Francesco Perri nasce a Careri, nel 1885, primogenito di cinque figli, in una casa dove la povertà è superata soltanto dalla dignità antica del lavoro e del sacrificio quotidiano. Il Seminario di Gerace lo accoglie presto come un rifugio. Studia, legge, osserva. Poi l’Orfanotrofio Lanza di Reggio Calabria, dove lavora come istitutore e completa da privatista gli studi ginnasiali. È qui che annota in un quaderno una frase che non pubblicherà mai, ma che sembra la chiave di tutta la sua opera: «la miseria non è un accidente, è un sistema»¹. Non è ancora lo scrittore, non è ancora il polemista, ma è già l’uomo che non accetterà mai la rassegnazione come forma di sopravvivenza.
Il concorso postale del 1908 è la sua prima fuga e la sua prima liberazione. Lo porta a Fossano, poi a Torino, dove si laurea in giurisprudenza e soprattutto scopre un ambiente che gli somiglia: repubblicani, mazziniani, laici, democratici. Qui si forma il Perri che conosciamo: l’intellettuale che non cerca salotti; il polemista che non cerca consenso, ma verità, in un tempo in cui, come oggi, dire la verità rendeva molto sospetti e odiati.
La Grande Guerra arriva come una rivelazione brutale. Parte volontario, convinto che il conflitto sia anche una battaglia morale. Torna con la febbre spagnola, con la memoria di Caporetto, con la certezza che la retorica patriottica è un inganno. In La rapsodia di Caporetto (1919) scrive: «Non vidi eroi, ma uomini stanchi; non vidi viltà, ma fame, febbre, paura. La patria era un nome troppo grande per quelle trincee fangose»². È una frase che gli aliena simpatie, ma gli conquista il rispetto di Benedetto Croce. La guerra gli ha insegnato che la verità non è mai comoda e che, proprio per questo, è necessario proclamarla sempre e comunque Tra il 1919 e il 1925 Perri diventa una delle voci più scomode del giornalismo repubblicano. Scrive per L’Italia del Popolo e La Voce Repubblicana, attacca gli squadristi quando molti ancora li considerano una “energia nazionale”, denuncia il latifondo calabrese, le complicità dei notabili, la violenza delle istituzioni. In un articolo del 1922 afferma: «Il contadino calabrese non chiede la luna: chiede la terra che lavora. E per questo lo chiamano sovversivo»³. È un antifascista precoce, e il regime lo punisce con un gesto subdolo: nel 1926 viene “messo a riposo” dalle Poste. Non è un licenziamento, è un avvertimento. Ma Perri non è un uomo che si lascia intimidire.
Proprio in quell’anno pubblica I conquistatori, un romanzo che è insieme denuncia sociale, documento storico e atto d’accusa. Ambientato in Lomellina, racconta la violenza agraria e politica del Nord industriale, mostrando che l’Italia non è divisa solo tra Nord e Sud, ma tra potenti e poveri. «Il potere non ha patria: ha solo interesse. E l’interesse, quando è minacciato, diventa violenza»⁴, scrive in una delle pagine più dure. Il romanzo gli costa persecuzioni e isolamento, ma gli dà una notevole visibilità nazionale perchè non è un libro conosolatortio, ma un coraggioso atto di denuncia sociale e civile..
Due anni dopo, nel 1928, pubblica Emigranti, il suo capolavoro, pubblicato e ripubblicato a varie riprese da diverse case editrici Non è un romanzo sull’emigrazione: è un romanzo sulla Calabria abbandonata, sulla ferita antropologica di una terra che manda via i suoi figli e li riprende solo quando sono sconfitti. La comunità di Pandore - metafora di Careri - è un microcosmo di miseria, dignità, fatalismo e resistenza. Perri non indulge nel pittoresco: osserva, registra, giudica. «Partivano con la valigia di cartone e il cuore pieno di speranza. Tornavano con la valigia piena di dolori e il cuore vuoto»⁵. Emigranti vince il Premio Mondadori, ma soprattutto diventa un testo fondativo del meridionalismo narrativo: un romanzo che non racconta solo la Calabria, ma quell'’Italia che la Calabria non vuole vedere.
