venerdì 5 giugno 2026

Da Oppido ai vertici storiografici del Novecento: DOMENICO DE GIORGIO e “HISTORICA” (di Bruno Demasi)

    La parabola umana  di Domenico De Giorgio appartiene a una rara specie di miracoli intellettuali fioriti nella maniera più sorprendente su un humus di semplicità e di sacrificio. Eppure, a scorrere oggi le cronache culturali del nostro Paese, il suo nome sembra scivolato in quel cono d’ombra che la modernità riserva a chi non ha mai cercato il clamore dei salotti romani o milanesi, preferendo una vita operosa a Reggio Calabria, la polvere feconda degli archivi, lo studio e il lavoro quotidiano e il rigore inflessibile del metodo scientifico [1].

    La sua vicenda comincia lontano dai palazzi della grande accademia, precisamente a Oppido Mamertina, dove nasce il 23 marzo 1908. Figlio di Pietro De Giorgio e Annunziata Priolo, Domenico viene alla luce in una famiglia di umili origini, in una Calabria ancora ferita dalle cicatrici della storia e, di lì a poco, dal catastrofico terremoto che sconvolgerà lo Stretto. Ma il ragazzo della Piana ha dentro di sé un’ostinazione antica. Giovanissimo, lascia la terra natia per trasferirsi a Reggio Calabria: è il primo passo di un viaggio interiore che lo porterà ad attraversare lo Stretto per frequentare l’Università di Messina. Lì, sotto la guida intellettuale di Ugo Spirito — uno dei più acuti e complessi filosofi del Novecento italiano —, De Giorgio consegue la laurea in Filosofia [2][3]. 
 
  È in quegli anni universitari che si affina quel pensiero critico che Domenico deciderà di non spendere nella pura astrazione teorica, bensì di calare nella carne viva della ricerca storiografica e dell’insegnamento nei licei. De Giorgio capisce che la Calabria ha bisogno di verità. Per troppi decenni la storia del Mezzogiorno era stata ostaggio di due opposte retoriche: da un lato l'erudizione municipale e campanilistica, affollata di miti improvvisati e costruzioni fantastiche; dall'altro una narrazione monumentale, spesso di impronta borbonica o nostalgica, incapace di reggere l'urto dei documenti [4]. 

       Il punto di svolta arriva nel secondo dopoguerra, precisamente nel 1948. In un'Italia che tenta faticosamente di ricostruirsi tra le macerie materiali e morali del conflitto, De Giorgio compie il suo capolavoro fondando la rivista «Historica». Non è un'operazione commerciale, né il capriccio di un cenacolo di intellettuali annoiati: è un'officina del rigore nata senza finanziamenti pubblici, sorretta per oltre mezzo secolo quasi esclusivamente dalla sua titanica forza di volontà e da una passione instancabile [5].

    Questa straordinaria avventura editoriale non sarebbe stata del tutto possibile senza una seconda, fondamentale colonna portante: il canonico professor Giuseppe Pignataro. Comandato dalla comune origine oppidese e da una profonda affinità d'intenti, Pignataro non fece mai mancare a De Giorgio il suo incoraggiamento morale e una collaborazione intellettuale strettissima. Ma il suo apporto andò ben oltre: in un'epoca di tremende ristrettezze economiche, in cui stampare una rivista indipendente era un atto di autentico eroismo quotidiano, il canonico sostenne «Historica» anche materialmente, attingendo alle proprie scarse risorse per garantirne la sopravvivenza [6].

    Grazie a questo sforzo congiunto, «Historica» divenne rapidamente molto più di un periodico specialistico: si trasformò in una vera e propria scuola di metodo, e attraverso le sue pagine passarono, nel corso dei decenni, tutti i più importanti storici calabresi e non solo. La rivista divenne una fucina dinamica della nuova storiografia locale ed extralocale, un crocevia d'eccezione dove potevano confrontarsi alla luce del metodo scientifico accademici affermati e giovani studiosi, come Rocco Liberti, che anche da questo tirocinio trasse elementi per affinare il suo metodo rigoroso di indagine e di ricerca.

