di Bruno Demasi

Ci trovi , raccontate e nutrite col pennello, fissate per l’eternità, le storie minime o importanti, quasi sempre dolorose, di centinaia di persone vissute in gran parte a Oppido Mamertina o nei paesi della Piana . Sono i ritratti, spesso commissionati da privati, ma a volte tracciati di getto sulla tela, eseguiti da Domenico Mazzullo ( 1897 – 1981), il grande uomo di ingegno di Oppido, che sarebbe riduttivo definire solo pittore o solo scultore o solo poeta vista la versatilità potente della sua ricerca continua e della sua straordinaria espressività artistica.
Il suo non era infatti solo studio formale di tecniche espressive plastiche o pittoriche, che peraltro possedeva in pieno fin dall’infanzia e che probabilmente aveva appreso spontaneamente nel momento stesso in cui aveva imparato il miracolo del parlare o del camminare. Era esplorazione profonda della natura e dell’umano.

Nel suo splendido isolamento dopo gli studi romani e le esperienze extra moenia, lontano dai clamori che spesso elevano alle cronache dell’arte tanti imbrattatele e tanti dilettanti del verso zoppicante, il Mazzullo si dedicava con la forza di un gigante e lo stupore di un bambino a un esercizio sempre austero di pittura, scultura, disegno, poesia, astronomia, meteorologia, esoterismo : non un atteggiamento, ma il prodotto di un acume straordinario che lasciava sgomenti per il modo in cui egli entrava di continuo nel prodigio della natura e della bellezza per farle proprie e piegarle alla sua rappresentazione plastica o figurativa o verbale o , non ultima, poetica.
Si tratta qui di un’ottantina tra tele e disegni , scelti e reperiti tra le varie centinaia esistenti in giro, che resteranno esposti nel Museo Diocesano di Oppido fino alla metà del prossimo ottobre . Un’antologia eloquente della grande forza di ritrattista del Mazzullo, che si direbbe – ed è stato detto - quasi uno spaccato della civiltà e della società aspromontana del secolo scorso se non fosse qualcosa di più e di più grande.


E ogni viso, ogni ritratto è il riassunto di una storia faticosa e dura: dal sacerdote, al magistrato, al medico, al falegname, al contadino, al mercante.


Ciascuno comunque, piccolo o adulto o vecchio che fosse, racconta ancora oggi dalla tela la propria vicenda e le convenzioni della propria famiglia e del proprio destino fissate in pochi tratti , in pochi dettagli eloquenti sui quali si ferma l'occhio attento e vivisezionatore dell'artista. E a ciascuno di questi volti Mazzullo regala qualcosa: un dettaglio di luce, la piega di un ciglio o di un labbro: tutto ciò che serve ad esprimere l’unicità di quella persona, forse il significato stesso di quell'esistenza.
Proprio per questo è sbrigativo definire verista il realismo espressivo di Domenico Mazzullo, di questi quadri singolari che sono come le schegge doloranti di un’umanità silenziosa. Il verista fotografa o si sforza di fotografare dall’alto. Mazzullo , malgrado la rigida educazione figurativista ricevuta a bottega, non rinuncia mai al proprio animus dirompente e quando rappresenta e crea non si limita alla superficie, ma entra, seziona, partecipa, accarezza!
Lo fa portando a compimento pieno la tecnica dei ritratti solo accennata da Tranquillo Cremona, di lui più vecchio di sessanta anni, di cui esaltava spesso e con entusiasmo la dote di immediatezza di ritrattist, e conducendo ad assoluta perfezione quella poetica istintiva che si esprimeva nella capacità eccezionale di fissare nell’espressione di un viso, in uno sguardo rubato alla tela e ai colori la storia intera di una vita umana.
