domenica 11 ottobre 2020

DON SANTO RULLO : FIGLIO E VATE DEL SEMINARIO DI OPPIDO MAMERTINA

                                di Francesco Barillaro e Bruno Demasi

 
  Viene spontaneo accomunare in un’unica grata memoria un sacerdote, Don Santo Rullo , la cui preziosa attività pastorale probabilmente è ancora tutta da scoprire, e un faro di formazione e di civiltà , forse il più antico in età moderna ( ci si passi l’ossimoro), per la Piana di Gioia Tauro, il seminario vescovile di Oppido Mamertina: due elementi di una simbiosi esaltante di fede e di cultura che occorre senz’altro riscoprire e far conoscere in un contesto temporale in cui si dà tutto per scontato e nel quale troppo spesso ci si accontenta dell'improvvisazione e dell’esibizionismo .
   Non è il caso di don Santo Rullo, che non sarebbe eccessivo e pomposo definire apostolo del seminario di Oppido, del quale nella presentazione del suo monumentale e insuperato studio ( “Il Seminario di Oppido Mamertina nei suoi tempi” E.O.G.1995), afferma essere stato non soltanto una istituzione di carattere ecclesiale, ma anche una realtà viva e dinamica che ha elevato notevolmente il livello morale e culturale della società civile, ed ha influito sull’ evoluzione, lenta e incessante, della nostra mentalità. Dall’opera educativa del Seminario, direttamente o indirettamente, chi più chi meno, tutti siamo stati benevolmente “contagiati” e la fascia pedemontana dell’Aspromonte, unitamente a tutta la Piana, ne ha ricavato enorme beneficio civile e culturale oltre che religioso. 


  Una simbiosi di intenti – si diceva - che ha magicamente e fortemente unito i destini di due vite, quella del luogo deputato alla prima formazione di tantissime leve di sacerdoti che dalle balze dell’Aspromonte hanno mutuato forza e sacrifici inenarrabili e quella di un presbitero indissolubilmente legato allo stesso luogo, dal momento della sua entrata come piccolo seminarista impaurito, ma tenace, proveniente da un villaggio di montagna distante mille miglia dalla civiltà classista del suo tempo, ma forse per questo più vicina alle alture dello Spirito. Una simbiosi vitale che certo non si esauriva nel ruolo di rettore che don Santo ricoprì fervidamente per alcuni anni nel seminario.
    Maestro di fede e di pastoralità, ma anche di ricerca storica tradotta in prosa con rara sicurezza sintattica e ortografica e libera da luoghi comuni ripetitivi sempre incombenti quando si bada troppo a scrivere e troppo poco a interpretare realmente i fatti e i documenti, con umiltà e buona educazione nient’affatto scontate in un contesto come il nostro, don Santo Rullo dava subito al seminario di Oppido la dimensione spirituale e sociale che gli competeva - e che sicuramente gli compete ancora oggi - proponendosi di tracciarne un profilo non stucchevole, ma serio attraverso un “ libro che, pur nel rigore critico della verità storica, non ha una destinazione puramente accademica, ma tende all’istruzione e alla maturazione di chi legge”.
    Era questa la cifra di ogni ricerca condotta da don Santo Rullo, sempre arricchita da corollari pastorali inseriti nella trama dei suoi numerosi studi, frutto di una pratica nel metodo storico raffinatissima e profonda che ben sapeva coniugare lo spessore dei suoi lunghi studi classici con il rigore della ricerca crociana e con le teorie di Chabod , senza dunque abbandonarsi mai a improvvisazioni presuntuose e fini a se stesse.
   “ Dal 1701 (data reale e ufficiale della sua fondazione) il Seminario di Oppido Mamertina – come osserva il cardinale Pio Laghi nell‘entusiasta presentazione dello studio di Don Rullo - …nel cuore dell’Aspromonte ha rappresentato un fucina di formazione che ha dato alla Chiesa tanti bravi sacerdoti e alla Patria tanti stimati professionisti …e il compito di questo seminario non è concluso…” 
 

