sabato 17 gennaio 2026

LA TASSA SUL MACINATO A OPPIDO E IN CALABRIA E LE "MULE DELLA FAME" ( di Bruno Demasi )


     La storia della fiscalità nel Mezzogiorno d’Italia non è soltanto cronaca di numeri e bilanci, ma il racconto di una profonda frattura sociale e culturale. Tra i vari balzelli che segnarono come un coltello l’epoca borbonica e quella unitaria, la tassa sul macinato si erge come il simbolo più brutale di una presunta  modernizzazione imposta dall'alto. In centri come Oppido Mamertina e sull'intero territorio aspromontano, dove l'economia era intrinsecamente legata alla terra e ai suoi  scarsi frutti, questo prelievo non fu recepito come un mero dovere civico, ma come una violenta aggressione al diritto stesso alla sussistenza.

    Prima del 1860, la tassa sulla macinazione esisteva già nel Regno delle Due Sicilie, sebbene con natura diversa da quella che sarebbe seguita. Come osserva Mauro Terracciano, nel periodo preunitario il dazio era gestito con quell' elasticità che avrebbe dovuto favorire i più miseri, ma che di fatto  favoriva solo chi aveva santi in paradiso, "...configurandosi come una tassa municipale adattabile alle esigenze locali per non compromettere la sussistenza minima.” ¹

    L'evoluzione normativa sotto i Borbone mostra un costante, ma quasi mai riuscito, tentativo di bilanciare le casse dello Stato con la pace sociale. Il dazio fu oggetto di continue riforme sotto Ferdinando II che, conscio della fragilità dell'economia rurale, nel 1847 eliminò il dazio fiscale sul continente. In questo contesto, il fisco cercava di assumere  una dimensione "umana": per quanto odiosa e odiata da tutti. Quella sul macinato  rimaneva  una tassa di consumo locale senza quell’apparato repressivo e meccanico che avrebbe poi caratterizzato lo Stato unitario. Con la nascita del Regno d'Italia, la tassa sul macinato mutò certamente pelle, trasformandosi in un pilastro della finanza nazionale. 
     Per Rosario Romeo, fu l'«estremo sacrificio» necessario per finanziare le infrastrutture di uno Stato moderno;² tuttavia, per le popolazioni del Sud, tale sacrificio apparve come un atto di sottomissione, se non di colonialismo vero e proprio. Nicola Zitara coglie perfettamente questa rottura traumatica: “La finanza borbonica, per quanto arcaica, non aveva mai preteso di estorcere al contadino l'ultimo boccone di pane per finanziare le ferrovie del Nord. La tassa sul macinato post-unitaria non fu che la prosecuzione della guerra di conquista con mezzi finanziari.” ³  Questa "nuova" oppressione fiscale trovava in generale nel Sud un’eco immediata nella poesia civile, come ad esempio in quella di Vincenzo Padula, che descriveva con amarezza il peso del nuovo fisco che andava a colpire e a mangiare  la carne viva del popolo: 
 
   Hanno pesato il pane, hanno pesato 
    Il sudore del povero, e l'affanno; 
  E l’hanno fatto dazio, e l'hanno dato 
               A chi ci succhia il sangue tutto l'anno. ⁴

   L'innovazione più traumatica fu l'introduzione del "Contatore Sella", un dispositivo meccanico applicato alle macine per contare i giri. Questo strumento esautorò il rapporto di fiducia tra mugnaio e contadino: il mugnaio divenne, suo malgrado, un esattore dello Stato, obbligato a esigere il pagamento prima ancora che la farina uscisse dalle pietre del mulino.

    Nel disgregato  territorio di Oppido Mamertina e di tutta l'attuale  Piana di Gioia, la tassa non colpì solo il grano, ma si abbatté su quello che veniva chiamato il "pane d'albero": la castagna. Enzo Misefari evidenzia come questo prelievo sia stato vissuto come una vera e propria aggressione culturale alla dieta mediterranea povera: “Nelle campagne  si moriva perché lo Stato pretendeva di pesare e tassare persino la farina povera di castagna e ghianda, che non era commercio, ma pura sopravvivenza.” ⁵

   Erano gli anni in cui  Michele Pane restituiva all’intera Calabria il senso di invasione dello Stato fin dentro l'economia domestica, il tempo della  miseria e  della rassegnazione:

