Calabria Sconosciuta per oltre quarant’anni ha raccontato la Regione non come una semplice destinazione turistica, né come uno scenario immobile di tradizioni e folklore, ma come un organismo complesso, attraversato da memorie, conflitti e trasformazioni. Nacque nel 1978 per iniziativa di Giuseppe Polimeni, giornalista, fotografo e animatore culturale reggino, che già aveva collaborato con Calabria Turismo, rivista diretta da Amerigo Degli Atti, maturando un’esperienza nel campo della divulgazione culturale e della promozione territoriale. L’idea della nuova testata si definì anche attraverso il confronto con Fortunato Valenzise.¹Il primo numero uscì a Chiaravalle Centrale, dalla tipografia Frama Sud, con il sottotitolo “rivista trimestrale di cultura e turismo”.² Già nella denominazione era contenuta una dichiarazione d’intenti: far conoscere una Calabria diversa da quella proposta dalle rappresentazioni convenzionali, una Calabria da ricercare nei paesi, negli archivi, nelle chiese, nelle confraternite, nelle botteghe, nelle feste patronali e nei paesaggi dell’interno.
Polimeni non intendeva costruire un periodico celebrativo. La Calabria che aveva in mente non era quella delle immagini turistiche o delle descrizioni stereotipate, ma quella delle carte notarili, delle memorie familiari, delle tradizioni religiose, delle architetture minori e delle comunità che raramente entravano nelle narrazioni ufficiali. «Raccontare ciò che non si vede», scrisse nel primo editoriale, indicando nella ricerca e nella conoscenza diretta dei luoghi la ragione fondamentale della rivista.³Il progetto editoriale si fondava su una concezione larga della cultura. Il turismo non doveva essere separato dalla storia, dal paesaggio, dall’ambiente e dalle tradizioni locali. La rivista cercava pertanto di offrire al lettore strumenti per comprendere la regione, non soltanto itinerari da percorrere. In questa prospettiva, Calabria Sconosciuta si collocò in una posizione intermedia tra divulgazione, giornalismo culturale e ricerca storico-antropologica.
La pubblicazione si sostenne soprattutto attraverso gli abbonamenti e conservò una dimensione editoriale indipendente.⁴ Tale scelta garantì una notevole libertà d’impostazione, ma rese il periodico vulnerabile alle difficoltà economiche della stampa locale, alla riduzione dei lettori e alla progressiva crisi del modello cartaceo.
Nel corso degli anni Calabria Sconosciuta si trasformò in un laboratorio di storia regionale. Le sue pagine ospitarono contributi dedicati alla storia locale, all’arte, alla letteratura, all’archeologia, all’ambiente, alla cultura popolare e alle tradizioni religiose. Vi trovarono spazio studi sulle confraternite, sulle feste dell’Affruntata, sulle comunità arbëreshe, sulle architetture spontanee dei borghi interni, sui monasteri scomparsi e sui mestieri tradizionali.La rivista svolse così una funzione prossima a quella della microstoria: riportare l’attenzione su persone, luoghi e vicende apparentemente marginali, ma indispensabili per comprendere la complessità del tessuto regionale. In un fascicolo del 1987 Amerigo Degli Atti osservava che la pubblicazione aveva «restituito dignità alle storie minori».⁵ La formula, al di là del suo valore elogiativo, coglie uno degli aspetti più originali dell’esperienza editoriale.
La forza della rivista risiedeva anche nella pluralità dei suoi collaboratori. Accanto a studiosi affermati trovarono spazio insegnanti, archivisti, sacerdoti, bibliotecari, cultori di storia locale e giovani ricercatori. Tra i nomi ricordati nella ricostruzione biografica di Polimeni figurano Franco Mosino, Domenico Minuto, Rocco Liberti, Nicola Ferrante, Antonio Piromalli, Gerhard Rohlfs, Carmelina Sicari, Franco Arillotta, Spencer Hall, Vito Teti, Agazio Trombetta, Ugo Campisani, Franco Cipriani, Amerigo Degli Atti, Tito Valenzise, Renato Crucitti, Cettina Nostro e Giuseppe Cantarella.⁶ Una comunità intellettuale diffusa, ma non sempre omogenea sul piano metodologico, che ebbe il merito di mettere in circolazione conoscenze, documenti e testimonianze che altrimenti sarebbero rimasti confinati negli archivi personali, nelle biblioteche locali o nella memoria orale. Il periodico divenne, numero dopo numero, una sorta di archivio aperto della Regione.
