Ci sono luoghi che non si scelgono: ti accadono. E ci sono persone che non si incontrano davvero, perché ti vengono consegnate come un’eredità affettiva, insieme alle foto ingiallite, ai racconti di famiglia e alle bottiglie di passata di pomodoro che viaggiano più dei loro proprietari. La Calabria di Salvatore “Saso” Tigani — giornalista, scrittore, creativo nato a Cinquefrondi — appartiene a questa categoria di mondi che non si visitano, ma si subiscono con un misto di amore, rassegnazione e ironia. È un territorio emotivo fatto di affetti feroci, codici non scritti e “pacchi da giù” che pesano quanto una responsabilità morale. Fin dal 2010 Tigani ha scelto di raccontare questo universo con una voce che sembra uscita da un laboratorio di comicità antropologica. Premi letterari come l’Energheia, un blog seguitissimo, e soprattutto la serie Dal diario di Saso hanno costruito un dialogo continuo tra osservazione sociale e umorismo, tra l’assurdo quotidiano e la tenerezza di chi conosce bene i propri paradossi. Non è un romanzo, non è un saggio, non è una raccolta di aforismi: è un modo di stare al mondo. O meglio, di sopravvivere ad esso.
Il cuore di questo approccio si trova in Come sopravvivere ai Calabresi, un libro che sembra scritto per chiunque abbia provato almeno una volta a uscire indenne da un pranzo domenicale, da una conversazione in dialetto o da un parente che ti offre da mangiare con la stessa determinazione con cui un avvocato difende un cliente. Tigani descrive una logica sociale in cui il silenzio è un’accusa, la parola è un’arma e il consenso è un concetto puramente teorico. Lo riassume con una delle sue frasi più celebri: “Non contraddirli mai, nemmeno quando ti danno ragione… comunque si offendono.” È una regola che vale più della Costituzione.
L’ospitalità, in Calabria, non è un gesto: è un ultimatum benevolo. Rifiutare un piatto è un atto di insubordinazione sociale, un affronto che può incrinare rapporti familiari più di un’eredità mal gestita. E per chi vive lontano, il legame con la terra si materializza nel mitico “Pacco da giù”: soppressate che potrebbero essere considerate armi improprie, chili di pasta “quella buona”, vasetti di conserve che sfidano le leggi del trasporto internazionale e bottiglie senza etichetta contenenti liquidi che oscillano pericolosamente tra limoncello e carburante agricolo.
Anche il tempo, in Calabria, ha una sua filosofia. “Alle 5” non è un orario, ma un concetto astratto: significa “inizia a prepararti alle 5:20, così non sembri uno che non ha niente da fare”. Il dialetto, poi, non è una lingua: è un’entità che ti possiede, ti cambia, ti sfugge mentre cerchi di decifrarlo. Non si impara: ti sceglie.
Ma accanto al Tigani che fa ridere, c’è un Tigani che si ferma, respira e guarda dentro. È quello della sua “nonpoesia”, un territorio di quiete dove le parole si fanno essenziali e la fragilità non è un difetto, ma una forma di resistenza. In Sono mille, ad esempio, rivendica il diritto alla contraddizione, alla complessità, alla mutevolezza: “Ma io sono vasto! Contengo moltitudini!”, un manifesto di identità, un invito a non temere le proprie incoerenze.
In Oggi, non è successo niente celebra la normalità come un atto rivoluzionario, un antidoto alla frenesia contemporanea che ci vuole sempre performanti, sempre in movimento. E in Tu non sei rotto affronta il tema della sofferenza con una delicatezza che disarma: “Hai un’anima pesante intrappolata in un corpo che si agita per restare a galla…”. Non c’è pietismo, non c’è retorica: c’è la consapevolezza che il dolore non è un guasto tecnico, ma il risultato di un cammino. Tutta l’opera di Tigani oscilla tra la risata fragorosa e il silenzio meditativo, ma converge verso un’unica consapevolezza: l’umorismo serve a decodificare le bizzarrie di un popolo, la nonpoesia serve ad accettare le crepe dell’anima. Non c’è distanza tra l’autore che scherza sulla puntualità e quello che medita sulla stanchezza dell’esistenza. Sono due facce della stessa ricerca: trovare un senso nel disordine, un equilibrio nella contraddizione, un gesto d’amore nel caos quotidiano.
