martedì 10 febbraio 2026

GIORNATA DEL RICORDO: il contributo calabrese allo studio del dramma delle foibe (di Bruno Demasi)

   La memoria collettiva non si costruisce solo nei luoghi in cui gli eventi si sono consumati, ma anche nei territori che, pur lontani geograficamente, scelgono di interrogarsi sul loro significato storico e civile. In questa prospettiva, la Giornata del Ricordo, celebrata il 10 febbraio, riguarda l’intero Paese. Le foibe e l’esodo giuliano-dalmata non sono una vicenda periferica, ma una delle fratture più dolorose e complesse della storia italiana del Novecento, a lungo rimosse e solo tardivamente riconosciute nel dibattito pubblico.  La Calabria, pur estranea sul piano geografico agli eccidi del confine orientale, non è estranea alla responsabilità del ricordo. Come altre regioni del Mezzogiorno, è chiamata a confrontarsi con una storia che investe la nazione nel suo insieme e che impone una riflessione sul rapporto tra violenza politica, nazionalismi e transizioni postbelliche.

    Le uccisioni legate alle foibe e le persecuzioni contro la popolazione italiana dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia si collocarono nel contesto drammatico della dissoluzione dell’ordine europeo tra il 1943 e il 1947. Furono il prodotto di fattori molteplici: tensioni etniche e nazionali di lunga durata, politiche di snazionalizzazione del periodo fascista, guerra, occupazioni militari e il progetto jugoslavo di ridefinizione dei confini. Ridurre le foibe a una spiegazione univoca significa perdere la complessità di una violenza che fu insieme politica, nazionale e sociale. 

  Anche la Calabria fu indirettamente coinvolta nelle conseguenze di quella tragedia. Nel secondo dopoguerra alcune famiglie dell’esodo giuliano-dalmata raggiunsero il Sud, inserendosi in territori segnati dalla povertà e dalla ricostruzione. Fu spesso un’accoglienza silenziosa, fondata sulla solidarietà quotidiana più che su strutture istituzionali, che rappresenta oggi una pagina poco indagata della storia dell’esodo.  Negli ultimi anni, il contributo calabrese alla memoria delle foibe si è espresso soprattutto sul piano culturale ed educativo. Iniziative istituzionali, attività scolastiche e interventi pubblicistici hanno cercato di sottrarre il tema alla contrapposizione ideologica, restituendogli una dimensione storica e umana. In questo quadro si colloca anche la riflessione storiografica prodotta o promossa in ambito calabrese. 

  Un contributo significativo è rappresentato dai due  volumi  di Giuseppina Mellace: Le foibe (LEG Edizioni) e Le donne e l'esodo giuliano-dalmata (Mursia), quest'ultimo uscito in libreria proprio in questi giorni. Mellace, storica e saggista, opera attivamente nell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC) e da anni si occupa di temi connessi alla memoria del Novecento, alle violenze di confine e alla storia dell’esodo giuliano-dalmata, con un’attenzione costante alla dimensione civile della ricerca storica. In questi studi, l’autrice ricolloca la tragedia delle foibe in una prospettiva di lungo periodo, evitando letture episodiche o riduttive. Le violenze del 1943 e del 1945 emergono come l’esito di una stratificazione di conflitti, paure e radicalizzazioni, più che come eventi improvvisi e incomprensibili.

    Particolare rilievo assume l’attenzione alle vittime nella loro dimensione individuale. Mellace insiste sul fatto che gli infoibati furono a lungo privati non solo della vita, ma  anche del diritto al ricordo, inghiottiti da un silenzio pubblico che ha agito come una seconda cancellazione.

  In un passaggio significativo, l’autrice ricorda come la violenza colpì «inermi, colpevoli solo di appartenere a una comunità travolta dalla storia», richiamando la necessità di restituire nomi, volti e contesti a persone spesso ridotte a simboli astratti. Di particolare interesse è lo spazio dedicato alle donne, frequentemente marginalizzate nella narrazione delle foibe: donne infoibate, deportate, violentate, ma anche donne sopravvissute, chiamate a sostenere il peso dello sradicamento e della ricostruzione durante l’esodo. Questa attenzione consente di cogliere la portata sociale e umana della tragedia oltre la dimensione politico-militare. 

  Dal punto di vista metodologico, Le foibe  e  Le donne e l'esodo giuliano - dalmata non si presentano come  studi archivistico specialistici, ma come opere di sintesi che intrecciano analisi storica e narrazione. Il linguaggio è accessibile, ma attento a evitare semplificazioni. Mellace richiama più volte il rischio di trasformare la memoria delle foibe in terreno di scontro identitario, ricordando che la funzione della storia è comprendere e spiegare, non alimentare nuove contrapposizioni.

    I due studi di Giuseppina Mellace si inseriscono  così  a testa alta nel notevole contributo che anche la Calabria offre alla costruzione di una memoria nazionale condivisa: una memoria che non nasce solo nei luoghi della violenza, ma anche in quelli che scelgono di interrogarsi criticamente sul passato. Ricordare le foibee l'esodo giuliano-dalmata oggi significa riconoscere che il dolore della storia non conosce confini regionali e che anche da territori lontani dal confine orientale può venire un apporto serio e responsabile alla coscienza civile del Paese.

                                                                              Bruno Demasi