domenica 9 luglio 2017

ANTICHE E NUOVE SERENATE, DA CIARDULLO A EPIFANIO

di Bruno Demasi

    No, non mi riferisco affatto una volta tanto agli sproloqui dei nostri politici calabri, maestri di serenate e sviolinate al tutto e al niente nel medesimo tempo, mi riferisco propriamente alla Serenata come genere poetico musicale autoctono calabro certamente non unico nella Penisola, ma unico nella sua assoluta indipendenza dalle stornellate, dai mottetti, dalle musichette serali sotto il balcone della donna amata prive di un tessuto poetico che, nel nostro caso, ne costituisce invece la forza.    
    Malgrado l’evoluzione della comunicazione, alcune tradizioni come questa tendono sempre con fervore ad essere conservate e ancora oggi nel territorio del parco aspromontano in provincia di Reggio Calabria, sopravvive la tradizione delle “Serenate”. In particolare l’attenzione alla serenata , viene prevista per la vigilia del matrimonio, o all’uccisione del maiale che rappresenta una festa straordinaria che unisce e compatta tutta la famiglia. 

    La serenata, viene eseguita con la fisarmonica o piu’ classicamente con l’organetto, e la chitarra e/o il mandolino. E’ un’occasione vissuta coralmente, con parenti e amici , con l’assaggio delle “Frittule”, accompagnando il tutto, secondo il rituale gastronomico più fedele alla tradizione, con un bel bicchiere di vino, peperoni fritti , pane e quant’altro.
    Sull’epos della Serenata la narrazione sarebbe lunga, ma è possibile racchiuderla tra due capostipiti fondamentali, uno risalente alla fine dell’Ottocento, l’altro ai giorni nostri: Il primo è Michele De Marco, in arte “Ciardullo” vissuto in provincia di Cosenza a cavallo tra Ottocento e Novecento, poeta, giornalista, drammaturgo di grande portata. Il secondo è Ciccio Epifanio, il “Mastru Cantaturi dell’Aspromonte” com’egli ama definirsi, grande poeta vernacolo, compositore di musiche e canzoni da lui stesso magistralmente eseguite, che ha voluto inviare questo stupendo inedito a questo blog che gliene è grato.
    Tra le due composizioni quasi un secolo di distanza, ma neanche un millimetro di differenza in termini di freschezza poetica e uso magistrale della nobile parola calabra.

                            'NNA SERENATA... (di Michele De Marco – Ciardullo)


Nna serenata, chilla serenata
chi sai tu, chi sacc'io, sempre te cantu...
La luna, ianca, s'e' mpernata
mienzu a lu cielu, e ti lu fa nnu ncantu...

La iumarella abbasciu, guala guala,
ruccula queta queta e chianu chianu...
Nnu riscignuolu canta a la sepala
e n'autru lle rispunna chiu' luntanu...

Cum'e' bella stasira sta campagna,
cchi barsamu, Mari', cchi pumpusia!...
Cchi ntinni a sta chitarra chi accumpagna
sta serenata chi cantu ppe tia...

Tu duormi ntra stu liettu ch'e' fatatu,
pecchi' cce duormi tu, bellizza mia;
e ntra lu suonnu sienti appassionatu
jire lu nume tue: << Maria, Maria >>...

E riesti ppe nna picca, ntantaviglia,
e nun te para no ch'io cantu fore;
ma, ncantesimu nuovu e meraviglia,
para ca si ccu mie core ntra core...                                 

Pue sc-canti, te risbigli, sienti, riri,
e abbazi sutt'a tie lu cusciniellu;
nun iati ppe me sentere, suspiri,
e 'ntra li labbra dici << Povariellu >>!...

Povariellu... Lu sai ca nnu pensieru,
unu surtantu rota ntra ssa capu...
Tu sula me capisci ppe daveru,
tu de le pene mie nun te fa' gapu...

Quannu, bellizza mia, quannu, rispunna
trase la pace ntra ssu core mio?
Iamu sbattuti sempre cumu l'unna,
nun riposamu mai nne' tu nne' io...

Me pare de te sentere: << Ha 'raggiune >>...
dici, e sienti le lacrime saglire.
Fatte curaggiu, e l'urtimu scalune:
ha de finire, bella, ha de finire!...


                                                 SIRINATA  (di Ciccio Epifanio)

‘A notti è longa e ‘a to' finestra è chiusa
e ‘n celu sulu stà la luna 'mpisa
li to' carizzi su ricordi cari
e li me' occhji ormai funtani amari

Girau sta vita mia non havi paci
senza cumportu e sulu c ‘a me cruci
non c'è penzeru chi mi fa' paura
sulu ‘a luntananza mi dispera.

