lunedì 19 gennaio 2026

SUOR MARIA SPERANZA: L’ARTE DELLA CARITA’ E LA MISSIONE DELLA BELLEZZA (di Bruno Demasi)

DA VARAPODIO AL MONDO DEGLI ULTIMI TRA LE FIGLIE DI 

JEANNE ANTIDE THOURET

   Ha atteso l’inizio dell’anno giubilare che commemora il bicentenario, che culminerà il 26 agosto di quest’anno, anniversario della morte di Sainte Jeanne Antide Thouret , che tanti anni fa l’aveva chiamata giovanissima ad aprirsi al mondo deI più poveri tra i poveri. Viveva allora nel natio Varapodio, dove ormai pochissimi oggi la conoscono, il paese pedeaspromontano che ne aveva forgiato il carattere intriso di generosa e totale partecipazione alla vita degli altri e l'aveva orientata al culto della bellezza culminante nella croce gloriosa di Cristo. Proprio all’alba di quest’anno giubilare della sua Congregazione,  il 30 agosto 2025 si è spenta a Pizzo Calabro Suor Maria Speranza, al secolo Lina Lentini. La sua scomparsa segna la fine di un’epoca per la Chiesa reggina e per la famiglia delle Suore della Carità, ma lascia in eredità due lezioni magistrali: come la bellezza e la carità siano, in fondo, la stessa identica missione e come un carisma “vecchio” di oltre due secoli, nato nell’assoluta precarietà e dall’entusiasmo di una giovanissima Jeanne Antide, possa rinnovarsi continuamente ancora oggi nella creatività dello Spirito che illumina il quotidiano al di là delle pur necessarie programmazioni. 
 
                            Il breve video che segue (cliccarci sopra per aprirlo) è molto eloquente:


     Collaboratrice della prima ora di don Italo Calabrò, Suor Maria Speranza è stata un pilastro della solidarietà a Reggio Calabria e l'anima pulsante della Caritas diocesana dove si poneva come elemento trainante con i suoi sorrisi contagiosi e le sue battute argute. Chi l'ha conosciuta, come lo storico collaboratore Alfonso Canale, non può dimenticare i suoi occhi azzurri e limpidi, capaci di riflettere la serenità del cielo anche nelle situazioni più cupe che insieme a lei e alla sua forza d'animo venivano affrontate con fiducia e leggerezza. Per lei, la carità non era mai "elemosina", ma un incondizionato dono di sè; affermava spesso che la carità vera è diventare davvero prossimo del prossimo con tutte le sue sofferenze, le sue gioie e persino le sue debolezze. Il suo impegno spaziava dalla scrivania alla strada: fu responsabile del Centro di Ascolto Diocesano e ogni mattina, al termine del servizio, annotava in agenda: «È alla gente di tutti i giorni che occorre anzitutto offrire una speranza». Fu soprattutto presenza sulle strade di Reggio Calabria: per decenni fu sinonimo di conforto per i senza fissa dimora, ai quali portava cibo e dignità nelle fredde serate invernali circondata sempre da un esercito di giovani volontari, molti dei quali oggi testimoniano i suoi inusuali carismi, ricordandola con rimpianto  a quanti chiedono di lei. 
   Fu madre superiora della Comunità "Cassibile" ad Acciarello di Villa San Giovanni, la casa che venne fondata per suo impulso all’indomani della Legge Basaglia che, chiudendo inesorabilmente i manicomi, metteva in una nuova precarietà stuoli di persone che, nel passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento in materia di salute mentale,  rischiavano di restare abbandonate a se stesse. Al “Cassibile” suor Maria Speranza diede il meglio di sé prendendosi  cura incondizionata e totale di molte donne fragilissime e bisognose di tutto, trasformando l'emarginazione in una gioiosa accoglienza familiare che precorreva i tempi istituzionali dell’Inclusione, diventando per loro madre e custode e facendo scuola con l’esempio e la testimonianza a stuoli di operatori sociali vogliosi di imparare.

    Chi la conobbe non può fare a meno di annotare il suo spirito creativo in tutte le molteplici azioni nell’esercizio quotidiano della carità , persino in quelle più semplici, che la distingueva da chi stava a chiedersi cosa volesse da lei o da lui  il Creatore. Per  questa suora sempre indaffarata erano domande superflue, non aveva neanche il tempo di porsele, presa com’era dai mille impegni che si moltiplicavano nelle sue opere al servizio degli ultimi. E accanto alla "carità delle mani", Suor Speranza coltivava la "carità del bello". Valente artista del disegno, della pittura e del ricamo, mise i suoi talenti al servizio dell'insegnamento come docente di Storia dell’Arte presso lo storico Istituto "San Vincenzo" di Reggio Calabria dove per lei insegnare non era solo trasmettere una tecnica, ma educare i giovani a riconoscere la scintilla divina e la bellezza ovunque, specialmente dove sembrava perduta.

