Per trovare Roghudi Vecchio bisogna risalire faticosamente il letto dell’Amendolea, una fiumara monumentale che d’estate si presenta come una distesa di pietre bianche accecanti e d’inverno come un torrente furioso e distruttivo¹. Lassù, aggrappato a uno sperone di roccia scistosa che sembra scagliato nel vuoto da una divinità arcaica e collerica, sorge Roghudi Vecchio. Non è semplicemente un borgo fantasma; è un’acropoli di pietra grigia che nasce dalla pietra stessa, un’isola minerale circondata da burroni paurosi che ne hanno decretato, al contempo, la secolare inaccessibilità e la salvezza culturale. Oggi a Roghudi regna il megálo fanerò, il grande e desolato silenzio delle case abbandonate, ma fino a pochi decenni fa tra questi vicoli verticali risuonava una delle isole linguistiche più straordinarie e arcaiche d'Europa: il grecanico, un idioma impastato di fonemi omerici, costrutti dorici e inflessioni bizantine².
In questa lingua-fortezza, i confini del mondo coincidevano con i confini della rupe. La stessa toponomastica del luogo rivela una percezione dello spazio drammatica e viscerale: Roghudi deriva infatti dal greco rogas o rhoghódes, che indica una terra "piena di crepacci", "frantumata"³. Qui l'identità era letteralmente fusa con l’asperità del suolo; non si diceva semplicemente "andiamo a casa", ma «pame st'o rchaddhu», un richiamo ancestrale che legava gli uomini alla roccia della loro fortezza e che evocava l'idea greca del nostos, il ritorno a un baricentro sicuro.
Proprio l’architettura di questo borgo-scoglio custodisce una delle curiosità storiche e antropologiche più commoventi, tragiche e meno raccontate della Calabria profonda: la storia dei bambini legati.Roghudi, per ragioni orografiche, è un paese totalmente privo di linee orizzontali. Non vi sono piazze, non esistono cortili, né orti pianeggianti; ogni uscio di casa si apre direttamente su stradine millimetriche, scalinate sghembe scavate nella rupe che terminano improvvisamente nell’abisso della vallata sottostante. Quando il vento dell'Aspromonte — l’ànemo, entità quasi antropomorfa nelle credenze locali — soffiava selvaggio imboccando la gola dell'Amendolea, il borgo si trasformava in una trappola aerea. Il rischio che un bambino, muovendo i primi passi fuori dall'uscio, venisse spazzato via dalle raffiche o scivolasse nel baratro giocando era una spaventosa, costante e quotidiana minaccia.
Proprio l’architettura di questo borgo-scoglio custodisce una delle curiosità storiche e antropologiche più commoventi, tragiche e meno raccontate della Calabria profonda: la storia dei bambini legati.Roghudi, per ragioni orografiche, è un paese totalmente privo di linee orizzontali. Non vi sono piazze, non esistono cortili, né orti pianeggianti; ogni uscio di casa si apre direttamente su stradine millimetriche, scalinate sghembe scavate nella rupe che terminano improvvisamente nell’abisso della vallata sottostante. Quando il vento dell'Aspromonte — l’ànemo, entità quasi antropomorfa nelle credenze locali — soffiava selvaggio imboccando la gola dell'Amendolea, il borgo si trasformava in una trappola aerea. Il rischio che un bambino, muovendo i primi passi fuori dall'uscio, venisse spazzato via dalle raffiche o scivolasse nel baratro giocando era una spaventosa, costante e quotidiana minaccia.
Per sopravvivere a questa geografia della vertigine, le madri di Roghudi inventarono un’autentica e disperata "architettura della vigilanza ". Chi visita oggi le rovine spettrali del paese può ancora scorgere, incastonati con maestria nelle pareti esterne delle case o nei pavimenti di pietra vicini alle soglie, dei grossi anelli di ferro battuto. A quegli anelli venivano legate lunghe corde di ginestra intrecciata, fibra flessibile e resistentissima che i pastori chiamavano scana. L’altro capo della corda veniva assicurato con un nodo saldo alla vita o alla caviglia dei figli più piccoli⁴.La vita dei piccoli roghudesi è stata per secoli una vita a festone, geometricamente misurata in metri di canapa e ginestra: un compromesso continuo tra il desiderio infantile di esplorare e il richiamo ferreo della stabilità materna. Era un cordone ombelicale artificiale e protettivo che impediva al vuoto di inghiottire il futuro della comunità.
Questo isolamento così radicale, dove persino l'infanzia era vincolata alla roccia, ha permesso ai miti della Magna Grecia di sopravvivere intatti, per via orale, fin quasi alle soglie del secondo Novecento. Nelle lunghe e gelide notti d’inverno, quando le tempeste isolavano completamente il borgo dal resto del mondo, i vecchi pastori raccontavano intorno al focolare le storie delle Narade. Nella memoria popolare, queste creature non erano vaghe astrazioni fiabesche, ma presenze reali, misteriose e temute che abitavano i crepacci di Ghaddhuro, lo scoglio dell'asino che domina l'abitato.
