Quando il Carnevale induceva a pensare e la farsa si faceva Storia…
La sua non è stata una vita dedicata esclusivamente alle lettere, ma un’esistenza radicata nel lavoro: bracciante agricolo e capo operaio forestale, Coniglio ha vissuto sulla propria pelle la fatica dei boschi e dei campi. Questa esperienza biografica si è tradotta in una produzione poetica e drammaturgica dove il dialetto pazzanese non è un semplice vezzo vernacolare, ma uno strumento di analisi sociale carico di ritmo, fiero e profondamente legato all’identità comunitaria. Il nucleo della sua opera è la terra, intesa come spazio fisico di sudore e come perimetro emotivo. Come osservato dalla critica, il suo pensiero rimane saldamente legato alla realtà dura e quotidiana [1]. Attraverso le sue raccolte principali — Calabria contadina (1973), Quattru chjacchjari e ddui arrisi (1984) e A terra mia (1998) — il poeta documenta l'adesione totale alla cultura materiale della Calabria interna.
In queste opere, come osserva Pasquino Crupi (2), il dialetto diventa una "lingua letteraria" capace di fissare per sempre proverbi, suoni e modi di vivere che altrimenti andrebbero perduti. La sua poesia si muove su quattro pilastri fondamentali: il radicamento nel lavoro, la funzione della festa come momento di coesione, la memoria delle tradizioni orali e, soprattutto, una sferzante satira sociale.
L'opera di Coniglio trova la sua massima espressione pubblica nelle farse carnevalesche, un genere che affonda le radici nel teatro popolare e nei rituali di rovesciamento del mondo. Per Coniglio, la farsa non è un semplice intrattenimento, ma una "piazza critica": il momento in cui la comunità, protetta dalla maschera e dal riso, può finalmente dire la verità al potere. In queste pièces, il dialetto assume una funzione quasi catartica. Coniglio non si limita a ritrarre i tipi fissi della tradizione (il servo, il padrone, il dottore), ma li cala nella realtà politica del suo tempo. La farsa diventa così il palcoscenico di una resistenza culturale dove la risata svela l'ipocrisia delle istituzioni e la fragilità delle gerarchie sociali. È un teatro povero di mezzi ma ricchissimo di simboli, dove il ritmo dei versi ricalca il battito della vita del paese. L'opera emblematica di questa visione è senza dubbio ’A fabbrica de vuoti, dove il titolo stesso si fa metafora di una politica costruita sul nulla, sulle promesse mai mantenute e sul parassitismo:
“Esta a fabbrica de vuoti
chi producia l’inflaziuoni
pecchì ogunu assicuratu
e na certa protezioni
s’acquisiscia lu dirittu…
…Simu ‘nta democrazia!…
ca si no cangia barritta …
…tutti quanti hannu ragioni
e i cchiù furbi senza scrupuli
fannu sempi li patroni.”
chi producia l’inflaziuoni
pecchì ogunu assicuratu
e na certa protezioni
s’acquisiscia lu dirittu…
…Simu ‘nta democrazia!…
ca si no cangia barritta …
…tutti quanti hannu ragioni
e i cchiù furbi senza scrupuli
fannu sempi li patroni.”
Il poeta non risparmia nessuno: dalla burocrazia inefficiente, con l'impiegato che attende solo il "ventisette" del mese ignorando chi soffre:
“U mpiegatu si nda futta,
basta u vena u ventisetta
a da facci a cu lamija
s’ava 'a pratica c’aspetta”,
basta u vena u ventisetta
a da facci a cu lamija
s’ava 'a pratica c’aspetta”,
fino alla critica verso un sistema dove il valore dell'individuo scompare di fronte allo scambio di voti (“Pecchì cca ‘nta Repubblica puru si unu on vala nenta / cunta ed è cunsideratu pe di vuoti che promenta”).
Nella farsa emerge anche una riflessione amara sull'ambizione vuota e sulla mediocrità che occupa i posti di comando. Coniglio osserva con sarcasmo come in ogni angolo si trovino "certi testiciuni e ca…vulu chi si fannu ammagistrati", criticando chi aspira a ruoli di responsabilità solo per potersi "scansare" meglio:
Nella farsa emerge anche una riflessione amara sull'ambizione vuota e sulla mediocrità che occupa i posti di comando. Coniglio osserva con sarcasmo come in ogni angolo si trovino "certi testiciuni e ca…vulu chi si fannu ammagistrati", criticando chi aspira a ruoli di responsabilità solo per potersi "scansare" meglio:
“Cu esta c’avaria u si sarva pecchi on basta u criticara
si de posti responsabili ‘mbiatu cu si po’ scansara.”
si de posti responsabili ‘mbiatu cu si po’ scansara.”
L'analisi si chiude con una nota di amaro realismo sulla legalizzazione del "diritto di non far niente" e sull'apatia collettiva:
“O ni resta co gridamu: fessa ormai cu si ripenta
e de pue u legalizzamu u dirittu ‘e fara nenta.
Senza u jamu mu vidimu comu vena o cuomu fu
ca passamu tutti e ruolu e non si ‘nda parra cchiu.”
e de pue u legalizzamu u dirittu ‘e fara nenta.
Senza u jamu mu vidimu comu vena o cuomu fu
ca passamu tutti e ruolu e non si ‘nda parra cchiu.”
Giuseppe Coniglio non è un poeta folkloristico nel senso limitativo del termine; è un costruttore di coscienza. La sua grandezza risiede nell'aver saputo fondere l'esperienza contadina con una lingua poetica autentica, capace di passare dal lirismo di A terra mia — un inno al luogo di uomini, lavoro e memoria (3) — alla graffiante drammaturgia delle sue farse.In definitiva, Coniglio ci insegna che il dialetto e le forme teatrali popolari sono strumenti politici vivi, capaci di fotografare le contraddizioni di una società rurale e di denunciare le miserie morali di ogni tempo. La sua opera resta un archivio affettivo e critico, una voce che continua a parlare di una Calabria che non si piega, ma che sa guardarsi allo specchio con onestà e con il sorriso affilato della verità.
Bruno Demasi
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[1] Sharo Gambino, dalla Prefazione a G. Coniglio, Calabria contadina, Chiaravalle Centrale, Frama Sud, 1973. Gambino sottolinea come Coniglio sia un poeta in cui " il pensiero rimane saldamente legato alla terra, alla realtà dura e quotidiana della vita".
[2] Pasquino Crupi, Storia della letteratura calabrese, Vol. IV, Messina-Firenze, D'Anna, 1997, p. 137. Crupi riconosce a Coniglio il merito di aver saputo trasformare il dialetto in "materia poetica autentica", svincolandolo dai limiti del puro regionalismo.
[3] La raccolta A terra mia, Catanzaro, Pullano, 1998 (premiata nel 1996), è stata definita definita dalla presentazione critica come un «luogo di uomini, di lavoro, di memoria», sintesi perfetta del radicamento territoriale dell'Autore.