domenica 2 agosto 2026

Laboratorio di scrittura: “LE PATATE E LA STOLA” (Racconto di Nino Greco)

     In questa nuova pagina inedita Nino Greco costruisce la narrazione con una misura antica: ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio è carico di una densità che non ha bisogno di enfasi per commuovere. Il racconto si muove dentro la terra di una Calabria contadina che soffre e che consola. La peronospora, la zappa, il verderame, la strada bianca di polvere non sono elementi di colore, ma segni di un destino che si tramanda e che, proprio nel momento in cui sembra immutabile, trova un varco, una possibilità di riscatto. È in questa tensione che Greco eccelle con la capacità di trasformare un episodio familiare in una meditazione sulla trasmissione della responsabilità dei padri, sulla fragile ma ostinata speranza dei figli. La forza del racconto sta nella sua sobrietà emotiva: la terra e la stola diventano due forme di esistenza: una da scavare con le mani, l’altra da conquistare con lo studio in quel seminario di Oppido che per secoli  in molti paesi della piana di Gioia Tauro è stato l’unico mezzo per emanciparsi. E la scelta di Rocco - una scelta che è insieme rinuncia, sacrificio e visione - si impone come momento alto della narrativa civile contemporanea, perché mostra come la dignità dei poveri non sia mai inerzia, ma un continuo, doloroso tentativo di immaginare un domani diverso.Un’altra pagina preziosa perché restituisce alla scrittura il suo compito più antico: raccontare la vita degli ultimi senza paternalismi e senza scorciatoie.(Bruno Demasi)

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    L’annata delle patate, quell’anno, era stata avara: nonostante la terra “piusa” e l’acqua abbondante che solo quelle montagne sapevano dare, la peronospora era arrivata come una maledizione, in quella terra che pareva punita da un Dio distratto.

     Rocco Musolino si svegliava prima dell’alba da trent’anni, e da trent’anni le sue giornate avevano la cadenza di un orologio a pendolo, che consumava le ore e i giorni di un destino ormai impossibile da mutare. Aveva un figlio, Vincenzo, tredici anni; le mani già incallite di zappa, verdastre per l’effetto del verderame, e gli occhi curiosi e vispi come quelli di un gatto.

     Il ragazzo lo seguiva nei campi da quando aveva sei anni. Camminava dietro di lui nei solchi, imparando il linguaggio muto e vivo della terra. Conosceva i tempi di quando zappare, quando aspettare, quando pregare che la pioggia non arrivasse tutta in un giorno solo, che, invece di dissetare, portava distruzione. Rocco lo guardava lavorare e ci vedeva sé stesso, riprodotto, condannato agli stessi stenti composti e alla stessa dignità sofferta.

     Ma una sera di domenica, dopo la messa, don Pasquale, il farmacista, l’unico del paese che avesse studiato a Napoli e l’unico che possedesse più di dieci libri, si fermò a parlare con lui davanti alla chiesa. 
-    Rocco-, gli disse, - tuo figlio sa leggere meglio di certi maestri. L’ho sentito recitare il catechismo a memoria, con la voce giusta, come uno che capisce quello che dice, non come un pappagallo-. 
      Rocco si tolse il berretto, per rispetto e per vergogna insieme. 
-    E che ci faccio, don Pasquà, con uno che sa leggere? La peronospora non la combattiamo con i libri: quella ha il potere di affamarci; se non ci difendiamo col verderame, le patate vanno a marcire. 
-   Con le cose della natura bisogna imparare a conviverci, e spesso bisogna subire ciò che comanda lei stessa-, rispose il farmacista, - Ma del destino forse siamo un po’ padroni-.

     In quei mesi le voci arrivavano a Rocco come arrivano i tuoni di un temporale lontano: non lo vedi, ma senti il frastuono. Le voci di viandanti che vagavano per i paesi della Calabria, di venditori, furono i primi a raccontare che migliaia di contadini del Marchesato fossero scesi sulle terre incolte dei baroni, con le bandiere rosse accanto al tricolore, a dividersele con la zappa, come se il diritto, per esistere davvero, avesse bisogno di essere scavato nella terra prima ancora che scritto in un decreto emanato pochi anni prima da un ministro calabrese, e che i baroni si erano affrettati a dimenticare e a nascondere.