Le Narade — limpido e sbalorditivo calco linguistico e concettuale delle antiche Nereidi greche — erano descritte come donne bellissime, dai lunghi capelli biondi, ma portatrici di una deformità inquietante: avevano zoccoli asinini al posto dei piedi. Si nascondevano nei pressi delle rare fonti d'acqua purissima e cercavano di attirare le donne del paese per ucciderle o gli uomini per sedurli e trascinarli nel baratro. Gli anziani ammonivano i giovani recitando formule che risuonavano come antichi scongiuri apotropaici:
Le Narade — limpido e sbalorditivo calco linguistico e concettuale delle antiche Nereidi greche — erano descritte come donne bellissime, dai lunghi capelli biondi, ma portatrici di una deformità inquietante: avevano zoccoli asinini al posto dei piedi. Si nascondevano nei pressi delle rare fonti d'acqua purissima e cercavano di attirare le donne del paese per ucciderle o gli uomini per sedurli e trascinarli nel baratro. Gli anziani ammonivano i giovani recitando formule che risuonavano come antichi scongiuri apotropaici:
«E Narade èrtise n'guriàssu' to kosmo,
jatì echu' ta podja sa' ta gaddugja»⁵
(Le Narade sono venute a ingannare la gente,
(Le Narade sono venute a ingannare la gente,
perché hanno i piedi come gli asinelli).
In questo grido d'allarme linguistico si rifletteva tutta la diffidenza di una comunità arcaica verso l'ignoto: l'aspetto splendido celava la natura bestiale, metafora di un Aspromonte affascinante ma spietato.
La fine di questo microcosmo verticale arrivò in modo drammatico e definitivo all'inizio degli anni Settanta. Non fu l'emigrazione volontaria a svuotare il borgo, ma la natura stessa che si ribellò alla sua stessa architettura. Tra il 1971 e il 1973, una serie di violentissime e catastrofiche alluvioni flagellò l'intera catena montuosa, provocando imponenti frane e minando irreparabilmente la stabilità dello sperone scistoso di Roghudi. Lo Stato, dinanzi al rischio imminente di un crollo totale, dichiarò il paese ufficialmente inagibile e ne ordinò l'evacuazione coatta.
Gli abitanti dovettero raccogliere in fretta le proprie cose, abbandonando mobili, stoviglie, i santi protettori e le memorie di generazioni, per scendere a valle, sulla costa ionica, dove fu fondata Roghudi Nuova, nei pressi di Melito Porto Salvo. Fu un esodo doloroso, un vero e proprio sradicamento antropologico e identitario. I pastori dovettero reinventarsi braccianti o operai in una terra piatta e aliena, e l'antico grecanico, privato del suo habitat rupestre e dei suoi punti di riferimento geografici, iniziò una lenta e inesorabile agonia. Un vecchio profugo, piangendo la perdita della propria terra, sintetizzò quel dramma in versi carichi di pathos:
«E chora maddha e' nclisa, e' mianzu sta vuna,
ma t'o kerdò pu echome sto kardja, dèn sbiègnete potte»⁶
(Il nostro paese è lontano, è in mezzo ai monti,
ma l'amore che abbiamo nel cuore non si spegnerà mai).
Oggi Roghudi Vecchio resta lassù, immobile e fiero, come una gigantesca nave di pietra arenata sulla cresta della montagna. Le corde di ginestra si sono sfaldate da tempo, gli anelli di ferro sono morsi dalla ruggine e le case mostrano le ferite dei crolli, ma chiunque cammini oggi in punta di piedi tra quei vicoli deserti, prestando orecchio al fischio del vento che si incanala nelle finestre spalancate, può ancora percepire l’eco di quelle madri antiche. Un promemoria silenzioso e solenne di quando, per restare aggrappati alla vita e al mondo, bastavano un anello di ferro e una corda tesa contro il vuoto.
Bruno Demasi
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¹ G. Cingari, Reggio Calabria, Roma-Bari, Laterza, 1988, pp. 142-145.
² G. Rohlfs, Dizionario dialettale calabrese, Ravenna, Longo, 1977, vol. I, p. 34
³ C. Martino, Toponomastica storica dell'Aspromonte meridionale, Reggio Calabria, Laruffa, 1992, p. 78.
⁴ L. M. Lombardi Satriani, Antropologia culturale e subalternità popolare, Messina, Peloritana, 1974, pp. 210-213.
⁵ F. Mosino, I testi greco-calabri di Roghudi, condotti sul campo e commentati, Bova Marina, Istituto d'Istruzione Ellenofona, 1983, p. 45.
⁶ B. Spano, L'emigrazione coatta e lo spopolamento dell'Aspromonte: il caso di Roghudi, in «Rivista Geografica Italiana», vol. LXXXV, 1978, pp. 112-118.
² G. Rohlfs, Dizionario dialettale calabrese, Ravenna, Longo, 1977, vol. I, p. 34
³ C. Martino, Toponomastica storica dell'Aspromonte meridionale, Reggio Calabria, Laruffa, 1992, p. 78.
⁴ L. M. Lombardi Satriani, Antropologia culturale e subalternità popolare, Messina, Peloritana, 1974, pp. 210-213.
⁵ F. Mosino, I testi greco-calabri di Roghudi, condotti sul campo e commentati, Bova Marina, Istituto d'Istruzione Ellenofona, 1983, p. 45.
⁶ B. Spano, L'emigrazione coatta e lo spopolamento dell'Aspromonte: il caso di Roghudi, in «Rivista Geografica Italiana», vol. LXXXV, 1978, pp. 112-118.