In un XXI secolo impazzito che in poco più di un ventennio celebra già un numero impressionante di genocidi e di vittime oscillante tra 800.000 e 1.500.000 persone ( Darfur - Sudan: circa 300.000 vittime; Yazidi - Iraq: oltre 5.000 vittime accertate più migliaia di dispersi ; Uiguri - Cina: oltre 1 milione di persone internate; Rohingya - Myanmar: circa 25.000 vittime e circa 1 milione di profughi; Tigray - Etiopia: tra 300.000 e 800.000 vittime; Sudan - Darfur: tra 60.000 e 150.000 vittime; Gaza - Palestina: oltre 46.000 vittime dirette con stime indirette fino a 180.000), non possiamo certo dimenticare i 6 milioni di ebrei decimati nel giro di poco più di appena 4 anni nel secolo scorso. Occorre pensare che più che mai in questo gennaio sferzato da venti che sanno di antico e amaro livore, la memoria non può essere un esercizio di stanca retorica, né un freddo rito del calendario. E se l’antisemitismo torna a soffiare con inquietante vigore sulle braci dell’ignoranza, il nostro compito è opporre il primato della cultura e la testimonianza dei secoli all’ottusa e selvaggia determinazione all’odio dei capi di stato interessati a questa barbarie di ritorno.
La Calabria, terra di approdi e di asprezze, non è stata solo una comparsa nella storia dell'ebraismo mediterraneo; ne è stata, per lunghi tratti, il cuore pulsante, la mente speculativa e la mano che ha impresso i primi caratteri mobili della Legge.Come ci ha insegnato il magistrale lavoro (1) di ricerca di Vincenzo Villella, scavare in questa storia non è un’operazione di archeologia nostalgica, ma un atto di amore e di giustizia per restituire alla nostra regione la sua vera, complessa identità:"La storia degli ebrei in Calabria è una storia di splendore e di cenere, un mosaico che aspetta ancora di essere ricomposto nella sua interezza."(2)
La Calabria del passato, ricchissimo e colorato mosaico di "Giudecche", di “Timpe” o “Timponi” di “Melle” vitali e operose, annoverava da Nicastro a Reggio, da Castrovillari a Gerace, la presenza ebraica non confinata in ghetti asfittici, ma in una rete nervosa e operosa che nutriva l'economia e l'intelletto. Non si può comprendere la grandezza della nostra terra senza guardare ai maestri tintori o ai commercianti di seta del Lametino e del Catanzarese, agli allevatori del baco e ai produttori di questo prezioso tessuto che hanno popolato le colline dell’entroterra dell’attuale Piana di Gioia Tauro (Messignadi, Galatro, San Giorgio): uomini e donne che custodivano i segreti di un'arte capace di rendere i nostri tessuti ambiti nelle corti più prestigiose d'Europa. Questa maestria non era solo tecnica, ma frutto di una profonda conoscenza delle rotte mediterranee, che collegava le filande calabresi ai mercati del Levante e alle fiere del Nord. Era una bellezza nata dal dialogo e dal lavoro meticoloso, un’estetica profonda che a ragione Villella definisce parte integrante del DNA calabrese.
La Calabria del passato, ricchissimo e colorato mosaico di "Giudecche", di “Timpe” o “Timponi” di “Melle” vitali e operose, annoverava da Nicastro a Reggio, da Castrovillari a Gerace, la presenza ebraica non confinata in ghetti asfittici, ma in una rete nervosa e operosa che nutriva l'economia e l'intelletto. Non si può comprendere la grandezza della nostra terra senza guardare ai maestri tintori o ai commercianti di seta del Lametino e del Catanzarese, agli allevatori del baco e ai produttori di questo prezioso tessuto che hanno popolato le colline dell’entroterra dell’attuale Piana di Gioia Tauro (Messignadi, Galatro, San Giorgio): uomini e donne che custodivano i segreti di un'arte capace di rendere i nostri tessuti ambiti nelle corti più prestigiose d'Europa. Questa maestria non era solo tecnica, ma frutto di una profonda conoscenza delle rotte mediterranee, che collegava le filande calabresi ai mercati del Levante e alle fiere del Nord. Era una bellezza nata dal dialogo e dal lavoro meticoloso, un’estetica profonda che a ragione Villella definisce parte integrante del DNA calabrese.
In questo alveo di sapienza sono fioriti proprio in questa terra giganti che hanno cambiato il corso del pensiero occidentale. E mentre il mondo ancora balbettava i primi passi verso la modernità, la Calabria già stampava il futuro: l’11 febbraio 1475, a Reggio Calabria, la stamperia di Abraham ben Garton dava alla luce il Commentario al Pentateuco di Rashi (4). Fu il primo libro ebraico datato al mondo a uscire da un torchio; un primato reggino che sancì l'unione indissolubile tra la tecnica dell’Occidente e la Parola eterna. Quel volume non era solo un oggetto di carta e inchiostro, ma il simbolo di una terra che diventava custode della sapienza universale attraverso l'innovazione tecnologica.
