sabato 4 gennaio 2020

CINQUE REGGINI SUL TRONO DI PIETRO?

di Felice Delfino
    Felice Delfino è studioso molto attento del grande e multiforme processo religioso che permeò la provincia di Reggio Calabria dall’età magnogreca fino all’età moderna, portando con sé elementi grandiosi e nobilissimi di civiltà e di sviluppo. Celebre ormai il suo corposo e attentissimo studio sugli Ebrei e la loro fattiva e operosa presenza in questo territorio (“La presenza ebraica nella storia reggina”, Disoblio, 2013)seguito da numerosi altri studi in parte già pubblicati, in parte pronti per ulteriori e sempre interessanti pubblicazioni.
    Questa è una pagina, non certo minore per intensità e rigore, ma sicuramente intrisa di molta curiosità di indagine che la storiografia ufficiale spesso trascura nel timore di azzardare ipotesi che comunque appaiono più che attendibili.
    Un fatto è certo: la provincia di Reggio Calabria, malgrado il baratro in cui sembra essersi assopita, non è stata seconda a nessun altro territorio per profondità e ampiezza di impegno culturale, civile e religioso. E Felice Delfino ne dà una puntuale e interessante chiave di lettura ( Bruno Demasi) 

    Calabria, terra controversa, terra di luci ed ombre: ricca dal punto di vista ambientale ed ingente nelle risorse, ma povera in ottica socio-economica. Ambivalente e multi sfaccettata è ricchissima culturalmente: tutto ciò è la Calabria, una miniera inesauribile in quanto è stata culla di cultura, qui convivono in un unico patrimonio elementi svariati ed eterogenei amalgamatisi sapientemente nei secoli in un unicum eccellente che ancora oggi non ha nulla da invidiare a nessun altro territorio sia nazionale sia nel panorama internazionale per il ventaglio dei prestigiosi beni che essa vanta e custodisce, ma purtroppo non sempre sono ben tutelati. È vero che la Calabria è macchiata dal fenomeno criminale della ndrangheta ma ci terrei a precisare che seppur dal peso grande e consistente per l’organizzazione e la gestione regionale non manca la folta schiera dei professionisti e di uomini di grande e irreprensibile senso morale e civile che si distinguono per il valore e l’operato.
    Calabria, terra di tutti i Calabresi sia di quelli che restano sia di quelli che decidono di andare via con profonda amarezza nel cuore, ma sei anche terra di Fede e di Santi (la Calabria è la regione col maggior numero di santi, in totale 33) come l’ha definita Papa Giovanni Paolo II nel 1984 e il 7 Ottobre di quell’anno a Reggio Calabria in una sua visita pastorale, a tal proposito disse: “Nel toccare il suolo di questa città, provo una viva emozione al considerare che qui approdò, quasi duemila anni fa, Paolo di Tarso, …e che qui accese la fiaccola della fede cristiana; da qui il Cristianesimo ha iniziato il suo cammino in terra calabra, espandendosi in ogni direzione, sia verso la costa ionica sia verso la fascia tirrenica” . Consideriamo inoltre che nel territorio calabrese ci sono ancora oggi luoghi di culto cristiano cattolici riconosciuti ufficialmente e meta di numerosi pellegrini. 


   Si riconrdi  anche che, nel corso della storia della Chiesa, dieci sono stati I Pontefici Calabresi saliti maestosamente sul trono di Pietro con storie ovviamente dagli esiti diversi e in età differenti della struttura Ecclesiae, in costante evoluzione e che muta costantemente pelle in virtù dei Concili che ne sanciscono I dogmi.
     Ecco l’elenco in processione cronologica di questi dieci Papi Calabresi e le località di provenienza: Telesforo (Terranova(RC) secondo altre fonti Terranova di Sibari (CS), Anterio (Petelia attuale Strongoli (KR), Dionisio(Terranova da Sibari(CS), Eusebio (Casegghiano vicino San Giorgio Morgeto (RC), Zosimo (Mesoraca (KR), Agatone (Reggio Calabria secondo altre fonti Palermo), Leone II (Piana di S. Martino (RC) secondo altre fonti (ME), Giovanni II, Zaccaria (Santa Severina (KR), Stefano III,(Santo Stefano D’Aspromonte (RC) secondo altre fonti Siracusa) Giovanni XVI (quest’ultimo Antipapa)(Rossano (CS). Otto di questi sono stati santificati. Ma nella narrazione per ragioni logistiche e d’opportunità mi soffermerò solo sui reggini (furono in cinque a nascere nella provincia reggina anche se le fonti storiche sono discordi e alcuni di questi li dà di provenienza siciliana) . Il punto di partenza come località che diede i natali al primo Papa Calabrese è Terranova Sappo Minulio nella provincia della città del miracolo della colonna ardente incipit proprio della predicazione paolina e del processo di conversione dei gentili al cristianesimo, Reggio Calabria.