    Attraverso le pagine di «Historica», De Giorgio introduce nella storiografia meridionale la lezione salveminiana del primato del documento. Il suo obiettivo è svecchiare la cultura locale, ripulirla dalle favole e restituirle la dignità della grande scienza storica.I cantieri di ricerca aperti da De Giorgio e dai suoi collaboratori diventano rapidamente punti di riferimento per l’intera storiografia nazionale. Lo studioso si immerge nelle carte dei processi borbonici, esplora gli archivi privati delle famiglie calabresi e restituisce una mappa inedita e vibrante del Risorgimento meridionale. I suoi studi sui moti del 1847 e del 1848, la sua densa monografia su Benedetto Musolino [7] e l'analisi delle premesse della Questione Meridionale dimostrano che la Calabria non è stata un soggetto passivo della storia unitaria, ma un laboratorio di passioni politiche e ideali democratici.

    L'opera di De Giorgio non si ferma alla cura della sua “creatura” giornalistica o alla produzione di saggi originali. Nel 1957 compie un’operazione culturale monumentale, decidendo di riprendere la celebre Storia di Reggio di Calabria di Domenico Spanò Bolani, arricchendola di un apparato di note e di una bibliografia così accurati da trasformare un classico dell'Ottocento in uno strumento storiografico moderno e imprescindibile. Più tardi, nel 1988, suggellerà il suo legame ideale con la grande tradizione del meridionalismo democratico pubblicando un volume fondamentale sul rapporto tra Gaetano Salvemini e la Calabria.

    Con il passare degli anni, l'instancabile ricercatore venuto da Oppido porta la ricchezza delle sue indagini sulla Calabria preunitaria e postunitaria anche nelle aule universitarie, offrendo agli studenti un modello di indagine archivisticamente accurata e storiograficamente penetrante. Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo che ha attraversato il Novecento con la dignità dei giusti, spegnendosi a Reggio Calabria il 5 marzo 2003, a pochi giorni dal compimento del suo novantacinquesimo anno [8].

    Oggi, l'intera collezione di «Historica», insieme alla sterminata biblioteca personale dello storico, si trova sugli scaffali della Biblioteca Comunale “Pietro De Nava” di Reggio Calabria, in una sala a lui giustamente intitolata. Ma quel patrimonio non può rimanere un semplice monumento polveroso. In un’epoca dominata dall’istantaneità del web, dove la complessità viene sacrificata sull'altare della brevità, riscoprire la pazienza archivistica di Domenico De Giorgio e il coraggio pionieristico di Giuseppe Pignataro non è un nostalgico esercizio di stile. È un atto di coscienza culturale. È la dimostrazione che per comprendere il presente non servono scorciatoie, ma il coraggio di ritrovare la storia con rigore, curiosità e un'instancabile, elegantissima devozione alla verità dei fatti.

                                                                                                                        Bruno Demasi 
____________
[1] G. Buttà, Un’eredità scientifica e umana cui continueremo ad attingere, in «Historica», a. LVI, n. 2, aprile‑giugno 2003. 
[2] P. Crupi, La morte ignorata di Domenico De Giorgio
, in «Il Quotidiano della Calabria», 21 marzo 2003. 
[3] R. Liberti, Domenico De Giorgio (1908‑2003), in «Calabria Sconosciuta», a. XXVI (2003), n. 99. 
[4] G. Masi, Per una biografia critica di Domenico De Giorgio, in «La Questione Meridionale», Pellegrini, Cosenza, I‑2003, n. 1. 
[5] D. Romeo, Domenico De Giorgio e la sua “Historica”, in « Historica», a. LVI, n. 2, 2003, pp. 45‑52. 
[6] Ivi. 
[7] D. De Giorgio, Benedetto Musolino e il Risorgimento in Calabria, Reggio Calabria, Edizioni Historica, 1953. 

[8] P. Crupi, La morte ignorata di Domenico De Giorgio, cit.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
 
 D. De Giorgio, Aspetti dei moti del 1847 e del 1848 in Calabria, Reggio Calabria, Edizioni Historica, 1955.
D. Spanò Bolani, Storia di Reggio di Calabria…, con note e bibliografia di D. De Giorgio, voll. I‑II, Reggio Calabria, Stab. Tip. “La Voce di Calabria”, 1957.
D. De Giorgio, Figure e momenti del Risorgimento in Calabria dopo l’Unità, Messina, Peloritana, 1971.
D. De Giorgio, Gaetano Salvemini e la regione Calabria, Reggio Calabria, Edizioni Historica, 1988.

