E’ proprio vero che, quando la narrazione non alza la voce, arriva lontano, come “Pasta, cultura e fagioli “ di Tita Ferro, un racconto che fa dell’apparente modulazione minimale un capolavoro intenso che si legge d’un fiato. Vi sono intrecciate la vita domestica e il pensiero alto, la cipolla che brucia gli occhi e le domande radicali sulla cultura, la pentola che sobbolle e la memoria dei maestri che hanno formato un’esistenza. In questa pagina l’Autrice trasforma un sabato qualunque in un piccolo trattato di umanesimo quotidiano: mentre prepara il pranzo e corre tra commissioni e valigia, riflette sulla responsabilità del sapere, sulla paura del giudizio, sulla libertà che nasce dal presentarsi per ciò che si è. La sua scrittura, limpida e ironica, si coniuga bene con una concezione della cultura come impegno e come cura quotidiana. È un racconto che restituisce dignità alle nostre giornate affollate e imperfette e ci ricorda che la filosofia più profonda può soggiornare anche tra un soffritto e una partenza imminente.
È da brani come questo che nasce il titolo di questa rubrica senza pretese: “Brevi lezioni di narrativa”. “Brevi”, perché non cercano di inseguire grandi teorie né di ergersi a manuali, sono frammenti di vita che, senza ostentazione, mostrano come la letteratura sappia germogliare nei luoghi più umili; sono “lezioni” perchè la narrazione diventa un laboratorio discreto nel rigore formale assoluto, che insegna senza pretendere di spiegare. (Bruno Demasi)
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Pela e tagliuzza frettolosamente la cipolla e, come sempre, si commuove. Mentre con il braccio si asciuga gli occhi squilla il telefono: è Paolo, l’assistente della Comunità, che le chiede un breve intervento sulla cultura durante il ritiro del giorno dopo. Tita cerca di fargli presente che le è materialmente impossibile ed enumera tutte le ragioni, compresa la partenza per Pisa e la sua assoluta incapacità, ma con Paolo non funziona:
- Devi parlare al mattino e solo per cinque minuti -, le dice, e la congeda con un -vedi tu -.
Al ritorno in cucina Tita è ancora più commossa, ma non per la cipolla: -ti chiamano a poche ore dall’incontro, senza nemmeno pensare che tu possa avere altro da fare, ti chiedono un impegno impossibile, - parlare della cultura in cinque minuti -, figurarsi, - e ti danno come aiuto un “vedi un po' tu”.
Trita carote e sedano con forza non necessaria, li butta in pentola insieme alla cipolla con gesto stizzoso e gocce di olio bollente le scottano le braccia e la mano destra: mano e braccio sotto il getto dell'acqua fredda, invia qualche pensiero gentile all’indirizzo di Paolo.Tra le tante voci tumultuanti dentro minacciose, una si fa avanti con garbo: -è proprio un brutto segno se la Comunità da cui hai ricevuto tanto, non può chiedere nemmeno un breve intervento sulla cultura proprio a te che hai insegnato per 36 anni, dopo aver studiato per 22-.
Con un filo d’onestà, mentre gira in padella il trito di odori, ammette che teme di fare una cattiva figura, di dire delle grandi sciocchezze perché non ha il tempo neppure per una superficiale informazione se non preparazione. Prende colore il soffritto e, dentro di lei, l’osservazione di un professore ad alunni che avevano paura di intervenire nel corso di un dibattito: - ognuno parla al suo livello -, che avrebbe voluto essere un‘osservazione tranquillizzante, ma che, lo ricorda bene, non produsse l’effetto voluto. La solita voce commenta: - è proprio questo il guaio, il livello che nessuno ama riconoscere, la paura di una figuraccia, il timore dei giudizi degli altri, il bisogno della loro stima e lode da salvaguardare anche a costo di uno stupido mutismo-.