     Poi, in un giorno di ottobre, la voce che arrivò fu diversa e più gelida: a Melissa la celere aveva sparato su uomini e donne che chiedevano solo un pezzo di terra da arare. Si parlava di morti, tra cui un ragazzo di quindici anni, oltre a una donna e a un altro giovane.

     Rocco, quella sera, non disse nulla a nessuno. Pensò al ragazzo disteso nel fango, e pensò a Vincenzo, e capì che la sua misurata rassegnazione, quella che per trent’anni aveva chiamato dignità, era forse soltanto paura, e che lui vedeva, per timore e per discrezione, con le sembianze di pazienza. Quella notte Rocco non dormì. Guardò sua moglie, Concetta, che dormiva esausta dalla stanchezza, e pensò a suo padre, che era morto contadino, e al padre di suo padre, contadino anche lui, tutti sepolti nella stessa terra che avevano zappato senza mai possederla davvero.

    Pensò che la fame che si eredita fosse peggio della fame che si abbatte sulla tua vita per altri eventi, perché toglie anche la speranza di vederne la fine. E pensò che la terra, forse, un giorno sarebbe tornata a chi la zappava; ma non subito, non per lui, forse nemmeno per Vincenzo, e nell’attesa un uomo doveva pur trovare un’altra via e un altro violo.

     Il seminario di Oppido era l’unico posto, in quelle contrade, dove un figlio di braccianti potesse sedersi allo stesso banco di un figlio di notabili. Non c’era altra scuola per chi non aveva né terra né nome. La stola e il colletto, pensò Rocco con un’amarezza che aveva l’odore acre del verderame, erano l’unica via che Dio avesse lasciato viva per giungere fino ai poveri.

     Non fu una decisione facile da comunicare. Vincenzo pianse, la prima notte, perché non voleva lasciare quelle terre, non voleva lasciare le bestie che conosceva per nome, non voleva soprattutto lasciare suo padre solo con la zappa e con l’inverno che si avvicinava. 
-    Chi ti aiuta, padre, con la vigna e l’orto? E poi, le patate…- Rocco gli mise una mano sulla testa. 
-    La vigna l’ho sempre zappata io e la zapperò ancora. Ma tu devi zappare un’altra terra: quella che sta dentro i libri. Io quella terra non l’ho mai vista, e per questo sono rimasto povero di mondo e di vita-.

    Don Pasquale scrisse una lettera al vescovo, con l’attenzione che si doveva, per chiedere l’ammissione al seminario del giovane Vincenzo. Concetta cucì per il figlio due camicie nuove, tagliando la stoffa da un lenzuolo che aveva portato in dote. Rocco vendette un maiale, l’unico, quello che doveva sfamarli per l’inverno, per pagare le prime spese, e non lo disse a nessuno, nemmeno a Concetta, per non farla piangere due volte.

     Il giorno della partenza, Vincenzo salì sul carro di un mulattiere diretto a Oppido, con una valigia di cartone legata con lo spago e un pezzo di pane nella tasca. Rocco lo guardò allontanarsi lungo la strada bianca di polvere, tra gli ulivi contorti come vecchi che pregano, e per la prima volta in vita sua pianse senza vergognarsene, perché capì che stava assistendo non a una partenza, ma a una rottura: la catena che per generazioni aveva legato il nome dei Musolino alla zappa si spezzava lì, in quel momento, sopra quella strada.

    Non sapeva, Rocco, se suo figlio sarebbe diventato prete davvero. Non gliene importava, in fondo. Sapeva solo che, per la prima volta, un Musolino avrebbe imparato il latino, la storia, la geometria: parole che a lui suonavano come nomi di mondi lontani mai visitati. E sapeva che, chiunque Vincenzo fosse diventato, non sarebbe più stato costretto a chiedere la pioggia come un’elemosina al cielo.

    Quel giorno Rocco tornò solo nei campi, riprese la zappa e lavorò fino a notte fonda, come se il dolore si potesse zappare insieme alla terra. E forse, in un certo senso, era proprio così: ogni colpo di zappa era una preghiera silenziosa, non per sé, ma per un futuro che lui non avrebbe mai potuto vivere, ma che aveva avuto il coraggio, l’unico vero lusso dei poveri, di desiderare per un altro, per suo figlio.

Nino Greco