Maria De Maria entra nella letteratura calabrese quasi di soppiatto, sommessamente, anzi in silenzio. La sua opera nasce in una casa appartata di Palmi, davanti al mare, in una vita che non sembra avere nulla di “letterario”. Eppure, dalla sua solitudine è scaturita una delle voci più originali della poesia dialettale del Novecento calabrese.
Nata a Palmi il 9 febbraio 1918 e morta nella stessa città l’11 ottobre 1971, Maria cresce in una famiglia di buone condizioni economiche, ma segnata da due lutti che la segnano: la madre, Carmela Cavallaro, muore quando lei è ancora bambina; il padre, Antonio, uomo colto e severo, dedica al figlio maschio il privilegio degli studi e tiene invece le tre figlie , Teresa, Maria e Pina , strette in casa, geloso della loro sensibilità incline alla poesia e alla pittura. Così Maria, come le sorelle, frequenta solo le scuole elementari e si forma come autodidatta, leggendo, osservando, ascoltando il proprio dolore.
Da questa doppia sottrazione, la madre perduta, la parola negata – nasce una voce solitaria, nella quale il dialetto non è un vezzo identitario, ma la lingua della madre perduta, la lingua che resta quando tutto il resto si ritira. Antonio Piromalli ha scritto che «la poesia di Maria De Maria è un lungo monologo con l’assenza»(1) . È una definizione che coglie il nucleo emotivo della sua opera: la poesia come ricostruzione di una presenza che non c’è più.
Quando nel 1958 appare Scogghiu sulu, il dialetto calabrese non è considerato una lingua adatta alla modernità lirica. È percepito come un codice “basso”, folclorico, confinato alla rappresentazione del mondo contadino. Maria De Maria compie un gesto radicale: trasforma il dialetto in una lingua metafisica. Il verso è breve, nervoso, scattante; la sintassi è essenziale; le immagini sono taglienti come scogli. Il critico Giuseppe Trisolini, che fu tra i primi a riconoscerne la grandezza, osserva che la poetessa «ridona grazia a un dialetto in sé rozzo, portandolo a una tensione lirica inattesa» (2). Il dialetto, qui, non descrive il mondo contadino: lo trascende. Diventa una lingua dell’assoluto, una forma di ricerca spirituale.
Il titolo Scogghiu sulu è già una dichiarazione poetica. Lo scoglio non è un elemento paesaggistico: è un personaggio, un alter ego, una condizione esistenziale. La solitudine non è isolamento: è forma. È il luogo in cui la voce si concentra, si affina, si fa precisa. Leonida Repaci, che la premiò nel 1957 al concorso “Villa San Giovanni”, parlò di «una poesia che non cerca consolazioni, ma un punto fermo» (3). Quel punto fermo è il mare di Palmi, interlocutore, padre, dio minore.
Da questa doppia sottrazione, la madre perduta, la parola negata – nasce una voce solitaria, nella quale il dialetto non è un vezzo identitario, ma la lingua della madre perduta, la lingua che resta quando tutto il resto si ritira. Antonio Piromalli ha scritto che «la poesia di Maria De Maria è un lungo monologo con l’assenza»(1) . È una definizione che coglie il nucleo emotivo della sua opera: la poesia come ricostruzione di una presenza che non c’è più.
Quando nel 1958 appare Scogghiu sulu, il dialetto calabrese non è considerato una lingua adatta alla modernità lirica. È percepito come un codice “basso”, folclorico, confinato alla rappresentazione del mondo contadino. Maria De Maria compie un gesto radicale: trasforma il dialetto in una lingua metafisica. Il verso è breve, nervoso, scattante; la sintassi è essenziale; le immagini sono taglienti come scogli. Il critico Giuseppe Trisolini, che fu tra i primi a riconoscerne la grandezza, osserva che la poetessa «ridona grazia a un dialetto in sé rozzo, portandolo a una tensione lirica inattesa» (2). Il dialetto, qui, non descrive il mondo contadino: lo trascende. Diventa una lingua dell’assoluto, una forma di ricerca spirituale.
