Confesso che quando il postino mi ha consegnato il plico speditomi da una mia ex allieva di Reggio Calabria, sono rimasto emozionato davanti al libro che ne è balzato fuori e che ho letto nel giro di poche ore. Quasi impossibilitato a fermarmi.
Una storia minimale dei nostri giorni che non ha nulla di eccezionale e che tuttavia ti prende perché scava nel cuore della condizione umana dei figli dei matrimoni misti che arricchiscono con grande fatica questa terra di confine che si chiama Calabria e che nella gran parte dei casi si intestardisce ancora a rifiutare l’immigrato dopo essere stata per secoli terra eletta d’immigrazione e d'emigrazione.
Quando il padre muore, la ragazza protagonista è a Londra. Non è davvero felice, ma ha imparato a sembrarlo. Hagià una vita costruita lontano dal paese calabrese dell’infanzia e un’indipendenza conquistata attraverso anni di distanza, adattamento e ostinata rimozione. La notizia della morte interrompe quella costruzione con la violenza delle cose che non possono più essere rimandate. Deve tornare. Deve lasciare Londra, riprendere la strada verso il Sud e raggiungere il luogo dal quale era fuggita. Ma il viaggio non è soltanto quello di una figlia che rientra a casa per il funerale del padre: è il ritorno verso una lingua che credeva di avere dimenticato, quella della famiglia, della provincia, del mare calabrese e di un’origine che non ha mai smesso di interrogarla.
È da questa frattura che prende avvio Tangerinn, il romanzo d’esordio di Emanuela Anechoum, pubblicato da Edizioni E/O . Il libro, di 256 pagine, è già stato tradotto e acquistato in diversi Paesi; la critica lo ha letto come romanzo di formazione, storia di migrazione e racconto della ricerca di un’appartenenza. Ma Tangerinn è soprattutto la vicenda di una figlia che, dopo la morte del padre, deve accettare di non averlo mai conosciuto davvero.
Una scrittrice fra due Sud
Anechoum è nata a Reggio Calabria, da madre italiana e padre marocchino. Ha vissuto e lavorato a Londra nel mondo dell’editoria, prima di tornare in Italia. Ha scritto per Vice, Doppiozero e Marvin Rivista: una traiettoria che contiene già, in forma biografica, la geografia del romanzo, sospesa fra il Sud italiano, il Maghreb e l’Europa. La definizione di scrittrice “calabro-marocchina” è pertinente, purché non venga intesa come una semplice etichetta identitaria. In Tangerinn la doppia origine non è un elemento biografico né un certificato di autenticità, ma una condizione conflittuale, una materia da elaborare.
La Calabria di Anechoum non è una terra chiusa e immobile, separata dal resto del mondo. È una costa attraversata da partenze, lingue, migrazioni e ritorni. Anche il Marocco non viene rappresentato come un’origine intatta, pronta a offrire all’Autrice, che è poi il personaggio fondamentale di questo libro, la risposta che cerca. Fra questi due Sud si apre uno spazio intermedio, abitato da chi non può più appartenere completamente a un solo luogo.In un’intervista, la scrittrice ha precisato che il romanzo non è autobiografico, pur riconoscendo nella protagonista Mina qualcosa di sé e nel personaggio di Omar qualche tratto della figura paterna. Tangerinn non racconta dunque la vita di Anechoum, ma trasforma una possibile esperienza personale in un conflitto narrativo più ampio.
Il bar degli sradicati
Il titolo del libro prende il nome dal bar che Omar, padre di Mina, ha aperto sulla costa calabrese. Tangerinn richiama Tangeri e porta già nel nome l’idea del passaggio, della mescolanza, di un luogo che non coincide del tutto con il territorio in cui sorge.Il bar è frequentato da immigrati, viaggiatori, solitari e persone ai margini delle appartenenze convenzionali. Omar vi ha costruito una piccola comunità, una patria provvisoria per chi non possiede una patria semplice. È un luogo di transito e di sosta, dove nessuno è costretto a spiegare interamente da dove viene. Dopo la morte del padre, Mina osserva quel locale come si osserva un archivio. Ogni oggetto, ogni volto e ogni racconto sembra contenere una parte della vita di Omar che lei non ha mai saputo vedere. Da figura familiare e insieme estranea, il padre comincia così a trasformarsi in una storia.
Il rapporto fra Mina e Omar costituisce il centro emotivo del libro. Omar è un padre affettuoso ma opaco, un uomo che ha attraversato il Mediterraneo e cercato di ricominciare in Calabria senza mai raccontarsi fino in fondo.Mina sente di essere stata esclusa dalla sua storia. Sa che il padre è arrivato dal Marocco, che ha fondato il Tangerinn e costruito una famiglia italiana, ma non conosce la trama segreta delle sue decisioni: le rinunce, le paure, i compromessi. L’eredità che Omar le ha lasciato non è fatta di certezze, ma di lacune. Anechoum racconta questa distanza senza ricorrere alla retorica del padre esemplare o del migrante eroico. Omar non è un simbolo edificante, ma un uomo contraddittorio, capace di generosità e di silenzi, di apertura e di sottrazione. La figlia deve accettare che comprendere una persona non significhi possederne la verità.La recensione di Limina ha definito Mina una figura restituita quasi come un “quadro cubista”: non attraverso un ritratto unitario, ma mediante prospettive diverse, relazioni spezzate e punti di vista parziali. L’immagine è felice, perché Tangerinn racconta meno la biografia di Omar che la progressiva ricostruzione di Mina attraverso ciò che gli altri ricordano di lui.
Una Calabria inattesa
Il merito più evidente di Anechoum è di aver sottratto la Calabria a due rappresentazioni ricorrenti: da una parte il Sud mitizzato delle radici, dall’altra un territorio definito quasi esclusivamente dalla violenza criminale. Nel romanzo la Calabria è una terra concreta, familiare e talvolta soffocante, ma anche capace di accogliere il mondo. Il bar di Omar diventa una soglia mediterranea nella quale la provincia non è l’opposto della modernità, bensì uno dei luoghi in cui essa si manifesta: attraverso le migrazioni, le famiglie miste, i figli che partono e i padri che arrivano.
Tangerinn non è un romanzo privo di difetti. In alcuni passaggi la riflessione sull’identità, sul razzismo e sull’emancipazione tende a essere esplicitata più del necessario; alcuni personaggi secondari sembrano talvolta incaricati di rappresentare un’idea prima ancora di vivere pienamente sulla pagina. TuttaviaAnechoum possiede già una voce riconoscibile e un tema autentico: l’impossibilità di separare completamente il luogo da cui si fugge da quello verso cui si è partiti. Il Tangerinn è allora più di un bar e più di un titolo. È una forma di patria provvisoria: il luogo in cui gli sradicati possono fermarsi senza rinunciare alla propria inquietudine. In questa patria sospesa, fra la Calabria e Tangeri, Emanuela Anechoum ha trovato il modo di raccontare non una doppia identità, ma la fatica, e forse anche la libertà, di averne più d’una.
Bruno Demasi