    L’analisi storica condotta da don Santo parte dalla fondazione della Diocesi di Oppido, che egli colloca presumibilmente verso il 1025, anteriore a quella di Mileto (1081) Nicastro( 1050-58), San Marco Argentano ( 1080), Catanzaro (1121) e individua le cause del relativo ritardo con cui viene fondato questo seminario : la posizione geografica sulle estreme propaggini dell’Appennino, la ristrettezza dei suoi confini giurisdizionali schiacciati presto dallo strapotere normanno in favore della diocesi di Mileto, la povertà dei suoi abitanti. Quella stessa povertà – sembra affermare l’Autore – che fu ed è ancora lievito per un seminario certamente non grande, ma sicuramente importantissimo per la Chiesa di Calabria e per la piana intera di Gioia Tauro nei suoi prestigiosi e fecondi 320 anni di vita e che ancora oggi rimane – lo si voglia o meno – un vero faro di civiltà in un contesto sociale e civile martoriato a tutti i livelli da una barbarie di ritorno di cui si stenta a rendersi conto.
    In effetti lo studio di don Rullo è minuzioso , ma non pedante, illuminato da un’acuta capacità di comprendere tutte le situazioni storiche, sociali, culturali e soprattutto spirituali all’interno delle quali il seminario oppidese, per quasi un secolo nella città distrutta dal terremoto, per oltre due secoli nel nuovo abitato, è stato la cartina di tornasole della situazione generale della Piana di Gioia Tauro con i suoi problemi enormi e crescenti, con il suo tessuto sociale lacerato da enormi sacche di povertà e dal cancro della ndrangheta e della mentalità mafiosa che ancora oggi più che mai ne comprimono lo sviluppo e soprattutto la libertà.
                                                                                    . . .   

  La Piana – si diceva - deve molto al Seminario oppidese ( per la cui conoscenza approfondita rimandiamo alla lettura attenta di questo libro basilare per chi ama questa terra e troppo a lungo rimasto sconosciuto e – chissà perché - misconosciuto) , ma anche a colui – don Santo Rullo - che dal suo osservatorio privilegiato quale responsabile dell’Archivio diocesano (rinunciando sempre a favore proprio del seminario persino al compenso che annualmente gli spettava) ha saputo ordinare e interrogare sapientemente tutti i documenti consegnando alla storia con l’umiltà che solo i saggi possiedono, una ricostruzione lineare, veritiera ed eloquente di questi tre secoli abbondanti di una vita probabilmente dimenticata, ma sicuramente ancora più attuale che mai e che ogni studioso dovrebbe conoscere per apprezzarne il valore, ma anche per riconoscere lo sforzo eroico portato avanti da questo grande sacerdote che agli attacchi immotivati ricevuti da qualche suo libro sapeva rispondere sempre col sorriso silenzioso ed eloquente della Carità e dell’eleganza che non si spense mai sulla sua bocca, neanche al momento della morte.
    Un aspetto molto rilevante della personalità di Don Santo Rullo è infatti quello dell'umiltà, della riservatezza, del non amare palcoscenici dove esibirsi: preferiva sicuramente il silenzio alle chiacchiere, il raccoglimento al frastuono. Nella sua veste di Archivista-bibliotecario della curia di Oppido accoglieva chiunque ascoltando con attenzione e, anche il dono di un libricino senza pretese trovava la sua attenzione e il suo posto. “Io sono un servitore ad tempus”, amava ripetere. E ancora: “L'amore soverchio all'ufficio è brutto vizio, ed io ne sono affetto”, scrive in una missiva, il 16 marzo 2000, indirizzata ad un suo superiore.
   Scriveva nei ritagli di tempo, nel suo studio con una luce bassa, circondato da un mare di libri, appunti e note in un ordine scrupoloso, anche su piccoli ritagli di pagina, riempiti con la sua inconfondibile calligrafia. Nel suo studio si avvertiva una sensazione di pace e serenità. Scriveva spesso la notte, quando le incombenze della Parrocchia terminavano, rubando tempo al sonno, ma mai al suo ufficio pastorale e liturgico che pose fino alla fine sempre in cima alle sue occupazioni e preoccupazioni quotidiane. Nelle sue ricerche nulla era lasciato al caso, “ al sentito dire”, andava alla fonte delle notizie “ Risalire il fiume ed arrivare alla fonte è difficoltoso – diceva spesso - ma solo lì l'acqua è pura, incontaminata degli interessi umani”, questo il fondamento del suo metodo di studio mutuato dagli studi crociani e dalla conoscenza degli scritti di Chabod che, paradossalmente, gli causò non poche amarezze e incomprensioni.


