C’è un silenzio, in Calabria, che non è mai solo assenza di suono, ma una forma densa e stratificata di omissione civile e storica. È il silenzio di un vuoto che oggi si tenta di colmare con un termine seducente: "restanza". Sebbene questo neologismo, caro alla sensibilità di intellettuali come Vito Teti, abbia avuto il merito di offrire un tetto semantico a chi ha deciso di non recidere le radici, si sente spesso l’urgenza di scrostare da questa parola la patina di romanticismo che ha assunto al di là degli intenti di chi l’ha coniata e che rischia di trasformarla in un teorema dell’immobilismo. Per chi cerca il sacro nel quotidiano la cultura, come la poesia, non può essere un ornamento sterile, ma anche un bisturi che incida i bubboni sociali vecchi e nuovi. E la banale verità che emerge è che il "restare", in questa terra, raramente è il frutto di un’elezione dello spirito, facendosi invece sintomo di una costrizione esistenziale che non lascia scampo.
Dobbiamo avere il coraggio quasi iconoclasta di chiederci se la restanza non stia diventando l’alibi intellettuale per un’accettazione rassegnata del declino. Quando la permanenza tra le pietre dei padri cessa di essere una possibilità tra le molte e diventa l’unica strada percorribile — per mancanza di mezzi, per doveri filiali che diventano catene, o per l’estinzione di ogni alternativa — essa smette di essere una virtù etica per farsi destino subìto. C’è una sottile crudeltà nel chiedere a un popolo di farsi "custode delle macerie" in cambio di una medaglia poetica, mentre il diritto alla contemporaneità viene eroso. Elevare a scelta eroica ciò che è spesso una prigionia sociale significa compiere un’operazione di chirurgia estetica sulla sofferenza.
Questa tensione metafisica tra il luogo e la sua negazione trova una voce davvero nuova e scarnificata in Goffredo Plastino. In lui, il territorio non è un idillio da cartolina, ma lo spazio di un’attesa che si fa sostanza, denuncia, messaggio. Plastino ci avverte che il tempo calabrese ha una gravità differente, una forza che tende a schiacciare il pensiero contro la roccia se non interviene una nuova consapevolezza che il restare è frutto di sinergie nuove e non di scelte solo personali e nei suoi versi la restanza perde ogni atteggiamento intellettuale: non è più un filosofare sul muretto a secco, ma la percezione fisica di uno sfinimento dei materiali umani e urbani.
"Qui dove il tempo non ha più orologio,
ma solo il battito lento della pietra,
restare è un esercizio di sfinimento
tra strade che portano solo a se stesse." (1)
ma solo il battito lento della pietra,
restare è un esercizio di sfinimento
tra strade che portano solo a se stesse." (1)
Parallelamente, dobbiamo smascherare l'altro lato dello strappo: la partenza. In Calabria, l'emigrazione non abita quasi mai lo spazio del desiderio o dell'ambizione esplorativa. È, al contrario, un’estirpazione.
Chi parte non cerca il mondo; cerca di sottrarsi a una morte civile. Come scrive Dante Maffia, la cui poesia è un perenne pendolarismo tra l'arcaico e il moderno: il calabrese che si allontana vive una forma di sdoppiamento atroce. La sua non è una partenza, ma una "presenza nell'assenza" che logora chi va e chi rimane esattamente nella stessa misura::
"Siamo rimasti in pochi a fare la guardia
a queste pietre che non dicono niente,
a questo cielo che si è stancato di guardarci."(2)
a queste pietre che non dicono niente,
a questo cielo che si è stancato di guardarci."(2)
Maffia qui denuncia il fallimento della custodia: che senso ha restare se il luogo stesso ha smesso di parlare, se il cielo è diventato indifferente al nostro presidio? La critica deve allora farsi serrata, quasi brutale, per non scivolare nel consolatorio. Non possiamo permettere che la narrazione del "rimanere" assolva un sistema politico e sociale che ha reso la partenza l’unico strumento di sopravvivenza. Esiste un rischio reale di estetizzare la privazione, trasformando la solitudine dei borghi in una sorta di ascesi spirituale "alla moda", utile a incantare lo sguardo del turista colto ma tragicamente sterile per chi quella solitudine la abita tra ospedali chiusi e scuole che crollano.
È la voce di Daniel Cundari, con la sua rabbia lucida e il suo verso che mastica polvere, a riportarci brutalmente a un presente dominato da forze retrive e tenaci che impediuscono ogni serio tentativo di rinascita . In lui, la nostalgia è un vizio da estirpare per far posto a una nuova consapevolezza non solo delle proprie origini e della propria condizioine arcaica, ma soprattutto della vocazione del territorio e del contesto attuale di vita. In Cundari, il sacro non è più nel rito antico, ma nella violenza del risveglio. La sua poesia ci dice che non c’è bellezza nell'abbandono se non c’è la libertà di opporvisi.
È la voce di Daniel Cundari, con la sua rabbia lucida e il suo verso che mastica polvere, a riportarci brutalmente a un presente dominato da forze retrive e tenaci che impediuscono ogni serio tentativo di rinascita . In lui, la nostalgia è un vizio da estirpare per far posto a una nuova consapevolezza non solo delle proprie origini e della propria condizioine arcaica, ma soprattutto della vocazione del territorio e del contesto attuale di vita. In Cundari, il sacro non è più nel rito antico, ma nella violenza del risveglio. La sua poesia ci dice che non c’è bellezza nell'abbandono se non c’è la libertà di opporvisi.