Tuttavia, la narrazione della bellezza non può e non deve nascondere l'ombra che ha attraversato i secoli per poi approdare alla caligine dei campi di concentramento tedeschi. La storia della Calabria ebraica ha infatti un debito di sangue e di lacrime che troppo spesso abbiamo preferito dimenticare. Il passaggio cruento dai decreti di espulsione del 1510 e 1541 aprì una delle ferite più dolorose della nostra storia: quella dei "Neofiti". Migliaia di ebrei calabresi furono posti davanti a un bivio atroce e disumano: l’esilio forzato, abbandonando case e radici, o la conversione coatta al cattolicesimo. Fu una violenza spirituale inaudita, un'ignominia che portò alla nascita dei "cripto-ebrei", anime costrette a nascondere i propri riti nelle cantine e a mutare i propri cognomi, vivendo sotto l'occhio implacabile di un'Inquisizione che cercava tracce di "sangue infetto" persino in chi si inginocchiava devotamente in chiesa. È tra queste mura domestiche, nel silenzio di preghiere sussurrate, che si sono conservate tradizioni e usanze che ancora oggi riaffiorano nei costumi di molti nostri paesi, spesso inconsapevoli della loro origine arcaica.
Sono convinto che esista un filo nero, un algoritmo dell'odio che attraversa i secoli: unisce i roghi delle Giudecche del Cinquecento alla tragedia moderna della Shoah. Se allora si colpiva la fede per uniformare le coscienze al dogma, nel Novecento si è cercato di colpire l'esistenza stessa per "purificare" la razza. L’umiliazione delle conversioni coatte in Calabria fu, tristemente, l'anticamera culturale di quella disumanizzazione che avrebbe trovato nei campi di sterminio la sua apocalisse industriale. I nomi cancellati dai registri parrocchiali o mutati per sopravvivenza nel XVI secolo gridano giustizia con la stessa forza dei numeri tatuati sugli avambracci ad Auschwitz.
Eppure, proprio in questo parallelismo di sofferenza, la Calabria del Novecento ha saputo ritrovare un sussulto di umanità. A Ferramonti di Tarsia (4), nella valle del Crati, nel più grande campo di internamento fascista l'orrore sfiorò i nostri confini, ma accadde l'imprevedibile: la solidarietà silenziosa dei contadini, la pietà dei medici e la dignità incrollabile degli internati trasformarono un luogo di segregazione in quello che molti storici hanno definito il "campo dell'insolita umanità". Se i secoli precedenti avevano visto la regione piegarsi ai decreti di espulsione, a Ferramonti la Calabria decise, nel suo piccolo, di non essere complice.
Oggi, onorare la Giornata della Memoria significa fare spazio a questa verità. Significa difendere Elia Levita dall'oblio e, allo stesso tempo, chiedere perdono per quelle vite spezzate dal fanatismo religioso e razziale. Ma significa anche ribadire un concetto vitale: le miserie e gli eccidi che hanno insanguinato il Novecento, per quanto atroci, rimangono ferite profonde che però non potranno mai cancellare la maestosa eredità di una storia ebraica fatta di pace, ingegno e operosità, che per secoli ha fecondato la nostra terra. La violenza dell'ideologia ha cercato di recidere i rami, ma le radici calabresi sono intrecciate a quelle d'Israele in un abbraccio che precede di millenni l'orrore dei campi. Una continuità simboleggiata dal Cedro (5): ogni anno, rabbini da tutto il mondo giungono sulla costa tirrenica per scegliere i frutti più perfetti per la festa di Sukkot. È la prova che la vita e la spiritualità sanno resistere alla cenere, e che il legame tra la Calabria e l'ebraismo è un dialogo mai interrotto, che attraversa i secoli e sfida l'oblio.
Oggi, onorare la Giornata della Memoria significa fare spazio a questa verità. Significa difendere Elia Levita dall'oblio e, allo stesso tempo, chiedere perdono per quelle vite spezzate dal fanatismo religioso e razziale. Ma significa anche ribadire un concetto vitale: le miserie e gli eccidi che hanno insanguinato il Novecento, per quanto atroci, rimangono ferite profonde che però non potranno mai cancellare la maestosa eredità di una storia ebraica fatta di pace, ingegno e operosità, che per secoli ha fecondato la nostra terra. La violenza dell'ideologia ha cercato di recidere i rami, ma le radici calabresi sono intrecciate a quelle d'Israele in un abbraccio che precede di millenni l'orrore dei campi. Una continuità simboleggiata dal Cedro (5): ogni anno, rabbini da tutto il mondo giungono sulla costa tirrenica per scegliere i frutti più perfetti per la festa di Sukkot. È la prova che la vita e la spiritualità sanno resistere alla cenere, e che il legame tra la Calabria e l'ebraismo è un dialogo mai interrotto, che attraversa i secoli e sfida l'oblio.