Notti raminga notti sulagna
di gioja e doluri fidili cumpagna
hjuhjja chianu nu filu di ventu
li belli paroli 'ccordamu a lu cantu

Dimmi allura la bella preghera
na vuci chi trema lu cori chi spera
canta lu tempu jochi d'i hjuri
li primi carizzi l'affanni d'amuri.

E lu celu s'alluma a la marina
stanca trema la stija primalora
stija lucenti stija matutina
ferma lu tempu mu cantamu ancora

O musa chi lu versu sai m'addrizzi
e di li cosi cogghji l'armunia
dammi lu toccu di li toi carizzi
lu cantu di la bella poisia

Vola canzuni ora vola  vola
dassa lu tempu quand'eri figghjola
cantami l'arba lu jornu chi brisci
lu jelu chi pasci la rosa e la crisci

Canta li frundi canta lu ventu
lu suli chi cedi a lu mari d'argentu
volau lu tempu volaru li hjuri

 li primi carizzi l'affanni d’amuri.

martedì 4 luglio 2017

LI COPRIREMO CON LE NOSTRE VERGOGNE

di Bruno Demasi
   Fa più scandalo un ragazzo africano che fa il bagno sulla spiaggia di Reggio Calabria nudo o un adulto africano che , dimesso dall’ospedale di RC non ha nulla da mettersi addosso o le centinaia di Africani della tendopoli di San Ferdinando costretti a scappare dal fuoco che divora le loro tende?
   Tre storie che si sono intersecate in questi ultimi giorni in cui ancora una volta lo scirocco più bollente e maleodorante che mai ha cotto questo lembo malato di universo che si chiama Calabria , ma anche tanti cervelli calabresi pronti a gridare allo scandalo in una realtà politica, sociale, istituzionale in cui gli scandali, quelli veri, quelli dei colletti bianchi che continuano a mangiare a più non posso, quelli della politica malata che finge impegni sociali e politici mai esistiti, quelli della tassazione ossessiva che dissangua questa terra di poveri, vengono ormai solo a stento sommersi. E fino a quando? 

   Il primo scandalo è stato provocato nelle menti e nelle gole lisce dei benpensanti dal ragazzo di colore che non si è nemmeno accorto di destare scandalo andando a immergersi nudo nel mare di Reggio Calabria attraversando una battigia-immondezzaio che da anni non provoca alcuna reazione civile da parte di nessuno.
   Il secondo scandalo è quello di Daniel, il ghanese dimesso dal reparto O.T.L. degli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, che non aveva neanche un pigiama per uscire dall’ospedale e che solo la pietà di eccellenti medici e infermieri, oltre alle amorevoli cure prestate, gli ha procurato, quasi di nascosto, almeno una vecchia tenuta da infermiere per impedirgli di uscire nudo, oltre che scalzo, per essere accompagnato da chi era andato a prenderlo alla tendopoli di San Ferdinando, dove – grazie a Dio – è poi arrivato almeno con una maglietta, un pantalone e un paio di scarpe e del pane.
   Il terzo scandalo è stato provocato dall’odore acre della carne sporca e sudata in fuga attraverso montagne di immondizia dalle baracche delle tendopoli di San Ferdinando in preda al fuoco. 

   Sono tre vergogne sicuramente che urtano il naso, l’occhio e lo stomaco dei Reggini e dei Calabresi benpensanti, coloro i quali sono pronti a fare  eleganti flash mobbing di solidarietà verso non meglio specificati “poveri e diseredati”, quelli che non tacciono davanti a non meglio specificati scandali di palazzo, ma tacciono e si scandalizzano se qualcuno mostra volontariamente o involontariamente le proprie nudità misere, nere affamate e spesso pestate e coperte di sangue sulla strada che da Gerusalemme scende a Gerico.
    E la storia infinita dei soldi che lo Stato spende per questi derelitti ogni giorno e di cui questi derelitti non  vedono neanche un centesimo con il beneplacito  e la complicità di TUTTE le istituzioni è una delle vergogne bibliche , la più grande, con cui copriremo le nudità malate di questa gente.

domenica 11 giugno 2017

LA LUCROSA AZIENDA CALABRA “IMMIGRATI S.P.A.”

di Bruno Demasi

    Per gli immigrati in Calabria, come si è visto qualche settimana fa  nelle vicende della società agricola silana “La Sorgente s.r.l.” e come non si vede assolutamente ancora nelle mille realtà cosiddette di accoglienza di cui è ormai disseminata la Calabria, è molto facile passare dal centro di accoglienza allo sfruttament.
    Quante sono le cooperative e le strutture che ogni giorno, di fatto, incassano 35 euro a migrante dalla prefettura per poi trasformarsi in caporali che costringono senegalesi, nigeriani e somali a lavorare in condizioni subumne o - bene che vada - a darsi all'accattonaggio ?
Sanno i prefetti che per dodici ore di lavoro al giorno viene data una retribuzione di anche 10 euro in nero (Notizia diffusa dal “Fatto Quotidiano) ? E sanno i prefetti quanto avviene nei Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria) , come quello “Santa Lucia” gestito dal “Centro giovanile universitario jonico” e organizzato in due strutture a Spezzano Piccolo e a Camigliatello?

