sabato 29 agosto 2026

Laboratorio di scrittura " IL QUADERNO NERO DEL FATTORE DELLE TERRE ROSSE" ( Racconto inedito di Nino Greco)

       Un racconto corposo che affonda le radici in uno dei momenti più cruciali e contraddittori della storia italiana: l’arrivo del suffragio universale maschile e la prima volta in cui i contadini del Sud, analfabeti e braccianti, si trovano davanti a una scheda elettorale. Nino Greco costruisce una narrazione di rara potenza, in cui la storia grande, quella delle riforme e dei diritti proclamati, si intreccia con la storia piccola, quella di due uomini, Rocco e Cosimo, legati da un’amicizia antica e divisi da una scelta che non ammette vie di mezzo. In poche pagine, Greco riesce a restituire l’atmosfera chiusa e oppressiva della baronia calabrese, il peso delle concessioni annuali, la paura della fame, la dignità ferita di chi lavora una terra che non sarà mai sua. 
     La qualità narrativa di Greco emerge ancora una volta nella capacità di tenere insieme realismo e simbolo: il quaderno nero del fattore, le terre rosse come ruggine, la “caloma” del cane legato alla catena diventano immagini che trascendono il singolo episodio e parlano di una condizione più ampia, quella di un intero Mezzogiorno sospeso tra la promessa di un diritto e la realtà di una trappola.I dialoghi sono asciutti, essenziali, ma carichi di tensione morale. Le parole di Rocco: “un diritto dato a chi ha ancora fame non è un diritto. È una trappola vestita da regalo” risuonano come un monito che attraversa il tempo e arriva fino a oggi. 
     Greco non cerca facili eroismi: mostra invece la complessità di una scelta in cui non esiste una via per la salvezza, ma solo due modi diversi di perdere. E proprio in questa onestà narrativa ormai rara e priva di artifici, nella capacità di non semplificare il dramma umano e sociale, sta la forza del racconto.Una lettura che lascia il segno, per chi ama la narrativa storica radicata nei territori, per chi cerca voci capaci di raccontare il Sud senza retorica e crede che la letteratura possa ancora interrogare la coscienza, anche a distanza di più di un secolo.(Bruno Demasi)


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Il sole calava alle spalle di Gerace, colorando la terra di rosso come ruggine invecchiata dal tempo. Rocco Macrì e Cosimo Tripodi tornavano dal fondo del barone Carafa con le zappe in spalla, i piedi impastati di polvere e i passi appesantiti dopo una dura giornata di lavoro.

Stava per iniziare l’autunno, il primo in cui anche loro, braccianti oltre i trent’anni e analfabeti, avrebbero potuto mettere una scheda in un’urna. Un nuovo mondo si apriva agli occhi di coloro che fino ad allora avevano subito le scelte di politici eletti per censo.

Un lungo confronto politico aveva impegnato il governo e il Parlamento. Nonostante le titubanze dei liberali e dei conservatori, i quali temevano che l’ampliamento del numero degli elettori potesse condurre a un nuovo ordine politico e al sovvertimento di quella che era considerata una condizione di stabilità, si giunse infine all’approvazione della riforma elettorale.

Rocco camminava a testa alta, come se quella scheda l’avesse già in tasca, e la immaginava come un grimaldello potente per cominciare a scardinare lo scrigno dove erano custoditi i diritti. Per tanti lunghi anni nessuno si era preoccupato di tutta quella gente che fino a quel momento era rimasta assoggettata ai voleri dei padroni, sia per le concessioni delle terre sia, molto spesso, per la gestione dei diritti stessi.

Negli ultimi tempi era stato il più attivo tra i mezzadri, uno dei pochi a cercare il confronto col fattore delle tenute del barone Carafa. Non erano mancati gli screzi neppure col barone stesso, ma alla fine le necessità e i bisogni prevalevano su qualsiasi forma di diritto rivendicato.

— Cosimo, ma tu la sai la novità? Quest’anno votiamo pure noi! — disse Rocco con tono solenne.
— Non solo i “galantomini” — chiosò con uno sprazzo di rivalsa.

Cosimo si girò di scatto e guardò indietro, verso il casale del barone, come se temesse che qualcuno potesse ascoltare ciò che per lui era considerata una bestemmia.

