giovedì 12 febbraio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec.XIX: LOUIS SIMOND (1818). (di Rocco Liberti)

     Ecco un’altra tappa decisamente interessante nella rivisitazione che Rocco Liberti sta facendo dei “viaggiatori” che nell’Ottocento hanno descritto la Calabria affidandosi spesso a ciò che essi stessi vedevano di persona, ma non di rado anche ai luoghi comuni che fiorivano su questa terra. E’ un meticoloso lavoro di scavo documentale col quale l’Autore riporta alla luce testimonianze spesso trascurate dalla storiografia ufficiale. Stavolta vengono presi in considerazione Louis Simond e il suo viaggio in Sicilia e in Calabria del 1818, che diventa quasi una piccola odissea tra bonacce e timori, culminando in una sosta forzata vicino Policastro. Qui l'apparizione di vecchi moschetti per difendersi dai "briganti" riporta il lettore nell'atmosfera tipica della letteratura di viaggio nel Sud Italia, dove la bellezza sublime del paesaggio convive costantemente con l'imprevisto e il senso di pericolo. Lo scritto, come sempre avvincente, di Liberti non solo ricostruisce una tappa storica, ma restituisce l'emozione e le contraddizioni di un'epoca in cui viaggiare era ancora una vera e propria avventura.(Bruno Demasi)

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  Louis Simond (1767-1831), letterato francese di religione protestante, trasferitosi a Ginevra, si è qui naturalizzato. Ha compiuto viaggi nel Nord-America, in Inghilterra e nella stessa Svizzera e scritto in merito. Nel 1818 è stato in escursione per quasi un mese in Sicilia e ne ha offerto le singole fasi nel secondo tomo dell’opera “Voyage en Italie et en Sicile”, pubblicata a Parigi nel 1828 da A. Sautelet et Compagnie[1].

    Preso posto sul battello “Leone”, il 24 aprile arrivava a Palermo e il 17 maggio raggiungeva Messina. Questa la descrizione del sito della città che si specchia sull’omonimo Stretto: «Un promontorio di rocce di sabbia, che si avanza in semicerchio, forma una rada profonda e ampia, pure tranquilla a dispetto di Cariddi e di Scilla; le case orlano questo bel bacino, hanno l’aria di edifici rasati al primo piano, al disopra del quale appaiono colonne e pilastri troncati»[2]. Nel centro siciliano è rimasto pochi giorni. Già la sera di lunedì 25 s’imbarcava sulla feluca La Madonna, inviata appositamente onde trasferire lui e gli altri a Napoli con un costo di cento ducati, somma che equivaleva a 10 luigi. Si trattava di una nave pontata, lunga 39 piedi e larga 9, che godeva di largo spazio sotto il ponte per consentire agli occupanti di trascinarvisi a quattro piedi, a fine di distendersi sui fidi materassi.

    Bello il racconto della partenza: «Il sole si coricava in tutto il suo splendore, dietro le montagne della Sicilia, mentre la luna brillava già dal lato opposto del firmamento. Una leggera brezza del mezzogiorno gonfiava le nostre vele, e tutto sembrava promettere una traversata veloce e felice. Una sorta di ebollizione delle acque, che nello stesso tempo presentavano certi spazi uniti come se fossero stati coperti di olio, ci hanno annunziato subito che eravamo tra Cariddi e Scilla, due scogli, di cui l’uno davanti a noi sulla costa della Calabria, e l’altro, il suo antico compagno Scilla, dietro sulla costa della Sicilia[3]. In alcune fasi della marea (perché esistono delle maree nel Mediterraneo), le correnti opposte, venendo a incontrarsi con violenza in questo stretto canale, formano dei turbini o vortici d’acqua che non sono senza danno; ma in qualsiasi altro momento questo passaggio è perfettamente sicuro, e non avremmo niente notato di straordinario alla superficie del mare se noi non fossimo stati preparati in anticipo»[4].

    Purtroppo, i marinai, usciti da Messina, invece di dirigersi direttamente a Napoli, durante la notte hanno preferito costeggiare la Calabria. Erano otto marinai con in più il padrone, quando una nave americana di 300 tonnellate di stazza - dice Simond - spesso non ne ospitava un numero superiore. Era gente davvero sprovveduta che non possedeva né bussola né carte e allorché dai viaggiatori è stata stesa sul ponte una bella carta di Orgiazzi[5], tutti vi si sono affollati intorno. Ma si rivelava tutto inutile, perché, per quanto cercassero prontamente i vari punti della costa, che pur conoscevano bene, non veniva loro in mente di proseguire altrimenti che non lungo la riva. Alla seconda nottata col vento ritornato al nord, che mandava frescura, i passeggeri si sono visti «stravaccati in una specie di baia presso Policastro». L’equipaggio è stato costretto a gettarvi l’ancora per sfuggire al pericolo di restare incagliati. Si presentava una situazione non gradevole, soprattutto quando i turisti hanno notato che si estraevano da una cassa sette vecchi moschetti, che, dopo una pulizia, venivano caricati e sistemati attorno all’albero «per servirsene in caso di attacco da parte dei briganti calabresi o napoletani». Era questo dei briganti calabresi un ritornello che riappariva sovente nelle tematiche dei viaggi al sud. Ulteriore intoppo ha riguardato successivamente un ancoraggio a capo Licosa, dopodiché la navigazione verso Napoli ha potuto riprendere in pieno[6].

Rocco Liberti
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[1] Di Matteo, Viaggiatori stranieri …, III, pp. 147-150. 
[2] Simond, Voyage en Italie …, p. 267, trad. dal francese. 
[3] Com’è chiaro, l’autore qui commette un marchiano errore, che potrebbe però essere imputabile a una mera disattenzione. 
[4] Simond, Voyage en Italie …, pp. 294-295. 
[5] Alex Orgiazzi, impiegato del Deposito di Guerra a Parigi, appena due anni prima, nel 1816, aveva approntato una rielaborazione della nota carta del Rizzi Zannoni. 
[6] Simond, Voyage en Italie …, p. 295.