VITA E MISSIONE DI UNA DELLE PIÙ GRANDI RIVISTE STORICHE DEL MEZZOGIORNO
Si avverte una strana emozione nello sfogliare le prime annate dell’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania: non si ha l’impressione di leggere un giornale d’epoca, ma di entrare in un organismo vivo, in un laboratorio che continua a lavorare anche quando le sue pagine sembrano ferme. È un’esperienza che contraddice l’idea, ancora diffusa, che la rivista sia nata nel 1931 e scomparsa nel 1946, come se la guerra avesse chiuso per sempre una stagione di studi e di speranze. In realtà, l’Archivio non è mai morto: ha cambiato gestione, ritmo, direzione, ma non ha mai smesso di esistere. E questa sua lunga vita, quasi un secolo, racconta molto più della storia di una rivista: narra la storia di un’idea del Sud, di un modo di osservarlo e di studiarlo.
La sua nascita, nel 1931, porta la firma di due figure che sembrano uscite da un trattato morale del Novecento: Paolo Orsi e Umberto Zanotti Bianco. Quest’ultimo, in una lettera programmatica del 1930, scriveva che occorreva “ridare al Mezzogiorno la coscienza della sua storia, non come retorica, ma come responsabilità civile”¹. Intorno a loro, la Società Magna Grecia, che in quegli anni non era solo un ente culturale, ma un progetto civile: restituire al Mezzogiorno la sua storia, non come repertorio di rovine, ma come trama viva di documenti, archivi, studi di ogni genere. L’Archivio nasce così: come un luogo in cui la storia non si scrive dall’alto, ma dal basso; non dalle capitali, ma dai paesi e dalle carte minime che raccontano la vita quotidiana.
Sfogliare i fascicoli degli anni Trenta significa assistere alla nascita di una disciplina che ancora non ha un nome: una microstoria ante litteram, un’antropologia datata che precede De Martino, una dimensione sociale che anticipa Ginzburg e Levi. Gli studiosi che vi collaborano — Giuseppe Isnardi, Giacomo Macrì, Luigi Bruzzano, Giuseppe De Lorenzo — non cercano il folklore, ma la struttura profonda delle comunità. Non cercano il pittoresco, ma il documento e la dignità delle fonti. Come scriveva Isnardi nel 1932, “la Calabria non è un enigma, ma un archivio: basta saperlo aprire”². È un modo di guardare il Sud che rifiuta la retorica della marginalità e della fatalità: la Calabria non è una terra condannata, ma una terra che parla, che conserva, che ricorda. Ogni rovina è un documento, ogni confraternita è un archivio vivente, ogni paese un centro di osservazione.
Poi arriva la guerra, e con essa la dispersione degli archivi, le difficoltà economiche, la crisi della Società Magna Grecia. Ma ciò che sembra una fine è in realtà un passaggio. Nel 1945, mentre l’Italia si ricostruisce, l’Archivio passa all’ANIMI – Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia, che ne diventa l’editore stabile e ne garantisce la continuità fino a oggi. In un rapporto interno del 1946, Zanotti Bianco annota che “salvare l’Archivio significa salvare la memoria civile del Mezzogiorno”³. È un gesto che salva la rivista e la trasforma: da progetto archeologico diventa progetto civile; da iniziativa di un’élite intellettuale diventa strumento di educazione storica e istituzione.
Le annate successive mostrano una regolarità crescente, soprattutto dagli anni Cinquanta in poi, e una direzione scientifica affidata a studiosi di primo piano: Zanotti Bianco (1946–1963), Isnardi (1963–1965), Pontieri (1965–1979), Moscati (1987), Cingari (1988–1992), Isnardi Parente (1992–2005), e infine Vera von Falkenhausen, dal 2005. Pontieri, nel suo discorso inaugurale del 1965, definì l’Archivio “un osservatorio meridionale che non teme il confronto con la grande storiografia europea”⁴.
