Certi anni della nostra storia restano sospesi come una domanda senza risposte, un nodo che nessuno ha il coraggio di sciogliere. Il 1980, in Calabria, è uno di questi: un anno che continua a interpelòlarci: due omicidi politici, due uomini di partito, due intellettuali radicati nella loro terra, due storie che la giustizia non ha saputo o voluto ricomporre. A distanza di oltre quarant’anni, due docufilm usciti a pochi mesi di distanza - Chi ha ucciso Giovanni Losardo? di Giulia Zanfino e Medma non si piega di Gianluca Palma - tornano su quelle ferite, non per riaprirle, ma per impedire che si rimarginino nell’oblio. Non sono semplici opere audiovisive: sono atti civili, tentativi di restituire voce e dignità a due figure che la storia ufficiale ha lasciato ai margini. E insieme compongono un dittico coerente sulla memoria politica calabrese, un racconto che attraversa la notte degli anni Ottanta per interrogare anche il presente.
La Calabria di quegli anni è una regione attraversata da tensioni profonde: da un lato la violenza mafiosa che si riorganizza in forma imprenditoriale, dall’altro una sinistra diffusa, popolare, contadina, che tenta di costruire spazi di emancipazione. È un territorio in cui la politica è ancora vissuta come pedagogia, come costruzione di comunità, come alfabetizzazione civile. Ed è proprio in questo spazio fragile che si consumano gli omicidi di Giovanni Losardo e Peppe Valarioti. I due film non si limitano a raccontare quei delitti: li interpretano, li contestualizzano, li restituiscono come nodi irrisolti della storia calabrese e italiana. E lo fanno con due grammatiche diverse, complementari: l’inchiesta e la memoria, le molte ombre e la luce.
Giannino Losardo
La sera del 21 giugno 1980, a Cetraro, Giovanni “Giannino” Losardo rientra a casa. È un uomo che ha scelto la via più difficile: quella dell’integrità. Dirigente del PCI, assessore comunale, segretario capo della Procura di Paola, Losardo è un funzionario pubblico che non ha mai confuso il dovere con la convenienza. Per questo, forse, qualcuno decide che deve morire. Il docufilm di Giulia Zanfino ricostruisce quella storia come si ricostruisce un naufragio: recuperando frammenti, ascoltando voci, interrogando chi c’era e chi ha preferito tacere. Le testimonianze si alternano alle ricostruzioni fiction, mentre la regia costruisce un percorso che non è solo cronaca, ma indagine morale. La presenza del boss Franco Muto, intervistato in carcere, è il punto di massima tensione: non chiarisce, non illumina, ma conferma la portata del silenzio che ha avvolto il delitto.
Chi ha ucciso Giovanni Losardo? È un film che riapre ferite, ma anche possibilità di memoria. È un’opera che chiede allo spettatore di diventare parte di un processo che lo Stato non ha saputo compiere. E soprattutto restituisce la solitudine degli uomini onesti, la loro vulnerabilità, la loro forza. Losardo emerge come un personaggio tragico ed emblematico: un uomo che non si è piegato, e che proprio per questo è stato spezzato. La sua vicenda diventa così un paradigma della giustizia negata, dell’ assenza delle istituzioni, della capacità della ’ndrangheta di insinuarsi negli interstizi del potere. Ma anche un monito: la storia non è fatta solo dai potenti, ma da chi sceglie di non piegarsi.
Peppe Valarioti
Se Losardo è la storia di un delitto irrisolto, Valarioti è la storia di una voce che non si è mai spenta. L’11 giugno 1980, a Rosarno, Peppe Valarioti, insegnante, dirigente del PCI, intellettuale contadino, viene assassinato dopo una festa di partito. Aveva trent’anni. Aveva una visione: una Calabria capace di emanciparsi attraverso la cultura, la scuola, la partecipazione politica. Medma non si piega non ricostruisce il delitto: ricostruisce l’uomo. E lo fa attraverso un materiale preziosissimo: le registrazioni originali della sua voce. Lezioni, comizi, riflessioni personali: frammenti di un pensiero limpido, radicale, sorprendentemente attuale. La regia di Palma costruisce un racconto che è quasi un ritorno: Valarioti sembra parlare oggi, alla Calabria di oggi, ai giovani di oggi. Il titolo, Medma, richiama la città magnogreca su cui sorge Rosarno: un passato che non è sterile nostalgia, ma fondamento civile . La Calabria che non si piega è quella che ha radici antiche e rami futuri. È quella che Valarioti sognava, insegnava, costruiva giorno dopo giorno. Medma non si piega non chiede giustizia: la incarna. È un film luminoso, che restituisce speranza senza retorica. È un’opera che non racconta un martire, ma un maestro. E, nel farlo, restituisce alla Calabria una delle sue voci più limpide, più coraggiose, più necessarie: una voce che non ha avuto il tempo di diventare storia, ma che oggi , malgrado tutto, si proietta nitida verso il futuro futuro.
Guardati insieme, i due docufilm compongono una mappa della Calabria politica degli anni Ottanta: una terra attraversata da forze opposte, da una parte la violenza mafiosa, dall’altra una comunità che tenta di organizzarsi, pensare, resistere. Le differenze tra i due film sono nette e complementari: Losardo è un film di inchiesta, cupo, interrogativo, costruito come un attraversamento delle ombre; Medma è un film di memoria viva, lirico, pedagogico, costruito come un ritorno alla luce. Il primo domanda: Perché non abbiamo avuto giustizia? Il secondo risponde: Perché la giustizia, prima di essere un tribunale, è una comunità che non si piega. In un tempo in cui la memoria rischia di diventare un esercizio retorico, questi due film ricordano che ricordare è un potente gesto politico. Non per celebrare, ma per capire. Non per commuovere, ma per trasformare. Losardo e Valarioti non sono eroi: sono uomini. E proprio per questo sono necessari. Perché mostrano che la storia non è fatta solo dai potenti, ma da chi sceglie di non piegarsi. Da chi, in una terra difficile, decide di restare integro. Da chi, pur sapendo di essere vulnerabile, sceglie di essere libero.