— Rocco, abbassa la voce. Perché lo gridi anche qua per lo stradone? Qualcuno potrebbe sentirti!
— E che devo fare, tenermi in tasca le parole e i pensieri?
— Per anni abbiamo chinato la schiena sulla terra d’altri. Ora, almeno per una volta, dobbiamo alzarci e con la schiena dritta indicare il nome di chi vogliamo noi.

Cosimo si fermò. Aveva il volto di chi porta un peso che non si vede e una traccia di terrore negli occhi.

— Tu hai sette figli come me? Tu hai la concessione delle terre a “mmitati” che ti permette di sfamare la famiglia? — si fermò un attimo e riprese — Se il barone sa, e lui sa sempre tutto perché ha orecchie ovunque, che tu hai votato contro i “galantomini” che lui ha sempre appoggiato, il prossimo anno a chi darà le terre da coltivare? A te, che hai cominciato a fare la “testa calda” e a dire che “ogni testa forma codice”, o a mio cognato, che ha tenuto la bocca chiusa, sempre ossequiente e con barritta in mano?

Rocco sputò con sdegno per terra, non per disprezzo verso l’amico, ma verso quella verità che bruciava più del solleone.

— Cosimo, questo è il punto. Ciò mi fa pensare che ci hanno dato la libertà, ma con una mano ci allisciano e con l’altra ci pugnalano. Che senso ha un voto libero se poi devo temere la fame di mio figlio per averlo usato? Non è voto per tutti, questo. È una menzogna, e non c’è peggiore menzogna di quella venduta come verità. — Rocco si fermò un attimo per incrociare lo sguardo di Cosimo e continuò:
— Loro sanno che andremo a votare e pensano che voteremo come ci dirà il fattore, o il prete, o come ci indicherà colui che ci concede le terre; perché, per loro, la nostra libertà è come quella di un cane legato alla catena: hai solo spazio e la “caloma” a misura per poter solo mangiare. Tutto ciò non sta nella legge che dicono di aver approntato per noi, ce la fanno intravedere attraverso quel tozzo di pane che portiamo a casa per i figli. — Chiosò con un gesto di stizza e a denti stretti.
— E allora perché ti fai il sangue acqua, se già lo sai come andrà a finire? — riprese Cosimo.
— Perché un giorno qualcuno dovrà pur alzare la testa per primo, Cosimo. Se aspettiamo tutti che sia un altro a rischiare la terra, la fame, la concessione, non cambierà mai niente, né quest’anno, né tra cent’anni. Io non dico che tu debba farlo. Dico solo che qualcuno, prima o poi, lo farà — finì Rocco.

Cosimo abbassò lo sguardo sui ciottoli dello stradone che conosceva come gli angoli della sua angusta casa.

— Non ho paura del barone, Rocco. Ho paura per i miei figli. È diverso.
— Lo so — disse Rocco, piano. — Ed è proprio questo il “tragiro” più grande che ci hanno fatto: ci hanno concesso un diritto sapendo benissimo che avremmo dovuto avere tanto coraggio per usarlo. Perché il coraggio, quando hai fame, ha un prezzo più alto della libertà stessa.

Passarono i giorni, e con essi passò anche la finta quiete che segue sempre le grandi promesse. Il fattore del barone, tale Don Ciccio Panuccio, cominciò a girare per le case dei coloni, come se fosse la novena di Natale, con un quaderno dalla copertina nera sotto il braccio e un sorriso stampato sul volto, falso come una notte senza luna.

Non intimoriva, non aveva bisogno di farlo sfacciatamente. Bastava una sua breve sosta sull’uscio, che chiedesse come stavano i figli, che ricordasse, come per caso, quanto fosse generoso il barone a rinnovare le concessioni ogni anno, “a chi se lo merita, si intende”.

Un ghigno beffardo e da iena animava un volto dagli zigomi come due pomodori costoluti, sopracciglia folte e disordinate che andavano quasi a legarsi alle basette che arrivavano a metà guancia, appendici di una cornice di capelli che disegnavano una chirica che pareva non il segno di una vocazione mancata, ma la traccia lasciata da chi si è tolto il berretto soltanto per servigi resi e per contare i danari altrui.