     Telesforo, che come novità del suo tempo introdusse il digiuno Quaresimale e l’inno angelico Gloria in exelcisis Deo alla liturgia natalizia, ricordato come santo fu il primo Pontefice martire secondo il Liber Pontificalis (un elenco dei Papi), nacque intorno al 95 d.C. proprio a Terranova nel reggino (per altri studiosi a Terranova di Sibari) e fu il primo calabrese a varcare la soglia del Vaticano con in sè le vesti pontificie che indossò con onore ai tempi dell’Impero di Adriano tra il 125 ed il 136. A quei tempi a Roma e nel resto dell’Impero oltre il culto pagano degli dei, all’epoca quello ufficiale (il Cristianesimo diverrà religio licita in Italia soltanto con Costantino dopo la battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio e la croce ne diverrà simbolo merito della celebre frase “in hoc signo vinces”) era diffusa anche l’eresia dello gnosticismo al quale si oppose fortemente. Padre Giovanni Fiore scrive che “preso dai Ministri dell’infedeltà, gli venne proposto che se avesse abbandonato la Santa Fede, sarebbe diventato Ministro degli Idoli” ma Telesforo rifiutò e pertanto come ricorda il Fiore fu decapitato il 5 gennaio del 136 e il suo corpo, recuperato dai cristiani, fu seppellito accanto alla tomba di San Pietro. 

    Di Casegghiano vicino San Giorgio Morgeto era Papa Eusebio fu trentunesimo Papa della Chiesa di Roma da aprile all’agosto del 309 fu una breve parentesi la sua e anche caratterizzata da momenti tormentati come la lotta contro I lapsi cristiani del III secolo che dopo la persecuzione di Decio erano stati apostati della fede cristiana per paura della stessa persecuzione. I lapsi volevano essere reintegrati nella Chiesa ma fecero tumulti e a seguito di questi tumulti l’Imperatore Massenzio esiliò il Papa in Sicilia e qui Eusebio morì poco dopo l’esilio.
    Il Terzo Papa a nascere nella provincia reggina fu Agatone. Il suo 
 Pontificato durò due anni e mezzo e convocò due Concili a Roma.
Nel Concilio lateranense del 679 restituì il vescovo Wilfred alla diocesi di York, e stabilì che non fosse più dovuto il pagamento dei tributi fino ad allora imposti al momento dell'elezione dell'imperatore bizantino. L’Imperatore Costantino IV inizia a relazionarsi fraternamente con la Chiesa di Roma che lo aveva aiutato a rimpossessarsi del trono e si cercava di risolvere il problema dell’eresia monotelita, dottrina che aveva diviso Roma e Costantinopoli e si cercava di riunificare le due Chiese. Il 7 novembre 680 venne inaugurato a Costantinopoli il sesto concilio ecumenico orientale ed il 16 settembre dell’anno successivo fu emanato un decreto con il quale si condannava il monotelismo, e il Papa lanciò l'anatema contro Papa Onorio I che nei confronti di quella dottrina era stato quasi accondiscendente. Gli atti del Concilio furono inviati al Papa perché ne confermasse le decisioni, ma Agatone morì prima di conoscerne le conclusioni, il 10 gennaio 681. Ad Agatone succedette Leone II due papi nativi della provincia reggina dunque, uno eletto dietro l’altro.
    Leone II, fu ottantesimo vescovo di Roma. Forse siciliano di origine messinese, come il predecessore papa Agatone, secondo alcune fonti era invece calabrese di nascita. figlio di Paolo Manejo, un medico di grande fama. La sua consacrazione avvenne il 17 agosto 682, ben 18 mesi dopo la morte di Agatone, in quanto l'approvazione imperiale fu appositamente ritardata da Costantino IV di Costantinopoli che voleva essere certo che tutta la comunità ecclesiastica occidentale approvasse non solo le conclusioni del sesto Concilio Ecumenico tenuto a Costantinopoli tra il 680 e il 681 in cui veniva condannata l'eresia monotelita , ma soprattutto che fosse accettato l'anatema posto su Papa Onorio che quell'eresia aveva in qualche modo avallato: si trattava evidentemente di un argomento particolarmente delicato, e l'imperatore non aveva alcuna intenzione di provocare una nuova divisione tra le Chiese di Costantinopoli e di Roma che si stavano appena riavvicinando. 