  Se la sua esperienza di storico è singolare e irripetibile, certamente non meno esemplare appare quella pastorale. Era giunto come parroco a Scido la sera del 18 ottobre del 1966, inviato, provvisoriamente, da Mons. Giovanni Ferro, Amministratore Apostolico della Diocesi di Oppido Mamertina, in sostituzione dell'arc. Giovanni Battista. Non lascerà più quella parrocchia fino alla sua morte. Nel corso degli anni rifiuta infatti “inspiegabilmente” altre destinazioni più comode. Al piccolo paese, alle falde dell'Aspromonte, dedica i primi suoi due libri, nel 1991 “Una Parrocchia Del Sud San Biagio di Scido”, e due anni dopo “ Scido Cammino di Una Comunità”. Nel 2004, in occasione del suo Cinquantesimo anniversario di ordinazione Sacerdotale (29 giugno 1954), consegna alle stampe un volume che traccia la vita, i sogni, la gioia, le delusioni del suo cammino nella comunità scidese emblematica di una mentalità aspromontana difficile e dura, a volte docile come le greggi d’Aspromonte, a volte impetuosa e ribelle come i torrenti che ne solcano le balze ripide e selvagge.
    Dare tutto se stesso alla parrocchia, alla porzione di Chiesa voluta da Dio e non sentire mai in tanti decenni il peso della fatica pastorale e delle preoccupazioni quotidiane è esemplare. Scrive dopo cinquant’anni di ordinazione sacerdotale: 

...per me, il 50° di Ordinazione Sacerdotale è stato una nuova nascita; sono nato di nuovo e oggi guardo il mondo che mi circonda con gli occhi di un bambino. Osservo gli uomini, le cose, l'universo, nel chiarore di una gioia semplice e pura, libera da prevenzioni e convinta di ignorare tutto. Ignoro gli uomini, nel loro spirito impenetrabile e nel mistero della loro anima. Ignoro le cose, nella struttura della loro intima divina composizione. Ignoro il mondo nel suo moto e nelle sue finalità e, pensando a Teilhard de Chardin, mentre celebro la S. Messa mi pare di essere circondato da un'immensità cosmica, animata e inanimata, sintetizzata nella “Azione Divina di Cristo e della Chiesa” che sto compiendo da investito di Potere Sacro, Cuore del mondo, Inno di lode al Padre, Nutrimento capillare di ogni uomo, e prego per voi, fratelli e sorelle scidesi, perchè possiate ricevere dallo Spirito il dono do godere di questa gioia e partecipare a questa giovinezza...Sono in attesa dell'alba del “Giorno del Signore”, quando Egli sentenzierà: “Basta! Oggi si volta pagina!”. Allora sarò lieto se potrò dire a Lui che mi accoglie:


Non meno eloquenti alcune delle  riflessioni disseminate nei suoi numerosi libri: 

   La fede non è sapienza comune; è voce di Dio e risposta dell'uomo, è una vita affidata alla parola di Dio. L'uomo credente gioca il suo futuro ponendolo nelle mani di Dio. Fede non è una decisione umana o un sentimento buono da accogliere e seguire. E' un'avventura straordinaria e stupenda sganciata da ogni logica umana e lanciata all'incerto destino preparato da Dio. Per credere bosogna amare. Crede chi ama.” (Fede e Liberazione pag 47)
 
   Quanto avviene nell'uomo rinato dalla fede non è meno straordinario del sorgere della tomba di Gesù, vivo. IL fatto accaduto a Gerusalemme, la mattina dell'otto aprile dell'anno 30 fu il più prodigioso evento della storia, avveratosi sulla terra, fuori dalle leggi della natura . ( Ibidem, pag 50)

   Quando la fede si annebbia, o scompare, l'uomo sente il bisogno di sostituirla con fantocci truccati o con “corone di oro” poste sulla testa dell'immagine o del Santo, che, vivente, mai desiderò un tal segno onorifico né avrebbe permesso di farlo dopo la morte. Per gli uomini fragili e vanesi, deboli nella fede, è più comodo collocare una corona sul capo di una statua, che meditare e imitare gli esempi della sua vita. (Ibidem Pagg. 52-53)

    L'amore è nucleo essenziale del Cristianesimo, ma disgiunto dalla sua sorgente, perde la qualifica di autenticità e si configura come umana filantropia, ammirevole ma estranea al cristianesimo e svuotata di valore teologico. (Ibidem, pag.78)
 