    Negli ultimi anni della sua vita, quando la malattia e le sofferenze fisiche le impedivano di scendere in strada e mancava poco perché fosse trasferita come ultima dimora terrena, nella storica casa di cura delle Suore della Carità di Pizzo Calabro, Suor Speranza affrontò la sua ultima "missione speciale”. Un giorno , senza parlare, ma con l’abituale sorriso aperto che illuminava sempre il suo bel viso, mi fece cenno di seguirla per i lunghi corridoi del “San Vincenzo” conducendomi a osservare, negletta in un angolo, quasi fuori dalla vista di tutti, una vecchia statua scrostata e in disarmo che gli alunni più piccoli, passando di corsa, sbeffeggiavano e che rappresentava proprio San Vincenzo de’ Paoli, il santo della carità al cui prodigioso esempio sono votati l’istituto, che ne reca il nome, e l’intera congregazione fondata da Jeanne Antide. Sorridendomi me la indicò allargando le mani, come per dire “ Adesso siamo ancora più poveri!”. Raccolsi la provocazione, lanciandole la sfida di restaurarla lei, proprio lei che col suo esempio, col suo sorriso, con le sue parole mai melense, ma dolcissime, aveva restaurato l’anima a tantissima gente. E lei rispose subito, senza false modestie, anche se con le mani già tremanti, ma con gli occhi ancora arguti e ridenti, senza tergiversare: “Datemi pennelli e colori e mi metterò all’opera”.

   Non fu solo un lavoro di pennelli; fu una sfida lanciata alla propria stanchezza. In pochi giorni, con un ultimo guizzo di vita nelle pupille, restituì splendore al Santo della Carità. Quel restauro operò un "miracolo" su lei stessa, restituendole un’energia vivida che fu la sintesi perfetta tra la cura delle anime e l'amore per l'arte.  Da allora la statua è tornata stabilmente nel grande atrio di ingresso della scuola , dove ogni mattina accoglie bambini e ragazzi che entrano per le lezioni e li saluta alla loro uscita. Un restauro che non fu solo un intervento tecnico, per quanto pregevole e sofferto, ma rappresentò per Suor Speranza una sfida vinta contro la malattia e la stanchezza, restituendole un ultimo guizzo di vitalità. Una statua che è un "miracolo" doppio: ha restituito dignità a un simbolo iconografico e, contemporaneamente, ha sintetizzato lo spirito della suora artista che seppe coniugare bellezza e carità come un binomio inscindibile.

    La Teologia del Sorriso e dell'Incontro

   Negli anni in cui ho avuto modo di conoscerla mi sono sempre chiesto come riuscisse a tenere costantemente disegnato sul suo volto il sorriso e oggi che non c’è più credo di poter individuare almeno alcune ragioni di fondo che hanno caratterizzato fortemente la sua storia speciale e che non posso ulteriormente tenere per me:

  •  Il Sorriso come Scelta Teologica: per Suor Speranza, il sorriso non era un semplice tratto caratteriale, ma una vera e propria risposta teologica alla disperazione. In ogni situazione critica o emergenza, sceglieva di testimoniare la gioia del Vangelo, offrendo non solo aiuto materiale, ma una serenità contagiosa che restituiva dignità a chi l'aveva perduta;
  • L'Eredità Educativa: presso l'Istituto "San Vincenzo", ha insegnato ai giovani che l'arte è una forma di preghiera e di attenzione verso l'altro. Per lei, educare alla bellezza significava preparare il cuore delle nuove generazioni a riconoscere il volto di Cristo sia in una tela che nei lineamenti di un povero incontrato per strada;
  • Il Valore del Tempo e dell'Ascolto: come responsabile del Centro di Ascolto, ha incarnato l'idea che il vero volontariato non sia "regalare cose", ma donare sé stessi. Ogni incontro era per lei unico, un'occasione per mettere in pratica l'amore incondizionato e preferenziale imparato da don Italo Calabrò;
  • La Resilienza nella fragilità: quel restauro della statua di San Vincenzo de' Paoli, realizzato nonostante la malattia, rimane il simbolo della sua indomabile forza interiore. È la dimostrazione che la creatività e la carità non conoscono limiti fisici e possono generare vita anche nei momenti di sofferenza.


   Suor Maria Speranza si ricongiunge ora ai grandi maestri della carità reggina e universale , come don Italo, suor Antonietta Castellini e Roberto Petrolino, ma anche Jeanne Antide, Vincenzo de’ Paoli e Madre Teresa. 
    Lina Lentini ci lascia un insegnamento prezioso: non si è mai troppo stanchi o troppo malati per creare bellezza. Il vero volontariato consiste nell'offrire completamente il proprio tempo, sè stessi  sé stessi per "ridare colore e dignità " ai giorni grigi di chi soffre. 

                        Bruno Demasi