ENIGMA MEDITERRANEO: la ricerca come metodo nella poesia di Giusy Frisina (di Bruno Demasi)

    Luna perduta (SettePonti editore) di Giusy Frisina si apre con un senso di mancanza che colpisce sin dal titolo. Ma non si tratta di una perdita dolorosa o fine a se stessa; è piuttosto una spinta a mettersi in cammino. «Ieri notte ho perso la luna»: l’inizio del libro ha la forza e la semplicità di una confessione sussurrata alla fine della giornata. Ciò che è stato smarrito non è un oggetto da ritrovare, ma un punto di riferimento che di colpo viene meno. Eppure l’Autrice sceglie di non rincorrere ciò che ha perduto: accetta lo smarrimento come l'unico modo possibile per iniziare a cercare davvero. È un atteggiamento profondo, che ricorda i grandi maestri della letteratura, come Rilke, capaci di trasformare l'assenza in un invito a guardare il mondo con occhi nuovi.

    La scrittura di Frisina nasce proprio da qui: da una crepa che si apre nella realtà e che ci costringe a fermarci e a riflettere. Nella poesia intitolata Ricerca, l’immagine di un angelo che cade nel mare senza che nessuno ci faccia caso — «Un angelo è caduto in mare / e nessuno se n’è accorto» — non è un semplice gioco di parole. È un forte richiamo all'attenzione: il compito della poesia diventa quello di dare un nome alle cose invisibili, di salvare dall'indifferenza ciò che rischia di scomparire in silenzio. L’Autrice si inserisce così in quella tradizione di poeti-testimoni del nostro tempo, come Celan o Zanzotto, ma lo fa con una voce calma e misurata, che preferisce la chiarezza di una luce sommessa all'oscurità dei versi troppo complessi.

    Questa sensibilità verso il presente emerge con forza in A cento secondi dalla mezzanotte, dove la calma apparente di un tramonto — «Tutto tranquillo, stranamente eterno» — convive con la sottile percezione di un pericolo imminente, di un mondo fragile sull'orlo del collasso. La poetessa non alza la voce, non lancia accuse o slogan politici: si limita a osservare e a registrare ciò che accade. In questo modo, il suo sguardo diventa una forma di resistenza silenziosa. La poesia non sceglie di fuggire dalla realtà per rifugiarsi in un mondo di fantasia, ma resta ancorata al presente, accettandone tutte le ferite.

    Accanto all'impegno civile, nel libro si respira una spiritualità laica e aperta, fatta di attesa, di ascolto e di stupore davanti alle piccole cose di ogni giorno. Frisina non vuole regalare certezze assolute o risposte preconfezionate: preferisce accettare il mistero senza la pretesa di spiegarlo a tutti i costi. C'è in queste pagine una profonda sintonia con il pensiero di Simone Weil: l'idea che il segreto della vita non sia un ostacolo da superare, ma una verità da accogliere con pazienza, attenzione e rispetto.

    Il grande palcoscenico in cui si svolge questa ricerca è il Mediterraneo. Non una semplice cartolina turistica o uno sfondo decorativo, ma un mare carico di storia, di miti e di memorie personali. Frisina si ricollega idealmente a quella schiera di grandi autori — da Kavafis a Quasimodo a Maria Zambrano — che nel mare hanno trovato le proprie radici. Il Mediterraneo di queste poesie è un organismo vivo, uno specchio azzurro che da un lato registra le sofferenze e le ferite del nostro pianeta, e dall'altro continua a custodire una promessa di speranza e di rinascita.

    Anche i momenti più intimi della raccolta, come le poesie dedicate al ricordo del padre, riescono a toccare corde universali senza mai cadere nel sentimentalismo. Nel componimento L’ultimo tramonto, la figura paterna è ritratta di spalle, «a scrutare l’Eterno»: un’immagine di grande pudore e dignità, in cui il dolore del distacco trova un riscatto luminoso nella speranza della «resurrezione». I ricordi non diventano un rifugio nostalgico in cui nascondersi, ma un ponte per continuare a dialogare con chi non c'è più. Allo stesso modo, quando la raccolta si apre alla gioia per la nascita di un nipotino, definito un «piccolo angelo caduto / in questo rovo di uccelli», l'accenno alla speranza e l'idea che «forse la vita è bella» non cedono mai all'ottimismo ingenuo. È invece un miracolo quotidiano, un modo per affermare che la vita, nonostante tutto il dolore, non smette mai di generare luce.