   Gesù non fece male ad alcuno, e morì vittima innocente; ma il suo sacrificio germogliò in un roseto di iniziative, impensabili prima di Lui, che mutarono il volto della terra. Egli si fece immagine di Dio “Padre”, si collocò sempre dalla parte dei poveri, insegnò che Dio atterra l'orgoglio dei superbi, umilia i potenti, rende giustizia ai perseguitati, premia gli innocenti.
(Ibidem, Pag 138)

    Sul fondale degli avvenimenti del 1929/31, l'immagine del Vescovo Peruzzo si staglia nitida e lucente, serena e ferma. Nel breve tempo trascorso in Oppido seppe ritagliarsi un ruolo specifico, inconfondibile e originale. Uomo di grandi virtù e di straordinarie capacità. Arrivò in Oppido dopo tre giorni di pioggia torrenziale, il 17 febbraio 1929. Appena giunto, il cielo volle fere festa: le nubi si diradarano, fugate dal vento dell'entusiasmo, e un solo splendente lo accolse.( “Azione Pastorale…” Pag 164)

    La Chiesa predica contro la ricchezza, biasima la prepotenza, rifiuta l'autoritarismo, ma nella pratica essa si è sempre trovata a suo agio con queste malvagie potenze. (IbidemPag 199) 
 
   Una lunga e fruttosissima esperienza pastorale che si può sintetizzare mirabilmente con le stesse parole di don Rullo in una preghiera commossa di rendimento di grazie e lode a quel Dio che egli ha amato con tutto se stesso:

     TI RINGRAZIO, SIGNORE, per me che hai scelto, mi hai corredato dell'esperienza di due tempi contraddistinti della Chiesa (quello preconciliare e quello postconciliare) e favorito del privilegio di servirti e di servire questi compagni di viaggio e fratelli di fede, per oltre cinquanta anni.

     TI RINGRAZIO, SIGNORE, per questo popolo che, per Tua Benevolenza, oggi è più attivo e più responsabile che nel passato. Vede meglio! Cammina più sicuro verso di TE! Si sente più libero e più contento nel suo procedere quotidiano.


BIBLIOGRAFIA DI DON SANTO RULLO


1 - Una Parrocchia Del Sud – San Biagio Di Scido - Gangemi Editore 1991
2 - Scido Cammino Di Una Comunità - Gangemi Editore 1993
3 - IL Seminario Di Oppido Nei Suoi Tempi - Ed. Off. Grafiche 1995
4 - Ricordo Di Mamma - De Pasquale Ed.
5 - Popolo e Devozioni Nella Piana Di Gioia Tauro - Laruffa Editore 1999
6 - Azione Pastorale Dei Vescovi - Laruffa Editore 2001
7 - Cronografia Vescovile Taurianese e Oppidese - Tauroprint Ed. 2002
8 - Piminoro Dalle Serre All'Aspromonte - Calabria Let. Ed . 2004
9 - Ti Ringrazio Signore, Scido Una Chiesa tra Sogno e Realtà - Laruffa Editore 2004
10 - Archivio Della Diocesi Di Oppido – Palmi - Nuove Ed. Barbaro 2005
11 - La Vergine Annunziata In Oppido Mamertina - Laruffa Editore 2006
12 - Fede e Liberazione - Laruffa Editore 2008
13 - Preghiere di Uomini Illustri - Nuove Ed. Barbaro 2008 

BREVE ESEMPLIFICAZIONE DEI SUOI INNUMEREVOLI  ARTICOLI

“ Storia di una Chiesa, San Rocco in Tresilico - Calabria Letteraria 1989
“ Il Bicentenario Del Seminario Di Oppido ” - Calabria Sconosciuta, n 59 - 1993
“ Delianuova Sede Vescovile e Curiale Temporanea “ - Historica 1993
“ Un personaggio liberare dell,'800: Giorgio Curcio - Cala bria Letteraria 1994
“ Intorno alle origini della Diocesi di Oppido - Historica n 30 1995
“ Oppido Mamertina nel primo ventennio del XX sec. Calabia Sconosciuta, n 72 1996
“ Un convegno storico... senza convenire - Corriere di Reggio 1997
“ Una eminente personalità ecclesiastina in Oppido Mamertina”: Vito Cina - Historica 1997
“ IL Vescovo Curcio per la Chiesa di Cosoleto - La Procellaria, n 1 1999
“ Una sfida alla secolarizzazione: in marcia una schiera di Santi”: Calabria Sconosciuta, n 104 2004

domenica 4 ottobre 2020

GRUPPI MINORITARI NELLA TERRA DELLA MULTICULTURALITA' EBREI, VALDESI, GRECI DI CALABRIA (Di Felice Delfino)