Il titolo Scogghiu sulu è già una dichiarazione poetica. Lo scoglio non è un elemento paesaggistico: è un personaggio, un alter ego, una condizione esistenziale. La solitudine non è isolamento: è forma. È il luogo in cui la voce si concentra, si affina, si fa precisa. Leonida Repaci, che la premiò nel 1957 al concorso “Villa San Giovanni”, parlò di «una poesia che non cerca consolazioni, ma un punto fermo» (3). Quel punto fermo è il mare di Palmi, interlocutore, padre, dio minore.
Chi nci vozi
Chi nci vozi m’arridi ‘u me’ ortu?
Mi nesci ‘na spera di suli…
Chi chiantu, pe’ tutta ‘a matina!
non c’era ‘na rrama,
non c’era ‘nu hiuri,
‘na fogghia,
senza lagrimi… quali duluri
faciva suffriri ‘i me’ hiuri?
Ora ‘u sacciu: volivanu ‘ suli.
Chi nci vozi m’arridi ‘u me’ ortu?
Mi nesci ‘na spera di suli…
Chi chiantu, pe’ tutta ‘a matina!
non c’era ‘na rrama,
non c’era ‘nu hiuri,
‘na fogghia,
senza lagrimi… quali duluri
faciva suffriri ‘i me’ hiuri?
Ora ‘u sacciu: volivanu ‘ suli.
La modernità di questa poesia è sorprendente. Non c’è nulla di arcaico, nulla di tradizionale, nulla di “paesano”. La sua voce ha la stessa tensione verticale di certa lirica europea del primo Novecento. Trisolini nota che «la sua poesia dialettale non è locale: è universale» (4). Il dialetto, dunque, non è un codice identitario: è una lingua che permette di dire ciò che la lingua “alta” non riesce a dire senza maschere.
Dietro questa scrittura c’è una vita intera passata a Palmi, in una casa con un giardino dove Maria trascorre molto tempo: l’orto, i fiori, il sole diventano figure di un dialogo continuo con la madre assente e con Dio. La sua formazione passa anche attraverso la lettura di Rainer Maria Rilke, autore preferito, che la aiuta a comprendere la fragilità umana e a vedere la natura come manifestazione della grandezza divina. Ne nasce una poesia in cui dominano la natura, una fede profonda e una pietà costante per i vecchi e i fanciulli poveri, senza mai scivolare nel sentimentalismo.
Sicuramente la grandezza di Maria De Maria è tutta nella sua dimensione umana e linguistica: una donna che non ha studi, non ha reti culturali, non ha visibilità, e che tuttavia costruisce una delle voci più originali della poesia calabrese. La marginalità diventa energia creativa. La sua opera dimostra che la poesia nasce dove non la si aspetta: non nei salotti, non nelle accademie, ma in una casa silenziosa, davanti al mare, in una vita che sembra non avere nulla di “letterario”.
Oltre a Scogghiu sulu (1958), Maria De Maria pubblicò Piccole parole nere (1968) e, postuma, Bagliori d’Eterno (1982), confermandosi una delle voci più alte della poesia in vernacolo calabrese del Novecento.
Bruno Demasi
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1. A. Piromalli, Letteratura calabrese, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1978, p. 412.
2. G. Trisolini, Poeti dialettali calabresi, Milano, Ceschina, 1962, pp. 119, 125.
3. L. Repaci, intervento al Premio “Villa San Giovanni”, Verbale della Giuria, 1957, p. 4.
1. A. Piromalli, Letteratura calabrese, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1978, p. 412.
2. G. Trisolini, Poeti dialettali calabresi, Milano, Ceschina, 1962, pp. 119, 125.
3. L. Repaci, intervento al Premio “Villa San Giovanni”, Verbale della Giuria, 1957, p. 4.
4. G. Trisolini, op. cit., p. 125.