sabato 4 luglio 2020

L’INCREDIBILE VALLE DELL’EDEN (O DELLE SALINE) E LA διοίκησις DI OPPIDO


di Bruno Demasi

Lascia quasi sgomenti pensare quanto nei primi decenni dell’era cristiana una vallata fertilissima e benedetta da Dio, che si apre a ventaglio da Oriente ( creste dell’Aspromonte meridionale: dagli attuali piani di Zomaro a quelli di Carmelìa) e culmina a Occidente nell’odierno golfo di Gioia Tauro-Pietre Nere, disegnata lungo i secoli dal Metauro-Marro-Petrace possa essere stata importante per l’intero territorio calabrese, e non solo, quale punto di irradiazione di una civiltà cosmopolita custodita e alimentata per secoli. Se la guardiamo oggi, oppressa dalla nuova barbarie, invasa da sterpaglie e immondizie negli alvei delle fiumare e purtroppo anche nelle improbabili strade tracciate da ubriachi che la solcano, non possiamo che riderne con lacrime amare, ma se con gli occhi della storia cerchiamo di scrutarne la bellezza e il grandioso ruolo ricoperto per ben oltre un millennio prima della decadenza, lo sgomento e la rabbia aumentano. E fanno nascere la curiosità per un passato assolutamente da riscoprire davvero, e non solo per i siti sepolti e dimenticati delle cave del sale, da cui per secoli si trasse linfa economica e moneta di scambio. 
   Ma la dimensione più importante di questo paradiso naturale e orografico, ricchissimo di acque, vegetazione, guadi di ogni genere, depositi di minerali pregiatissimi, e, naturalmente, di moltissime miniere di salgemma che veniva trasportato fin sulla costa da tempi immemorabili per i commerci nel Tirreno è quella religiosa o, per meglio dire, religioso-amministrativa. E’ più che lecito ipotizzare infatti che solo appena dopo un cinquantennio dalla morte e resurrezione di Cristo l’inizio della predicazione del Vangelo in questa valle, parzialmente identificabile con la Tourma delle Saline in evo bizantino e oggi non in tutta la Piana di Gioia Tauro, come erroneamente si crede, ma soltanto nel comprensorio più meridionale della medesima, coincidente con il bacino dei fiumi di cui si è fatto cenno ed ampliabile al massimo in senso longitudinale dagli attuali “Piani della Corona” alla alla piana di San Martino e Radicena, come incerto limite settentrionale ( Cfr. B. Demasi: Ma la “Turma” o “Valle” delle Saline corrispondeva effettivamente all’attuale Piana di Gioia Tauro?” - 31 luglio 2012 ) e in senso trasversale dalle creste aspromontane fino al golfo ieri di Tauriana, oggi di Gioia Tauro.
    A portare il Vangelo nei villaggi e nelle sparute roccaforti di queste contrade erano probabilmente i discepoli dello stesso Paolo di Tarso, o comunque seguaci da lui direttamente formati e confermati nella fede dopo lo sbarco a Region, ad appena 50 Km di distanza ( F.Russo, “Storia dell’Archidiocesi di Reggio Calabria, I, p. 41 e ss.).Peraltro la predicazione e la diffusione della nuova religione non poteva che diffondersi proprio da qui, irradiandosi da queste terre in lingua greca, mentre probabilmente l’evangelizzazione della Calabria più settentrionale sarebbe giunta in un momento successivo da Nord e in lingua latina, come afferma lo stesso padre Russo (Ibidem). E’ comunque un dato acclarato che dagli albori ad almeno tutto il secondo secolo sia la predicazione sia la liturgia si espressero promiscuamente sia in greco che in latino, come afferma senza tema di smentita l’Enciclopedia Cattolica (XI – 1799) che, tra l’altro indica che nella città di Tauriana anche in epoca imperiale gli insediamenti erano costituiti da gruppi misti e di linguaggio greco e latino o, forse più correttamente, di parlate dialettali derivate dal del greco e del latino propriamente detti, senza contare la loro convivenza pacifica con l’elemento ebraico e con quello arabo che presto furono attratti da questo eden naturale e commerciale.