    E’ in corso anche qui in Calabria la grande Festa ebraica di Sukkot, detta anche Festa delle Capanne o dei Tabernacoli, iniziata quest’anno la sera di venerdi, 2 ottobre scorso e che si protrarrà fino alla sera di venerdi, 9 ottobre prossimo.
    Si festeggia il raccolto, il ringraziamento a Dio per tutto ciò che l’uomo è riuscito a produrre di buono in quest’anno, i frutti della terra e del lavoro, ma soprattutto la pace tra i popoli. Quest’anno le minoranze ebraiche presenti nella nostra regione, per iniziativa di Miriam Jaskierowitz Arman, ebrea ortodossa residente ufficialmente nei pressi di Gerusalemme, ma neocalabrese per scelta, si riuniscono a Bova Marina, accanto ai resti della grande sinagoga scoperti alcuni anni fa per festeggiare Sukkot a ridosso della capanna che vi è stata costruita e dove si radunano figli d’Israele provenienti da ogni parte del mondo. L’Ebraismo non è solo un ricordo dunque in Calabria, ma una entità viva insieme a quella di tante altre minoranze che ne hanno fatto nei secoli una terra di confine e di sbarco, un crocevia di razze convissute nei secoli quasi sempre pacificamente e solo oggi, nella barbarie di ritorno, precipitate nell’odio seminato da politicanti di bassissima lega , compresi coloro i quali apparentemente ne osteggiano, ma solo a parole, l’ideologia. In questa pagina Felice Delfino, attentissimo studioso dell’Ebraismo, ma anche delle minoranze etniche e culturali vissute o viventi nella nostra terra si sofferma , per l’occasione, su Ebrei, Valdesi e Greci di Calabria, altrimenti detti con brutta denominazione “Grecanici” (Bruno Demasi). 
 
    Calabria, terra controversa e da sempre sinonimo di cultura, una cultura che andrebbe scavata a fondo per scoprire dei lati nuovi, caratteristici di un passato che si pensa gia' di conoscere ma che si conosce forse non nella sua interezza a causa di incendi, terremoti, guerre, carestie e cataclismi. Maggiore spazio dunque meriterebbe la ricerca scientifica e la sua divulgazione con libri e riviste ad hoc contenenti informazioni che però abbiano una efficacia funzionale ed una buona validità documentaria certa e comprovata dagli studi degli esperti nei settori mirati.


     Questa societa' e' stata certamente attraversata da vari colonialismi delle classi dominanti, tuttavia i gruppi sovranisti che legittimano il cattolicesimo, come religione si dominante ma non chiusa all'ecumenismo, hanno avuto a che fare sin dall’antichità e soprattutto nel Medioevo anche con minoranze etniche e religiose che ci hanno influenzato largamente e hanno lasciato una ricchezza culturale dando una traccia identitaria tanto unica quanto mai rara, ancora oggi visibile nella tradizione. Secondo la legge italiana e mi riferisco ovviamente a quella 482/1999 esistono dodici etnie minori nella penisola del paese tricolore (l'ultima legge che tutela il patrimonio linguistico e le forme dialettali (ed anche il dialetto calabrese che e' un mix linguistico) e’ la legge n.12 2012): dagli albanesi, per passare agli occitani, ai francesi, ai franco-provenzali, agli spagnoli coi catalani sugli scudi, ai greci, allo sloveno, il friulano, alle lingue germaniche e di tutti questi si potrebbe fare un ampio excursus di tipo storico-linguistico. Il discorso vale anche per i rom che non sono stati inseriti in elenco, in quanto forse la loro cultura e' troppo borderline rispetto ad altre culture e per tale ragione non facilmente integrabile ai valori e all'educazione che quotidianamente legittimiamo.
 

