giovedì 29 gennaio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: STENDHAL (Henri Beyle) (1817) ( di Rocco Liberti)

         In questa ciclo in cui Rocco Liberti rivisita con la sua abituale e meticolosa cura le esperienze e i resoconti dei viaggiatori stranieri nella Calabria dell’Ottocento tocca stavolta a Henri Beyle. Intellettuale cosmopolita, conoscitore dell’Italia e partecipe delle grandi vicende politiche e militari dell’età napoleonica, Stendhal seppe fondere l’esperienza diretta o presunta del viaggio con una scrittura vivace e riflessiva. All’interno del suo vasto corpus di opere si colloca “Rome, Naples et Florence” (1817), testo ibrido tra diario di viaggio, riflessione storica e osservazione di costume, nel quale lo scrittore afferma di aver compiuto, tra l’altro, una rapida incursione in Calabria. Le pagine dedicate a questa regione, sebbene esigue e oggetto di un acceso dibattito critico circa l’effettiva presenza dell’autore sul territorio, rivestono un interesse particolare per la storia della percezione del Mezzogiorno nell’Europa ottocentesca. Il presente contributo si propone di esaminare questo presunto viaggio, ricostruendone l’itinerario dichiarato e analizzando criticamente i contenuti delle sue annotazioni, qualcuna delle quali (vds. ad esempio l’accenno alla religiosità paganeggiante dei Calabresi), come fa intendere acutamente Rocco Liberti, è di estrema attualità. ( Bruno Demasi ) 

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         Enrico Beyle, meglio conosciuto come Stendhal, tipo multiforme vissuto in mezzo ad amori, battaglie e viaggi e vario scrittore, con beneficio d’inventario sarebbe stato in Calabria nel 1817, almeno è quanto lui afferma. Il racconto della sua ipotetica escursione, in tantissimi ormai la considerano tale, lo ha inserito nel lavoro “Rome, Naples et Florence” edito nel medesimo anno e poi rimaneggiato nel 1826. Nato a Grenoble nel 1783, ha studiato matematica, ma, una volta recatosi a Parigi, se n’è disinteressato. Appena diciassettenne si è arruolato nell’esercito guidato da Napoleone ed è entrato in Milano nel 1800. Dopo alterne vicende tra passioni, impegni culturali e ulteriori scritti, partecipazione alle guerre – si è spinto addirittura in Russia - iscrizione alla massoneria, professione di ateismo, incostante altalenare tra l’Italia e la Francia fino a ricoprire il posto di console negli Stati Vaticani, alla fine si è ricondotto a Parigi, città nella quale è morto nel 1842. Assegnato alla corrente romantica, in auge alla sua epoca, ha pubblicato una notevole sequela di lavori, dalla poesia stimata di scarso valore, alle Memorie - interessanti quelle di Napoleone - e romanzi che hanno riscosso molto successo, quali “Il Rosso e il Nero” apparso nel 1830 e “La Certosa di Parma” nel 1839, ma altresì una “Storia della pittura”. L’operetta, che ci riguarda da vicino, nel corso delle epoche ha evidenziato diverse riedizioni in lingua originale, ma anche nella trasposizione in italiano e il titolo è una fedele traduzione, cioè “Roma, Napoli e Firenze”. Una delle tante è dovuta al calabrese Giuseppe Morabito per le Edizioni Barbaro di Oppido Mamertina nel 1981[1].


   Conclusasi ormai da qualche pezza la parentesi napoleonica, Stendhal ha deciso di compiere un giro per la penisola, almeno lui così afferma. Il 15 maggio del 1817 si trovava ancora a Otranto, ma il successivo 20 era già a Crotone. Il 23 raggiungeva Catanzaro, dove il primo pensiero è stato quello di considerare le teste dei calabresi di foggia greca, ma nel caso si trattava comunque sempre di persone “brutte”. In successione gli si è offerta l’occasione di visitare i resti dell’antica Locri e il 25 era a Brancaleone. A Gerace si è incontrato con un uomo che gli ha narrato dei fatti sorprendenti. Questi e altri attinenti a elementi del luogo, alcuni abbastanza orripilanti, sono riportati dal viaggiatore nel suo diario e nell’ampia serie riferita si rivelano alquanto scarse le considerazioni sui siti per i quali sarebbe passato nonché sul modo di essere degli abitanti. In verità, il viaggio si qualificava piuttosto frettoloso. 

        Mélito è stata raggiunta da Stendhal il 28, mentre il 29 è toccato a Reggio. Un episodio lo ha fatto ripensare alla religione praticata dalla popolazione, che non ne esce davvero bene. Così scrive: «Questa gente fa una vita dolcissima: mai li sfiora l’idea del dovere; la loro religione è lungi dal contrastare le loro inclinazioni: consiste in una serie di devozioni che a loro sono peculiari. Fanno ciò che credono, e due o tre volte all’anno vanno a sfogarsi sulla loro passione dominante, credendo di guadagnarsi». Altra interessante notazione è in connessione al significato che si dava alle parole adoperate: «I giri di frase che si usano in Calabria passerebbero in Francia per pura follia. Un giovanotto che ha la smania di piacere a tutte le donne si chiama cascamorto (in italiano nel testo) (cioè un uomo che, quando guarda una bella donna, sembra cader morto per l’eccesso di passione[2].

    Il 16 giugno avveniva il rientro nella capitale del regno, cioè a Napoli, sito dal quale il cammino aveva avuto inizio. 

    Le poche paginette riservate da Stendhal alla Calabria non hanno il pregio di quelle dei viaggiatori che precedentemente l’avevano percorsa realmente in lungo e in largo traendone spunti per analisi di grande respiro, ma quegli forse non ha avuto né la preparazione né il tempo per farlo. Si sofferma infatti su particolari racconti che gli sono stati ammanniti dagli individui incontrati, dai quali emerge il consueto cliché, l’irruenza del carattere calabro, capace di qualsiasi malvagità. Peraltro, si comprende benissimo che quanto scritto sia stato allestito alla svelta e con poca riflessione. Dice l’ennesimo traduttore, il Morabito: «Il linguaggio dello scrittore non è forbito, si ha l’impressione piuttosto di una serie di annotazioni scritte di getto per successive opportune modifiche, senonché il tessuto non consente una reale verifica con i nuovi apporti per una sistemazione letteraria dei fatti. Lo scrittore si giova di episodi per fornire la misura delle abitudini di una terra così lontana dalla Francia. La Calabria si trova, egli dice, “au bout du monde”»[3]. In parecchi decisamente asseriscono ch’egli proprio in Calabria non sia mai comparso: «lo scrittore in Calabria non è mai realmente arrivato: La sua testimonianza è una finzione, una collazione di impressioni, di aneddoti, che erano di certo diffusi e che non mettevano a rischio la verosimiglianza della dimensione meridionale»[4].

Rocco Liberti

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[1] Giuseppe Morabito, Stranieri nel Mezzogiorno d’Italia, Barbaro Editore, Oppido Mamertina 1981, pp. 11-18. 
[2] Stendhal, Roma, Napoli, Firenze, trad. di Sandro Battista, Avanzini e Torraca Editori, Roma 1969, pp.300, 302, 303. 
[3] Morabito, Stranieri nel Mezzogiorno…, p. 108. 
[4] Fulvio Librandi, Ultimo sud. Gli occhi dei viaggiatori e le dinamiche identitarie, “Virtù Ascosta e Negletta” cit., p. 194.