   Occorrerà arrivare presumibilmente al III secolo per registrare una relativa prevalenza del latino sul greco a livello di catechesi anche nel capoluogo religioso territoriale che senza dubbio era Tauriana. Lo indica con chiarezza la lapide custodita nel Museo Nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria, studiata e descritta da Salvatore Settis che attesta quale vescovo di Tauriana in epoca costantiniana tale Leucosio, nome di per sé greco, ma ormai latinizzato. D’altronde l’ esistenza inequivocabile di un vescovo già in epoca costantiniana non può che confermare quanto spesso si è detto in merito all’esistenza nella Valle del Metauro-Marro di una Chiesa giuridica non soltanto carismatica sia pure strutturata in modo essenziale e scarno secondo la piramide diaconi – presbiteri – vescovo di stretta derivazione dall’organizzazione ebraica e sinagogale che, come dicevo, presumibilmente era già presente, sia pure in modo rudimentale, nello stesso territorio, ( cfr. B. Demasi: “Il giallo di Mella o Mamerto: da uno pseudotoponimo alle ragioni storiche” in Hagiaagathe.blogspot.com – 24 agosto 2012) e comunque già ampiamente attestata nelle primigenie chiese di Antiochia e di Gerusalemme. Ai presbiteri, quasi tutti itineranti, era affidato il compito della predicazione e della somministrazione del battesimo ai catecumeni per mandato del vescovo. Una relativa stabilizzazione territoriale degli stessi presbiteri si poteva registrare via via che il numero dei credenti e dei battezzati cresceva imponendo cosi la loro presenza fissa sul territorio. 

    Dunque è lecito dunque supporre già dal II -III secolo, a livello amministrativo-religioso, l’esistenza nella Valle delle Saline di un’ organizzazione già sufficientemente definita che sarà messa a dura prova non solo da terremoti, inondazioni e rivalità intestine che non mancano mai, ma anche e soprattutto dalle incursioni barbariche frequenti, quale quella dei Longobardi nell’ultimo scorcio del VI secolo. Ulteriori notizie sul vescovado di Tauriana appaiono invece alquanto ripetitive e non sempre attendibili malgrado il lavorìo di ricostruzione di molti cronachisti , in ogni caso era questo il quadro generale della diffusione della fede cristiana nel territorio oggetto di considerazione e per moltissimo tempo non si ebbero ulteriori notizie o conferme , almeno fino al 1972, data nella quale si crea quasi improvvisamente uno spartiacque di studi decisamente dirompente. 

    Nessuno infatti si aspettava e nemmeno sospettava che quando Vito Capialbi studioso e nobile di Vibo Valentia rivelò di custodire nella propria biblioteca privata un rotolo pergamenaceo contenente, tra l’altro una serie di 47 atti notarili trascritti nella seconda facciata di un inventario patrimoniale della chiesa metropolita bizantina di Reggio Calabria , di cui 24 redatti in lingua greca agli inizi dell’XI secolo. Il successivo lavoro di decodifica effettuato da Andrè Guillou e pubbliato interamente nel 1972 dalla Biblioteca Apostolica Vaticana (“La theotokos de Hagia- Agathé (Oppido) 1050 -1064/65”) consentì di ricostruire un quadro sufficientemente chiaro e inoppugnabile della struttura amministrativa assunta dalla Chiesa nella Tourma (circoscrizione) delle Saline e nel suo entroterra in epoca parzialmente contemporanea e soprattutto successiva a quella dello stabilizzarsi della diocesi di Tauriana e del suo tutt’ora inspiegato crollo. 

   Nelle pergamene studiate e pubblicate Guillou dimostra che la diocesi di Oppido venne fondata dal Patriarcato di Costantinopoli tra il 1025 e il 1050 tant’è vero che – come risulta in uno dei documenti - già nel 1051 si presenta con il suo vescovo Nicola, la sua cattedrale, i suoi dignitari ecclesiastici, funzionari e notabili in genere puntigliosamente nominati negli atti redatti in forma solenne e trascritti secondo la pedante diataxis ( regolamento) in vigore. Dunque nella costituzione della neonata diocesi di Oppido i Normanni non c’entrano affatto anche se col passare del tempo essi l’accettano per calcolo politico. E’ da notare tuttavia che nel culmine della presenza normanna in Calabria, e specificamente di Ruggero il Normanno, che negli anni dal 1059 al 1063 si trovava sul territorio impegnato in operazioni militari di grande rilievo a causa delle quali spargeva il terrore anche nella Valle delle Salin, si deve registrare una lacuna nella serie cronologica di redazione degli atti notarili pubblicati dal Guillou. 