     Eppure Fabrizio De Andre' avrebbe spezzato una lancia a loro favore, normale per chi si e' battuto sempre per gli ultimi degli ultimi e per le vittime di un contesto che in alcuni casi puo' essere anche violento ed insensato. Comunque sia nell’estremità dello stivale ci sono tre gruppi minoritari che sono i greci, i valdesi e gli albanesi. Ci tenni anche a ricordalo in occasione di un convegno al Planetarium Pytagoras fatto nel 2016 insieme al responsabile dell'area grecanica, Franco Tuscano e il pastore della Chiesa Valdese di Messina Rosario Confessore. In questa occasione si era parlato proprio di questo, di quanto importante sia questo patrimonio che deve essere saggiamente tutelato e difeso. L'area che volgarmente e' detta grecanica si rivolge ai paesi tra cui Galliciano', Rogudi, Bivongi, Bova. Nel VII secolo a Reggio Calabria abbiamo avuto i greci calcidesi sbarcati dall'isola di Eubea che hanno fondato Reghion laddove sfocia l’Apsias il più sacro dei fiumi…e l'associazione culturale Paleocosmos di Bova dando spazio all’attività letteraria e poetica diffonde una vera e propria lingua e ci tengo a precisarlo non un dialetto, quale il greco di Calabria che detiene i tratti caratteristici del Greco antico parlato e scritto che ha subito una mescolanza con influenze linguistiche indigene e che si spera un giorno magari venga insegnato nelle scuole nostrane. 
 
   L'Ebraismo calabrese rappresenta un’ altro caso interessante. Penso per ipotesi che il primo contatto Terra Santa-Calabria sia avvenuto al tempo delle rivolte maccabaiche quando c'era stata un'alleanza tra gli ebrei coi Romani e contro i Siriaci, e dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C. tuttavia l'archeologia dice che ebrei qui giunsero nel IV secolo, e parlo di epigrafi, lucerne e una sinagoga come quella di Bova con mosaico pavimentate con nodo di Salomone, rosetta, shofar e cedro disegnati. Esistono forme linguistiche come l’italkian e probabilmente forme giudeo calabresi anche non pervenute. Insediamenti vari sono ricordati da documenti quali regesti e il registro del tesoriere della Calabria Ultra nelle localita' di Anomeri, Bagnara, Bruzzano, Brancaleone, Catona, Calanna, Cittanova, Casignana, Fiumara di Muro, Grotteria, Gerace, Gioia Tauro, Gìoiosa Jonica, Laureana di Borrello, Oppido Mamertina, Palmi Pazzano, Pellaro, Rosarno, Saline, Sant'Eufemia e si discute su altri luoghi in attesa di conferme. 
 

    Gli Ebrei furono espulsi nel 1511 da re Ferdinando il Cattolico come ricorda a Reggio una targhetta commemorativa in via Giudecca, riammessi poi allontanati nel 1541, da Carlo V. Mi piace soffermarmi sull'importanza proprio dell'ebraismo in relazione ai miei studi e gli ebrei dell'UCEI hanno avuto ed hanno un legame ed un'importanza per tutta l'Italia, oggi che per loro e' l'anno 5781. Poi nel territorio ci sono gli Albanesi soprattutto nella provincia cosentina e catanzarese e crotonese ma non reggina. Tipico il museo etnico di Civita e il ballo delle vanje rimane nel folklore. Tutto in nome dell'eroe d'Albania l'epirota Giorji Kastriota detto Scandenberg. Infine i Valdesi parlanti l’occitano e aventi una Chiesa a Reggio in via Aschenez. Ecco, il quadro e' stato tracciato ma in attesa di eventuali future legislazioni di tutela che si possano aggiungere alle preesistenti guardiamo a questa bellezza, un vero tesoro da custodire per l'avvenire, per il bene delle nuove generazioni future

sabato 5 settembre 2020

IL PASTORE DELLE PECORE D’ASPROMONTE - Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, protagonista del libro di Andrea Camilleri ”Le pecore e il pastore”, vescovo indimenticato di Oppido Mamertina

di Bruno Demasi
 
 Ritratto di Mons. Peruzzo (Sala capitolare Oppido)