L'unico fatto di interesse storico del breve pontificato di Leone furono pertanto le lettere che scrisse in approvazione della decisione del concilio e in condanna diOnorio, che egli considerava come uno che «profana proditione immaculatem fidem subvertere conatus est». Per il peso che hanno sulla questione dell'infallibilità papale, queste parole hanno provocato considerevole attenzione e dibattito, e si dà importanza al fatto che nel testo in greco della lettera all'imperatore, in cui compare la frase di cui sopra, viene usata la più lieve espressione «subverti permisit» (παρεχωρησε) al posto di «subvertere conatus est».
    Fu durante il suo pontificato che venne stabilita definitivamente, per editto imperiale, la dipendenza della sede vescovile di Ravenna da quella di Roma. Nel 682 eresse inoltre in diocesi autonoma quella di Castro, in Puglia. Introdusse poi nella celebrazione della Messa il "bacio della pace". Si preoccupò anche di restaurare la chiesa di Santa Bibiana e quella di San Giorgio in Velabro, entrambe a Roma. «Stabilì che gli eletti agli Arcivescovadi nulla dovessero pagare per l'uso del pallio; ridusse gli inni ecclesiastici a più sonoro concerto» Morì il 3 luglio 683 (o il 28 giugno) e fu sepolto in San Pietro. 

    Infine Stefano III nativo di Santo Stefano d’Aspromonte giunse a Roma al tempo di Papa Gregorio III nel 741.Stefano III divenne Sommo Pontefice il 7 agosto del 768. Una volta preso l’incarico inviò un messaggero al re dei Franchi Pipino il Breve per avvisarlo della sua ascesa al trono petrino e gli chiese di inviargli vescovi Franchi per il sinodo dell’anno successivo. Quando arrivò il messaggero Pipino il Breve era da poco morto e il rappresentante del Pontefice fu accolto dai figli Carlo e Carlomanno che accettarono la richiesta e inviarono tredici vescovi Franchi. Il 12 aprile 769 si aprì in Laterano un Concilio in cui si svolse un processo all'Antipapa Costantino II. Il concilio terminò con la distruzione di tutti gli atti ufficiali da lui emanati e con la decisione che in futuro il papa avrebbe dovuto essere eletto solo fra i diaconi ed I presbiteri cardinali. Venne inoltre confermata la pratica della devozione delle icone, problema ancora irrisolto con la corte e la Chiesa di Costantinopoli. Stefano III morì il 24 gennaio 772. Fu sepolto in San Pietro.
    Dopo aver proceduto attraverso questo viaggio quasi interminabile nel passato della storia della Chiesa è d’obbligo una personalissima e dovuta considerazione finale: È dal Medioevo che non abbiamo avuto più un Papa calabrese figuriamoci un reggino e se ci fosse in futuro questa tanto remota quanto improbabile possibilità ciò darebbe sicuramente lustro ad una terra falcidiata e tormentata dalla crisi lavorativa ma sempre terra devota, sempre terra di Fede e di santi ai quali rivolgiamo un pò tutti le nostre speranze e preghiere più intime magari nella miracolosa attesa che la Calabria possa un giorno, come l’araba fenice, rinascere dalle proprie ceneri e tornare la terra bella e fertile di un tempo.

mercoledì 18 dicembre 2019

L’ARTE DI RICCARDO CARBONE DI COSTRUIRE CON LE PAROLE RISATE E SORRISI



 
di Bruno Demasi
 
 
Per oltri quarant’anni cumbattìa
cu travi, cu pilastri e fundazioni,
cu strati e cunettuni nda la via,
cu acquedotti e cu irrigazioni…
Pe’ tutti st’anni fici stu misteri
chi m’impegnau tutti ‘i sentimenti.
Cu sindaci e cu tanti cittadini
cu genti ‘ntelligenti e cu cretini.
Cu funzionari ‘i tutti li maneri
o Geniu civili e a la Regiuni,
e chiji chi parivanu chiù seri
eran’i cchiù ìgnuranti 
e i chiù cazzuni,
carcunu ti squatrava paru paru
pemmu capisci ch’era mazzettaru.