    Gli atti ci presentano il vescovo di Hagia Agathè amministratore di un territorio notevolmente ampio, comprendente una Tourma ( o Eparghia) detta delle Saline per il florido commercio di salgemma esistente in loco e per l’industria estrattiva dello stesso. La divisione amministrativa è quella tipica della dominazione bizantina nei suoi Temi o circoscrizioni ben codificate anche nella zona Meridionale della Penisola. Apparentemente la Tourma delle Saline, più volte citata nei document,i e l’Eparghia facente riferimento allo stesso territorio indicano il medesimo luogo geografico, ma così non è. In effetti l’Eparghia citata negli atti indica un territorio più ampio della Tourma, nella fattispecie tutto il bacino del Petrace odierno, ma anche quello del Mesima, vale a dire l’intera piana attuale di Gioia Tauro solcata dai due fiumi, mentre la Tourma, come già si spiegato ampiamente, indica di sicuro soltanto l’alveo orografico, più circoscritto, del Metauro-Marro , oggi Petrace, 

   La Tourma,nel pieno rispetto della divisione amministrativa dell’epoca, era suddivisa in Drungoi, banda e choria. Questi ultimi, spesso erano muniti di fortificazioni e torri di difesa (Pirgos) il più grande e importante dei quali era sito a Boutzanon, identificabile grosso modo con l’odierna Castellace, frazione di Oppido Mamertina. Gli altri choria, di cui si fa menzione negli atti, sono: Dapedàlbon (Pedavoli, oggi Delianuova); Sinopolis (Sinopoli Vecchio), Sicron (nelle vicinanze di Sinopoli Vecchio), Skidon (Scido);Tresilicco (Tresilico, borgata di Oppido); Kannabareia (Cannavareio), Lakoutzana , Avaria ( L’odierna Santa Georgia, frazione di Scido, popolarmente uindicata come Voriia); Friguriana , Roubiklon (l’odierna Lubrichi, attuale frazione di S.Cristina d’Aspromonte) ) Radikena ( Taurianova) e altri due choria di difficile identificazione. Oppidum, capoluogo della Tourma è costituito come kastron e astu (città munita di fortificazioni) ed è anche indicata in uno degli atti una “porta tou palaiou kastrou” cioè una porta (parola latina scritta in greco) dell’antico Kastron poi ricostruito.
    Il vescovo Nicola, amministratore assoluto dell’intera Tourma, viene fregiato di aggettivi bellissimi: Theofilèstatos kai àghios (Santo e carissimo a Dio), despòtes, Odeghetòs o aghiòtatos (maestro e santissimo).Gli atti greci rivelano con chiarezza la struttura di governo della Theotokos (la cattedrale, katolikè, del vescovo) dedicata alla Gran Madre di Dio. Essa ha un organico proprio di chierici (taxis tou klerou) formato da un Chimeliarca, un kanstrisios, un Primicerio, un Protopapas, vale a dire un dignitario in capo in grado di sostituire il vescovo in caso di assenza o impedimento , incaricato della delicata funzione di governo della katolikè. Dagli atti si evince che tutti i ministri del culto e i dignitari, secondo i protocolli bizantini, sono nominati dal vescovo che fa pervenire a ogni interessato la sua nomina ( éntalma sustàticon) e pretende dall’incaricato in pectore un atto di àsfaleia (assicurazione di adempimento). 