"Sputo su questa nostalgia di cartone,
su chi resta a farsi cenere
e su chi parte con la valigia piena di rabbia.
Siamo la terra che mangia i suoi fiori
su chi resta a farsi cenere
e su chi parte con la valigia piena di rabbia.
Siamo la terra che mangia i suoi fiori
prima che sboccino." (3)
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Come ci ha insegnato Pasquino Crupi, che ritengo il vero antesignano delle voci taglienti di protesta di questi tre poeti, la letteratura calabrese non è un catalogo di bellezze locali, ma la cronaca di una "nazione interrotta", dove ogni verso è un documento di resistenza o di resa [4] perché forse la vera fedeltà alla Calabria non risiede nel restare fisicamente a presidiare un museo a cielo aperto, né nel partire cercando di dimenticare il proprio sangue. Risiede nello smascherare l’inganno di questa dicotomia. Solo liberando il "restare" dalla sua aura di martirio involontario e il "partire" dalla sua etichetta di tradimento, potremo tornare a parlare di questa terra come di un luogo dove il Verbo può ancora farsi carne, e non solo lapide. Abbiamo bisogno di una poesia che non sia carezza, ma piccone: che scavi oltre la retorica per restituirci la possibilità di essere umani, qui e ora, per scelta e non per inerzia.
Come ci ha insegnato Pasquino Crupi, che ritengo il vero antesignano delle voci taglienti di protesta di questi tre poeti, la letteratura calabrese non è un catalogo di bellezze locali, ma la cronaca di una "nazione interrotta", dove ogni verso è un documento di resistenza o di resa [4] perché forse la vera fedeltà alla Calabria non risiede nel restare fisicamente a presidiare un museo a cielo aperto, né nel partire cercando di dimenticare il proprio sangue. Risiede nello smascherare l’inganno di questa dicotomia. Solo liberando il "restare" dalla sua aura di martirio involontario e il "partire" dalla sua etichetta di tradimento, potremo tornare a parlare di questa terra come di un luogo dove il Verbo può ancora farsi carne, e non solo lapide. Abbiamo bisogno di una poesia che non sia carezza, ma piccone: che scavi oltre la retorica per restituirci la possibilità di essere umani, qui e ora, per scelta e non per inerzia.
La “ vera” poesia calabrese contemporanea possiede il potere unico di scardinare l'immaginario della rassegnazione prima ancora che la realtà materiale si trasformi, non può più permettersi il lusso di essere un esercizio di ripiego su se stessi o un pianto rituale sulle rovine; essa deve farsi cantiere civile.Il poeta, oggi, non è colui che descrive il borgo che muore, ma colui che, attraverso la parola, rivendica il diritto a un'esistenza che non sia né esilio né clausura. La rinascita che auspichiamo non passerà per una sterile rievocazione delle glorie magnogreche, né per la rincorsa affannosa a una modernità che ci vuole tutti omologati e sradicati. Passerà, invece, per una riconquista della Parola come strumento di verità: una verità che sappia dire "no" alla restanza come condanna e "no" alla partenza come unica via di salvezza.
Dobbiamo abitare la nostra terra con uno sguardo nuovo, capace di vedere sotto la polvere dell'abbandono le fondamenta di una polis possibile. La letteratura deve smettere di essere lo specchio del nostro malessere per diventare la mappa della nostra liberazione. Perché se è vero che la pietra calabrese è dura e spesso sorda, è altrettanto vero che solo chi conosce il peso di quella pietra può trovare la forza per spostarla e liberare, finalmente, il futuro che vi è rimasto schiacciato sotto.Solo allora potremo dire di aver abitato davvero questa terra: non come fantasmi che si aggirano tra le ombre del passato, ma come uomini e donne che hanno fatto della parola vissuta il primo mattone di una nuova, autentica casa comune.
Dobbiamo abitare la nostra terra con uno sguardo nuovo, capace di vedere sotto la polvere dell'abbandono le fondamenta di una polis possibile. La letteratura deve smettere di essere lo specchio del nostro malessere per diventare la mappa della nostra liberazione. Perché se è vero che la pietra calabrese è dura e spesso sorda, è altrettanto vero che solo chi conosce il peso di quella pietra può trovare la forza per spostarla e liberare, finalmente, il futuro che vi è rimasto schiacciato sotto.Solo allora potremo dire di aver abitato davvero questa terra: non come fantasmi che si aggirano tra le ombre del passato, ma come uomini e donne che hanno fatto della parola vissuta il primo mattone di una nuova, autentica casa comune.
Bruno Demasi
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[1] G. Plastino, Il tempo e la pietra, Rubbettino, 2008. Plastino indaga la persistenza dell'arcaico non come valore rassicurante, ma come peso ontologico che condiziona il divenire.
[2] D. Maffia, Il poeta e la sua terra, in Tutte le poesie, Vol. II, Ensemble, 2019. L'opera di Maffia è fondamentale per comprendere la "lingua del ritorno" e il dolore di chi non trova più il proprio volto nel paesaggio d'origine.
[3] D. Cundari, Istruzioni per l'uso della polvere, Pellegrini, 2018. Il "repentismo" di Cundari è una delle poche voci capaci di aggredire la realtà calabrese con un linguaggio che rifiuta ogni compiacimento estetico.
[4] P. Crupi, Storia della letteratura calabrese, Periferia, 1997. L'analisi di Crupi resta fondamentale per chiunque voglia leggere la poesia calabra come specchio di una condizione civile negata.