Entriamo idealmente nel borgo nel tardo Seicento, quando il feudo – dopo una lunga gestione da parte dei Caracciolo – passa per via matrimoniale sotto il controllo della famiglia Spinelli, che ne terrà il ducato fino alla fine della sua storia [1]. Come ha dimostrato Rocco Liberti nei suoi minuziosi e accuratissimi studi, la transizione dinastica non ammorbidì affatto la morsa del potere baronale, che anzi continuò a strutturarsi capillarmente sul territorio attraverso una rete di fiduciari e ufficiali locali [2]. Il loro potere si reggeva su quattro parole latine che i giuristi dell'epoca vergavano con inchiostro ferrogallico: Mero e Misto Imperio. Non era un semplice titolo onorifico, ma la delega regia del diritto di vita e di morte sui sudditi. A Oppido, la giustizia del Re di Napoli non arrivava quasi mai; arrivava invece quella del signorotto locale , amministrata attraverso la funzione di "Governatore feudale".
Ma è esaminando i registri delle gabelle e delle carceri baronali che emerge il vero cortocircuito economico di questo sistema. Nelle relazioni dei Presidi della provincia di Calabria Ultra, si legge una denuncia costante: a Oppido e nella Piana, la giustizia era una rendita finanziaria. Esisteva la pratica strutturata delle composizioni: se veniva commesso un reato di sangue, il colpevole poteva evitare le segrete del castello pagando una pesante penale in denaro o in natura, spesso convertita in barili di quell'olio d'oliva che rappresentava l'oro verde della Piana, stoccato nei magazzini feudali [4]. Le ricerche condotte sui protocolli notarili dell'epoca confermano come la riscossione di queste penali e dei fitti agrari venisse gestita con assoluto rigore dai procuratori ducali, lasciando le comunità locali in uno stato di costante prostrazione economica che aveva come effetto l'annullamento della classe borghese e nobiliare e la diffusione della miseria [5].
Questo immenso e intricato sistema di potere barocco, fatto di pergamene, privilegi e sottomissione, si interrompe bruscamente alle ore 12:45 del 5 febbraio 1783. Il "Flagello" – il catastrofico terremoto della Calabria Meridionale – fa collassare le colline di Oppido, inghiottendo il castello, le carceri e gli sparutissimi palazzi dell’altrettanto sparuta “nobiltà” locale [7].
Bruno Demasi
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[1] Sulla successione feudale e il passaggio della contea di Oppido dai Caracciolo alla famiglia Spinelli, si veda la ricostruzione storico-genealogica classica: Erasmo Ricca, La nobiltà del Regno delle Due Sicilie, vol. IV, Napoli, Agostino De Pascale, 1869, pp. 215-221 (sezione dedicata allo stato di Oppido).
[2] Rocco Liberti, Il castello, in Momenti e figure nella storia della vecchia e della nuova Oppido – III - in Quaderni Mamertini, n. 29, Bovalino, Diaco Editore, 2002. Dello stesso autore la monografia completa, con lo stesso titolo, Momenti e figure nella storia della vecchia e nuova Oppido, 1981, in cui lo studioso analizza l'evoluzione strutturale della fortezza e la gestione del distretto della Piana in epoca vicereale e borbonica.
[3] Cfr. l'analisi critica della giurisdizione e dei tribunali dei baroni nelle province meridionali in: Giuseppe Maria Galanti, Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie, Tomo I, Napoli, per i Gabinetti di Letteratura, 1787, Capo IV (Del governo politico e giudiziario).
[4] Archivio di Stato di Napoli (ASN), Regia Camera della Sommaria, Consultazioni, feudi di Calabria Ultra. In questa serie documentaria sono censiti i gravami, i bandi e i ricorsi relativi alle transazioni finanziarie e all'amministrazione della giustizia feudale dei ducati della Piana.
[5] Sui meccanismi economici legati ai patti agrari e all'attività dei notai locali che documentavano le gabelle ducali, si veda: Rocco Liberti, Note su istituti e strumenti di una rinomata piazza notarile della Piana, in «Rivista Storica Calabrese», N.S., anno XII, n. 1-2, 1991, pp. 103-118.
[6] Per la requisitoria dell'autore contro la protezione baronale dei delinquenti, le sanzioni pecuniarie abusive e gli abusi del diritto d'asilo, si veda l'edizione originale: Melchiorre Delfico, Discorso sul Tavoliere di Puglia e su i gravami feudali, Napoli, s.e., 1788, pp. 62-65.
[7] Sulla distruzione dei palazzi e delle strutture civili e religiose di Oppido a causa del sisma del 5 febbraio 1783, si veda la relazione ufficiale della commissione regia: Michele Sarconi, Istoria de' fenomeni del tremoto avvenuto nelle Calabrie nel 1783, Napoli, Reale Stamperia, 1784, pp. 67-71.
[8] Déodat de Dolomieu, Mémoire sur les tremblemens de terre de la Calabre pendant l'année 1783, Rome, 1784, p. 43. Il brano citato in blocco nel testo traduce fedelmente la descrizione originale dell'autore francese sul totale sovvertimento topografico del sito della città vecchia.
[9] Augusto Placanica, La Cassa Sacra. Capitalismo e latifondo in Calabria alla fine del Settecento, Torino, Einaudi, 1970, pp. 45-62. Il testo analizza la soppressione delle giurisdizioni ecclesiastiche e il forte ridimensionamento del potere dei baroni superstiti nella Piana di Gioia Tauro dopo la catastrofe.