Cosimo lo vide passare tre volte davanti casa sua in una settimana. La terza volta, il fattore non disse nulla. Si tolse solo il berretto, guardò la porta chiusa, e se ne andò fischiettando.
Fu quel silenzio, più di ogni parola, a togliere il sonno a Cosimo per due notti intere.

Rocco, invece, il quaderno nero non lo temeva, o fingeva di non temerlo, che forse, in un uomo povero, è la stessa cosa vissuta diversamente.
Lui andava nella piazza di sera, dopo il lavoro, e parlava. Non strillava proclami: raccontava. Diceva di Salvemini, di cui aveva sentito parlare da un maestro di scuola venuto da Reggio, un uomo che diceva che i contadini del Sud non erano bestie da voto ma cristiani con lo stesso diritto degli operai di Milano. Raccontava, e gli altri braccianti ascoltavano in cerchio, in silenzio, con la stessa espressione con cui si ascolta un prete che promette il paradiso, sperando che sia vero, temendo che sia una bugia come tante.

— Tu li vuoi tutti morti di fame come te — gli disse una sera Cosimo, con una rabbia che non gli era abituale.
— Perché parli così, in piazza, davanti a tutti? Lo sai che il fattore con le orecchie arriva dappertutto. Domani andranno a dire al barone che Rocco Macrì fa comizi, e dopodomani non trovi più un palmo di terra da lavorare in tutta la baronia. E allora? Chi ti dà da mangiare, Salvemini?

Rocco lo guardò a lungo, senza rabbia, con una tristezza che pesava più della collera.

— Cosimo, tu credi che io non abbia paura? Ho paura ogni notte. Ho paura quando sento bussare, ho paura quando il fattore mi guarda con quel sorriso da cane che aspetta l’osso. Ma la paura mia non è come la tua. Tu hai paura di perdere quello che hai, poco, pochissimo, ma tuo. Io ho paura di morire vecchio avendo avuto un diritto in mano e non averlo mai usato. Sono due paure diverse, Cosimo, e non so quale delle due, alla fine, ci uccida più lentamente.

Il giorno del voto arrivò con un cielo bianco, senza vento; non sembrava nemmeno autunno inoltrato, come se anche il tempo si fosse fermato a scrutare gli eventi.

Fuori dal seggio, allestito nella scuola del paese, c’erano più carabinieri che elettori, e più galantomini a controllare che persone a votare. Il barone Carafa non venne di persona, non c’era bisogno della sua presenza. Mandò Don Ciccio Panuccio, con il quaderno ben visibile sotto il braccio, appoggiato a un muretto proprio davanti all’ingresso, a “salutare” ogni contadino che entrava.

Cosimo arrivò con il berretto in mano, gli occhi bassi. Salutò il fattore con un cenno del capo; un cenno che era già, di per sé, un voto dato prima ancora di entrare nella cabina. Scrutò tutte le schede esposte su un tavolo, scelse quella col simbolo che aveva deciso di votare e, nella finta segretezza della cabina, la infilò nella busta preposta e la fece cadere dentro l’urna. Diede il voto non perché avesse scelto quel candidato, ma perché non aveva mai avuto, in realtà, la possibilità di scegliere altro: la volontà del barone era arrivata chiara ed esplicita.

Rocco arrivò un’ora dopo, e non salutò nessuno. Passò davanti a Don Ciccio senza abbassare gli occhi, ed entrò nella cabina con il cuore che gli batteva come non gli batteva nemmeno quando la zappa colpiva una pietra nascosta sotto la terra dura. Prese la scheda che riportava il simbolo di un candidato che aveva ascoltato, una sola volta, e che aveva parlato di riforma agraria, di terre da dividere, di un Sud che non fosse più il cortile di nessuno. Lo fece sapendo, con la stessa certezza con cui sapeva che il destino gli sarebbe arrivato “comu a morti supa o giuvani”, che quel voto lo avrebbe pagato caro.

Non tornò a lavorare quella settimana. Il fattore gli disse, con voce cortese e occhi di ghiaccio, che la concessione del fondo, quell’anno, era stata “riconsiderata”. Non spiegò altro. Non serviva.

Cosimo lo trovò seduto sulla soglia di casa, la sera dopo, con le mani intrecciate tra le ginocchia e lo sguardo fisso su un punto della terra che non esisteva.

