sabato 13 giugno 2026

I SAMPAULARI: la Calabria magica e dolorosa dei dominatori dei serpenti (di Bruno Demasi)

    Fin oltre la metà  del secolo scorso in molti paesi di Calabria si muoveva una figura sfuggente, ma al contempo temuta e invocata: il Sampaularo. Non era un santo, né un ciarlatano nel senso deteriore del termine, ma un uomo che aveva trovato nel confine tra il sacro e il profano la propria dimensione di vita.Il Sampaularo non sceglieva il proprio destino; lo subiva, per nascita. La leggenda voleva che fosse designato da San Paolo in persona, colui che — secondo la tradizione — trasformò il veleno della vipera in un’innocua carezza dopo il naufragio a Malta.

    Vito Teti, che ha dedicato pagine magistrali alla comprensione della solitudine e della marginalità nel Sud Italia, osserva come queste figure incarnassero l’ambivalenza del dono: «Il sampaularo è colui che, nato sotto una costellazione particolare, possiede una sorta di immunità naturale. Egli è parte della natura e, al contempo, colui che la domina, trasformando il terrore del morso in un rituale di pacificazione» [1]. Su questo livello simbolico si innesta perfettamente la lettura di Luigi Maria Lombardi Satriani, che ha indagato a fondo il ruolo delle figure liminari nelle culture subalterne del Mezzogiorno. In un passaggio divenuto classico, egli scrive: «Il diverso è funzionale all’ordine sociale proprio in quanto diverso; la sua esclusione è la condizione della sua utilità» [4]. Il Sampaularo, dunque, non è soltanto un uomo immune al veleno: è un mediatore simbolico, un interprete della paura collettiva, un soggetto che la comunità riconosce e insieme respinge, perché necessario, ma perturbante. 

    Viaggiatore solitario, con la bisaccia carica di rettili e il volto segnato da un sole che non perdona, il Sampaularo era un ospite inquietante nelle piazze dei paesi specialmente nei giorni di festa. Il suo arrivo era annunciato dalle note del suo fischietto e dal repentino passaparola della gente. Non vendeva solo rimedi contro i serpenti; vendeva la sicurezza di un mondo liberato dall’insidia strisciante. Eppure, dietro questa professione si celava una solitudine profonda. Come riportato nelle cronache etnografiche del secolo scorso, il rapporto tra la comunità e questi uomini era segnato da un «liminare sospetto: sebbene fossero necessari per bonificare gli orti e le stalle, venivano tenuti a distanza, quasi il loro tocco potesse trasmettere quella stessa "alterità" che permetteva loro di non temere il morso» [2].La riflessione di Lombardi Satriani illumina ulteriormente questa dinamica: la comunità ha bisogno del Sampaularo, ma non può integrarlo del tutto. È un uomo di confine, un funzionario dell’invisibile, un corpo che porta con sé un sapere che non può essere condiviso senza timore.
   
    Il declino dei Sampaulari non è stato causato solo dalla modernità, ma dalla scomparsa di quella narrazione magica che permetteva alle comunità rurali di spiegare l'inspiegabile. Quando il serpente è passato da "creatura del demonio" o "messaggero del santo" a semplice animale da studiare o evitare, il Sampaularo ha perso la sua ragion d'essere. La sua figura resta oggi un monumento alla resilienza di una Calabria che, per secoli, ha provato a domare la paura non attraverso la scienza, ma attraverso l’accettazione del mistero. Come scrive Ernesto De Martino, il padre degli studi demologici italiani: «Il mondo magico calabrese è una difesa estrema contro la precarietà dell’esistenza; una sorta di geometria dell’impossibile che permette di restare in piedi laddove la ragione faticherebbe a trovare senso» [3].Lombardi Satriani, dal canto suo, ha più volte sottolineato come la scomparsa di queste figure non rappresenti solo un mutamento sociale, ma una perdita simbolica: la fine di un sistema di significati che teneva insieme comunità, paura e speranza.

    Il Sampaularo se n' è andato per sempre, lasciando dietro di sé solo il sussurro di una leggenda che, in qualche angolo remoto dell’Aspromonte o delle Serre, sembra ancora vibrare al ritmo delle note stridule di un vecchio fischietto.
Bruno Demasi
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[1] V. Teti, Il colore del cibo. Geografia, mito e realtà, Edizioni dell'Elefante, Roma 1999, p. 112. 
[2] G. B. Bronzini, Tradizioni popolari in Calabria, Edizioni del Sud, Bari 1982, p. 45. 
[3] E. De Martino, Sud e Magia, Feltrinelli, Milano 1959 (ed. consultata 2001), p. 89. 
[4] L. M. Lombardi Satriani, Folklore e profitto. Per una critica dell’antropologia meridionalistica, Guaraldi, Rimini 1973, p. 57.