Chi ha ucciso Giovanni Losardo? e Medma non si piega sono film sul futuro. Ci ricordano che la Calabria non è condannata alla sua storia, ma è chiamata a riscriverla. Ci mostrano che la memoria non è un archivio, ma un campo di battaglia. La domanda che questi film ci pongono non è “Chi ha ucciso?”. La domanda è: Chi siamo, oggi, di fronte a quelle morti? E soprattutto: quanto siamo davvero ancora disposti a non piegarci?
Giannino Losardo
La sera del 21 giugno 1980, a Cetraro, Giovanni “Giannino” Losardo rientra a casa. È un uomo che ha scelto la via più difficile: quella dell’integrità. Dirigente del PCI, assessore comunale, segretario capo della Procura di Paola, Losardo è un funzionario pubblico che non ha mai confuso il dovere con la convenienza. Per questo, forse, qualcuno decide che deve morire. Il docufilm di Giulia Zanfino ricostruisce quella storia come si ricostruisce un naufragio: recuperando frammenti, ascoltando voci, interrogando chi c’era e chi ha preferito tacere. Le testimonianze si alternano alle ricostruzioni fiction, mentre la regia costruisce un percorso che non è solo cronaca, ma indagine morale. La presenza del boss Franco Muto, intervistato in carcere, è il punto di massima tensione: non chiarisce, non illumina, ma conferma la portata del silenzio che ha avvolto il delitto.
Chi ha ucciso Giovanni Losardo? È un film che riapre ferite, ma anche possibilità di memoria. È un’opera che chiede allo spettatore di diventare parte di un processo che lo Stato non ha saputo compiere. E soprattutto restituisce la solitudine degli uomini onesti, la loro vulnerabilità, la loro forza. Losardo emerge come un personaggio tragico ed emblematico: un uomo che non si è piegato, e che proprio per questo è stato spezzato. La sua vicenda diventa così un paradigma della giustizia negata, dell’ assenza delle istituzioni, della capacità della ’ndrangheta di insinuarsi negli interstizi del potere. Ma anche un monito: la storia non è fatta solo dai potenti, ma da chi sceglie di non piegarsi.
Peppe Valarioti
Se Losardo è la storia di un delitto irrisolto, Valarioti è la storia di una voce che non si è mai spenta. L’11 giugno 1980, a Rosarno, Peppe Valarioti, insegnante, dirigente del PCI, intellettuale contadino, viene assassinato dopo una festa di partito. Aveva trent’anni. Aveva una visione: una Calabria capace di emanciparsi attraverso la cultura, la scuola, la partecipazione politica. Medma non si piega non ricostruisce il delitto: ricostruisce l’uomo. E lo fa attraverso un materiale preziosissimo: le registrazioni originali della sua voce. Lezioni, comizi, riflessioni personali: frammenti di un pensiero limpido, radicale, sorprendentemente attuale. La regia di Palma costruisce un racconto che è quasi un ritorno: Valarioti sembra parlare oggi, alla Calabria di oggi, ai giovani di oggi. Il titolo, Medma, richiama la città magnogreca su cui sorge Rosarno: un passato che non è sterile nostalgia, ma fondamento civile . La Calabria che non si piega è quella che ha radici antiche e rami futuri. È quella che Valarioti sognava, insegnava, costruiva giorno dopo giorno. Medma non si piega non chiede giustizia: la incarna. È un film luminoso, che restituisce speranza senza retorica. È un’opera che non racconta un martire, ma un maestro. E, nel farlo, restituisce alla Calabria una delle sue voci più limpide, più coraggiose, più necessarie: una voce che non ha avuto il tempo di diventare storia, ma che oggi , malgrado tutto, si proietta nitida verso il futuro futuro.
Guardati insieme, i due docufilm compongono una mappa della Calabria politica degli anni Ottanta: una terra attraversata da forze opposte, da una parte la violenza mafiosa, dall’altra una comunità che tenta di organizzarsi, pensare, resistere. Le differenze tra i due film sono nette e complementari: Losardo è un film di inchiesta, cupo, interrogativo, costruito come un attraversamento delle ombre; Medma è un film di memoria viva, lirico, pedagogico, costruito come un ritorno alla luce. Il primo domanda: Perché non abbiamo avuto giustizia? Il secondo risponde: Perché la giustizia, prima di essere un tribunale, è una comunità che non si piega. In un tempo in cui la memoria rischia di diventare un esercizio retorico, questi due film ricordano che ricordare è un potente gesto politico. Non per celebrare, ma per capire. Non per commuovere, ma per trasformare. Losardo e Valarioti non sono eroi: sono uomini. E proprio per questo sono necessari. Perché mostrano che la storia non è fatta solo dai potenti, ma da chi sceglie di non piegarsi. Da chi, in una terra difficile, decide di restare integro. Da chi, pur sapendo di essere vulnerabile, sceglie di essere libero.
Chi ha ucciso Giovanni Losardo? e Medma non si piega sono film sul futuro. Ci ricordano che la Calabria non è condannata alla sua storia, ma è chiamata a riscriverla. Ci mostrano che la memoria non è un archivio, ma un campo di battaglia. La domanda che questi film ci pongono non è “Chi ha ucciso?”. La domanda è: Chi siamo, oggi, di fronte a quelle morti? E soprattutto: quanto siamo davvero ancora disposti a non piegarci?
Bruno Demasi