     Luna perduta si rivela come un cammino aperto. La luna smarrita, il tramonto irripetibile e il mare immenso non sono simboli di tristezza, ma tappe di un viaggio che non trova mai il momento conclusivo. Ci ricordano che la vera meta non è qualcosa da raggiungere fuori di noi, ma si trova nel viaggio stesso. La forza della poesia di Giusy Frisina sta tutta in questa saggia discrezione: nel mostrarci che le domande più importanti della vita non sono un muro contro cui sbattere, ma la via d'accesso per comprendere la bellezza della nostra realtà così com'è
.

Bruno Demasi

 

mercoledì 3 giugno 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: RICHARD DUPPA(1822) (di Rocco Liberti)

     Che cosa cercavano i raffinati intellettuali europei dell'Ottocento quando, sfidando fatiche e imprevisti, si spingevano fino all'estremo Sud d'Italia? La risposta è un mix di avventura, meraviglia e riscoperta del mito. In questa nuova e preziosa pagina di storia patria, Rocco Liberti, con il consueto acume critico e il rigore documentario che da sempre lo contraddistingue, conduce per mano lungo l'itinerario calabrese di Richard Duppa, saggista e artista inglese che nel 1822 attraversò le terre del Sud. Scopriamo uno Stretto di Messina spogliato delle sue paure millenarie ma non del suo fascino. Tra le correnti del "Galofaro" (l'antica Cariddi) e i ricordi di una Scilla ancora segnata dal tragico terremoto del 1783, il racconto si fa avvincente. Ma il vero colpo di genio della ricerca di Liberti sta nell'aver saputo rintracciare, dietro il pizzico di snobistica insofferenza burocratica di Duppa a Reggio, il desiderio tutto romantico del viaggiatore di assistere al leggendario miraggio della Fata Morgana. Per farlo, Liberti compie uno straordinario scavo a ritroso, cucendo insieme le impressioni dell'inglese con una rarissima e sorprendente lettera del gesuita Ignazio Angelucci risalente addirittura al 1643. Un viaggio nel viaggio, dove l’acume dell’Autore trasforma una cronaca di viaggio d'altri tempi in una affascinante lezione di storia, mito e letteratura. (Bruno Demasi)
__________

    Richard Duppa, inglese, nato nel 1779 a Culmington, è morto a Chesney Longueville nell’anno 1831. Saggista, disegnatore, autore di testi di botanica e arte con lavori su Raffaello e Michelangelo, nonché avvocato, ha studiato a Roma, ma si è laureato a Cambridge. Nel 1822 ha compiuto un viaggio nelle terre del sud in compagnia di due amici. Partito il 3 marzo dalla Francia e indi pervenuto a Napoli, il 17 aprile era arrivato già a Palermo. Dopo aver girovagato per l’isola, il 22 maggio giungeva a Messina, dove rimaneva fino al 29, quando con una speronara presa in fitto si recava alle isole Eolie. Da quel che appare, qualche giorno lo deve aver dedicato anche a Reggio. Successivamente alla puntata nell’arcipelago si riportava a Napoli. Ciò che ha visto e osservato nell’escursione lo ha poi offerto in “Travels in Italy, Sicily and the Lipari Islands” pubblicato a Londra nel 1828 presso J. Mc Cheery e altri[1].

    Trovandosi a Messina, un tale turista non poteva esimersi dall’officiare quanto inerente al fantastico Stretto che separava la Sicilia dalla Calabria, una località allo stesso momento ammirata e temuta in tutti i tempi. Il conclamato Cariddi, terrore del mondo antico, come scrive, aveva in atto nome Galofaro di Messina e altro non era che un mulinello che formava in profondità vortici veloci, grazie probabilmente alle correnti del porto e a quelle laterali che venivano sospinte dal lato opposto, cioè da Punta Pezzo. Il capitano Smith si diceva del parere che per le barche degli antichi simile genere di gorgo dovesse risultare piuttosto tremendo e che lo era ancora al tempo per i piccoli natanti. Peraltro, era già capitato che una nave con 74 cannoni si sia girata di scatto a tal motivo. Comunque, usandosi le opportune cautele, tutto sarebbe andato a buon fine. Il punto più stretto si registrava tra Capo Peloro e la costa calabrese.