    Tutte le pergamene concernono generose donazioni al vescovo per devozione alla Gran Madre di Dio. Si tratta prevalentemente di fondi rustici: vigneti, uliveti, terreni montani, frutteti di vario genere, e in particolare querceti e castagneti. Si creava così una notevole concentrazione di fondi nelle mani del Vescovo che, in ultima analisi e in prospettiva andava a comprimere l’indipendenza dei piccoli o piccolissimi proprietari che non potevano competere con il vescovo sia per quanto concerne la produzione di beni agroalimentari sia per quanto concerne la loro commercializzazione sia pure circoscritta ai piccoli o piccolissimi orizzonti di ogni villaggio rurale.Nasceva insomma la prima vocazione al latifondo. I donatori erano fermamente convinti che ogni cespite di cui si disfacevano potesse aumentare i loro meriti e la loro possibilità di salvezza ultraterrena e donavano generosamente alla Theòtokos di Hagia Agathé, un abitato sufficientemente ampio e importante che, secondo il Guillou, i Bizantini ripopolarono ricostruendo una preesistente città fortificata (Oppidum) alla quale probabilmente diedero il nome illustre di Sant’Agata, città distrutta più volte dagli Arabi nei pressi di Reggio. Dunque Oppidum, il sito fortificato già esistente in epoca imperiale (lo testimonia la strada di accesso risalente allo stesso periodo scavata e ampiamente documentata dal Visonà) sarebbe diventato nell’epoca delle devastazioni arabe il rifugio interno e più settentrionale degli abitanti fuggitivi ed esuli dal centro fortificato di S.Agata , di cui aveva preso il nome e che i bizantini a loro volta nobilitarono ed elessero quale capoluogo di una Tourma tra le più ricche e felici delle loro dominazioni nella Calabria più meridionale.Un luogo eletto nel quale l’elemento arabo comibciò a convivere con quello ebraico e con quello bizantino. 

    Indubbiamente l’appellativo di Hagia Agathé ricevuto da Oppidum fu un fuoco di paglia che durò pochissimo, sia perché i suoi abitanti non furono mai pienamente convinti di questa denominazione, per cosi dire, imposta dall’alto, e continuarono a chiamare la città col suo nome originario sia perché, il sito fu riabitato almeno fino al grande terremoto del 1783 che lo distrusse. Singolare destino: lo stesso terremoto andò a spazzare completamente dalla geografia dei luoghi sia la città di Oppidum ( che sarà ricostruita più a nord) sia la città di S.Agata che non sarà più ricostruita. 

    Se è attendibile l’ipotesi del Guillou, che vede i Bizantini ricolonizzare la città dopo la distruzione di S.Agata e il suo trasferimento a Oppidum (VIII – IX secolo), occorrerebbe pensare che la diocesi oppidese sia stata istituita dai Bizantini in epoca relativamente lontana rispetto alla datazione del primo atto cronologico trascritto sulla pergamena(1044), presumibilmente nel X secolo, periodo in cui l’espandersi e lo strutturarsi della dominazione bizantina in questi luoghi, minacciata sulle coste dalle incursioni arabe e all’interno dalle pressioni normanne, aveva forte necessità di disporre di una roccaforte all’interno del golfo di Gioia Tauro, quale appunto poteva e doveva essere la Tourma delle Saline.Sta di fatto che la diocesi era nel massimo del suo splendore nell’epoca in cui si strutturarono in sede amministrativa gli effetti dello scisma d’Oriente ( 1050 – 60) e appariva costituita subito dopo la sparizione della diocesi di diocesi di Taureana caduta in rovina nell’ultimo scorcio del decimo secolo e mai più ricostruita. Hagia Hagathe era dunque , come lo era stata Tauriana, la custode del rito greco per la quale i Bizantini vollero fondarla dopo il crollo di Tauriana, quasi un avamposto contro l’invadenza della diocesi di Mileto istituita nel 1080, che era di rito latino, fedele ai Normanni e sede del conte Ruggiero, al cui assedio Oppidum sapeva opporsi valorosamente. Tale opposizione le consentì di mantenere il proprio rito greco intatto fino all’abolizione avvenuta qualche secolo dopo, ma non le consentì mai di accrescere il proprio territorio almeno fino al secolo scorso, quando nel 1978, con nuova denominazione di diocesi “Oppidensis-Palmarum” assunse un notevole numero di parrocchie originariamente appartenenti alla diocesi di Mileto.

