Seguendo le tracce lasciate da Auguste de Sayve tra il 1820 e il 1821, Rocco Liberti costruisce un ritratto che va oltre il semplice resoconto di viaggio: restituisce l’immagine di un osservatore europeo che si confronta con una Calabria reale e insieme immaginata. L’acume di Liberti sta ancora una volta nella capacità di leggere dietro le parole l’intero sistema di percezioni, timori e stereotipi che l’Ottocento proiettava sul Sud. Con una prosa limpida e curata, l’autore ricompone il quadro storico e naturale che si offre allo sguardo del viaggiatore: le rovine del terremoto del 1783, la topografia di Reggio, la rocca di Scilla, le correnti del Reuma, i miti antichi che ancora modellano la narrazione dello Stretto e, al tempo stesso, non rinuncia a mettere in luce le incrinature dello sguardo straniero: la “stoccata” ai Calabresi, la tendenza a trasformare ogni osservazione in un giudizio. Lo fa con eleganza, lasciando che siano le parole del de Sayve a rivelare, quasi da sole, la distanza tra la realtà e la sua rappresentazione. (Bruno Demasi)
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Il de Sayve era un nobile francese titolato conte de la Croix-Cheviere, che nel 1812 ha partecipato alla campagna di Russia, di cui ha trattato in un’opera pubblicata nel 1834. Appassionato musicista, ha composto pezzi per piano e violoncello. Nato nel 1790 (a dire di alcuni nel 1792) a Grenoble, è deceduto nel 1854[1]. Nel 1820 e 1821 ha compiuto un viaggio in Sicilia, che ha resocontato in tre volumi con titolo “Voyage en Sicile Fait en 1820 et 1821” (Paris, Chez Arthus Bertrand 1823). Alla fine del terzo, fedele alla sua passione, ha inserito la musica di un’aria popolare notata nei pressi di Messina.
Nel lavoro del de Sayve, che si occupa esclusivamente di peregrinazioni in Sicilia e strutture sociali che regolano la vita dell’isola, fanno capolino, com’è logico, riferimenti e particolari che attengono alla dirimpettaia Calabria. È nell’ordine naturale delle cose. All’inizio stanno frasi descrittive sul braccio di mare che divide le due realtà e sulla terra che si affaccia dall’altro lato: «Lo stretto che separa Messina dalle coste dell'Italia non è che di una lega e mezza di larghezza; e vicino al faro, non c’è che mezza lega. La città di Reggio, sita ai piedi delle montagne della Calabria, e che, dalla Sicilia, presenta un colpo d’occhio assai pittoresco, non dista da Messina che quattro leghe. Reggio è stata completamente distrutta dal terremoto del 1783, vi si vedono ancora molte rovine e poche case ricostruite»[2]. Sul fenomeno tellurico e sui paesi colpiti il viaggiatore s’intrattiene parecchio e ricorda i sismi che dal 1602 al 1638 hanno colpito la regione, con l’ultimo, quello del 1783, ch’è stato particolarmente violento e ha causato lo sfascio di 200 luoghi abitati e la morte di 9.000 persone. Indugia sul fatto che a soffrire maggiormente sono state le abitazioni poste sulle montagne, al contrario di quelle in pianura e che solo con la scossa del 28 marzo il moto distruttivo ha operato alla pari nelle varie zone. Con l’occasione si sofferma sufficientemente su ciò ch’è capitato a Scilla e ai suoi cittadini[3].
L’ennesimo turista nelle terre del sud, anche se la sua escursione era riservata ad altre regioni, non riusciva a fare a meno di comportarsi parimenti ai tanti che l’avevano preceduto riservando una stoccata alla Calabria o ai suoi residenti. Probabilmente, andava di moda assegnare a un calabrese di turno qualche malefatta. Trovandosi ad ascoltare la Messa in cattedrale a Messina, gli era occorso di notare che un siciliano abile nelle armi, avendo perduto il fucile, aveva gridato “Santo Diavolo” (in italiano nel testo). Siffatta espressione la riteneva una bestemmia, che in tutta la sua esistenza non aveva mai sentito profferire. Ha saputo dopo ch’essa era cosa usuale per i Calabresi[4].