In fondo, il messaggio finale è semplice e potentissimo: tutta questa confusione, queste urla, queste vettovaglie regalate con insistenza, questi silenzi che pesano più delle parole, non sono altro che una forma primitiva e autentica di amore. Tigani infatti non ci insegna solo a sopravvivere ai calabresi — o a noi stessi — ma a riconoscere che dietro ogni iperbole e ogni paradosso batte un’identità che merita di essere vissuta, raccontata e, soprattutto, amata.
L’ospitalità, in Calabria, non è un gesto: è un ultimatum benevolo. Rifiutare un piatto è un atto di insubordinazione sociale, un affronto che può incrinare rapporti familiari più di un’eredità mal gestita. E per chi vive lontano, il legame con la terra si materializza nel mitico “Pacco da giù”: soppressate che potrebbero essere considerate armi improprie, chili di pasta “quella buona”, vasetti di conserve che sfidano le leggi del trasporto internazionale e bottiglie senza etichetta contenenti liquidi che oscillano pericolosamente tra limoncello e carburante agricolo.
Anche il tempo, in Calabria, ha una sua filosofia. “Alle 5” non è un orario, ma un concetto astratto: significa “inizia a prepararti alle 5:20, così non sembri uno che non ha niente da fare”. Il dialetto, poi, non è una lingua: è un’entità che ti possiede, ti cambia, ti sfugge mentre cerchi di decifrarlo. Non si impara: ti sceglie.
Ma accanto al Tigani che fa ridere, c’è un Tigani che si ferma, respira e guarda dentro. È quello della sua “nonpoesia”, un territorio di quiete dove le parole si fanno essenziali e la fragilità non è un difetto, ma una forma di resistenza. In Sono mille, ad esempio, rivendica il diritto alla contraddizione, alla complessità, alla mutevolezza: “Ma io sono vasto! Contengo moltitudini!”, un manifesto di identità, un invito a non temere le proprie incoerenze.
In Oggi, non è successo niente celebra la normalità come un atto rivoluzionario, un antidoto alla frenesia contemporanea che ci vuole sempre performanti, sempre in movimento. E in Tu non sei rotto affronta il tema della sofferenza con una delicatezza che disarma: “Hai un’anima pesante intrappolata in un corpo che si agita per restare a galla…”. Non c’è pietismo, non c’è retorica: c’è la consapevolezza che il dolore non è un guasto tecnico, ma il risultato di un cammino. Tutta l’opera di Tigani oscilla tra la risata fragorosa e il silenzio meditativo, ma converge verso un’unica consapevolezza: l’umorismo serve a decodificare le bizzarrie di un popolo, la nonpoesia serve ad accettare le crepe dell’anima. Non c’è distanza tra l’autore che scherza sulla puntualità e quello che medita sulla stanchezza dell’esistenza. Sono due facce della stessa ricerca: trovare un senso nel disordine, un equilibrio nella contraddizione, un gesto d’amore nel caos quotidiano.
In fondo, il messaggio finale è semplice e potentissimo: tutta questa confusione, queste urla, queste vettovaglie regalate con insistenza, questi silenzi che pesano più delle parole, non sono altro che una forma primitiva e autentica di amore. Tigani infatti non ci insegna solo a sopravvivere ai calabresi — o a noi stessi — ma a riconoscere che dietro ogni iperbole e ogni paradosso batte un’identità che merita di essere vissuta, raccontata e, soprattutto, amata.
Bruno Demasi
Bibliografia essenziale:
S. Tigani, Dal diario di Saso: Come sopravvivere ai Calabresi, CreateSpace Independent Publishing Platform, 2016.
S. Tigani, Sono mille (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..
S. Tigani, Tu non sei rotto (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..
S. Tigani, Oggi, non è successo niente (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..
S. Tigani, Sono mille (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..
S. Tigani, Tu non sei rotto (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..
S. Tigani, Oggi, non è successo niente (estratto), dal blog personale salvatoretigani.it..