Questo nuovo racconto di Nino Greco ha la grazia asciutta e potente delle sue storie migliori: un frammento di memoria paesana che diventa racconto universale di partenze, attese e destini intrecciati.” Amuri per procura “ mette in scena, con la sua lingua sobria e precisa, il mondo degli emigranti calabresi degli anni Cinquanta, quando l’amore poteva nascere da una fotografia in bianco e nero e da una fiducia antica nelle parole dei padri. È una storia che parla di responsabilità e di speranza, di famiglie che si reggono su sacrifici silenziosi, di donne che affrontano l’ignoto con una dignità statuaria e che non fa rumore. Ntoni e Concetta — lui dall’altra parte del mondo, lei tra le navate di una chiesa dell’Aspromonte — incarnano un tempo in cui il futuro si costruiva con poco: una lettera, una promessa, un “sì” pronunciato con il cuore stretto, ma saldo. Greco restituisce tutto questo con la sua consueta capacità di ascoltare la vita minuta, di trasformare un episodio privato in un piccolo affresco civile. Un racconto che illumina con delicatezza la forza di chi parte e il coraggio di chi resta. (Bruno Demasi)
Non ci voleva molto per migliorare le condizioni di chi viveva il paese: la terra offriva poco e il lavoro era scarso, spesso saltuario, a giornata nelle annate “chine” per la raccolta delle olive. Sforzi e fatica avevano segnato la vita di Ntoni e della sua famiglia, specie dopo la morte del padre, vittima di una malattia improvvisa. In quegli anni non aveva lesinato energie pur di portare un pezzo di pane a casa, aiutare sua madre e sfamare le due sorelle più piccole.Aveva deciso di partire e seguire le orme dello zio, convinto che un nuovo mondo potesse rappresentare un punto di ripartenza per la sua vita (aveva già venticinque anni) e un futuro migliore per la madre e le sorelle.
Prima di imboccare la scaletta che, dal molo del porto di Messina, conduceva nel ventre della SS-Sidney – Achille Lauro, abbracciò la madre e le sorelle e promise a loro che la lontananza sarebbe durata poco: il suo desiderio era riunire la famiglia nel nuovo mondo, nella nuova terra promessa.
Il mese di navigazione lo fece riflettere su tutto ciò che si era lasciato alle spalle, e ogni tanto cercava di immaginare quale sarebbe stato il suo futuro, il lavoro che avrebbe svolto. Lo zio, nelle lettere che inviava alla madre, scriveva di “farme”, di lavoro legato alla terra: tutte situazioni che lo rassicuravano perché fino al giorno dell’imbarco non aveva fatto altro che quel mestiere.
I primi tempi furono difficili: la nostalgia era una costante che lo assaliva e gli angosciava l’animo. Ma il tempo trascorso e il ricongiungimento con la madre e le sorelle, avvenuto qualche anno dopo, smorzarono i turbamenti e lenirono le sofferenze.Fu una sera che lo zio, dopo aver cenato con loro, tirò fuori dalla “mariola” della giacca una fototessera in bianco e nero e la posò sul tavolo:
- È la figlia di compare Mico, ha diciassette anni, è del paese. Forse non te la ricordi, perché quando sei partito era ancora ragazzina. Suo padre mi ha mandato una ‘mbasciata per dirmi che ormai ha l’età per prendere marito: è la prima di cinque figlie, e dietro di lei stanno crescendo altre quattro.
Ntoni prese la fototessera e la scrutò con attenzione: ai suoi occhi apparve un volto dai tratti delicati, due trecce le scendevano sulle spalle e uno sguardo serioso e scornusu. La osservò a lungo, ma non la riconobbe; pensò che forse fosse una delle ragazzine che vedeva andare a prendere l'acqua alla fontana.In quella immagine cercava di capire se, oltre a quel volto paesano e per certi aspetti familiare si celasse una donna che sapesse cos'è il pane guadagnato con sacrificio, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.Non disse nulla. Lo zio Ciccio continuò:
- la ragazza appartiene a una buona famiglia, tutti lavoratori, mai un “murmuro” sul loro conto. Lei è donna di casa, e da quando aveva tredici anni lavora nell’anta delle donne per la raccolta delle olive nelle proprietà dell’avvocato Grillo-. Dopo una breve pausa continuò rivolgendosi a Ntoni: - sei in età di maritarti, e la cosa migliore è sposare una ragazza del paese. Concetta sarebbe la moglie giusta: come ti ho detto è la figlia di compare Mico, donna seria e lavoratrice.
Ntoni ascoltò con il rispetto che aveva sempre riservato alle parole dello zio, e capì che la proposta andava valutata seriamente.Da quando era approdato in Australia si era preoccupato solo di lavorare, continuando a fare ciò che sapeva fare bene, il contadino in una farm, e sistemare la famiglia: madre e sorelle. Il ricongiungimento era avvenuto da più di due anni e tutto procedeva secondo le aspettative che l’avevano spinto a espatriare.
-Zio, ora non posso tornare in Italia per sposarmi: il viaggio è lungo e dovrei lasciare il lavoro per parecchio tempo - disse Ntoni con voce pacata, da capofamiglia.
-Per maritarti non devi per forza tornare in Italia, tanti si stanno sposando per procura. Basta preparare i documenti necessari e nel giro di pochi mesi potrai sposarti. In paese c’è l’altro mio fratello Pascali, tuo zio, e potrà essere lui a presenziare al matrimonio in chiesa. Pensaci bene, e quando avrai deciso scriverò io a compare Mico per stabilire come muoverci. Lui aspetta la mia lettera e una tua foto per poterne parlare con la figlia. Compare Mico e sua moglie hanno pensato a te perché conoscevano bene la buonanima di tuo padre, sanno che sei un gran lavoratore.