    
    Era esattamente il 19 dicembre di cinque anni fa quando veniva assegnato il prestigioso “ Premio Calogero” per la poesia, in particolare vernacola, a Riccardo Carbone, ingegnere e insegnante fino al midollo nella vita, ingegnere e insegnante delle parole, soprattutto di quelle calabre, nei grandi edifici poetici da lui costruiti con insolità facilità e rigorosa eleganza. 

    A cinque anni esatti da quel premio, che non è una di quelle decine di bomboniere inutili confezionate in ogni stagione nei nostri paesi da tanti dilettanti in cerca d’autore, ma è sicuramente un serio riconoscimento all’arte poetica tra i migliori a livello non solo calabrese, l’arte di Riccardo Carbone continua a sgorgare feconda e costante, connota il passato non solo del suo paese, Varapodio, ma di tutti i piccoli centri dell’Aspromonte, ne ricorda l’ingegno e le culture, da quella contadina a quella degli artigiani e dei piccoli imprenditori, la grandezza di un popolo che ancora un sessantennio fa, pur nella subalternità ai rozzi e superbi proprietari del latifondo imperante, sapeva scrollarsi di dosso ogni laccio e alzare la testa.

   E, quando un figlio del popolo operoso sapeva imboccare e percorrere una dignitosa strada senza scendere a compromessi con nessuno, per molti agrari in declino, pigri e indolenti, come per molti parvenu che cercavano di farsi strada con la peggiore politica, di allora come di oggi, era uno schiaffo:


Avanti popolo alla riscossa
Non c’è ‘na strata senza ‘na fossa.
Li cittadini ndannu gunchiati
Li cosi ‘ sutta chi su’ ‘mmucciati.

A Taurianova se vo’ mu vai,
passi sicuru dducentu guai!
Nu disagiu che tocc’a tutti,
e la Provincia chi si ndi futti.

Non avi sordi pe’ parti nostri,
avogghia u ‘ cali li paternostri!
O si futtìru o i spostaru
E pe’ sta zona non c’è riparu!

Subitu dopu du pont’ i Iona,
preg’o Signuri ‘ u ta manda bona.
Nc’è nu sdarrupu, tu dicu a vuci,
se vo’ mu passi fatti la cruci!

Nda’ chimmu guardi e chimmu vidi
Ammenz’a curva di li Caridi;
nesci sula di la to bocca
‘na malanova pemmu li stocca.

Ndavi ddu’ anni che nc’è ‘na frana
E la protesta risulta vana.
Nci sunnu fossi cu acqua e senza,
e spasci sempi la cunvergenza.

A Taurianova, se poi arrivi,
cerca ‘na Chesia pemmu ti scrivi
nda lu registro di li graziati,
di tutt’i genti miraculati!

Quandu ci sunnu l’elezioni
Sceglimu sempri chiji chiù boni!
Perzuni novi ndam’a mandari,
Sti cosi lordi nd’amu ‘ a jettari.

L’amu a mentiri tutti a la gogna,
non si pigghiaru mai di virgogna.
Stezziru a Riggiu mu fannu st’arti,
e cu li vitti cchiù di chisti parti?

Votamu tutti genti valenti
E unu ‘n gamba pe’ presidenti,
Cogghimu voti, votamu pari
A la Provincia l’amu a mandari.

Avanti popolo, alla riscossa,
volimu strati senza ‘na fossa.