Butta nella pentola i fagioli, per fortuna sono quelli in parte già cotti per momenti d’emergenza come questo, e, per calmarsi, richiama alla mente la libertà che altre volte ha sperimentato non nell’ignorare il giudizio degli altri né dal trovare giustificazioni in una loro presunta ignoranza altrettanto grande, ma nel presentarsi come è, con semplicità ed anche allegria, accettando il confronto come possibilità di un’ulteriore scoperta e conoscenza di sé. -E non è questo, le chiede la solita voce educata, il frutto principale della cultura? -
Con le spalle al muro si domanda quanto c’è in lei di cultura e quanto d’inutile e presuntuosa erudizione, quanto di quel nozionismo contro il quale ha condotto una battaglia personale a scuola con i colleghi. I fagioli bollono, aggiunge un mestolo d’acqua calda, abbassa la fiamma e guardando l’orologio, calcola che le rimane un’ora di tempo per dare una parvenza d’ordine alla camera da letto, raccogliere le carte sparse in ogni dove, prima di vestirsi ed uscire.
Le donne sanno come mettere a posto il letto quando non c’è tempo: si tirano superficialmente le coperte, cosa che riesce se si è avuta l’accortezza di assicurare bene le lenzuola dalla parte dei piedi quando si è rifatto il letto. Tita passa veloce da un lato all’altro ed intanto pensa che la difficoltà nasce dalla stessa parola cultura che ha una gamma di significati non indifferente: cultura-coltura, coltivazione del suolo come dell’animo, di microrganismi in laboratorio come di buoni o cattivi sentimenti. E’ cultura il complesso delle conoscenze ma anche la concezione ed interpretazione generale del mondo, termine vicino sia a civiltà che a dottrina, sapere; la cultura è il grado d’istruzione di una persona e il grado di civiltà di un popolo.
La coperta, quella leggera adatta a questo autunno avanzato ma ancora caldo, non vuole saperne di stare a posto e, mentre ripete con stizza le operazioni, Tita improvvisamente ricorda che esiste il vocabolario. Passa nello studio, sfoglia frettolosamente e nervosamente il Palazzi e si trova di fronte una pagina fitta di notizie: si parte dalla etimologia, il verbo latino colere, che non l'aiuta più di tanto per l’ampiezza di significati che in parte già conosce, coltivare, aver cura, dimorare, ingentilire, occuparsi, venerare, celebrare, servire e perfino fare la corte, questo non lo sapeva. Rimette al suo posto il dizionario e raccoglie alcune carte sistemandole sulla scrivania alla meno peggio. Cultura e cultus, riflette mentre torna in cucina per una rapida mescolata ai fagioli, hanno significati simili ma non del tutto uguali: cultura, forse per il suo lontano rapporto con il participio futuro del verbo latino, le pare contenga una tensione, un’intenzionalità, un’apertura verso il futuro, una progettualità che manca in culto, più in rapporto col participio passato, un complesso di norme stabilite e imbalsamate. Assaggia i fagioli, sono morbidi e saporiti al punto giusto, spegne il fuoco, passa in guardaroba e indossa i primi pantaloni che trova ed una maglietta qualunque, tanto c’è il soprabito che nasconde tutto, ed esce. Intanto si chiede perché in un ritiro spirituale sia necessario parlare di cultura: c’entra la cultura con la meditazione, la preghiera, la Messa?