Giuseppe Polimeni diresse Calabria Sconosciuta fino alla morte, avvenuta il 9 febbraio 2002.⁷ La sua figura non può essere separata dalla storia della rivista: egli non fu soltanto il fondatore e il direttore, ma anche il principale interprete di un’idea di cultura intesa come conoscenza concreta dei luoghi. La sua formazione economica e geografica, l’attività nel settore turistico e l’interesse per la fotografia confluirono in una concezione originale della promozione territoriale.⁸ Dopo la sua scomparsa, la direzione passò a Carmelina Sicari, affiancata da Gaetanina Sicari Ruffo. La redazione, costituita da Luciana Polimeni, Sara Polimeni, Cettina Nostro e Antonio Maria Leone, proseguì l’esperienza con sostanziale fedeltà all’impostazione originaria.⁹ La sede di via Brancati, a Reggio Calabria, continuò a essere un punto di riferimento per autori, lettori e studiosi.
Negli anni Duemila furono introdotte nuove rubriche, tra cui In libreria, Botteghe artigiane e le pagine dedicate alle attività del Club UNESCO.¹⁰ L’ampliamento dei contenuti non comportò l’abbandono della vocazione originaria, ma confermò la volontà di interpretare la Calabria nella sua dimensione storica e contemporanea.
Un giudizio complessivo sulla rivista deve evitare sia la celebrazione acritica sia la sottovalutazione dei suoi limiti. La qualità dei contributi non fu sempre uniforme e alcuni testi ebbero un carattere prevalentemente descrittivo o memorialistico. La mancanza di un comitato scientifico strutturato impedì inoltre di applicare a tutti gli articoli gli stessi criteri di selezione, documentazione e controllo delle fonti.Ma proprio questa dimensione artigianale costituisce una parte significativa della sua identità. Calabria Sconosciuta non fu un periodico accademico in senso stretto e non pretese di esserlo. Fu piuttosto uno spazio intermedio tra ricerca e divulgazione, tra memoria locale e interpretazione storica, tra testimonianza individuale e costruzione di una coscienza regionale.
In un fascicolo del 2007 Franco Cipriani definì la rivista come una pubblicazione capace di costruire «una geografia culturale alternativa».¹¹ L’espressione è particolarmente efficace: accanto alla Calabria delle città e dei monumenti celebri, la rivista ha documentato una regione fatta di paesi, riti, paesaggi, famiglie, mestieri, devozioni e memorie.
La pubblicazione si sostenne soprattutto attraverso gli abbonamenti e conservò una dimensione editoriale indipendente.⁴ Tale scelta garantì una notevole libertà d’impostazione, ma rese il periodico vulnerabile alle difficoltà economiche della stampa locale, alla riduzione dei lettori e alla progressiva crisi del modello cartaceo.
Nel corso degli anni Calabria Sconosciuta si trasformò in un laboratorio di storia regionale. Le sue pagine ospitarono contributi dedicati alla storia locale, all’arte, alla letteratura, all’archeologia, all’ambiente, alla cultura popolare e alle tradizioni religiose. Vi trovarono spazio studi sulle confraternite, sulle feste dell’Affruntata, sulle comunità arbëreshe, sulle architetture spontanee dei borghi interni, sui monasteri scomparsi e sui mestieri tradizionali.La rivista svolse così una funzione prossima a quella della microstoria: riportare l’attenzione su persone, luoghi e vicende apparentemente marginali, ma indispensabili per comprendere la complessità del tessuto regionale. In un fascicolo del 1987 Amerigo Degli Atti osservava che la pubblicazione aveva «restituito dignità alle storie minori».⁵ La formula, al di là del suo valore elogiativo, coglie uno degli aspetti più originali dell’esperienza editoriale.
La forza della rivista risiedeva anche nella pluralità dei suoi collaboratori. Accanto a studiosi affermati trovarono spazio insegnanti, archivisti, sacerdoti, bibliotecari, cultori di storia locale e giovani ricercatori. Tra i nomi ricordati nella ricostruzione biografica di Polimeni figurano Franco Mosino, Domenico Minuto, Rocco Liberti, Nicola Ferrante, Antonio Piromalli, Gerhard Rohlfs, Carmelina Sicari, Franco Arillotta, Spencer Hall, Vito Teti, Agazio Trombetta, Ugo Campisani, Franco Cipriani, Amerigo Degli Atti, Tito Valenzise, Renato Crucitti, Cettina Nostro e Giuseppe Cantarella.⁶ Una comunità intellettuale diffusa, ma non sempre omogenea sul piano metodologico, che ebbe il merito di mettere in circolazione conoscenze, documenti e testimonianze che altrimenti sarebbero rimasti confinati negli archivi personali, nelle biblioteche locali o nella memoria orale. Il periodico divenne, numero dopo numero, una sorta di archivio aperto della Regione.
