un atto di responsabilità verso ciò che si racconta.

     Iperico è dunque un romanzo che sorprende per la sua maturità e per la sua ambizione. Non cerca l’effetto, non indulge nel sentimentalismo, non sfrutta la giovane età dell’autrice come elemento di meraviglia, ma si impone per ciò che è, un’opera che unisce introspezione, ricerca storica e valorizzazione del territorio calabrese. È un libro che dimostra come la narrativa possa ancora essere un luogo di lentezza, di studio e come la Calabria, quando è raccontata con rispetto e competenza, possa diventare materia letteraria di grande forza evocativa.

Bruno Demasi