Deve passare in libreria ed all’improvviso ricorda un libretto di Alberto Monticone, “La bisaccia del pellegrino”, che in un punto l'aveva colpita: ogni progetto di evangelizzazione, cioè di annuncio e di testimonianza del Vangelo, deve fare i conti con la cultura vale a dire con la civiltà vissuta di un popolo, in un determinato tempo, in un particolare territorio. Bravo Monticone, si dice, mentre entra in libreria e chiede al gestore un libro che possa interessare alla sua amica di Pisa: “Aceto arcobaleno” di E. De Luca andrà benissimo per la sua pasionaria. Un salto in stazione ad acquistare il biglietto e via a casa mentre il tempo passa: c’è da aggiungere la pasta ai fagioli, apparecchiare la tavola, lavare la frutta, poi il pranzo, qualche breve scambio di battute con il marito che s’informa se è riuscita a fare tutto, un risciacquo veloce ai piatti e via dalla parrucchiera, perché c’è anche la -cultura- del capello. Mentre cammina veloce, pensa a che cosa deve mettere in valigia dal momento che a Pisa si fermerà solo pochi giorni e quale sia la cultura dell’uomo di oggi. La cultura di massa che ha generato il consumismo e le mode o la cultura giovanile indicata come contro cultura e spesso mero conformismo? La cultura della secolarizzazione che rivendica l’assoluta autonomia dai valori cristiani o la cultura della propaganda che confeziona e diffonde modelli di comportamento standardizzati attraverso strumenti come i mezzi di comunicazione di massa, che dovrebbero essere e non sono strumenti di cultura?
Ricorda che il solito Monticone parlava di una cultura di Babele, non per la confusione che la caratterizza quanto per la pretesa di un potere assoluto dell’uomo, svincolato da qualunque limite, come valore in sé, cultura lontana da un autentico umanesimo, avvertiva Monticone, anche quando si traveste di scopi umanitari. Sta quasi per rispondere -umani- alla parrucchiera che le chiede come desidera i capelli, se pettinati in avanti o indietro con il viso libero, e ride dentro di sé per questo chiodo fisso della cultura che ormai non le consente di pensare ad altro.
Torna a casa ed intanto si è fatto sera: è autunno inoltrato e le giornate sono diventate più corte, Tita se ne accorge a sue spese. Tira giù la valigia dall’armadio ed improvvisamente le si accende dentro la classica lampadina: probabilmente Paolo non voleva da lei una conferenza sulla cultura, ma semplicemente una testimonianza sulle sue esperienze con la cultura. Ha un pensiero davvero gentile per lui che avrebbe potuto spiegarsi meglio, ma -dovresti risentirti con te stessa-, suggerisce la solita voce educata, -invece di perdere tempo a giustificarti avresti semplicemente potuto chiedere chiarimenti-. Infila in valigia una gonna e un golfino, e intanto pensa che la cultura fa parte della sua vita: il suo modo di pensare, di essere, di operare delle scelte, di relazionarsi agli altri è influenzato dalla cultura a cui si è aperta lentamente nel tempo. Non l’ha acquisita, tanto meno conquistata: si acquisiscono le nozioni che pure della cultura fanno parte, alla cultura ci si apre come alla verità, alla libertà, che esistono nella misura in cui le si accoglie, ci si ciba di esse, diventano carne e sangue, si rivelano nel modo in cui pensi, parli, ti muovi, sorridi al primo venuto, agisci nei tuoi comportamenti istintivi come nelle scelte più meditate.
E’ la cultura che le ha permesso di conoscere, di capire qualcosa della sua “persona che rimane pur sempre un mistero”, è la cultura che le ha permesso di accostare e di approfondire la Parola di Dio, certo per grazia sua, la cultura, olio e vino con cui ha potuto fasciare e curare ferite sue e di altri prima ancora che la grazia di Dio le guarisse.
Da chi le è venuta questa cultura?
Pensa anzitutto ai suoi genitori, poi alla scuola, Francesca Morisani e Domenico Minuto a Reggio, Lidia Menapace a Milano, e Mario Apollonio e Ezio Franceschini e Leonardo Ancona e Sofia Vanni Rovighi, pensa al mese dantesco nel convento immerso tra i boschi di Trinité nella Valle D'Aosta, con il padre Guidubaldi e alle prime forti emozioni nelle conferenze di Vittorino Andreoli, del giovanissimo Armando Verdiglione, pensa ad Armido Rizzi, Lea Perugini, Adele Soresina, .........