    Di fronte a Cariddi c’era Scilla, che prima del terremoto del 1783 si qualificava alquanto più notevole di come si offriva allora, potendo vantare appena la presenza di cinquemila abitanti in gran parte marinai e pescatori. La fama le derivava però dal suo promontorio, una roccia alta circa 200 metri che aveva attorno tante altre piccole sporgenti dal mare. Virgilio aveva talmente influito a far considerare il luogo molto temibile che si preferiva circumnavigare la Sicilia dal Capo Pachino invece che rischiare nell’attraversamento dello Stretto. All’epoca di Duppa il promontorio non incuteva più così tanta paura, però, risultando le correnti del Faro numerose e varie in riguardo a direzione e durata, capitava che con galee aperte e marinai inesperti si venissero a stimare tali rocce assai rischiose. Il medesimo capitano Smith affermava ch’esse si rendevano più pericolose se i natanti si mantenevano al di là della riva siciliana.

    Correva voce che l’ammiraglio Nelson era stato il primo a catturare una squadra di soldati nell’occasione di un inseguimento di francesi nel 1798. Ma era ognora il capitano Smith a mettere le cose a posto. Non rispondeva al vero. Lo aveva preceduto già Walton[2] e poi è risultato sempre un agire normale effettuare un passaggio rapido attraverso quel canale. Tuttavia, la cautela restava d’obbligo, specialmente di notte col maltempo.

    Reggio evidenziava soltanto una lunga strada e, pur contando 16.000 abitanti ed essendo sede di arcivescovado, appariva di scarso interesse. Nel breve soggiorno ivi operato Duppa e compagni devono aver avuto problemi con le autorità in merito ai loro passaporti e se ne sono adontati. Secondo quegli, un inglese non sopporta proprio quando non percepisce i motivi del ritardo e se non è convinto della necessità politica di fare un’opera servile. Solo se Reggio lo avesse favorito con una vista della Fata Morgana gli sarebbe stato facile lodare la ruota della fortuna soprattutto per avere il piacere di poter confermare ciò che sul fenomeno aveva dichiarato Ignazio Angelucci in una lettera a padre Leone Sanzio. A tal proposito officia la missiva al completo.

  Angelucci era un sacerdote presente a Reggio nel 1643 e aveva assistito al celebrato miraggio. È rimasto talmente impressionato da comunicarlo a padre Leone Sanzio o Sancio della Compagnia di Gesù a Roma dalla stessa città con lettera del 15 agosto. L’epistola è stata pubblicata da Atanasio Kircher nella sua “Artis magnae lucis, et umbrae” edita a Roma nel 1646. Così ne scriveva Salvatore Arcovito sul periodico reggino “La Fata Morgana” nel 1838 alla pagina 4 del primo numero: "Il padre Ignazio Angelucci gesuita, e rettore del Collegio di Reggio, osservò il fenomeno nel dì 15 agosto del 1643, dalle finestre della casa gesuitica, oggi Collegio degli studi. Una bella, esatta descrizione, e dirò ancora, sorprendente descrizione egli fece di quanto aveva materialmente veduto, in una sua lettera allora scritta al gesuita Padre Leone Sanzio professore nel Collegio romano”.

Rocco Liberti


[1] Di Matteo, Viaggiatori stranieri …, I, pp. 354-356. 
[2] Ufficiale della flotta comandata dall’ammiraglio sir George Byng. Il riferimento è alla battaglia di Capo Passero dell’11 agosto 1718, combattuta tra inglesi e spagnoli, per il cui buon esito Byng è stato premiato da re Giorgio I.
    

lunedì 1 giugno 2026

ADELE CAMBRÌA: la Calabria come modello di vita (di Mara Vittoria Colosimi)

    Nell’articolo che segue, Mara Vittoria Colosimi ricostruisce con rigore e finezza la traiettoria di Adele Cambrìa, dalla natìa Reggio Calabria, dove è sempre tornata con un legame sempre più passionale, che l’ha accompagnata per tutta la vita, fino a Roma, mostrando come la sua calabresità non fosse mai nostalgia, bensì un modo di guardare la realtà senza piegarsi. L’Autrice esplora la vita della giornalista – dagli anni della formazione meridionale al femminismo militante, dal teatro al cinema, dalle dimissioni come atti politici alla scrittura come corpo a corpo con la verità – con uno sguardo limpido, documentato, capace di coglierne la coerenza più segreta. Il pregio maggiore di questa pagina, fra i tanti, è la sua precisione saggistica: ogni citazione illumina un tratto del carattere, ogni passaggio restituisce la forza di una donna che ha scelto di “andare a vedere”, come scriveva lei stessa. Ne emerge un ritratto che non indulge al mito, ma restituisce la complessità di una voce refrattaria all’addomesticamento, fedele solo alla verità e alla libertà del pensiero. È un contributo prezioso, che riporta Adele Cambrìa nel suo luogo naturale: la Calabria che non arretra, che pensa, che resiste.( Bruno Demasi)