Ma questa è un’altra storia…

sabato 27 giugno 2020

L’Ebraismo ortodosso a Reggio Calabria: MIRIAM JASKIEROWICZ ARMAN : IL CORAGGIO E LA MEMORIA


   Miriam Jaskierowicz Arman , ebrea ortodossa provvista di talento eclettico, è nata nella Germania del secondo dopoguerra da genitori già internati nei campi di sterminio tedeschi scampati miracolosamente alla morte, ed  è emigrata con la famiglia negli Stati Uniti nel 1962. È una donna cosmopolita: ha studiato in Europa e negli Stati Uniti, ma  ha vissuto e insegnato in Israele, Italia, Ungheria, Svizzera, Ucraina, Polonia, Romania, Russia, Slovenia, Messico. Tante le attività in cui ha profuso il suo talento: ha scritto e girato film, prodotto vari programmi televisivi e radiofonici negli Stati Uniti e in Europa. È stata produttrice per case di registrazione internazionali e ha pubblicato il best seller internazionale sulla tecnica vocale “The Voice; A Spiritual Approach to Singing, Speaking and Communicating”. È stata fondatrice della International Academy of Voice and Stage Inc., organizzazione no profit dedicata al Bel Canto e alla Tecnica del ‘Movimento Vocale del Giro’, (Giro Vocal Motion Technique e, in Israele, dell’International Institute of Voice Develepment. Tra le sue tante pubblicazioni, ricordiamo anche il libro “Soul Reflections, A Personal Odyssey in Poetry and Paintings”, con il cd allegato dedicato alle musiche originali composte dalla violoncellista Johanne Peron. Per le sua attività, è stata anche insignita del Premio Internazionale Virdimura contro il razzismo e l’antisemitismo.
   Miriam da qualche tempo vive a Reggio Calabria, dove, oltre a curare tutti gli altri suoi molteplici interessi, si dedica allo studio della voce interiore di ciascuno. La sua attenzione è centrata sulla parola, che nasce silenziosa nella mente, ma è al tempo stesso urgenza di manifestare il bisogno di esprimere sé stessi.
   Sta anche conducendo una missione originalissima: ripercorrere i luoghi in cui parecchi secoli fa gli Ebrei furono protagonisti della vita sociale e civile portando sempre con sè una Torah con un  permesso speciale  dei rabbini di Israele, quasi un pellegrinaggio , certamente un omaggio a un passato tormentato e duro, ma anche ricco di esaltanti risultati sul piano umano, religioso e culturale.
   Di seguito una sua  sincera testimonianza sulle ragioni che l’hanno fatta approdare a Reggio Calabria e a scegliere questa città bellissima e sfortuna come suo attuale rifugio .  (Bruno Demasi)




    Sono tre anni che sono qui, tre anni di una scelta che sembrava impossibile a tutti, ma una scelta che mi dà quella pace che ho sempre inseguito, quella felicità e le soddisfazioni che forse in nessun altro posto ho mai vissuto. Essere donna ebrea ortodossa, da sola a Reggio calabria , senza comunità, senza agganci...non mi ha spaventato né quando ci sono venuta per la prima volta né quando ci sono tornata. Ciò di cui ho bisogno per mantenere una casa totalmente Kasher (mehadrin) mi arriva dal Belgio, la carne Kasher da Roma, gli altri prodotti freschi li compro ovunque. Non mi manca niente! Dove c’è la volontà ci sono risposte e possibilità. La mia comunità è Napoli e per le feste vado lì. Mi trovo benissimo in questo lembo estremo di Calabria e non mi pesa assolutamente viverci.
   Quando dico queste cose alle persone che vengono a pormi queste domande, molti non capiscono, perché per loro la realtà di quello che è il loro paese e un’ altra…per me invece venire in Calabria, sullo Stretto è stato ed è come ritrovare un pezzo della mia anima.