Stando in Sicilia, non poteva non impegnarsi pur lui sui miti di Cariddi e Scilla appigliandosi ai concetti trasmessici da autori come Omero, Virgilio e altri, ma in riferimento al primo ha tenuto a sfatare la leggenda dello scoglio esistente a Capo Peloro. In verità, non si individuava alcunché di quanto tramandato. Sulla rocca di Scilla ha indugiato abbastanza. Scilla era il nome dato alla rocca e alla città che sorgeva sul pendìo e sulla sommità si rilevavano i resti di un castello rovinato a motivo del sisma, mentre gli abitanti erano morti al gran completo. La rocca, che si qualificava il terrore degli anziani, si avanzava sul mare a forma di capo e lo sovrastava da un’altezza di circa 500 piedi. Attorno al capo ci si avvedeva di molte piccole rocce, che, al sopraggiungere delle tempeste, contribuivano «ad aumentare il rumore delle onde, che si interrompono sulla sua superficie e lo riempiono di schiuma».
Rapportandosi alle passate paure, sosteneva che gli abissi, di cui si era sempre detto, erano esistiti nell’immaginazione degli antichi scrittori e che la corrente, che viene da Messina e dai marinai denominata Reuma o Rema durava appena poche ore e poi mutava verso. Quanti seguivano abitualmente la rotta dello stretto non riscontravano alcuna paura perché sapevano bene quando era il momento di transitare e che soltanto quelli ch’erano a digiuno sulla direzione delle correnti rischiavano molto sia che passassero accanto a Scilla o a Cariddi. È per aiutare essi che il governo manteneva a proprie spese al forte di Scilla e al faro di Messina dei piloti e marinai, i quali all’occorrenza avrebbero soccorso i bastimenti in difficoltà immettendoli nel giusto cammino.
Un’ultima attenzione allo stretto l’ha rivolta il de Sayve venendo a trattare sulla separazione delle due sponde da un corpo unico per effetto di un terremoto e riferendo la nota teoria del termine greco di Reggio, che significherebbe propriamente rottura. Secondo lui, a far fede bastava la constatazione che la stratificazione si giudicava identica su entrambe le coste e che le montagne dell’uno e dell’altro versante raggiungevano quasi la stessa altezza[5].
Stando in Sicilia, non poteva non impegnarsi pur lui sui miti di Cariddi e Scilla appigliandosi ai concetti trasmessici da autori come Omero, Virgilio e altri, ma in riferimento al primo ha tenuto a sfatare la leggenda dello scoglio esistente a Capo Peloro. In verità, non si individuava alcunché di quanto tramandato. Sulla rocca di Scilla ha indugiato abbastanza. Scilla era il nome dato alla rocca e alla città che sorgeva sul pendìo e sulla sommità si rilevavano i resti di un castello rovinato a motivo del sisma, mentre gli abitanti erano morti al gran completo. La rocca, che si qualificava il terrore degli anziani, si avanzava sul mare a forma di capo e lo sovrastava da un’altezza di circa 500 piedi. Attorno al capo ci si avvedeva di molte piccole rocce, che, al sopraggiungere delle tempeste, contribuivano «ad aumentare il rumore delle onde, che si interrompono sulla sua superficie e lo riempiono di schiuma».
Rapportandosi alle passate paure, sosteneva che gli abissi, di cui si era sempre detto, erano esistiti nell’immaginazione degli antichi scrittori e che la corrente, che viene da Messina e dai marinai denominata Reuma o Rema durava appena poche ore e poi mutava verso. Quanti seguivano abitualmente la rotta dello stretto non riscontravano alcuna paura perché sapevano bene quando era il momento di transitare e che soltanto quelli ch’erano a digiuno sulla direzione delle correnti rischiavano molto sia che passassero accanto a Scilla o a Cariddi. È per aiutare essi che il governo manteneva a proprie spese al forte di Scilla e al faro di Messina dei piloti e marinai, i quali all’occorrenza avrebbero soccorso i bastimenti in difficoltà immettendoli nel giusto cammino.
Un’ultima attenzione allo stretto l’ha rivolta il de Sayve venendo a trattare sulla separazione delle due sponde da un corpo unico per effetto di un terremoto e riferendo la nota teoria del termine greco di Reggio, che significherebbe propriamente rottura. Secondo lui, a far fede bastava la constatazione che la stratificazione si giudicava identica su entrambe le coste e che le montagne dell’uno e dell’altro versante raggiungevano quasi la stessa altezza[5].
Rocco Liberti