___________

    Indiscutibilmente per Adele Cambrìa la Calabria è quasi un criterio del mondo. Non una terra da ricordare con nostalgia, ma una dimensione etica, un modo di stare nella realtà. Cambrìa non ha mai smesso di portare con sé la sua Reggio Calabria, la sua formazione meridionale, la sua lingua « che non si piega»¹.Nata nel 1931, cresciuta tra il Liceo “Tommaso Campanella” e una famiglia che lei stessa definiva «borbonica, siculo‑napoletana, piena di contraddizioni»², Cambrìa approda a Roma nel 1956 con un’idea semplice e radicale: fare la giornalista. Non per ambizione, ma per necessità: «Vado a vedere»³, dirà più tardi, riassumendo in tre parole la sua etica professionale.

    Gli anni universitari a Messina, sotto la guida di Salvatore Pugliatti, sono decisivi. In Nove dimissioni e mezzo ricorda:«Mi ero laureata in Legge a 22 anni, 110 e lode… Pugliatti mi parlava dei lirici greci tradotti da Quasimodo, ma anche di Majakovskij»⁴.È un passaggio rivelatore: la classicità mediterranea e la modernità rivoluzionaria convivono in lei senza attrito. La Calabria, per Cambrìa, non è periferia: è origine del pensiero, luogo dove la cultura non è ornamento ma necessità.A Roma entra nel mondo del giornalismo attraverso Il Giorno e Il Mondo, poi Paese Sera, La Stampa, Il Messaggero, L’Espresso, L’Europeo, L’Unità. È una voce fuori dal coro, refrattaria a ogni forma di addomesticamento. Le sue dimissioni – nove e mezzo, come recita il titolo del suo libro – sono atti politici, non capricci.

  Scrive:«Quando una persona si avvia sulla strada del potere, io mi cancello»⁵.È una dichiarazione di poetica e di militanza: la scrittura come luogo di libertà, non di complicità.Il suo gesto più noto – la firma come direttrice responsabile di Lotta Continua nel 1972 – la porta a processo. Ne uscirà assolta, ma segnata da un’esperienza che conferma la sua idea di giornalismo come corpo a corpo con la verità.

    Negli anni Duemila torna a scrivere anche per Il Domani della Calabria. Non è un ritorno sentimentale: è un atto politico. La sua Calabria non è mai oleografica. È una terra ferita, ma capace di generare pensiero critico, donne forti, resistenze civili. In In viaggio con la zia. Con due bambine alla scoperta del mito in Magna Grecia (2012), la Calabria diventa un laboratorio di identità femminile e mediterranea: «Le donne della Magna Grecia non sono ombre del passato: sono le nostre antenate politiche»⁶.Qui la calabresità non è folklore: è fondamento.

    Cambrìa è tra le fondatrici del Teatro La Maddalena con Dacia Maraini, direttrice della rivista Effe, militante dei movimenti delle donne fin dagli anni Settanta. Il suo femminismo non è astratto: è radicato nella concretezza del corpo, della storia, della terra.In L’Italia segreta delle donne (1984) annota:«Le donne non chiedono spazio: lo aprono»⁷.È una frase che sembra scritta per lei stessa: una donna che ha aperto spazi dove non ce n’erano.

    Amica di Pasolini, appare in Accattone, Comizi d’amore e Teorema. Il suo volto – minuto, intenso, mai decorativo – porta sullo schermo la stessa forza della sua scrittura: una presenza che non addolcisce e non compiace.Pasolini la voleva perché «vera», perché capace di portare nel film una densità umana che non si poteva recitare.La prosa di Cambrìa è mobile, ironica, tagliente. In Nudo di donna con rovine (1984) scrive:«La verità non è mai comoda. Ma è l’unica che ci riguarda»⁸.È una frase che potrebbe essere il suo testamento intellettuale.