In questa lunga storia, un capitolo inatteso si apre negli anni Novanta, lontano da Roma, lontano dalle università e dai centri editoriali nazionali. A Oppido Mamertina, in Aspromonte, la Barbaro Editore nel 1995 fa di tutto per ristampare anastaticamente l’ormai introvabile Rivista, con l’impulso lungimirante del prof. Rocco Liberti e, suo tramite, con l’impegno condiviso di Gaetano Cingari. Nel giro di appena due anni vengono eroicamente ripubblicate le prime tre annate complete della Rivista (1931–1933), per centinaia di pagine di ricerche, pergamene, studi storici di grande spessore, saggi demografici, documenti archivistici e notarili.
È un gesto che non ha nulla di commerciale, che Barbaro Editore compie con grande coraggio e determinazione per favorire un atto di apertura del suo territorio a una nuova stagione di studi e di ricerche fondata proprio sui frutti sortiti dal prestigioso periodico fin dai primi anni della sua vita. . È come se un editore del Sud estremo — che già negli anni precedenti aveva curato la ristampa in cinque volumi dell’Archivio storico calabrese — avesse raccolto l’eredità morale dell’ASCL e l’avesse trasformata in un gesto concreto: salvare ciò che rischiava di scomparire, restituire alla Calabria intera e a tutto il Sud la sua memoria scritta, proteggere un patrimonio che non apparteneva solo agli studiosi, ma alle comunità.
Così, la storia dell’Archivio non è la storia di un giornale morto, ma la storia di una rivista che ha attraversato quasi un secolo senza mai perdere la propria identità. È la storia di un Sud che non vuole essere raccontato come folklore e come periferia, ma come centro di ricerca e di studio. E se oggi possiamo ancora leggere almeno le prime annate dell’Archivio, lo dobbiamo non solo all’ANIMI, che ne ha garantito la continuità istituzionale, ma anche a un editore dell’Aspromonte che ha capito che la storia non vive solo nei grandi centri, ma anche nelle mani di chi, lontano dai riflettori, decide di custodirla.
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1.U. Zanotti Bianco, Lettera alla Società Magna Grecia, 12 dicembre 1930, in Carte Zanotti Bianco, Archivio ANIMI, b. 14, fasc. 3, p. 2.
2.G. Isnardi, Per una storia civile della Calabria, in ASCL, I (1932), p. 47.
3.U. Zanotti Bianco, Relazione sull’attività dell’ANIMI, 1946, Archivio ANIMI, Verbali del Consiglio, p. 11.
4. E. Pontieri, Discorso inaugurale dell’anno 1965, in ASCL, XXXIV (1965), p. 5.
La sua nascita, nel 1931, porta la firma di due figure che sembrano uscite da un trattato morale del Novecento: Paolo Orsi e Umberto Zanotti Bianco. Quest’ultimo, in una lettera programmatica del 1930, scriveva che occorreva “ridare al Mezzogiorno la coscienza della sua storia, non come retorica, ma come responsabilità civile”¹. Intorno a loro, la Società Magna Grecia, che in quegli anni non era solo un ente culturale, ma un progetto civile: restituire al Mezzogiorno la sua storia, non come repertorio di rovine, ma come trama viva di documenti, archivi, studi di ogni genere. L’Archivio nasce così: come un luogo in cui la storia non si scrive dall’alto, ma dal basso; non dalle capitali, ma dai paesi e dalle carte minime che raccontano la vita quotidiana.
Sfogliare i fascicoli degli anni Trenta significa assistere alla nascita di una disciplina che ancora non ha un nome: una microstoria ante litteram, un’antropologia datata che precede De Martino, una dimensione sociale che anticipa Ginzburg e Levi. Gli studiosi che vi collaborano — Giuseppe Isnardi, Giacomo Macrì, Luigi Bruzzano, Giuseppe De Lorenzo — non cercano il folklore, ma la struttura profonda delle comunità. Non cercano il pittoresco, ma il documento e la dignità delle fonti. Come scriveva Isnardi nel 1932, “la Calabria non è un enigma, ma un archivio: basta saperlo aprire”². È un modo di guardare il Sud che rifiuta la retorica della marginalità e della fatalità: la Calabria non è una terra condannata, ma una terra che parla, che conserva, che ricorda. Ogni rovina è un documento, ogni confraternita è un archivio vivente, ogni paese un centro di osservazione.