     Come posso spiegare? Qui sento un dejà vu fortissimo…un legame di sangue…una vera appartenenza alla storia della mia gente che centinaia di anni fa ha vissuto qui, lavorato qui…fatto parte integrante della popolazione…qui. Qui gli Ebrei hanno stampato il primo Pentateuco, qui hanno intrecciato affari e commerci , qui hanno costituito famiglie e costruito dal niente la loro vita quotidiana e religiosa. Qui c’erano le ‘Giudecche’ dappertutto… 

    Come dappertutto, anche qui nel periodo dell’Inquisizione o della Cacciata del 1492 le presenze fisiche ebraiche sono state fatte svanire, ma le scintille di vita sono rimaste … si trovano ancora oggi dentro la terra, dentro le faccia dello sconosciuto, dentro le persone che mi circondano ogni giorno . Non è una cosa che mi dicono, o sanno, o capiscono, o con cui si rapportano tanti, ma ci sono quelli che lo sentono e me lo confidano… c’è qualcosa di familiare, di forte e caldo, qualcosa che solidifica l’anima…il sorriso, la natura, il legame spirituale tra la Terra promessa e questa terra…c’è, direi, un filo che ci unisce, più forte di ogni spiegazione possibile.
      Ho vissuto in Germania, Usa, Uruguay, Ucraina, Ungheria, Israele…girato il mondo… ho visto, subito, trovato di tutto, ma qui mi sento serena, a casa…protetta, …perché?
     Amo questi luoghi , il terreno e il paesaggio che mi ricorda tantissimo Israele; amo la gente, respiro calma e amicizia e vorrei fare tante cose per aiutare questa terra a crescere, portare tanti Ebrei per visitarla e valutare la storia di questi luoghi, dove affiora a ogni passo un aspetto del passato glorioso del popolo ebraico che  per tanto tempo ha costituito la fibra di questi luoghi.
      Ci sono infatti tante tracce…nascoste, non molto esplicite o conosciute, ma ci sono…e si deve valutare, scavare, capire…e io lo voglio fare per continuare a trovare  le radici disperse della mia gente.

venerdì 19 giugno 2020

OSPEDALE UNICO DELLA PIANA, MA PER CHI?



di Bruno Demasi

    Sono bastati pochi anni per dimenticare totalmente la volontà del 90% dei cittadini della piana di Gioia Tauro, espressa formalmente dai loro sindaci nel 2007, per la costruzione di un policlinico della Piana in contrada Cannavà nel Comune di Rizziconi, area epicentrica e facilissimamente raggiungibile da tutti i comuni della Piana, anche da quelli più marginali e lontani.

      Da tempo si è deciso negli anfratti locali del potere che il nuovo ospedale sorgerà a Palmi, vicino allo svincolo autostradale, come se i 33  comuni interessati, contro ogni logica fisico-geografica, si fossero tutti trasferiti ai bordi dell’autostrada. E contro ogni logica – malgrado i silenzi complici dei politici e di tanti amministratori - va  questa scelta ingiustificata e ingiustificabile,  che calpesta i più elementari diritti alla salute dei cittadini, che li metterà in condizione di peregrinare, in caso di bisogno, su strade dissestatissime e a bordo di improbabili ambulanze prima di raggiungere Palmi, la località posta ai margini geografici del territorio pianigiano che in nessun caso rappresenta o potrebbe rappresentare il centro di questo tormentato e abbandonato territorio.
      
  Ogni ragione accampata in altro senso è solo ridicola: non esiste nessun primato nè logistico o

geografico nè storico nè, a maggior ragione, economico e sociale, che possa fare di Palmi il centro fisico e morale della Piana. E di questo sono convinti anche i lattanti.
     Al danno in questi giorni si erano in passato aggiunte le beffe: a una petizione preoccupata firmata da 2000 Palmesi indirizzata al governatore della Calabria circa i ritardi a causa dei quali il “loro” ospedale non stava ancora nascendo, Scopelliti aveva risposto con esauriente lettera di tre pagine, in cui, con dovizia di dettagli tecnico-burocratici , spiegava le ragioni del ritardo e ricapitolava la fumosa e misteriosissima vicenda che ha portato alla scelta di Palmi quale luogo in cui far sorgere il nuovo ospedale.
    «Premetto che il nuovo ospedale della Piana di Gioia Tauro sarà dotato di 314 posti letto di degenza, oltre a 38 posti letto tecnici – scrive Scopelliti – Si prevede possa far fronte a 18mila ricoveri all’anno, incrementabili fino a 21mila e 700. La realizzazione di questa nuova e importante struttura di riferimento – prosegue – permetterà di porre in essere una politica sanitaria di maggiore valore e consistenza, perseguendo un nuovo modello di assistenza, basato sulla qualità, sull’umanizzazione e sulla centralità dei servizi».