     Adele Cambrìa appartiene a quella Calabria che non arretra, che non teme la complessità. La sua vita è stata un attraversamento: del giornalismo, del femminismo, del teatro, del cinema, della politica. Ma soprattutto è stata un attraversamento della verità, cercata sempre con lo stesso gesto: andare a vedere. E forse è questo il lascito più profondo della sua calabresità: una voce che non si lascia addomesticare.

        Mara Vittoria Colosimi 
_______________
1. Adele Cambrìa, Nove dimissioni e mezzo, Donzelli, 2010, p. 14.
2. Ivi, p. 22.
3. Ivi, p. 9.
4. Ivi, p. 37.
5. Ivi, p. 112.
6. Adele Cambrìa, In viaggio con la zia, Rubbettino, 2012, p. 54.
7. Adele Cambrìa, L’Italia segreta delle donne, Mondadori, 1984, p. 21.
8. Adele Cambrìa, Nudo di donna con rovine, Feltrinelli, 1984, p. 63.

venerdì 29 maggio 2026

LEA GAROFALO E GLI SCRITTORI CHE L’HANNO SALVATA DALL’OBLIO (di Bruno Demasi)

    Nata e cresciuta in un contesto di profonda infiltrazione mafiosa a Petilia Policastro, feudo del clan guidato anche dal fratello Floriano, Lea Garofalo ha vissuto dall'interno l'oppressione della ’ndrangheta, legandosi giovanissima a Carlo Cosco, attivo a Milano nel traffico di stupefacenti. Quando la violenza, l'illegalità e il peso asfissiante di quel mondo sono diventati intollerabili, soprattutto per il desiderio innato di garantire un futuro libero, alternativo e dignitoso alla figlia Denise, Lea ha compiuto la scelta più radicale e pericolosa: fuggire nel 2002 e collaborare con la giustizia, svelando ai magistrati della DDA le faide interne e le dinamiche criminali del clan. Pagò questa coraggiosa ribellione con anni di precarietà e un isolamento istituzionale e umano devastante, uscendo e rientrando più volte dal programma di protezione per testimoni di giustizia a causa di falle burocratiche. Questo calvario è culminato nel novembre del 2010 a Milano — città dove si era recata fiduciosa per discutere del futuro della figlia — dove fu attirata in un vile agguato dall'ex compagno, sequestrata, brutalmente uccisa in un appartamento di via Prealpi e il suo corpo successivamente trasportato a San Fruttuoso (Monza), dove fu bruciato per giorni all'interno di un fusto d'acciaio per cancellarne ogni traccia. Un delitto efferato che, nelle intenzioni dei carnefici, mirava alla distruzione materiale e all'oblio eterno, ma che si è trasformato, grazie alla straordinaria testimonianza e alla denuncia della figlia Denise (all'epoca appena maggiorenne e costituitasi parte civile contro il padre nel processo) in un simbolo universale di riscatto, culminato nei funerali civili di Piazza Duomo a Milano nel 2013, davanti a migliaia di cittadini.

    Se oggi Lea Garofalo è un nome che appartiene alla coscienza civile del Paese, lo si deve anche ad alcuni scrittori che hanno trasformato la sua drammatica vicenda in memoria condivisa: Cristina Muscarà, Piero Colaprico con Alessandra G. Balsamo, Federico Gatti con Denise Cosco. Sono gli  autori di tre libri diversi, di tre modi di guardare la stessa donna. Senza di loro, la storia di Lea sarebbe rimasta confinata nelle carte giudiziarie, nelle cronache di nera, nei faldoni di un processo e nelle discussioni interminabili dentro gli studi televisivi. Con loro, invece, è diventata racconto e coscienza condivisa.

    A queste tre narrazioni, negli anni, se n’è aggiunta una quarta, diversa per tono e profondità: quella di Arcangelo De Chiara, autore de LA SCELTA DI LEA, UNA MADRE CONTRO LA NDFRANGHETA, un libro che non si limita a ricostruire la vicenda, ma la riesplora dall’interno, cercando non solo ciò che è accaduto, ma ciò che ha significato. De Chiara scrive: «Lea non ha scelto la morte. Ha scelto la libertà, e la libertà, per alcuni, è un prezzo troppo alto da sopportare». È una frase che potrebbe stare incisa su una lapide civile. Nel suo racconto, Lea appare come una donna che non fugge soltanto da un clan, ma da un’idea di mondo. Una donna che, pur senza strumenti culturali, compie un gesto che ha la forza di un atto filosofico: «La sua ribellione non nasce dall’odio, ma dalla cura». De Chiara illumina la dimensione più intima della sua scelta: la maternità come responsabilità, la fuga come gesto d’amore, la solitudine come condizione morale. È un libro che non aggiunge solo informazioni: aggiunge profondità.