    Chi legge è come se stesse ascoltando la gente in piazza, per le strade, nell’intimità delle case. L’’Autore quasi si annulla per far emergere la vis popolare. E non è mestiere facile: di poeti, reali o presunti, ne abbiamo a migliaia ormai, ma pochi sanno annullare se stessi e la propria vanità per dar voce alle persone con quella immediatezza discorsiva, con un naturale spirito scherzoso, con la puntualità narrativa e di ricostruzione dei fatti che è pari soltanto allo spontaneo rigore del verso, anche sotto l’aspetto metrico. 
   C’è chi si arrovella per ore o giorni a trovare una rima, che non è mai spontanea e risulta stentata e artefatta, c’è chi invece se la ritrova pronta di getto. E’ il caso, ad esempio di un grande cantore calabrese, Ciccio Epifanio, ma è il caso anche – sia pure in una dimensione tutta propria  – di Riccardo Carbone che sembra voler dire ai tanti poeti improvvisati:

Finiìu lu grandi scornu
Stuiativi li mussi!
Nci sunnu sempri attornu
Li pulici ca tussi!

    Si direbbe che i versi e le prose di Carbone siano come il grande archivio di un notaio dei fatti di paese, di una geografia intera dell’Aspromonte più imprevedibile e migliore che assurgono nella loro semplicità . quasi sempre ironica, quando non comica, a emblemi di una grande civiltà sconosciuta ai più se non attraverso i luoghi comuni di tanta letteratura giornalistica ripetitiva e ipocrita. 


    E anche quando l’Autore narra di cose familiari o personali, scrollandosi di dosso tanta seriosità che distrugge l’arte e il riso, riesce a trovare una dimensione impersonale che non solo non stanca il lettore, ma lo avvince di curiosità e lo conduce a leggere fino in fondo gli aneddoti e le storie che egli imbastisce in perfetta lingua italiana. E’ il caso di opuscoli autobiografici, ma soprattutto del romanzo d’amore “La Virago” in cui ricostruisce una dolorosa storia personale che si conclude in maniera insospettata.

    Ma è soprattutto il caso delle tante composizioni vernacole che costruiscono pazientemente e con forza un mosaico di aneddoti ed emozioni di paese, il più delle volte condivisi dalla sua gente. E se non sempre veri, sicuramente verosimili.

    Ricordi, episodi di vita colmi di comicità ,e spesso anche di pathos, che ricorrono in tutte le corpose pubblicazioni di Riccardo Carbone:

· “VERSI SATIRICI”;

· “QUASI UN ANNO O…FORSE PIU” ( poemetto autobiografico);

· “C’ERA UNA VOLTA”

· “DI(A)LETTANDO”


      Quattro originalissime raccolte di versi, in prevalenza endecasillabi, cui si aggiunge il romanzo di cui si diceva prima, “LA VIRAGO”, prima sua fatica in prosa. 


  C’è da credere che nella  sua fucina  il  Carbone ancora stia covando e presto sforni altri versi, altri accordi scanzonati di chitarra sul filo della memoria, con la giocosa vena satirica che gli è propria, con il ritmo regolare e mai stentato delle sue strofe, con lo spirito impareggiabile del maestro che non pretende di dare lezioni ipocrite sebbene dalla morale di ogni episodio narrato sappia trarre un insegnamento gioioso, perché in fondo 

‘Na vita di rinunci è ‘na cazzata,
è peju di ‘na vita scioperata!
E quandu sta’ morendu e resti sulu
‘nu medicu ti dici “vaffanculu”.
E cu l’urtimu sordu non spendutu
Ti jettanu ridendu ndo tambutu!

martedì 6 agosto 2019

“L’Arcibàte”, l’ultimo prete contadino.

                di Francesco Barillaro
   E' come se, leggendo a grandi sorsi questo romanzo, facessi un tuffo nel passato, con lo stesso vigore, lo stesso slancio, la stessa forza, con gli stessi profumi, sensazioni, umori, il forte attaccamento alla propria terra degli uomini e delle donne di due piccoli borghi aspromontani, Zurgunadio e Tresilico, all’ombra della più grande Oppido e della montagna che tutti sovrasta. 
   Una lettura d’altri tempi, ma perfettamente consonante con la ricerca sempre attuale, commossa e divertita, delle radici vere per tanti di noi poco inclini all’oblìo. Così “L’Arcibàte”, di Bruno Antonio Demasi, ci regala uno spaccato nudo e crudo dell’ambiente del centri aspromontani e ci riporta ad un tempo che appare lontanissimo senza dolciastri e stucchevoli ricordi, ma con piglio energico e umoristico. 
   In questo scenario, narrato in modo quasi teatrale, dove si sbarcava il lunario tra amara realtà, privazioni di ogni genere, esistevano anche i sogni, quelli della povera gente, degli umili, come appaiono i personaggi, quasi parlanti, del libro, soprattutto il prete (nella realtà don Battista) con la sua talare sempre sporca di fango, ma dignitosa, sudaticcio mentre scarica la sua millecento carica di ogni profumo e sapore dei prodotti della terra. E nelle storie intrecciate tra loro riemergono le immagini e i suoni di tante adolescenze svanite, di tante età della meraviglia e della commozione irrimediabilmente perse.
   Le nostre strade, dopo mille giri tortuosi, debbono riavvolgersi e guardare al passato, dove, forse un giorno, incontreremo coloro che ci hanno preceduto su questa terra e dovremmo dare conto, chiarimenti sul nostro operato.  