— Allora? — chiese Cosimo, e nella sua voce c’era qualcosa che non era più solo paura, era vergogna, forse, o il principio di una vergogna che ancora non sapeva nominare.
— Allora niente — disse Rocco. — Ho votato. E ho perso la terra; ho perso porco e corda.
— Te l’avevo detto — riprese Cosimo.
— Sì. Me l’avevi detto, ma io sono testone e le cose le voglio vedere fino in fondo. Qualcuno deve pur cominciare, forse non servirà a nessuno o forse un giorno tanti altri cercheranno di sollevare il capo come ho provato a fare io.

Non c’era traccia di pentimento nelle parole di Rocco, solo amarezza. Il rammarico di essersi sentito solo nel momento in cui c’era da interrogare la propria coscienza e muovere un po’ di coraggio che portasse a immaginare, a tutti quei contadini e mezzadri, che un mondo diverso, fuori dagli schemi dettati dai baronati, potesse prendere piede.

Rimasero in silenzio a lungo, i due uomini, mentre il buio scendeva sulla baronia come un manto che scendeva ogni sera, uguale a sé stesso da sempre.

— E ne è valsa la pena? — chiese infine Cosimo, piano, quasi temendo la risposta.

Rocco alzò lo sguardo, non verso l’amico, ma verso le luci lontane del casale del barone, ancora accese, ancora padrone della notte come lo erano state di ogni notte prima di quella.

— Non lo so ancora, Cosimo. Forse lo saprà mio figlio, tra vent’anni, se avrà il coraggio di fare quello che ho fatto io oggi, o se avrà, semplicemente, meno paura di come l’ho avuta io.
Io so solo una cosa: che un diritto dato a chi ha ancora fame non è un diritto. È una trappola vestita da regalo. E io, oggi, ci sono caduto dentro con gli occhi aperti. Non so se questo sia coraggio o soltanto la stupidità di un contadino.

Cosimo non rispose. Guardò le sue mani, quelle che avevano preso la scheda dove c’era il nome indicato dal barone senza che il cuore suo l’avesse mai davvero scelto, e per la prima volta in vita sua non seppe dire se fosse lui, il saggio, o Rocco, il pazzo, l’uomo che quella sera aveva davvero perso tutto, o forse, soltanto, aveva finalmente vinto qualcosa che nessun fondo di terra avrebbe mai potuto restituirgli.

Passò l’inverno, il più duro che Gerace ricordasse da anni. Senza le terre del barone, Rocco arrangiò lavori a giornata qua e là, qualche “armacera” da tirare su nelle costere di Mammola, una vigna da potare a Grotteria; ma erano briciole di pane, e le briciole non bastano a sfamare cinque bocche quando il gelo secca gli orti e i pochi risparmi finiscono prima che tu te ne accorga.

Sua moglie Filomena non lo biasimò mai apertamente. Aveva un modo peggiore di farlo: il silenzio a tavola, gli occhi che contavano i pezzi di pane prima di dividerli, il modo in cui guardava i figli come si guarda qualcosa che si sta per perdere.

Fu lei, in marzo, a dirgli la parola che lui non aveva il coraggio di pronunciare per primo.

— Ci sono le carte per l’America, Rocco. Le ha prese pure il figlio du Pugliesi. Partono da Napoli ad aprile.

Rocco non rispose subito. Guardò le mani che avevano preso quella scheda, le stesse mani che ora non avevano più nemmeno un pezzo di terra altrui da zappare, anche perché il vento che portava la diffidenza riempì quella vallata e andò anche oltre.

— Io ho votato per restare, Filomena. Ho votato perché un giorno questa terra fosse anche nostra, non solo del barone. E ora questa stessa terra mi manda via.
— La terra non manda via nessuno — disse lei, senza asprezza, solo con la stanchezza di chi ha smesso da tempo di cercare colpe.
— Ti manda via chi la terra la possiede. È diverso, e tu lo sai meglio di me: tu per loro hai solo le braccia e a chi possiede la terra interessano solo quelle.

Rocco partì qualche mese dopo, con la promessa e la speranza di mandare a chiamare la famiglia appena messo insieme qualche dollaro. Cosimo lo accompagnò fino al bivio per Gioiosa, da dove partiva il carretto per la stazione. Non si dissero molto. Non c’era, ormai, molto da dirsi oltre ciò che si erano detti nelle ultime settimane.

