L’incontro di Gerhard Rohlfs con l’Aspromonte non nacque da un progetto di ricerca, ma da un episodio inatteso durante la Grande Guerra. In un campo di prigionia, tra il brusio dei soldati, egli udì alcuni giovani parlare una lingua che gli parve greca. Non era il greco dei manuali universitari: era un idioma montano, ruvido, ma attraversato da una vitalità arcaica. Solo in seguito scoprì che quelle persone non provenivano dall’Egeo, bensì dal territorio di Bova, l’area grecofona dell’Aspromonte¹. Quel malinteso — scambiare per greci dei calabresi — fu per lui una rivelazione. Gli mostrò che esistevano luoghi in cui la storia linguistica non era un reperto, ma una presenza viva; luoghi in cui la continuità mediterranea non si era interrotta. Da allora l’Aspromonte divenne per Rohlfs un orizzonte privilegiato di ricerca. In quegli anni, la stampa culturale tedesca lo avrebbe definito «l’archeologo delle parole», un epiteto che egli accolse con ironia ma che ben sintetizza la sua vocazione a scavare nelle profondità linguistiche².
Il metodo di Rohlfs era radicalmente empirico. Visitò centinaia di paesi, spesso a piedi o a dorso di mulo; frequentò osterie, cucine, piazze; ascoltò il parlato quotidiano; raccolse lessico, soprannomi, toponimi. Un testimone ricorda: «Parlava il nostro dialetto come uno di noi. Salutava tutti con un affettuoso: “ne vidimu”»⁵. Accanto alla parola, coltivò la fotografia. Le sue immagini — oggi oggetto di mostre e studi — sono state definite «una miniera per gli studiosi di cultura popolare»⁶: ritraggono volti, atteggiamenti, paesaggi, restituendo una Calabria ancora contadina ma già attraversata dalle trasformazioni del Novecento.
La cronologia dei suoi viaggi non è ricostruibile in modo puntuale, ma le fonti permettono di delineare una sequenza coerente: primi contatti tra il 1914 e il 1918; viaggi sistematici negli anni Venti; raccolta del materiale per il Dizionario dialettale delle Tre Calabrie tra il 1921 e il 1939⁷; ulteriori campagne negli anni Trenta e Quaranta; raccolta del Vocabolario supplementare tra il 1964 e il 1967⁸; frequenti ritorni negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta; un viaggio documentato da Rocco Liberti nel 1977¹²; uno degli ultimi soggiorni nel 1983¹³. Una fedeltà lunga quasi settant’anni, rara nella storia della dialettologia europea.
Da questi itinerari nacquero opere monumentali: il Dizionario dialettale delle Tre Calabrie⁷, il Vocabolario supplementare⁸, il Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria⁹, il Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria¹⁰. Insieme agli studi sulla unteritalienische Gräzität, esse conferirono alla Calabria una centralità scientifica fino ad allora impensabile¹¹. La regione, spesso marginalizzata nella storiografia nazionale, divenne grazie a lui un crocevia di memorie linguistiche e un archivio vivente della storia mediterranea.
Tra le testimonianze più significative della sua presenza nell’Aspromonte interno vi è il racconto di Rocco Liberti, pubblicato su Hagia Agathè nel 2025¹². Liberti ricorda l’arrivo di Rohlfs a Tresilico nel 1977, il cercare l’abitazione di mons. Giuseppe Pignataro, la sosta in Comune a Oppido, la conversazione sul vernacolo e sui cognomi: episodi che confermano il suo metodo fondato sul contatto diretto con la gente che si esprimeva esclusivamente in dialetto.
Nel panorama degli studi linguistici del Novecento, la figura di Rohlfs dialoga idealmente con quella di Giuseppe Alessio. Non antagonisti, ma complementari: il primo costruì la sua opera attraverso un metodo itinerante, etnografico; il secondo attraverso un metodo filologico, archivistico. Se Rohlfs cercava la voce dei paesi, Alessio cercava la voce dei testi. Entrambi riconobbero nei dialetti, nei toponimi e nei cognomi calabresi non residui folklorici, ma testimonianze profonde della storia mediterranea. Le fonti biografiche insistono sul fatto che Rohlfs tornò in Calabria molte volte, spesso accompagnato dalla figlia, e che la regione divenne per lui una sorta di seconda patria. Una targa a Badolato lo definisce «il più calabrese dei figli di Germania». Pietro Citati, ricordando la sua amicizia con lui, sottolineò la sua passione per l’Italia e per i dialetti, e il ruolo centrale della sua Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti¹⁴.
L’eredità di Rohlfs è duplice. Da un lato, scientifica: ha fornito strumenti lessicografici e grammaticali di ampiezza ancora insuperata. Dall’altro, culturale: ha riconosciuto dignità a comunità spesso marginalizzate, mostrando che i loro dialetti, i loro cognomi, i loro soprannomi sono parte integrante della storia europea. Grazie ai suoi viaggi, l’Aspromonte non è più un luogo marginale, ma un santuario di memoria linguistica e di voci antichissime che continuano a risuonare.
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2.Ivi.
3. De Simone, sui primi viaggi verso «le fonti delle lingue romanze» in Berlino Magazine, cit.
4.Treccani, voce «Rohlfs, Gerhard», sulla tesi magnogreca.
5. De Simone, art. cit., per la testimonianza «ne vidimu».
6. Ivi, sulle fotografie come «miniera per gli studiosi di cultura popolare».
7. Dizionario dialettale delle Tre Calabrie, Halle–Milano, Niemeyer–Hoepli, 1932–1939.
8. Vocabolario supplementare dei dialetti delle Tre Calabrie, 1964–1967.
9. Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, 1974.
10. Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria, 1979.
11. Treccani, voce «Rohlfs, Gerhard», sugli studi sulla unteritalienische Gräzität.
12. Rocco Liberti, «Un teutonico calabrese di passaggio a Oppido…», Hagia Agathè, 10 febbraio 2025.
13. Documentazione sul soggiorno del 1983 (fonti locali e testimonianze in Berlino Magazine, cit.).
14. Pietro Citati, «La lingua di Gerhard Rohlfs», la Repubblica, 3 gennaio 2022.