      Nella stessa lettera Scopelliti ricapitolava l’iter fino ad allora svolto dalla Regione e dal Governo, ribadendo le due date relative all’aggiudicazione definitiva della gara – entro ottobre o novembre 2013 – e l’inizio materiale dei lavori – entro marzo 2014.

     Da allora  sono passati  molti  anni durante i quali i governatori calabresi, fino all'apoteosi di Oliverio hanno mostrato la loro assoluta nullità anche e soprattutto in materia sanitaria

     Il “Nuovo modello di assistenza, basato sulla qualità, sulla umaniz- zazione e sulla centralità dei servizi” di cui parlava Scopelliti e di cui si sono riempiti la bocca i suoi successori fino alla Santelli, tacendo tutti del perchè e del percome è stata fatta la scelta immorale di Palmi pea fa trattenere a stento le risa: non discutiamo sulla qualità r localizzarvi il nosocomio della Piane sull’umanizzazione dei servizi entrambe di là da venire ( il che implicitamente riconosce la disumanità e la scadenza di quelli in atto erogati in ambito sanitario), ma sulla “centralità” avremnmo qualche angosciante dubbio , anche perchè gradiremmo che questo perenne gioco delle tre carte finisse una buona volta e che gli amministratori regionali si togliessero le ragnatele dal volto per capire a quale sbaraglio continueranno  a mandare gli abitanti del Piana in caso di bisogno.

   Ieri il progetto faraonico e falsamente utile a tutti è stato pomposamente presentato per l'ennesima volta a Palmi e la Giunta Santelli non vedrà l'ora di realizzarlo contro ogni logica di diritto vero alla sanità di tutti gli abitanti della Piana.

     Vorremmo  che i sindaci dei 33 comuni, la Piana intera una buona volta si facessero sentire per reclamare il proprio vero diritto a un ospedale di eccellenza posto nel cuore del territorio e non a un ospedale-schiappa (come progettato all'epoca) posto ai magini di esso.

mercoledì 6 maggio 2020

ALLA CALABRIA IL TRISTE PRIMATO DI ANALFABETISMO FUNZIONALE

di Felice Delfino 


     E' una ricerca effettuata di recente dall’Università della Calabria  – sulla quale Felice Delfino  riflette egregiamente in questo pezzo - che mette in luce una delle piaghe più endemiche della nostra regione: l’analfabetismo funzionale che probabilmente è più pericoloso e micidiale dell’analfabetismo storico, peraltro mai debellato completamente, neanche nei primi due decenni del Terzo Millennio. Il dato può essere accettato o criticato finchè si vuole, comunque è inconfutabile ed impressionante per almeno due ordini di motivi. Il primo motivo riguarda il fallimento pressochè totale dell’universo scolastico calabrese che, pur nella vacuità e nell’approssimazione con cui hanno amministrato l’istruzione pubblica i governi che si sono succeduti nell’ultimo cinquantennio, non ha saputo organizzarsi a livello locale in termini di elementare fruibilità del servizio pubblico da parte di larghe fasce della popolazione. Anche l’istruzione vera dalle nostre parti è merce per pochi privilegiati, per gli altri soltanto facciata inconsistente, fiera dell’inutilità, progettualità miliardaria (vdns i fondi europei) sperperata nella maggior parte delle scuole. Il secondo motivo è solo un corollario: l’alta percentuale di analfabetismo funzionale in Calabria , qualora l’Unical non avesse fatto questa rigorosa ricerca, sarebbe facilissimamente dimostrabile dall’incuranza con cui i Calabresi , unici nel panorama politico regionale, da oltre quaranta anni a questa parte continuano a mettere a capo della loro regione le solite persone le quali, indipendentemente dai cosiddetti colori politici, da una consiliatura all’altra praticano solo lo sport di rimpallarsi accuse in un gioco nauseabondo di potere che è solo “teatro” perché poi vanno a braccetto tra loro, perché si tratta sempre e comunque delle stesse persone che si riciclano da una sigla all’altra per disorientare la gente, ma appartengono allo stesso unico grande partito, quello degli opportunisti che largamente in tanti casi  attingono ancora le loro fortune e le loro scalate ai voti di scambio. C’è peggiore analfabetismo, oltre che nella società, nell’elettorato calabro ? (Bruno Demasi)