Poi arriva la guerra, e con essa la dispersione degli archivi, le difficoltà economiche, la crisi della Società Magna Grecia. Ma ciò che sembra una fine è in realtà un passaggio. Nel 1945, mentre l’Italia si ricostruisce, l’Archivio passa all’ANIMI – Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia, che ne diventa l’editore stabile e ne garantisce la continuità fino a oggi. In un rapporto interno del 1946, Zanotti Bianco annota che “salvare l’Archivio significa salvare la memoria civile del Mezzogiorno”³. È un gesto che salva la rivista e la trasforma: da progetto archeologico diventa progetto civile; da iniziativa di un’élite intellettuale diventa strumento di educazione storica e istituzione.
Le annate successive mostrano una regolarità crescente, soprattutto dagli anni Cinquanta in poi, e una direzione scientifica affidata a studiosi di primo piano: Zanotti Bianco (1946–1963), Isnardi (1963–1965), Pontieri (1965–1979), Moscati (1987), Cingari (1988–1992), Isnardi Parente (1992–2005), e infine Vera von Falkenhausen, dal 2005. Pontieri, nel suo discorso inaugurale del 1965, definì l’Archivio “un osservatorio meridionale che non teme il confronto con la grande storiografia europea”⁴.
In questa lunga storia, un capitolo inatteso si apre negli anni Novanta, lontano da Roma, lontano dalle università e dai centri editoriali nazionali. A Oppido Mamertina, in Aspromonte, la Barbaro Editore nel 1995 fa di tutto per ristampare anastaticamente l’ormai introvabile Rivista, con l’impulso lungimirante del prof. Rocco Liberti e, suo tramite, con l’impegno condiviso di Gaetano Cingari. Nel giro di appena due anni vengono eroicamente ripubblicate le prime tre annate complete della Rivista (1931–1933), per centinaia di pagine di ricerche, pergamene, studi storici di grande spessore, saggi demografici, documenti archivistici e notarili.
È un gesto che non ha nulla di commerciale, che Barbaro Editore compie con grande coraggio e determinazione per favorire un atto di apertura del suo territorio a una nuova stagione di studi e di ricerche fondata proprio sui frutti sortiti dal prestigioso periodico fin dai primi anni della sua vita. . È come se un editore del Sud estremo — che già negli anni precedenti aveva curato la ristampa in cinque volumi dell’Archivio storico calabrese — avesse raccolto l’eredità morale dell’ASCL e l’avesse trasformata in un gesto concreto: salvare ciò che rischiava di scomparire, restituire alla Calabria intera e a tutto il Sud la sua memoria scritta, proteggere un patrimonio che non apparteneva solo agli studiosi, ma alle comunità.
Così, la storia dell’Archivio non è la storia di un giornale morto, ma la storia di una rivista che ha attraversato quasi un secolo senza mai perdere la propria identità. È la storia di un Sud che non vuole essere raccontato come folklore e come periferia, ma come centro di ricerca e di studio. E se oggi possiamo ancora leggere almeno le prime annate dell’Archivio, lo dobbiamo non solo all’ANIMI, che ne ha garantito la continuità istituzionale, ma anche a un editore dell’Aspromonte che ha capito che la storia non vive solo nei grandi centri, ma anche nelle mani di chi, lontano dai riflettori, decide di custodirla.
Bruno Demasi
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1.U. Zanotti Bianco, Lettera alla Società Magna Grecia, 12 dicembre 1930, in Carte Zanotti Bianco, Archivio ANIMI, b. 14, fasc. 3, p. 2.
2.G. Isnardi, Per una storia civile della Calabria, in ASCL, I (1932), p. 47.
3.U. Zanotti Bianco, Relazione sull’attività dell’ANIMI, 1946, Archivio ANIMI, Verbali del Consiglio, p. 11.
4. E. Pontieri, Discorso inaugurale dell’anno 1965, in ASCL, XXXIV (1965), p. 5.