    Il recente arresto dei responsabili di queste struttura che avevano il compito di reclutare i migranti e trasportarli direttamente nei campi in cui dovevano lavorare alza un velo su queste vergogne che da tempo tutti conoscevano: migranti pagati dallo Stato e contemporaneamente sfruttati per pochi euro al giorno sotto il naso delle prefetture.
    In realtà anche a noi vicinissime , dove vengono ospitati centinaia, migliaia di immigrati ,il business diventa importantissimo: 350 € al giorno per 10 immigrati ; 3.500 € al giorno per 100 immigrati; 35.000 €. al giorno per mille immigrati. Cifre da capogiro che fanno a pugni con le immagini di immondezzai elevati a sistema quali sono diventati molti, troppi centri di accoglienza gestiti "legalmente" dalle organizzazioni più disparate, anche " per bene" o perbeniste, sulle quali occorre fare chiarezza subito!

    Quando il ministro Minniti e le prefetture decideranno di far effettuare una seria serie di ispezioni a tappeto per sventare maneggi e lucro da parte  di insospettabili "maestri della carità" ?
    Quando il Parlamento italiano deciderà essere giunta l'ora di ospitare e impiegare dignitosamente e sul serio queste migliaia di disperati giunti sulle nostre coste che oggi sono solo pretesti e testimonial inconsapevoli di uno tra i più grandi malaffari legalizzati del secolo?

domenica 9 aprile 2017

…MA LEI COM’E’ STATO ELETTO SINDACO...?

di Domenico Luppino

    In assoluto una delle pagine più  eloquenti di lucidità sociologica e politica e di autogiornalismo d’autore scritta oggi da Domenico Luppino (già sindaco di Sinopoli) su ZoomSud, da cui la traggo integralmente . Vale più di cento saggi senza capo né coda, più di mille  manifestazioni di Educazione alla legalità coperte da zucchero vanigliato. Leggerla e ponderarla è - direi - quasi un dovere per tutti, nessuno escluso! (Bruno Demasi)
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   "Eletto sindaco di Sinopoli diventai oggetto fin dall’inizio di attenzioni intimidatorie da parte della locale criminalità. Non scrivo ‘ndrangheta, come forse dovrei, non per sminuire l’importanza della organizzazione criminale del mio territorio, ma per non darmi io stesso importanza. Ritenersi e proclamarsi vittima di ‘ndrangheta, non è sempre visto in modo benevolo.
   Dopo il secondo o il terzo avvertimento intimidatorio venni convocato presso la Prefettura di Reggio per essere ascoltato dal Comitato Provinciale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica. Il Comitato, per chi non lo sapesse, è formato dalle massime cariche Istituzionali della provincia (Ordine Giudiziario compreso).
   Entrato nel grande salone, mi chiesero: “Ma lei, come è stato eletto Sindaco di Sinopoli?”.
   Dirò più avanti cosa risposi. Voglio dire adesso, invece, quante volte quella domanda mi è risuonata in testa. E quante modeste riflessioni mi ha portato a compiere in questi dodici anni, tanti ne sono trascorsi.
  Fu allora che mi accorsi della consapevolezza, per altro motivata, che c’era nelle Istituzioni: impossibile essere eletti sindaco di un paesino come Sinopoli, senza avere goduto anche o soprattutto di un certo tipo di sostegno. Capii subito che quelle persone che mi stavano innanzi, sospettassero che la causa prima delle azioni intimidatorie di cui ero stato vittima, fossi io stesso. Forse non avevo rispettato qualche patto assunto prima della mia elezione. Non me la presi, anche se entrando in quella stanza mi sarei aspettato di entrare a far parte di una squadra. Invece, la mia sedia era quella del presunto colpevole. 