Dopo qualche mese, e dopo averci riflettuto a lungo, Ntoni decise: ne parlò con la madre e fece sapere allo zio che era sua intenzione fare la proposta di matrimonio a Concetta, di cui aveva visto soltanto il volto in fotografia, una donna che non aveva mai incontrato di persona e di cui non conosceva nulla, né la voce né gli umori. La lettera, contenente la foto e le intenzioni di Ntoni, arrivò con qualche ritardo; compare Mico e la moglie ne parlarono la sera stessa con Concetta.
-C'è Ntoni, il nipote di compare Ciccio, quello che vive in Australia da diversi anni: ci ha scritto una lettera esprimendo il desiderio di averti come sposa. Lui ormai ha una posizione e stanno tutti bene. Qualche anno fa ha inviato l'atto di richiamo per tutta la famiglia e ora sono tutti là: lavorano e si trovano bene. Quella terra è ricca e dà a tutti la possibilità di condurre una vita tranquilla. Qua, figlia mia, i sacrifici non bastano mai, e per te potrebbe essere una buona occasione per cambiare vita e smettere di andare a giornata per le olive-.
Mico abbassò gli occhi sulla foto che stava sul tavolo, mentre la moglie, ascoltando le parole del marito, non riuscì a trattenere le lacrime. Concetta aveva dato ascolto al padre, come era abituata a fare, con rispetto e attenzione. Sul suo volto non comparvero segni di smarrimento né di entusiasmo; sembrava pervasa piuttosto da un sentimento di rassegnazione, tipico stato d'animo delle donne calabresi, che davanti all'indispensabile chinavano il capo e si adeguavano come se tutto fosse tracciato al destino.
Concetta aveva già capito che quella proposta di matrimonio, giuntale in maniera fredda e distaccata da parte di un giovane compaesano emigrato, rappresentava una svolta per la sua vita, e al tempo stesso andava ad alleggerire il peso di una famiglia di cinque figli che i suoi genitori cercavano di portare avanti con molti stenti.Prese la foto, la guardò con lo stesso piglio con cui Ntoni aveva guardato la sua: un volto tirato, occhi neri sbarrati, piccoli baffi neri curati e pettinatura alla muscagna; una camicia bianca sotto una giacca grigio scuro, con penna nel taschino in petto, completava l’immagine dell’uomo di cui fino a qualche minuto prima ignorava l’esistenza.
-Padre, se voi mi dite che tutto ciò è po’ bonu meu e della famiglia io non vi contrario. Lo so che voi – e qui si rivolse alla madre – volete il mio bene; se è così, farò come dite e la volontà di Dio.
La madre, Catuzza, cercando di trattenere le lacrime le prese la mano e le disse:
-figlia mia, ‘a provvidenza chiju chi caccia poi ‘u rendi , per te voglio ogni bene, e a comu voli Diu.
Le parole di Catuzza, oltre alle lacrime, facevano trasparire un misto tra dispiacere e gioia. Sua figlia era ormai donna fatta pronta per dare vita a una famiglia. Il vento del destino aveva portato una lettera e una foto di un giovane che l’aveva chiesta come sposa. Il suo futuro cominciava a prendere forma e colore con le tinte di quella terra che, a dire di molti, era tanto lontana quanto ricca e accogliente.
La procedura fu seguita secondo i precetti previsti dal Codice italiano e lo zio di Ntoni, Pascali, era stato incaricato di fare le veci dello sposo, così come previsto dalla procura rilasciata dal Consolato italiano.Il “Sì” di Concetta rimbombò sordo tra le navate della chiesa: un sì smorzato, pronunciato con grande commozione sotto lo sguardo dello zio di Ntoni. Un assenso al buio e un anello dietro cui si celava l’immagine di una fototessera in bianco e nero e le parole scritte in quelle poche lettere che i due promessi sposi si erano scambiati, sotto lo sguardo dei loro genitori. Erano state parole misurate, parole d’occasione: lui scriveva del suo lavoro e descriveva la casa che stava preparando, dove sarebbero andati a vivere insieme; raccontava delle stagioni invertite, del caldo Natale e del freddo di agosto. Di rimando, lei rispondeva del corredo che la madre le stava preparando e delle speranze che in cuor suo prendevano sempre più corpo.
Tutte immagini che tornavano alla mente come frammenti di fantasia durante il rito in chiesa. Il cuore di Concetta era lo scrigno dove convivevano dovere, speranza e desiderio.Non mancavano i timori: il senso dell’incerto, in alcuni momenti, adombrava i suoi teneri slanci di giovane donna disposta a diventare moglie e madre, sull’esempio che per anni aveva ammirato nei modi della propria madre. Eppure, quando uscì dalla chiesa al braccio dello zio Pascali e il sole della Calabria le accarezzò il volto come a benedirla, Concetta sollevò lo sguardo verso l’orizzonte, quello stesso orizzonte oltre il quale, dall’altra parte del mondo, un uomo che non aveva mai visto la stava aspettando.
Sentì allora, dentro di sé, farsi strada la voce antica di sua madre, le parole che lei le ripeteva fin da bambina: “quandu l’amuri voli, trova locu”.E in quel preciso istante, mentre il rintocco delle campane si spandeva per il paese aggrappato alle pendici dell’Aspromonte, Concetta capì che il suo viaggio, quello vero, era appena cominciato.