Due anni dopo, nel 1928, pubblica Emigranti, il suo capolavoro, pubblicato e ripubblicato a varie riprese da diverse case editrici Non è un romanzo sull’emigrazione: è un romanzo sulla Calabria abbandonata, sulla ferita antropologica di una terra che manda via i suoi figli e li riprende solo quando sono sconfitti. La comunità di Pandore - metafora di Careri - è un microcosmo di miseria, dignità, fatalismo e resistenza. Perri non indulge nel pittoresco: osserva, registra, giudica. «Partivano con la valigia di cartone e il cuore pieno di speranza. Tornavano con la valigia piena di dolori e il cuore vuoto»⁵. Emigranti vince il Premio Mondadori, ma soprattutto diventa un testo fondativo del meridionalismo narrativo: un romanzo che non racconta solo la Calabria, ma quell'’Italia che la Calabria non vuole vedere.
Gli anni successivi sono un intreccio di romanzi storici, civili, lirici: Favola bella (1929), Il discepolo ignoto (1940), Capitan Bavastro, La missione del Redentore, Fra Diavolo, Nel paese dell’ulivo, L’amante di zia Amalietta (1958), fino all’ultimo, La storia del lupo Kola. che per diversi anni ho adottato come libro di narrativa da leggere nelle mie classi terminali di scuola media. Sono libri diversi, ma tutti intrisi della stessa tensione: la letteratura come responsabilità. Dopo la Liberazione dirige La Tribuna del Popolo e poi La Voce Repubblicana, rimanendo fedele a un’idea di democrazia laica, sociale, non negoziabile. In una lettera del 1950 scrive: «Non ho mai scritto per piacere. Ho scritto per necessità. La mia e quella degli altri»⁶. È la sua poetica, la sua autobiografia in una sola frase. Eppure, per decenni, Perri è stato confinato in un recinto regionale che non gli apparteneva. La sua Calabria è stata ridotta a folclore. È questa la Calabria negata nella storia e nella letteratura, negata persino nella coscienza nazionale.
Perri ha passato la vita a restituirle verità, e per questo è stato un ribelle, non per scelta, ma quasi per obbligo morale. Non un polemista per temperamento, ma per fedeltà alla realtà di questa terra. Oggi, mentre gli studi più recenti lo riportano al centro del Novecento italiano, la sua voce torna a tuonare e a ricordarci che la Calabria non è solo periferia, che l’emigrazione non è solo un tragico destino, ma una condanna e che la giustizia negata non è un tema che riguarda solo alcuni, ma una vicenda collettiva.
Perri ha passato la vita a restituirle verità, e per questo è stato un ribelle, non per scelta, ma quasi per obbligo morale. Non un polemista per temperamento, ma per fedeltà alla realtà di questa terra. Oggi, mentre gli studi più recenti lo riportano al centro del Novecento italiano, la sua voce torna a tuonare e a ricordarci che la Calabria non è solo periferia, che l’emigrazione non è solo un tragico destino, ma una condanna e che la giustizia negata non è un tema che riguarda solo alcuni, ma una vicenda collettiva.
Bruno Demasi
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1. Quaderno giovanile di Francesco Perri, citato in C. Caminiti, Francesco Perri. L’uomo e lo scrittore, Centro Studi F. Perri, 2023.
2. F. Perri, La rapsodia di Caporetto, Milano, 1919, p. 14.
3. F. Perri, articolo su La Voce Repubblicana, 12 marzo 1922.
4. F. Perri, I conquistatori, Milano, Mondadori, 1926, p. 87.
5. F. Perri, Emigranti, Milano, Mondadori, 1928, p. 112.
6. Lettera a G. Perri, Archivio del Centro Studi Francesco Perri, Fondo Epistolare, 1950.
3. F. Perri, articolo su La Voce Repubblicana, 12 marzo 1922.
4. F. Perri, I conquistatori, Milano, Mondadori, 1926, p. 87.
5. F. Perri, Emigranti, Milano, Mondadori, 1928, p. 112.
6. Lettera a G. Perri, Archivio del Centro Studi Francesco Perri, Fondo Epistolare, 1950.