   Immaginiamo, per un attimo, l’eletto sindaco di un piccolo Comune del reggino che sa, in linea di massima, chi sono stati i suoi elettori. Immaginiamo che da eletto, pur temendo che da qualcuno dei suoi possibili elettori potessero arrivare delle richieste poco ortodosse, si fosse determinato, semplicemente per etica personale, a opporre un netto rifiuto. Ipotizziamo pure, che il nostro, pur sospettando che altri componenti della lista elettorale che lo sosteneva avessero potuto farlo, non fosse mai andato e non avesse mai avuto contezza di accordi con nessun personaggio di malaffare. Meno che mai con appartenenti a famiglie di ‘ndrangheta. Ipotizziamo, anche, che sempre il nostro candidato abbia per mesi, nel corso delle campagna elettorale, rimarcato fino allo sfinimento che non dovevano e non potevano esserci spazi di sorta per legami poco chiari e conseguenti favoritismi verso alcuno. Da ultimo, supponiamo che il nostro si sia voluto illudere che la strada del cambiamento per la sua terra, passasse necessariamente dalla acquisizione, da parte di ognuno di quelli che lo affiancavano e supportavano e dunque della gente tutta, dalla consapevolezza che dovesse nascere un nuovo modello comportamentale di occuparsi della Cosa Pubblica. Anche partendo o, forse proprio, da realtà così difficili.
   Se solo per un attimo immaginassimo tutte queste ipotesi quella domanda non sarebbe stata posta a quel modo. Magari, si sarebbe usato un po’ più di tatto. Facendo forse un lungo giro di parole e discorsi per arrivare alla stessa intenzione. Ma così non è stato.
   Ho sempre pensato, ma non posso averne controprova, che a tradire fu proprio l’inconscia convinzione che nessuna della ipotesi suddette potesse essere vera. Avevano ragione loro, nella misura in cui pregiudizialmente hanno negato la minima fondatezza delle ipotesi suddette nella convinzione che esistesse una sola ed unica verità possibile: la loro. Poco male! 

   L’estrema semplicità della spiegazione che mi sono dato nulla toglie alla sua drammaticità. Che, se ci si pensa bene, va ben oltre il caso particolare. Travalica e sopravvive alla mia vicenda di allora. E non solo risulta attualissima, ma riveste una importanza di principio rilevantissima in senso generale.
   Innanzi tutto, perché in quella domanda c’era già la più terribile delle risposte. Ancora più tremenda, perché ad asserirla erano, appunto, i massimi rappresentanti dello Stato. Essi, nel preciso momento in cui formulano il quesito, ammettono l’impossibilità che chiunque, non ero più io il loro interlocutore, potesse diventare sindaco di un piccolo comune in provincia di Reggio, senza avere assunto accordi ed impegni con le forze che notoriamente detengono la possibilità e la capacità di orientare il consenso elettorale. E vanno oltre i confini del piccolo comune del caso. Se così non fosse, avrebbero negato la presenza di un ”locale” di ‘ndrangheta in ognuno dei Comuni della provincia di Reggio, Capoluogo compreso. Ed, allo stesso tempo, avrebbero negato la capacità della ‘ndrangheta di indirizzare e dirigere il voto.
   In pratica, ponendomi quella domanda, le Istituzioni dello Stato, se certo non stavano proclamando una resa incondizionata, di fatto avallavano l’inconsistenza della Stato stesso. La sensazione che ebbi allora e che, purtroppo, continuai ad avere dopo, fu quella di una grande solitudine. Non già per me e per il territorio che in quel momento rappresentavo, ma per l’intera regione in cui ero nato. Avrei potuto rispondere che mi avevano votato i cittadini onesti lasciando intendere che gli altri avevano votato il mio avversario. Non risposi a questo modo, perché avrei mentito. Feci io una domanda alla quale mi premurai di dare risposta: “Mi state chiedendo se ho avuto voti dalla ‘ndrangheta? Immagino di sì, come credo tutti i candidati a sindaco di ogni comune di questa provincia dovrebbero tenere da conto. So di non essere andato da nessun uomo di ‘ndrangheta a chiedere voti ed appoggio. Ma chi non immagina o non mette in conto che possa esserci questa possibilità, nel contesto sociale delle nostre realtà, mente sapendo di mentire o, peggio ancora, non conosce o finge di non conoscere la realtà in cui vive. 
   La ‘ndrangheta, punta su di un candidato, piuttosto che sull’altro, talora solo per misurare le proprie forze e la propria capacità di generare consenso. E non è detto che il candidato debba essere investito “dell’onore “di essere preventivamente informato. Caso mai accade il contrario: è il candidato che informa e chiede, ancor prima del consenso, il permesso di candidarsi. La ‘ndrangheta è consapevole di tutto ciò. Sa, che allorquando busserà alla porta dell’eletto, troverà qualcuno disposto ad accoglierla”. Avrei voluto aggiungere per concludere, ma non lo feci per non sembrare troppo irriverente: “Cercate di immaginare, dunque, quale potrebbe essere la mia colpa?”