   Ringrazio davvero l’Autore per le riflessioni, i ricordi e le emozioni che ci offre con la lettura piacevole e scorrevole, arricchita spesso da termini ormai in disuso (ciaurrina, cannata, buffetta, ceramide, gucceria,zimarra…). Un libro senza ambizioni, se si esclude quella dell’omaggio al ricordo e al passato, ma denso di scene di vita umoristiche e commoventi, da cui emergono la storia di questo grande e strano sacerdote, il bene silente prodigato dalle sue mani annerite e callose, sull’altare e nei campi, per le strade e nelle case della povera gente che Dio gli aveva messo accanto.

   I personaggi de "L'Arcibate" escono prepotentemente dalla finzione letteraria e tornano ad essere persone: il piccolo “Mizzica”, Mastro Gianni e Mastro Filippo Titta, i coniugi Dormienti, Cuncia, Cicca, Ngiulina e Chelino, Genoefa, Sabella , Giacchino, Don Filamberto, l’Arciprete Pinna, lo stesso vescovo del tempo e tutti gli altri che si alternano sulla scena e nel mondo agro-pastorale del tempo, nei vicoli anneriti straripanti di gente, nelle campagne dense di voci, odori e suoni, che solo chi ha gustato davvero può riconoscere, nelle feste dei santi ( di cui in calce a queste piccole note viene riportata una breve descrizione tratta dal volume). 
   E se adesso la moltitudine di case abbandonate e cadenti, il deserto e le spine nelle campagne testimoniano un tempo che non tornerà mai più, quello delle rinunce e della rassegnazione, è pur vero che , come dimostra questo singolare romanzo, occorre trovare il coraggio di tornare al poco e al giusto per ridare vita nuova ai luoghi della nostra infanzia dove vennero filate e intrecciate le radici delle nostre storie personali e riscattarli con una vita nuova.(Francesco Barillaro)

Bruno Antonio Demasi: "L'Arcibàte", romanzo, Brenner Editore, Cosenza, Luglio 2019.

                                                                           FESTA!

    “…La statua fu finalmente fermata davanti al portone della chiesetta mentre il predicatore con il filo di voce che gli era rimasto e che ormai non aveva nulla di umano, concludeva il suo panegirico iniziato la mattina tessendo le ultime lodi del Santo in modo passionale e prolisso. La gente stanchissima lo sommerse però con un applauso che non finiva più e fu il segnale per lo scoppio dei previsti mortaretti e per portare dentro la statua, rimetterla al suo posto e chiudere in tutta fretta con la benedizione la processione, mentre i portatori imprecando si sedevano a terra dove capitava sacramentando con piedi e mani insanguinati.
   Alle nove e mezza di sera iniziò il concerto delle due bande sul palco eretto proprio davanti alla chiesetta: avevano deciso di esibirsi suonando un pezzo ciascuna secondo sorteggio. Il primo brano toccò alla banda di Marrapodi che , avendo già strumenti e sedie a posto sul palco, salì e attaccò subito con “Cavalleria rusticana” che infiammò gli animi di grandi e piccini, salvo una solenne stonatura nell’ attesissima aria di Lola che aveva di latte la cammisa che sconcertò più di uno stomaco.
    Poi toccò alla banda del paese grande, ma ci volle una buona mezz’ora per trasferire a terra tutti gli strumenti della banda precedente e issare il nuovo armamentario, quindi partì finalmente con “Traviata” suscitando al Brindisi l’euforia dell’Arcibate e di alcuni suoi amici che brindando ripetutamente assistevano al concerto dal cortiletto della canonica al centro del quale campeggiava la solita buffetta ricoperta da varie tipologie di bicchieri e bottiglie. 


