... Durante un incendio nel bosco, mentre tutti gli animali fuggivano, un passerotto volava verso l’incendio, in direzione contraria rispetto agli altri, con una goccia d’acqua nel becco. “Dove vai!?” gli gridò il cinghiale. “Vado a spegnere il fuoco”, rispose il passerotto, “Con una goccia d’acqua!?” disse il cinghiale con un sorriso di sogghigno. “Io la parti mia la fazzu…”.(Sharo Gambino)
“Io la parti mia la fazzu!”: Sharo Gambino (Vazzano, 1925 – Lamezia Terme, 2008) non descrive soltanto la Calabria, ma la contempla e la vive in una simbiosi impressionante. E, nel farlo, costruisce una delle opere più originali del Novecento meridionale. Nato in un paese dell’entroterra vibonese, appartiene a quella generrazione che ha visto dissolversi il mondo contadino senza che la modernità riuscisse a sostituirlo con un sistema altrettanto coerente. La sua formazione è irregolare: disegnatore di fumetti, giornalista, autore radiofonico, narratore. Collabora per decenni con Radio Rai, firma sceneggiati come Vizzarro e Boccheciampe¹, scrive per Il Messaggero, Il Tempo, La Gazzetta del Sud².
L’opera di Gambino sembra attraversata da una linea d'ombra, che separa il mondo contadino da ciò che lo ha seguito e che osserva con la precisione del narratore e la sensibilità di un antropologo. La sua cultura, nel senso più pieno del termine, non è un repertorio di tradizioni né un esercizio di nostalgia: è un dispositivo critico, una lente che permette di leggere la Calabria come un territorio simbolico, un laboratorio di modernità ferita.
Ma la sua vera scuola è la vita dei paesi: le piazze, le voci, le dicerie, i riti stagionali, le memorie collettive che si tramandano come un codice non scritto. È lì che nasce la sua narrativa, una forma di osservazione partecipante che non cerca l’oggettività, ma la verità dei luoghi. La comunità, nei suoi testi, non è mai un semplice sfondo: è un organismo simbolico. In Sole nero a Malifà³ la comunità di Malifà appare come un corpo collettivo che pensa, giudica, punisce, protegge; un corpo che si muove secondo logiche interne, spesso invisibili agli occhi esterni, ma perfettamente riconoscibili a chi ne conosce i ritmi e le paure⁴.
La memoria, il rito, la parola pubblica, cioè quella voce che circola tra le case e le piazze, sono gli strumenti attraverso cui la comunità regola i comportamenti e definisce l’appartenenza. Gambino osserva tutto questo con una lucidità mai distaccata, la lucidità di chi conosce dall’interno ciò che racconta, e che sa che ogni gesto, ogni parola ha un valore simbolico preciso.
Anche il corpo, nella sua opera, è un territorio culturale. In Calabria erotica⁵ mostra come l’eros contadino sia regolato da codici, canti, metafore, proibizioni: non è mai un fatto individuale, ma un linguaggio comunitario. Il corpo diventa un archivio di gesti tramandati, un campo di tensione tra desiderio e norma, un luogo dove si inscrivono le regole della comunità⁶.
L’opera di Gambino sembra attraversata da una linea d'ombra, che separa il mondo contadino da ciò che lo ha seguito e che osserva con la precisione del narratore e la sensibilità di un antropologo. La sua cultura, nel senso più pieno del termine, non è un repertorio di tradizioni né un esercizio di nostalgia: è un dispositivo critico, una lente che permette di leggere la Calabria come un territorio simbolico, un laboratorio di modernità ferita.
Ma la sua vera scuola è la vita dei paesi: le piazze, le voci, le dicerie, i riti stagionali, le memorie collettive che si tramandano come un codice non scritto. È lì che nasce la sua narrativa, una forma di osservazione partecipante che non cerca l’oggettività, ma la verità dei luoghi. La comunità, nei suoi testi, non è mai un semplice sfondo: è un organismo simbolico. In Sole nero a Malifà³ la comunità di Malifà appare come un corpo collettivo che pensa, giudica, punisce, protegge; un corpo che si muove secondo logiche interne, spesso invisibili agli occhi esterni, ma perfettamente riconoscibili a chi ne conosce i ritmi e le paure⁴.
La memoria, il rito, la parola pubblica, cioè quella voce che circola tra le case e le piazze, sono gli strumenti attraverso cui la comunità regola i comportamenti e definisce l’appartenenza. Gambino osserva tutto questo con una lucidità mai distaccata, la lucidità di chi conosce dall’interno ciò che racconta, e che sa che ogni gesto, ogni parola ha un valore simbolico preciso.