    Cristina Muscarà è stata la prima a restituire un volto a Lea. Il suo libro, LEA, UN TESTIMONE DI GIUSTIZIA, non è un’inchiesta e non è un romanzo: è un ritratto. Muscarà entra nella vita di Lea con passo leggero, quasi rispettoso, racconta la ragazza cresciuta in una Calabria dove la famiglia è spesso un limite, non un rifugio; la giovane donna che intuisce che la libertà non è un diritto ma un rischio; la madre che decide che sua figlia non erediterà la stessa notte. Muscarà scrive: «Lea aveva capito che l’unico modo per salvare Denise era spezzare il cerchio». E ancora: «Non era nata per essere una ribelle, ma lo diventò per necessità». Una frase semplice, ma che contiene l’intera architettura morale della sua scelta.

    Se Muscarà restituisce il volto, Colaprico e Balsamo restituiscono il contesto. Il loro LEA GAROFALO, LA DONNA CHE SFIDO' LA NDRANGHETA è un libro che scava nella struttura del potere, nella logica del clan, nella grammatica della violenza. Qui la ’ndrangheta appare per ciò che è: un sistema patriarcale assoluto, dove la donna è proprietà, funzione, strumento di alleanze. Scrivono: «Per la ’ndrangheta, una donna che fugge non è una perdita: è un precedente» . E ancora: «Il corpo di Lea non doveva più parlare. Per questo doveva sparire». La fuga di Lea non è un fatto privato: è una minaccia all’ordine interno. Colaprico e Balsamo mostrano la precisione con cui il clan Cosco organizza il controllo, la persecuzione, la punizione. Mostrano la logica del delitto come rito di cancellazione. Mostrano la verità giudiziaria che, nonostante tutto, riesce a emergere.  

    Ma la restituzione più intima  e radicale di questa vicenda , arriva con il libro di Federico Gatti e Denise Cosco, IO, LA FIGLIA DI LEA . Qui la storia non è più solo quella di Lea: è quella di una figlia che decide di continuare la scelta della madre. Denise non parla come vittima: parla come erede morale. La sua voce è limpida, ferma, adulta. Scrive: «Mia madre non è morta per caso. È morta perché ha scelto». E ancora: «Per anni ho avuto paura perfino del mio cognome. Poi ho capito che potevo cambiarne il senso». È lei a restituire alla madre ciò che la ’ndrangheta aveva tentato di negarle: una storia. Ogni pagina è un atto di ricostruzione del corpo materno: non un corpo fisico, ma un corpo narrativo, un corpo morale. In un Paese che spesso dimentica, Denise compie il gesto più difficile: ricordare. E ricordare, quando la memoria brucia, diventa un atto politico.

    Tre libriche si distinguono ( accompagnati da tanti altri titoli, qualcuno dei quali illustrato anche qui in copertina), tre funzioni fondamentali: Muscarà dà un volto, Colaprico e Balsamo danno un contesto, Gatti e Denise danno un’eredità, insieme, costruiscono la memoria completa di Lea Garofalo, dando vita a una memoria che non appartiene più solo alla cronaca nera, ma alla storia civile del Paese.Tre scritti che non nascono come operazioni letterarie, ma come un'operazione civile unica che ha  trasformato una vicenda che rischiava di essere inghiottita dall’oscurità in una storia che illumina. Anche grazie a loro oggi Lea Garofalo non è più solo una vittima, non  più solo un nome in un processo, è una figura etica del Sud, un seme di libertà e di affrancamento pregno di frutto.

     E questo, in Calabria, vale più di qualsiasi monumento.

Bruno Demasi 

Nota bibliografica:

  • Cristina Muscarà, Lea. Un testimone di giustizia, Melampo, Milano . 
  • Piero Colaprico – Alessandra G. Balsamo, Lea Garofalo. La donna che sfidò la ’ndrangheta, Rizzoli, Milano.
  • Federico Gatti – Denise Cosco, Io, la figlia di Lea, Rizzoli, Milano.
  • Arcangelo De Chiara, La scelta di Lea. Una madre contro la ’ndrangheta, Edizioni San Paolo.