"Non passa manco un minuto che una fucilata 'mprovisa, sparata da pochi metri di distanza, esplode con un gran botto fatto cchiù forte dalla quiete assoluta che c'è torno torno. Il vescovo sente il proiettile fischiare a pochi centimetri dalla sò testa e istintivamente si susi addritta di scatto, strammato, si talia torno torno, non capisce nenti di quello che sta capitando.- Si butti giù!- gli grida don Graceffa. Peruzzo accenna a farlo, ma gli appostati non gliene danno tempo. Sparano di nuovo e stavolta lo pigliano: il vescovo ha la 'mpressione di essere stato colpito quattro volte. In realtà i colpi che lo ferirono furono dù: uno gli perforò un polmone e l'altro gli fracassò l'avambraccio mancino.
    Torna il silenzio assoluto.Il vescovo ha settantasette anni ed è ferito a morte. Ma, figlio di viddrani, è omo fisicamente molto forte e robusto.Arrinesci a sollevarsi da terra e, appuiannosi al debole braccio di don Graceffa, accomenza a camminare …Fatti pochi passi, perde le forze, pensa che è vinuto il momento della morti…. vuole confessarsi nuovamente. I dù, per mantinirisi addritta, si appoiano a un àrbolo e don Graceffa lo confessa… continua a perdiri sangue come 'na funtana. Ripigliano la loro via crucis… Proprio davanti alla porta dell'eremo, cade affacciabocconi e non rinesce ad alzarsi. Don Graceffa, mischino, gli s'inginocchia allato. Gli manca la voce macari per chiamare aiuto da quelli che sono dintra all'eremo e non hanno 'ntiso nenti.
   " Mi  vada a prendere il Santissimo" dice Peruzzo col picca sciato che gli resta.
    Ma forse querlle parole non è arrinisciuto a pronunziarle, gli è parso di averle dette, ma le ha solamente pinsate.
     Don Graceffa infatti trase stremato nellì'eremo non per pigliare il Santissimo, ma per mandare in paìsi il cuoco-cammareri per circare soccorsi.
    Il vescovo , mezzo sbinuto, si mette a prigare per sè e per i suoi amati "figli di Agrigento"... (Andrea Camilleri - "Le pecore e il Pastore" , pagg.66-67 ).


Il monastero di Palma di Montechiaro

   Mons. Giovanni Battista Peruzzo, "figlio di viddrani" piemontesi, dopo essere stato vescovo di Oppido Mamertina dal 1928 al 1932 esercitò il suo mandato vescovile ad Agrigento, dal 1932 al 1963.
   Non fu un vescovo qualunque se già il non certo clericale Leonardo Sciascia ne aveva messo in luce la spiccata personalità e il grande amore per la giustizia sociale nel suo libro " Dalle parti degli infedeli" pubblicato, sempre per l'editore Sellerio, nel 1979. Aveva precorso i tempi e della distribuzione della terra a chi la lavorava, indipendentemente da ogni ideologia, aveva presto fatto  uno dei motivi della sua azione pastorale sia nella Piana di Gioia Tauro oppressa non da una feudalità nobiliare, di cui esistevano solo brandelli, ma  da una classe agraria ottusa e ignorante, e poi in una  Sicilia affamatissima di terra  che presto sarebbe approdata all'eccidio di Portella delle Ginestre.
   Proprio della sua esperienza in Sicilia e dell'attentato messo in opera contro di lui prende le mossela storia magistralmente raccontata da Camilleri  che ci mostra Peruzzo ai ferri corti con i latifondisti siciliani in nome del diritto dei contadini ad una sopravvivenza dignitosa: certo, mons Peruzzo - duro anticomunista e reduce di una solida fiducia politica nella "rivoluzione fascista" - non credeva e non poteva credere alla redenzione marxista delle masse nè ad un umanesimo sociale a prescindere dalla novità del regno promesso da Gesù Cristo ma, da uomo pratico, spese le proprie robuste energie perchè, ad esempio, risorse idriche e luce elettrica potessero divenire patrimonio certo per tutti i lavoratori della terra.
    Impiantò, nella Sicilia dei privilegi incontestati, "cucine economiche" allo scopo di permettere ai poveri di mangiare un piatto di minestra al giorno gratis. La media dei pasti distribuiti, nel 1932, fu di seicento al giorno.
    Quando la Sicilia si trovò sotto i bombardamenti angloamericani Peruzzo non "sfollò" altrove ma rimase al suo posto e ordinò di mettere i locali del Seminario a disposizione della croce rossa svuotandoli dei seminaristi. Aveva applaudito i fascisti quando si erano detti contro il latifondo e, allo stesso modo, fu - unico vescovo in Sicilia e,diremmo in generale nel Sud - a fianco delle forze riformiste nella battaglia per la terra ai contadini, per "spezzettamento " dei possedimenti feudali: il latifondo era per lui una ” grave struttura di peccato e di ingiustizia ”.
    Era il luglio del 1945,quando al Santuario di Santa Rosalia,detto “La Quisquina” venne ferito a morte da una palla di fucile che gli trapassò il polmone. Secondo Camilleri,la mafia e i grandi proprietari non avevano gradito il "ficcanasare" di questo piemontese che, però, sopravvisse quasi "miracolosamente".A tale miracolosa guarigione si assocerebbe il “sacrificio” di dieci giovani suore benedettine del monastero di Palma di Montechiaro,che spontaneamente offrirono la loro vita in cambio di quella del loro vescovo.