“Puru la farina ’ntra la mola 
 vò contata, vò misurata e vò tassata, 
 mentre la mamma nuda e senza scola 
guarda la figghia chi n’è maritata.” ⁶

  La disperazione popolare  trasuda dalle cronache religiose raccolte da Santo Bergamo ( che nella seconda metà del Novecento sarebbe  diventato il primo vescovo titolare della ristrutturata diocesi  di Oppido-Palmi: " le madri di Oppido chiedevano pane ai cancelli dei palazzi poiché non avevano i pochi centesimi necessari per ritirare la farina dal mulino. La tassa veniva chiamata, con terrore superstizioso, 'la maledetta' ".⁷  Di fronte a tale oppressione, la comunità mamertina rispose con forme di resistenza attiva. L'installazione dei contatori lungo i torrento Mazzi, Russo, Birbo, Boscaino, Tricuccio fu percepita come una profanazione. Rocco Liberti descrive la reazione dei gestori dei mulini che, per pietà cristiana e senso d'appartenenza, cercavano il male minore per la povera gente: “I mugnai, per pietà cristiana, sabotavano i congegni con fili di ferro, rischiando il carcere.” ⁸   Nasce proprio m in questo clima  la figura del "Mugnaio Confessore", colui che "tarava" i contatori a proprio rischio per favorire i più miseri: una ribellione silenziosa  che si moltiplicava di fiumara in fiumara, là dove sorgevano i mulini ufficiali,  magistralmente riassunta dai versi di Bruno Pelaggi (Mastru Brunu):

“Veneru i delegati d’u dazziu 
 cu' lu libru e la pinna ’ntra la manu, 
 e dissaru: 'Pagate 'st'artifazziu, 
 o nni pigghiamu lu granu e lu tumanu'.” ⁹
 
  La tensione investì anche le istituzioni locali, strette tra l'incudine delle leggi nazionali e il martello della sofferenza popolare. In un documento d'archivio di Oppido, il Consiglio Comunale scriveva al Prefetto che la riscossione incontrava "insormontabili ostacoli" e parallelamente alla resistenza ufficiale, se ne sviluppò una sotterranea: le "Mule della Fame" percorrevano sentieri invisibili notturni per trasportare castagne, ghiande, ceci, granturco e frumento  verso mulini nascosti nei valloni aspromontani resi inaccessibili  dalla loro posizione, lontano dagli occhi dei delegati.¹⁰ Quando nel 1884 la tassa fu finalmente abolita, Oppido celebrò l'evento come una liberazione.
   
   Lo studio di questa vicenda, per tanti versi ancora oscura e dimenticata,  restituisce l'anima di un popolo che ha saputo opporre la solidarietà comunitaria alla ferocia di una legge ingiusta, trasformando il dolore in una forma silenziosa ma incrollabile di dignità.
                                                                                                              Bruno Demasi
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¹ M. Terracciano, Lo Stato e il pane. Rivolte e fiscalità nel Mezzogiorno, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», vol. CXXII (2004), pp. 418-419. 
² R. Romeo, Risorgimento e Capitalismo, Laterza, 1998, p. 114. 
³ N. Zitara, L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria, Jaca Book, 2011, p. 184. 
⁴ V. Padula, Poesie varie e scritti critici, a cura di A. Marinari, Laterza, Bari, 1977, p. 86. 
⁵ E. Misefari, Il socialismo in Calabria: dal 1861 al 1914, Casa Editrice Meridionale, 1966, p. 42. 
⁶ M. Pane, Voci del deserto, in Opere Complete, a cura di L. Costanzo, Edizioni Reventino, 1984, p. 112. 
⁷ S. Bergamo, Storia della Diocesi di Oppido Mamertina, vol. II, 1976, p. 204. 
⁸ R. Liberti, Il torrente Tricuccio di Oppido Mamertina, in «Quaderni Mamertini», vol. 18, 2001, p. 24. 
⁹ B. Pelaggi, Poesie dialettali, a cura di J. Vitiello, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1994, p. 58. 
¹⁰ R. Liberti, Oppido Mamertina: dall'Unità d'Italia alla fine del secolo, in «Studi Storici Calabresi», fasc. 3, 1999, p. 15.