Sembra che improvvisamente una folla di nomi e di volti faccia ressa dentro di lei nel tentativo di non farsi dimenticare, ognuno con un ricordo, un libro, un gesto: p. Turoldo che stringe tra le manone la sua di giovane laureata in visita a Sotto il Monte..., don Barbareschi che in San Carlo chiede perdono per ogni cattiva testimonianza del Vangelo..., Giuseppe Lazzati che con la sua voce profonda ed incisiva legge e commenta Ambrogio... , Braschi (ma si chiamava proprio così?) che legge l’Apocalisse e le lascia dentro un’emozione fortissima, -Vieni, dice la sposa. Amen, verrò presto - ...........
Ha assorbito come una spugna un bagaglio di esperienze di cui nemmeno si è resa conto, che ha cominciato a capire in parte quando, tornata a Reggio, si è scontrata con alcuni colleghi su programmi, metodi, orari ...
E i libri? Che ruolo hanno giocato nella sua formazione culturale?
Che cosa ha voluto dire per lei leggere a diciotto anni “L’Idiota” oppure a trenta “Il Piccolo principe” e “Antiche come le montagne”, vedere rappresentati i drammi di Pirandello, di Brecht o sentirsi sconvolgere da “La Fontana della vergine” o da “Persona” di Bergman? Le opere non funzionano automaticamente, sono gli incontri giusti al momento giusto che permettono ad un autore, ad un libro di entrare a far parte di te: dopo che hai fatto esperienza con loro, senti di avere un po’ più di luce per guardare le cose intorno, anche semplicemente la strada che fai ogni mattina per andare a scuola, capisci qualcosa di più del guazzabuglio che è il tuo cuore, ti sorprendi nel poter leggere piccoli segni sul volto degli altri e avanzare qualche timido - forse si tratta...-
Mentre infila anche un paio di scarpe di ricambio in valigia e chiude perché non vuole più pensare se avrà bisogno d’altro, ricorda le persone che hanno sollecitato la sua cultura a farsi umana, disponibile ad essere spezzata e donata ad altri, a farsi servizio: pensa ai suoi genitori ed al loro senso fortissimo del dovere, ad Armido Rizzi e al suo samaritano, toccato, colpito, dalla parola di “Dio che chiama dalla carne del malcapitato mezzo morto sulla strada”, ad Adele Soresina ed alla sua vita donata senza ripensamenti, ad Ezio Franceschini, a Leonardo Ancona e alla passione per la psicologia biennalizzata per seguirne le lezioni...
Un crampo improvviso le ricorda che ha anche i piedi, quello sinistro in particolare: non aveva mai pensato che anche i piedi potessero urlare la loro protesta. Lo massaggia, lo coccola un po’ ed intanto si chiede a chi la sua generazione abbia demandato il compito di far cultura.
Ricorda Franceschini: "Fa’ in modo che il mondo dopo di te sia, anche per un piccolissimo particolare, migliore di quando ci sei entrata".
Che cosa lascia agli altri lei, che cosa lascia la sua generazione? Che cosa potrebbe proporre domani per una riflessione?
Con questi interrogativi si spoglia, indossa il pigiama, si infila a letto dove Mimmo già dorme e pensa che ai fratelli della Comunità potrà soltanto raccontare la sua giornata tra la cultura, un piatto di pasta e fagioli e i preparativi della partenza per Pisa. Propone fermamente, prima di scivolare nel sonno, di riprendere il libro di Monticone: se non lo avesse sfogliato troppo in fretta, superficialmente ...
Il giorno dopo, mentre va in Chiesa per la Messa, dopo aver parlato ai fratelli della CVX delle sue esperienze con la cultura, Paolo la raggiunge e le dice ridendo:
-Beh, Tita, doveva essere proprio buona quella pasta e fagioli-.
Tita Ferro