— Mi dispiace, Rocco — disse infine Cosimo, e per la prima volta nella loro amicizia la sua voce non aveva il tono di chi si giustifica, ma quello di chi, semplicemente, non sa più cosa sia giusto.
— Non dispiacerti — rispose Rocco, stringendogli la mano callosa come la propria.
— Tu la terra ce l’hai ancora. Tienitela stretta. E se un giorno tuo figlio avrà la mia stessa scheda in mano, digli tu quello che io non ho potuto insegnare al mio: che il diritto senza pane è una parola bella che se la porta via la prima “china du Trubulu”. Ma digli anche che qualcuno, una volta, quel diritto lo ha usato lo stesso. Per lui, se non per me.

Il carretto si mosse tra il pietriccio e la polvere dello stradone. Cosimo rimase a guardarlo finché non fu che un punto, poi niente, inghiottito dalla curva verso la stazione e verso un mare che lui e Rocco avevano visto sempre da lontano.

Cosimo pensò, tornando verso casa quel giorno, che la prudenza lo avesse almeno salvato dalla sorte dell’amico.
Si sbagliava, e lo scoprì presto.

Il barone Carafa, infatti, non dimenticava mai, nemmeno la fedeltà. Specialmente non quella. Perché un padrone che ha visto un contadino tentennare, anche solo per un istante, anche solo abbassando lo sguardo davanti al fattore invece di sorridere pronto, non si fida più fino in fondo. Cosimo aveva votato come doveva, sì, ma tutti in paese sapevano che era stato amico di Rocco Macrì, che le sere d’estate lo avevano visto ascoltare, in piazza, i discorsi sul suffragio e sulla riforma agraria.

Non aveva parlato, non si era mai espresso. Non aveva firmato niente. Ma aveva ascoltato, ed era bastato.

L’estate seguente, quando si trattò di rinnovare le concessioni, Don Ciccio il fattore si presentò a casa sua con il solito quaderno nero e un’aria diversa dal solito, più fredda, più distaccata.

— Quest’anno il barone ha deciso di affidare le terre del fondo più grande a un’altra famiglia, ai Lombardo. Niente di personale, nulla contro di te, capisci. Sono cose che càpitano, normale gestione delle terre, anche perché le richieste sono tante.

Cosimo restò impietrito sull’uscio, la stessa soglia dove un anno prima aveva ascoltato Rocco raccontare del suo voto perduto.

— Ma io ho votato come volevate voi! Ho fatto tutto come si doveva! — sbuffò Cosimo con una punta di rabbia.

Don Ciccio si strinse nelle spalle, già pronto per andarsene.

— Il voto giusto non basta più, se le compagnie sono sbagliate. Il barone si fida di chi non ha dubbi. E tu, Cosimo, i dubbi te li sei fatti leggere in faccia per un anno intero, anche senza aprir bocca.

Cosimo rimase solo sulla soglia, con la stessa terra rossa di sempre davanti agli occhi, terra che non sarebbe mai stata sua, né per il coraggio di chi l’aveva sfidata, né per la prudenza di chi aveva creduto di poterla conservare piegando la testa.

Capì, in quel momento, con una chiarezza che bruciava più della vergogna, che nel sistema di quella baronia non esisteva davvero una via per la salvezza: c’era solo la scelta tra due modi diversi di perdere. Perdere gridando, come Rocco con il volto rivolto verso il mare e l’America; o perdere in silenzio, come lui, con il volto rivolto verso una terra che lo aveva sempre guardato come un passante, mai come un figlio.

Quell’inverno anche la famiglia di Cosimo fece le valigie di cartone legate con lo spago. Non per l’America, non ne avevano i mezzi. Andarono a Reggio, a cercare lavoro nei cantieri del porto, tra le migliaia di braccia contadine che il Sud, ogni anno, espelleva come un corpo che rigetta la propria stessa carne.

E la terra del barone Carafa, quell’anno come tutti gli anni prima e tutti gli anni dopo, fu zappata da altre mani ancora, povere, sole come le precedenti, costrette anch’esse a scegliere, un giorno, davanti a una scheda che prometteva libertà, la stessa paura di sempre.

Nino Greco