Anche il corpo, nella sua opera, è un territorio culturale. In Calabria erotica⁵ mostra come l’eros contadino sia regolato da codici, canti, metafore, proibizioni: non è mai un fatto individuale, ma un linguaggio comunitario. Il corpo diventa un archivio di gesti tramandati, un campo di tensione tra desiderio e norma, un luogo dove si inscrivono le regole della comunità⁶.
La modernità ferita: la metamorfosi della comunità
La modernità, per Gambino, non è una conquista, è piuttosto un trauma. In Fischia il sasso⁷ la modernizzazione appare come un evento destabilizzante: la televisione, l’emigrazione, la scuola, la burocrazia producono una frattura. La comunità perde i suoi codici, ma non ne acquisisce di nuovi. Ne nasce una modernità senza alfabeti, una modernità che non sa leggere se stessa.Gambino è tra i primi a cogliere questo spaesamento, questa perdita di orientamento che segna la Calabria dagli anni Sessanta in poi. Non è un lamento: è una diagnosi. La modernità non sostituisce il mondo contadino, lo lascia sospeso, incompleto, vulnerabile. E in questo vuoto si inseriscono nuove forme di violenza, nuove forme di potere.
È qui che si colloca la sua lettura della ’ndrangheta. Nel saggio La mafia in Calabria⁸, Gambino interpreta la ’ndrangheta non come semplice criminalità, ma come istituzione culturale: un sistema di parentela, un codice d’onore, un linguaggio simbolico. La ’ndrangheta, nella sua analisi, non è un corpo estraneo alla comunità: è una sua deformazione, una sua metamorfosi. È la comunità che, perdendo i suoi codici tradizionali, genera nuove forme di controllo e di potere.È una lettura anticipatrice, che precede di decenni gli studi antropologici contemporanei. E che mostra come la modernità, in Calabria, non abbia cancellato il passato, ma lo abbia trasformato.
La lingua come dispositivo critico
La lingua di Gambino è il mezzo dove tutto questo si compone. Alterna italiano, dialetto, gerghi; usa la narrazione come osservazione e critica; trasforma la cronaca in etnografia; fa della satira un metodo di analisi sociale. La sua scrittura è una forma di etnografia narrativa. È una lingua che non cerca l’effetto, ma la precisione; che non cerca la bellezza, ma la verità dei luoghi. Ed è proprio questa verità che rende la sua opera così attuale.
Oggi, nel tempo dello spopolamento, della perdita delle comunità, della dissoluzione dei legami, la voce di Gambino torna dirompente. La sua modernità antropologica, la capacità di leggere la Calabria come un territorio simbolico, è uno strumento prezioso per capire ciò che accade oggi nei paesi del Sud.Come ha osservato Vito Teti nel suo intervento al centenario “Sharo Gambino x100”⁹, Gambino non offre richiami nostalgici, ma strumenti critici: la sua opera è un dispositivo per comprendere la metamorfosi dei paesi, la loro oscillazione tra memoria e spaesamento, tra residui del mondo contadino e modernità incompleta.
La sua antropologia, però, non si limita alla comunità, al corpo, al rito, alla modernità ferita. È principalmente un’antropologia della parola come memoria, come strumento di controllo sociale, ma anche come forma di resistenza. È un’antropologia del tempo contadino, ciclico, rituale, che si scontra con il tempo lineare della modernità, dello spazio e del tempo, della paura come collante comunitario e come strumento di potere.
È anche un’antropologia della scomparsa dei mestieri, dei ruoli, delle figure simboliche che tenevano insieme la comunità. In questo senso, come ha mostrato Antonio Pagliuso nella sua monografia Sharo Gambino. Il narratore delle Serre¹⁰, ciò che resta del mondo contadino non è ciò che era, ma ciò che diventa: la metamorfosi è la chiave interpretativa della Calabria contemporanea.
E proprio per questo la sua voce è così preziosa oggi, quando la Calabria vive una nuova fase di spaesamento, una nuova modernità incompleta e difficile.
Bruno Demasi
__________
1.Archivio Radio Rai, Vizzarro, sceneggiato, 1980.
2.Il Messaggero, rubrica “Cronache calabresi”, articoli 1968–1975.
3.Sole nero a Malifà, ed. 1965, pp. 17–23.
4.Ivi, pp. 45–52.
5.Calabria erotica, ed. 1973, pp. 9–14.
6.Ivi, pp. 67–72.
7.Fischia il sasso, ed. 1973, pp. 101–108.
8.La mafia in Calabria, ed. 1971, pp. 31–38.
9.Vito Teti, intervento al centenario “Sharo Gambino x100”, Lamezia Terme, 2025.
10.Antonio Pagliuso, Sharo Gambino. Il narratore delle Serre, 2024, pp. 56–63.