    Il terzo pezzo, dopo la mezz’ora canonica del cambio di strumenti, toccò di nuovo alla banda di Marrapodi che si produsse nel pezzo forte della serata atteso con ansia da tutti gli intenditori dei due borghi e del paese grande: il “Quarantotto” detto anche volgarmente “ Turandot”. Già dopo le prime note si cominciò a distinguere qualche sonoro sbadiglio. Dopo i primi cinque minuti i borbottii di disapprovazione non si contavano più dinanzi alla cacofonia paurosa di suoni in libertà che partiva dal palco. A metà brano il vecchio Barracca, già bandista anche lui in gioventù e ora considerato la massima autorità del paese grande nel giudicare il valore di una banda, si alzò tremante di rabbia e si diresse platealmente all’altro lato della piazzuola , si girò verso il muro iniziando a urinare e a ruttare rumorosamente in segno di evidente disgusto, visto e sentito da tutti. Fu il segnale del tumulto: fischi, pernacchie, belati, miagolii, muggiti di vacca, risate, rutti. L’Arcibate sgomento accorse a vedere cosa stesse succedendo e, rendendosi conto che anche la serata musicale stava scadendo in malo modo, corse dal maestro della banda del paese grande e gli intimò qualcosa all’orecchio.
   Dopo la mezz’ora di cambio di strumenti, la banda del paese grande pomposamente attaccò il cartello con cui riproponeva l’Aida. Si ristabilì un silenzio denso e pesante intriso di curiosità. Il preludio del I atto fu ascoltato in relativo silenzio e con le orecchie aperte allo spasimo per cogliere il primo errore. Seguì la sintesi del I atto arrangiata alla meno peggio, ma sostanzialmente passabile. Fu alla marcia di trionfo che si scatenò un temporale di note e rumori che produssero suoni orripilanti e disarticolati al posto della musica pensata e scritta da Verdi. E qui sei o sette concittadini dei bandisti di Marrapodi che accompagnavano sempre la loro banda nelle tournèes fuori comune, si alzarono di scatto e si diressero di corsa vero il muro dell’altro lato della piazzuola, mettendosi a urinare e dando la stura ai fischi dei loro concittadini che erano rimasti sotto il palco e agli applausi smodati con cui i compaesani della banda locale cercavano di coprire gli insulti sanguinosi degli ospiti.
    L’Aida proseguì molto zoppicante ancora per parecchi minuti con continue alzate dei Marrapodiesi in preda a un’ostinata diuresi e spellamenti di mani dei fans della banda che si stava esibendo in un lago di sudore. 


  All’una di notte le due bande , come da programma, dovevano esibirsi separatamente nel Canzoniere Napoletano, ma, a furor di popolo, vista l’ora, si decise di farle suonare insieme o per si o per forza. Si fecero arrivare altre sedie sul palco, tutte rigorosamente diverse una dall’altra, e i bandisti stretti come sarde si disposero sul minuscolo palco e attaccarono “Funiculì Funiculà” eseguito in maniera allegra e sportiva, che tranquillizzò gli animi e riscosse il plauso ritmato con mani e piedi del pubblico.
    Fu a “Core ingrato” invece che le trombe soliste dell’una e dell’altra banda si piegarono pancia a terra in suoni striduli scoordinati e sconvenienti che echeggiavano sordi rumori di viscere in subbuglio e suscitarono subito le ire minacciose delle persone. Seguirono alcuni brani allegri accompagnati dai fischi e dagli strepiti del pubblico e infine “O sole mio” suonato all’unisono da tutti e da nessuno: una cacofonia di suoni repellenti che costrinse i due maestri prima a fulminarsi con gli occhi e subito dopo a nascondersi per la vergogna, mentre fischi e lazzi smodati di ogni genere cui si aggiunsero tremende esplosioni di fuochi d’artificio che riempirono di fumo spessissimo e puzzolente il sobborgo conclusero verso le due del mattino una festa, che nessuno , Arcibate compreso, ebbe da quel momento in poi l’ardire di pretendere fosse ripetuta o ricordata negli anni a venire.”