venerdì 27 febbraio 2026

I NORMANNI A OPPIDUM: la caduta della roccaforte bizantina delle Saline. ( di Bruno Demasi )

Storia di una conquista che cambiò l’Aspromonte tirrenico


    Chi oggi sale verso Oppido Vecchio, tra gli ulivi e le pietre che affiorano come vertebre di un animale antico, non immagina che quel crinale, mille anni fa, fosse una frontiera viva. Da un lato, l’altura di Hagia Agathé, l’Oppidum bizantino, con le sue case abbarbicate alla rocca, il suono delle campane greche, il fumo dei focolari che saliva verso il cielo dell’Aspromonte. Dall’altro, appena oltre il costone che domina il bacino del Metauro –Marro – (Petrace), i Normanni, già stanziati nella Piana di San Martino, potevano osservare agevolmente  dall’alto il cuore della tourma delle Saline, uno dei distretti più ricchi e strategici dell’intera Calabria imperiale.

   Era un confronto silenzioso, fatto di sguardi da un versante all’altro. Bastava affacciarsi su quel costone per capire tutto: la tourma bizantina delle Saline era un mosaico di campi, vigne, depositi alluvionali di sale, casali; le vie che risalivano verso Oppidum erano arterie vitali; e la roccaforte bizantina, lassù, sembrava un pugno chiuso che non voleva aprirsi. Come scriveva Tucidide, parlando di città poste su alture contese, “la geografia è spesso la prima forma di politica”(1). E Oppidum, in questo senso, era politica allo stato puro.

    La tourma delle Saline: un distretto ricco, complesso, mediterraneo. Un territorio che univa mare, pianura e montagna, perché la Calabria bizantina era organizzata in tourmai, distretti militari e fiscali che garantivano all’Impero il controllo del territorio. La tourma delle Saline era una delle più prospere, e non solo per la presenza delle saline che le davano il nome. Il suo territorio si estendeva dalla costa tirrenica tra Palmi e Rosarno, alle vallate del  bacino del Metauro, del Marro e del Petrace, fino ai casali interni che risalivano verso Oppidum. Un territorio multiforme, capace di produrre ricchezza in ogni fascia altimetrica: il sale, bene strategico e monopolio imperiale; il vino e l’olio, già apprezzati in età romana; il legname e il carbone delle foreste aspromontane; i cereali e la frutta; l’artigianato e il commercio, grazie alla presenza di comunità greche, latine ed ebraiche. Una descrizione che ricorda da vicino la Calabria policentrica evocata da Procopio di Cesarea, quando parla di “terre fertili, monti ricchi di boschi e città ben difese”(2).

   Hagia Agathé, l’Oppidum medievale, era stata fondata in epoca bizantina su un’altura più  circoscritta e difendibile. La scelta non era casuale: serviva a proteggere l’amministrazione della tourma e a controllare le vie interne che collegavano la costa all’altopiano bruzio. Oppidum ospitava il comando militare del distretto; la fiscalità imperiale (tasse su saline, vigne, boschi, transiti); un clero greco radicato e influente; una popolazione mista, abituata a vivere in un contesto di frontiera. Era, in altre parole, un baluardo dell’Impero, un punto di resistenza e di identità greco-bizantina in un territorio sempre più esposto alle pressioni esterne.

    Ma già negli anni 1050–1060, gruppi normanni si erano stabilmente insediati nella Piana di San Martino, un altopiano che domina dall’alto il bacino Metauro–Marro – (Petrace). Da quel punto di osservazione, il territorio di Oppidum era perfettamente visibile: un obiettivo naturale, un ostacolo politico e militare, un simbolo della resistenza imperiale. Come osserva De Sensi Sestito: “I presidi dell’interno costituivano gli ultimi bastioni della presenza bizantina e i Normanni li considerarono prioritari nella loro strategia di conquista.”(3).  La geografia, in questo caso, era destino. I Normanni vedevano Oppidum ogni giorno: bastava affacciarsi da quel ciglio della” Piana di San Martino” per scorgere a relativa lontananza le pertinenze della rocca bizantina, come un faro ostile che continuava a brillare.