Difendere l’ebraismo calabrese, riconoscergli il valore che esso ha avuto nell'emancipazione della nostra società è un atto di difesa della nostra stessa libertà. Non possiamo lasciare che i venti dell'odio spengano i candelabri della nostra storia. Continuiamo a cercare l’ Agathé la "cosa buona", quella luce di civiltà che brilla più forte proprio dove le tenebre si fanno più fitte, ricordandoci sempre che siamo figli di un incontro, mai di un'esclusione. Come quei GIUSTI DI CALABRIA che, pur non appartenenti direttamente al popolo ebraico, hanno illuminato con la loro vita la sofferenza di questa gente e che mi piace qui ricordare nella conspavolezza che non furono i soli, ma le avanguardie di solidarietà di un popolo che ama molto il Bene:
1. Don Francesco Mottola (Tropea)
Sebbene non sia ufficialmente nello Yad Vashem, la sua opera a Tropea è leggendaria. Fondatore della Casa della Carità, offrì rifugio e protezione a chiunque fosse perseguitato, inclusi diversi ebrei che cercavano di sfuggire alla deportazione. È un simbolo dell'accoglienza calabrese che sfida le leggi ingiuste. E’ stato proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre 2021.
Sebbene non sia ufficialmente nello Yad Vashem, la sua opera a Tropea è leggendaria. Fondatore della Casa della Carità, offrì rifugio e protezione a chiunque fosse perseguitato, inclusi diversi ebrei che cercavano di sfuggire alla deportazione. È un simbolo dell'accoglienza calabrese che sfida le leggi ingiuste. E’ stato proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre 2021.
2. Mons Giovanni Ferro (Reggio Calabria)
Durante la guerra offrì ricovero e aiuto a Roberto Furcht , sottraendolo ai rastrellamenti nazisti e al sicuro internamento in un lager. E' morto come vescovo emerito di Reggio Calabria ed è in corso il processo per la sua beatiuficazione.
3. Gaetano e Giuseppina Morelli (Cosenza)
Il loro è un caso di "eroismo quotidiano". Durante il periodo delle leggi razziali e dell'occupazione, questa coppia cosentina aiutò attivamente diverse persone perseguitate. La loro storia è strettamente legata al supporto morale e materiale fornito agli internati del campo di Ferramonti, fungendo da ponte tra il campo e la libertà.
4. Il "Caso Ferramonti": Padre Callisto Lopinot
Sebbene fosse un frate cappuccino incaricato dalla Santa Sede, il suo operato a Ferramonti di Tarsia andò ben oltre i doveri religiosi. Si batté per migliorare le condizioni di vita dei quasi 4.000 internati, denunciando i soprusi e creando un clima di umanità che permise a quasi tutti i prigionieri di Ferramonti di salvarsi (un caso unico in Europa per un campo di tali dimensioni).
5. La popolazione di Tarsia e dei comuni limitrofi
Spesso i "Giusti" in Calabria furono collettivi. Gli abitanti di Tarsia sono ricordati per aver condiviso il loro poco cibo con gli internati, creando un vero e proprio "muro di solidarietà" che impedì la fame estrema e protesse i fuggitivi dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.
Bruno Demasi
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Nota Bibliografica per l'approfondimento:
- Vincenzo Villella, Ebrei di Calabria, Edizioni Grafichè, 2024.
- V. Villella, op. cit, p. 14.
- Il Commentario di Rashi (1475): Un vanto editoriale calabrese; l'unico esemplare superstite completo è oggi custodito presso la Biblioteca Palatina di Parma. Rappresenta l'incunabolo ebraico per eccellenza.
- Ferramonti di Tarsia: Oggi luogo di riflessione e Museo della Memoria, simbolo di resistenza morale contro la burocrazia del male e testimonianza della "giustizia dei giusti" nel cuore della Calabria.
- Il Cedro di Calabria: Il legame vivente. Il Citrus Medica di Santa Maria del Cedro è l'unico agrume al mondo cercato dai rabbini di ogni continente per la festa di Sukkot, segno di una Calabria che ancora oggi nutre la spiritualità ebraica mondiale attraverso la purezza della sua terra.