Giuseppe Polimeni diresse Calabria Sconosciuta fino alla morte, avvenuta il 9 febbraio 2002.⁷ La sua figura non può essere separata dalla storia della rivista: egli non fu soltanto il fondatore e il direttore, ma anche il principale interprete di un’idea di cultura intesa come conoscenza concreta dei luoghi. La sua formazione economica e geografica, l’attività nel settore turistico e l’interesse per la fotografia confluirono in una concezione originale della promozione territoriale.⁸ Dopo la sua scomparsa, la direzione passò a Carmelina Sicari, affiancata da Gaetanina Sicari Ruffo. La redazione, costituita da Luciana Polimeni, Sara Polimeni, Cettina Nostro e Antonio Maria Leone, proseguì l’esperienza con sostanziale fedeltà all’impostazione originaria.⁹ La sede di via Brancati, a Reggio Calabria, continuò a essere un punto di riferimento per autori, lettori e studiosi.
Negli anni Duemila furono introdotte nuove rubriche, tra cui In libreria, Botteghe artigiane e le pagine dedicate alle attività del Club UNESCO.¹⁰ L’ampliamento dei contenuti non comportò l’abbandono della vocazione originaria, ma confermò la volontà di interpretare la Calabria nella sua dimensione storica e contemporanea.
Un giudizio complessivo sulla rivista deve evitare sia la celebrazione acritica sia la sottovalutazione dei suoi limiti. La qualità dei contributi non fu sempre uniforme e alcuni testi ebbero un carattere prevalentemente descrittivo o memorialistico. La mancanza di un comitato scientifico strutturato impedì inoltre di applicare a tutti gli articoli gli stessi criteri di selezione, documentazione e controllo delle fonti.Ma proprio questa dimensione artigianale costituisce una parte significativa della sua identità. Calabria Sconosciuta non fu un periodico accademico in senso stretto e non pretese di esserlo. Fu piuttosto uno spazio intermedio tra ricerca e divulgazione, tra memoria locale e interpretazione storica, tra testimonianza individuale e costruzione di una coscienza regionale.
In un fascicolo del 2007 Franco Cipriani definì la rivista come una pubblicazione capace di costruire «una geografia culturale alternativa».¹¹ L’espressione è particolarmente efficace: accanto alla Calabria delle città e dei monumenti celebri, la rivista ha documentato una regione fatta di paesi, riti, paesaggi, famiglie, mestieri, devozioni e memorie.
La lunga durata della testata costituisce un dato di particolare rilievo. Il catalogo del Servizio bibliotecario regionale registra la sequenza dal primo numero del 1978 fino al fascicolo 165-168 del 2020, documentando anche i mutamenti della periodicità, dal trimestrale a forme quadrimestrali e, negli ultimi anni, a una pubblicazione più irregolare.¹²L’ultimo fascicolo risulta pertanto essere il n. 165-168, relativo al periodo gennaio-dicembre 2020.¹³ È preferibile, quindi, evitare di indicare il 2021 come anno dell’ultimo numero: il 2021 può essere ricordato come l’anno successivo alla cessazione o alla mancata ripresa delle pubblicazioni.
La conclusione dell’esperienza editoriale fu probabilmente determinata da una pluralità di fattori: la crisi della stampa cartacea, la fragilità del modello fondato sugli abbonamenti, la riduzione dei collaboratori, il mutamento delle abitudini di lettura e la difficoltà di mantenere in vita iniziative culturali indipendenti. Oggi la collezione di Calabria Sconosciuta può essere letta come un grande archivio della memoria regionale, la cui eredità non consiste soltanto nella quantità dei materiali raccolti. Risiede soprattutto nel metodo: osservare ciò che rischia di non essere visto, ascoltare chi non ha abitualmente accesso alla parola pubblica, interrogare i documenti senza separarli dalle persone e dai luoghi che li hanno prodotti. La sua storia dimostra che la cultura regionale non nasce esclusivamente nelle università, nei grandi editori o nelle istituzioni centrali. Può nascere anche in una tipografia di provincia, da una redazione familiare, da un gruppo di collaboratori animati da passione e ostinazione. Può durare perché esiste una comunità di lettori disposta a riconoscersi in un progetto.