 

     I Calabresi , come tutti, sono misteri che mutano e si evolvono come tutte le società, secondo il teorema di Darwin, il cui principio si basa fondamentalmente su due punti: caso e necessità! Secondo lo scienziato, le mutazioni genetiche naturali si verificano per errori che si adattano all'ambiente naturale e così siamo nella modernità più alti, più eretti rispetto al primo ominide ingobbito e dall'aspetto somigliante ad uno scimpanzé'… dunque oggi, un uomo e' anche – o dovrebbe essere - , in media più istruito e più pensante!
    Anche in Calabria però il cervello non e' esente dal fenomeno mutevole del tempo ed e' soggetto direttamente ed indirettamente alle regole darwiniane che comprendono ed interessano tutta la struttura fisica e psichica dell'io pensante come qualsiasi altra parte del corpo umano. E' la regola certa del panta rei, del tutto che scorre direbbe Eraclito, ma nell'attuale epoca del digitale e del multimediale, quando il mondo gira su ritmi assai frenetici, è stato radicalmente sconvolto ogni nostro modus vivendi e cogitandi. 

     La Calabria che oggi appare depressa sul piano culturale ha beneficiato da sempre di eccellenze intellettuali , sin dall’antichità, essendo stata patria di illustri: da Talete di Mileto che ha dato il via alla filosofia, a Pitagora, a Tommaso Campanella,; da Barlaam alla sublime  Nosside; da Saverio Strati a Corrado Alvaro, solo per citare alcune tra le centinaia , forse migliaia di figure che hanno reso grande questa terra .
    Un dato negativo però è emerso poco più di un anno fa quando le statistiche del professore di Demografia, Giuseppe de Bartolo, dell’Unical , hanno sottolineato come la regione detiene il triste primato nazionale di analfabeti funzionali, il 15,2 % le donne, il 10,9%, gli uomini per un totale impressionante di individui con carenze di competenze quotidiane, nonostante sappiano leggere e scrivere. E pensare che, a parte questo e a parte i problemi gestionali e finanziari, dell’era post Scopelliti, Reggio Calabria si e' candidata recentemente a capitale della cultura!! Il passato illustre e l’eminenza archeologica c'e', ma quanti leggono? E non consola certo il fatto che tale analfabetismo, in percentuali minori, interessi tutta la Penisola o che un Feltri possa con ogni probabilità esserne a sua volta esserne interessato. 

    Lo stesso Feltri che dopo le recenti bordate contro la nostra regione si e' scusato asserendo che l'inferiorità del Sud rispetto al Nord è una questione di portafoglio e non di cervello, da cui l’assioma che le ragioni della nostra inferiorità non sarebbero antropologiche ma economiche! Ci verrebbe spontaneo domandare a Feltri quale merito abbia avuto il Nord per procacciarsi quella ricchezza - che oggi non e' nemmeno più tanto florida – al di là delle risorse meridionali cui ha ampiamente attinto alla fine della monarchia meridionale. Ma sarebbe domanda retorica e storia controversa.
    Meno controverso quanto sussurrato da Vittorio Emanuele II, secondo cui “ andare a letto con i meridionali e' come andare con un malato di vaiolo" o da Lombroso, a cui hanno spudoratamente dedicato un museo di antropologia criminale a Torino, il quale sosteneva apertamente che una fossetta occipitale nel cranio meridionale portasse molte persone del sud a delinquere!
    Sarà per questo forse che ancora oggi la Calabria detiene il triste primato dell’analfabetismo funzionale ( per non parlare di quello politico)?