   Le fonti – Malaterra, Amato di Montecassino, Skylitzes - descrivono con precisione la metodologia normanna nella presa dei centri bizantini: accerchiamento delle alture fortificate; taglio dei collegamenti con la pianura; pressione sulle scorte alimentari; negoziazioni con il clero greco e i notabili; garanzie di conservazione dei beni e delle principali consuetudini civili e religiose in cambio della resa. È lo schema applicato a Gerace nel 1059, dove – scrive Malaterra – gli abitanti “preferirono la resa all’assalto”(4).

   La topografia di Oppidum – un’altura, come si diceva, sufficientemente protetta e scoscesa, cinta da mura – rende improbabile un assalto diretto. Più verosimile dunque un assedio breve, con blocco delle vie verso la Piana; pressione sulle scorte; trattative con il clero basiliano; resa negoziata. E la resa avvenne senza scampo e  fu sicuramente accompagnata da patti di salvaguardia: mantenimento dei riti greci; conferma dei beni ai capifamiglia; protezione dei monasteri. In proposito Rocco Liberti chiarisce opportunamente: «A lungo ed erroneamente si è ritenuto che la diocesi di rito greco di Oppido fosse stata una creatura dei Normanni […]. C’è stato peraltro qualcuno che ha arguito che detta abbia avuto il via da un disegno dei Normanni, i quali intendevano tacitare l’elemento greco, che veniva man mano penalizzato dalla latinizzazione di tante altre da essi operata largamente. Si era veramente rasentato l’assurdo! A così false e illogiche conclusioni ha posto un sigillo il Guillou, che nel 1972 ha pubblicato un fascio di pergamene greche coeve all’istituzione.»(5).

    La dinamica della conquista di Oppidum senza colpo ferire da parte del comando normanno ricorda, per certi versi, la resa di Bari nel 1071, quando – secondo Amato di Montecassino – “la città preferì affidarsi alla clemenza dei conquistatori piuttosto che alla durezza della fame”(6). 

  La dominazione normanna (ca. 1060–1194) di Hagia Agathé, che tornò presto a chiamarsi soltanto “Oppidum” comportò invece sicuramente la ristrutturazione feudale del territorio, la centralizzazione fiscale secondo il modello ruggeriano; un presidio militare stabile nella rocca. La città in altri termini divenne decisamente presto e in modo evidentissimo un castrum strategico, come attestano i diplomi di Ruggero I e Ruggero II(7). La conquista accelerò anche la sostituzione delle élites greco-bizantine e la , diffusione del diritto feudale, ma quella che era stata la potente tourma delle Saline, governata con lungimiranza e pugno di ferro dai vescovi bizantini, come del resto l’interra Calabria, rimase un mosaico: lingua greca ancora viva; monasteri basiliani attivi; tradizioni giuridiche miste. Un quadro che ricorda la Sicilia normanna descritta da Ibn Ḥawqal, dove “ogni popolo conserva la sua lingua, ma tutti obbediscono allo stesso sovrano”(8).

  Sicuramente i Normanni sfruttarono abilmente  la ricchezza di quello che era stato l’ampio territorio di pertinenza dell’antica città aspromontana di Hagia Agathé-Oppidum: tassarono saline, vigne, boschi; incentivarono la cerealicoltura; controllarono i traffici tra costa e montagna. L'orgogliosa città aspromontana divenne un centro di raccolta fiscale e un presidio delle vie interne, ma la conquista non cancellò il passato bizantino: lo inglobò. Oppidum rimase bizantina nella memoria e nella religione; normanna nelle istituzioni; mediterranea nei commerci, in definitiva un luogo dove ogni epoca ha scritto la propria civiltà senza cancellare del tutto quella precedente e dove la storia non si sovrascrive, ma si stratifica.

Bruno Demasi

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1) Tucidide, Storie, I, 22. 
2) Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, I, 15. 
3) G. De Sensi Sestito, La Calabria bizantina, Soveria Mannelli 2001, pp. 201–215. 
4) Goffredo Malaterra, De rebus gestis Rogerii
, II, 12–15. 
5) Rocco Liberti: “La diocesi dell’antica Oppido”, in L’Alba della Piana, Anno XIII, n. 1, settembre 2022 
6) Amato di Montecassino, Historia Normannorum, ed. Carozzi, Paris 1997, p.149. 
7) Codice Diplomatico Normanno, voll. I–III; H. Houben , Ruggero II di Sicilia, Bologna 1999, passim. 
8) Ibn Ḥawqal, Ṣūrat al-Arḍ, trad. italiana in M. Amari, Biblioteca Arabo-Sicula, Torino 1880, passim.