Per questo motivo la scomparsa di Calabria Sconosciuta non dovrebbe essere considerata soltanto la fine di una pubblicazione. È la conclusione di una lunga stagione nella quale la Calabria è stata raccontata da chi la viveva, la studiava e la osservava con attenzione. Ma è anche l’invito a non disperderne l’archivio, a catalogarne i fascicoli, a digitalizzarli e a renderli consultabili a studiosi, scuole, biblioteche e nuove generazioni di lettori perché la rivista ha raccolto per decenni una memoria che ora chiede di essere nuovamente interrogata. La sua lezione, in ogni caso, rimane semplice e preziosa proprio perchè una regione non è soltanto ciò che appare, ma anche ciò che qualcuno ha avuto la pazienza di cercare, documentare e raccontare.
La conclusione dell’esperienza editoriale fu probabilmente determinata da una pluralità di fattori: la crisi della stampa cartacea, la fragilità del modello fondato sugli abbonamenti, la riduzione dei collaboratori, il mutamento delle abitudini di lettura e la difficoltà di mantenere in vita iniziative culturali indipendenti. Oggi la collezione di Calabria Sconosciuta può essere letta come un grande archivio della memoria regionale, la cui eredità non consiste soltanto nella quantità dei materiali raccolti. Risiede soprattutto nel metodo: osservare ciò che rischia di non essere visto, ascoltare chi non ha abitualmente accesso alla parola pubblica, interrogare i documenti senza separarli dalle persone e dai luoghi che li hanno prodotti. La sua storia dimostra che la cultura regionale non nasce esclusivamente nelle università, nei grandi editori o nelle istituzioni centrali. Può nascere anche in una tipografia di provincia, da una redazione familiare, da un gruppo di collaboratori animati da passione e ostinazione. Può durare perché esiste una comunità di lettori disposta a riconoscersi in un progetto.
Per questo motivo la scomparsa di Calabria Sconosciuta non dovrebbe essere considerata soltanto la fine di una pubblicazione. È la conclusione di una lunga stagione nella quale la Calabria è stata raccontata da chi la viveva, la studiava e la osservava con attenzione. Ma è anche l’invito a non disperderne l’archivio, a catalogarne i fascicoli, a digitalizzarli e a renderli consultabili a studiosi, scuole, biblioteche e nuove generazioni di lettori perché la rivista ha raccolto per decenni una memoria che ora chiede di essere nuovamente interrogata. La sua lezione, in ogni caso, rimane semplice e preziosa proprio perchè una regione non è soltanto ciò che appare, ma anche ciò che qualcuno ha avuto la pazienza di cercare, documentare e raccontare.
Bruno Demasi
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1. Fabio Arichetta, “Giuseppe Polimeni”, Dizionario biografico della Calabria contemporanea, Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, 2021, versione online, s.v. “Giuseppe Polimeni”.
2. Calabria sconosciuta: rivista trimestrale di cultura e turismo, anno I, n. 1, Chiaravalle Centrale, Frama Sud, 1978, scheda bibliografica del Servizio bibliotecario regionale della Calabria.
3. Giuseppe Polimeni, “Editoriale”, Calabria Sconosciuta, n. 1, 1978, pp. 3-4.
4. Cfr. “Calabria Sconosciuta”, Wikipedia, scheda “Storia”, dove si ricostruisce il carattere indipendente della pubblicazione e il ruolo degli abbonamenti. La notizia va comunque verificata sulla gerenza e sugli editoriali dei primi fascicoli.
5. Amerigo Degli Atti, “Storie minori e identità regionale”, Calabria Sconosciuta, n. 29, 1987, p. 12.
6. Arichetta, “Giuseppe Polimeni”, cit.
7. Ivi. La scheda biografica indica per Giuseppe Polimeni le date 16 gennaio 1933 - 9 febbraio 2002.
8. Ivi.
9. Calabria Sconosciuta, n. 147-148, luglio-dicembre 2015, frontespizio e gerenza.
10. “Calabria Sconosciuta”, Wikipedia, scheda “Gli ultimi anni”. Il riferimento alle rubriche va verificato direttamente sui fascicoli relativi agli anni Duemila.
11. Franco Cipriani, “Riti e comunità nella Calabria contemporanea”, Calabria Sconosciuta, n. 112, 2007, pp. 45-46.
12. Servizio bibliotecario regionale della Calabria, Calabria sconosciuta: rivista trimestrale di cultura e turismo, scheda catalografica: “Anno 1, n. 1 (1978)-n. 165/168 (2020)”.
13. Ivi. L’OPAC del Polo SBN di Reggio Calabria registra il n. 165/168 come ultimo fascicolo della serie, relativo al 2020.
