martedì 23 giugno 2026

QUANDO LA LETTERATRURA DENUNCIA APERTAMENTE LA CALABRIA DEL CAPORALATO DI IERI E DI OGGI (di Bruno Demasi)


    La recente notte di Amendolara ha visto un’auto trasformata in una trappola, chiusa dall’esterno, data alle fiamme con quattro braccianti stranieri dentro: un gesto che non appartiene alla modernità, ma a un’epoca arcaica, quasi tribale, in cui il fuoco era strumento di punizione e di dominio. Eppure è accaduto qui, nella Calabria del 2026, in una campagna che profuma di erbe selvatiche e di mare, ma che conosce anche l’odore acre della paura. Il fuoco di Amendolara non è solo un delitto, è un messaggio. È la lingua antica del potere che torna a parlare, come se la storia avesse deciso di ripetersi con una crudeltà quasi rituale.

    Chi conosce questa terra sa che il caporalato non è un corpo estraneo, non è una metastasi recente. È un’eredità scomoda, e feroce. La Calabria ha conosciuto per secoli forme di dominio sul lavoro che precedono di molto la parola “caporale”: gabelloti, campieri, massari, affittuari, guardiani armati. Figure intermedie, spesso più spietate dei padroni stessi, perché il loro potere era fragile, delegato, proprio per questo esercitato con un eccesso di zelo.

    Corrado Alvaro scriveva in Gente in Aspromonte che “il potere era nelle mani di chi non aveva nulla, se non il diritto di comandare”¹ . È una frase che sembra risuonare nella lamiera contorta dell’auto bruciata: il potere minimo, quando non ha altro modo di esistere, diventa potere massimo. Il gabelloto di ieri e il caporale di oggi condividono lo setsso atteggiamento: non possiedono la terra, non possiedono i mezzi, possiedono solo i corpi degli altri.E i corpi, in Calabria, hanno pagato un prezzo altissimo. Il 28 novembre 1946 a Calabricata cadeva Giuditta Levato, giovane contadina incinta che difendeva il diritto alla terra. La sua morte è un simbolo che non smette di sanguinare. La cronaca dell’epoca racconta che fu colpita mentre avanzava con altre donne, portando un bambino in braccio. Il bambino si salvò, lei no. La sua figura attraversa la storia come una ferita aperta: una donna povera che sfida un sistema secolare di soprusi e viene abbattuta come un animale da soma.

    Saverio Strati, che conosceva bene quel mondo, scriverà anni dopo che “la terra non era solo terra: era destino, era condanna, era promessa”². Strati, in Il selvaggio di Santa Venere, racconta contadini e muratori che vivono in una gerarchia rigida, dove il caposquadra è un piccolo sovrano e il padrone un’entità distante, quasi metafisica. In un passaggio memorabile descrive un reclutatore che “sceglieva gli uomini come si scelgono gli animali da soma, guardando le spalle, le mani, il silenzio”³ . È la stessa logica che oggi regola la selezione dei braccianti stranieri: non importa chi sei, importa quanto resisti. 

  Le lotte contadine del dopoguerra — Melissa, Africo, San Luca, Longobucco, Messignadi — sono pagine di una Calabria che ha conosciuto la violenza come strumento di governo. I campieri sparavano, i gabelloti decidevano, i contadini morivano. Il caporalato di oggi non è altro che la versione aggiornata di quella stessa logica: il lavoro come dominio, non come diritto.

    Fortunato Seminara, ne Le baracche, racconta i braccianti che “vivevano come in prestito, sospesi tra la fame e la speranza”⁴, descrive la miseria senza compiacimento, con una pietas asciutta, quasi documentaria. Ne La masseria, la figura del massaro — intermedio tra padrone e contadini — è tratteggiata con una precisione che sembra anticipare i caporali moderni: “decideva il pane e la fame, il lavoro e l’ozio, la vita e la rovina”⁵ . È una frase che potrebbe essere pronunciata oggi da un bracciante africano nella Piana di Gioia Tauro.

    La letteratura calabrese ha registrato tutto, molto prima dei giornali. Alvaro, Strati, Seminara: tre atteggiamenti diversi, tre epoche diverse, un’unica diagnosi. E poi Carmine Abate, che porta questa tradizione nel presente, quando In Il muro dei muri racconta i migranti stagionali che vivono in baracche e lavorano sotto il controllo di figure che non hanno bisogno di essere chiamate “caporali” per esserlo. Scrive: “Le mani degli uomini parlavano più delle loro parole”⁶. Sono mani che raccolgono, che tremano, che chiedono. Abate, figlio di emigranti, conosce la doppia ferita: quella di chi parte e quella di chi arriva.

    La Calabria è una terra che ricorda e dimentica allo stesso tempo. Ricorda le lotte contadine, dimentica le condizioni che le hanno rese necessarie. L’auto bruciata di Amendolara non è un episodio isolato: è un simbolo. Dentro quel fuoco c’è la storia dei campieri che sorvegliavano i campi, dei gabelloti che decidevano la vita dei contadini, dei padroni che non vedevano. E c’è la storia dei migranti che oggi raccolgono frutti che non mangeranno mai, vivendo in condizioni che la letteratura calabrese aveva già denunciato un secolo fa. Il caporalato non è un fenomeno criminale: è un sistema fatto di silenzi e di convenienze. È antico e moderno, la parte oscura di una terra che sa essere generosa, ma che continua a lasciare soli i più deboli, magari fingendo di volerli scacciare o applaudendo e votando l’ultimo scalzacani di turno che abbaia contro gli immigrati.

    Soltanto la nostra letteratura ci ricorda che la violenza nel lavoro non è solo un incidente: è una struttura di potere che, lo si voglia o no, continua a persistere. E finché non la riconosceremo come tale, il fuoco continuerà ad ardere.

                                                                                                                Bruno Dermasi

______________
1. Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte, Milano, Bompiani, 1930, p. 47.
2. Saverio Strati, Il selvaggio di Santa Venere, Milano, Mondadori, 1977, p. 112.
3. Ivi, p. 89.
4. Fortunato Seminara, Le baracche, Firenze, Vallecchi, 1954, p. 56.
5. Fortunato Seminara, La masseria, Firenze, Vallecchi, 1953, p. 103.
6. Carmine Abate, Il muro dei muri, Milano, Mondadori, 2006, p. 71.