  Sulla vicenda delle dieci suore però Enzo Di Natali, autore di un rigoroso  studio sul Vescovo Peruzzo, corregge il tiro, affermando:”…
Offrire la propria vita non equivale a ricorrere al suicidio, come parrebbe far pensare Andrea Camilleri. Le suore non cercarono un suicidio. Sarebbe stato un grave atto morale, contro la legge naturale e contro la legge di Dio. Le suore offrirono la propria vita, ma non significa che vi fu un suicidio collettivo. Le suore nel tempo morirono per cause naturali.”

    Il che forse chiuse una polemica che, all'epoca della pubblicazione del libro di Camilleri, durò addirittura qualche mese, persino sulle colonne dei maggiori quotidiani nazionali,  e nella quale era intervenuto persino qualche autorevole teologo di grande rilievo.

PERUZZO A OPPIDO MAMERTINA


     Gia vescovo ausiliare di Mantova dal 1924,dopo i gravi incidenti verificatisi nell'agosto 1926, al termine del pellegrinaggio nazionale della Gioventù Cattolica a Castiglione Stiviere alla celebrazione del II centenario della canonizzazione di san Luigi Gonzaga, quando moltissimi giovani vennero bastonati dai fascisti, molti vessilli cattolici strappati e parecchi sacerdoti malmenati, Peruzzo si schierò apertamente contro il Fascio e fu mandato vescovo a Oppido il 17 febbraio 1929 ,in una diocesi in cui il suo predecessore , Giuseppe Antonio Caruso,si era dimesso prima ancora di mettervi piede, ma lontana da clamori e intrighi politici. Almeno apparentemente! Solo dopo meno di quattro anni infatti fu “invitato” ad assumere la diocesi di Agrigento,ed egli obbedì, lasciando a malincuore Oppido nell’aprile 1932. Furono, a Oppido Mamertina, tre anni e mezzo di splendida e dirompente azione pastorale e di  intenso lavoro sociale, in un territorio povero e disagiato. Un lavoro che suscito gli entusiasmi di tutta la gioventù dell’epoca che stravedeva per lui senza distinzioni di casacca e di ceto, tant’è vero che quando, pochissimi anni prima di morire, nel 1958, venne da queste parti per una brevissima visita, tutta la diocesi versò vere lacrime di commozione e di rimpianto. Ed erano passati oltre trent’anni! Ricordo che mio padre mi portò bambino di sette anni in una cattedrale gremitissima e festante e, dopo essersi si avvicinato a lui per baciargli l'anello, mi sussurrò "Ricordati che oggi hai visto un vescovo eccezionale!"
     Nessuno aveva dimenticato il fervore della sua azione pastorale, la bontà e la grandezza del suo animo,le sue doti di predicatore, il suo continuo schierarsi dalla parte degli ultimi a costo di suscitare contrasti anche verso la sua persona. Il suo seminario era diventato un centro di aggregazione e di cultura aperto a tutti e la gente ancora oggi ne ricorda il tratto pacato e semplice,ma insieme la forza d’animo e la determinazione a scagliarsi contro ogni sopruso. Perchè fu “invitato” a lasciare Oppido? Non certo per un’effimera promozione a una diocesi più prestigiosa! Forse perchè anche a Oppido e nella provincia di RC era già subito diventato un vescovo scomodo:il vescovo dei contadini e della giustizia sociale!

(Dedico questa pagina alla memoria di mio padre,Giuseppe Demasi, uno dei giovani entusiasti di Mons.Peruzzo,del quale spesso egli mi ha tessuto le lodi.)