lunedì 31 marzo 2025

Rocco Liberti e le sue « "MÈMOIRES" MAMERTINE 2» (di Bruno Demasi)


 Sono riuniti in questa seconda preziosa raccolta, disponibile fra qualche giorno anche su Amazon , alcuni medaglioni a tutto tondo che continuano a immortalare in modo assai significativo tanta parte della vita mamertina sullo scorcio del secolo scorso e degli inizi di quello attuale. E’ il seguito insperato all’omonimo I volume, a sua volta molto ricco di ricordi di prima mano e di report inediti del passato di un centro aspromontano, Oppido Mamertina,  che, pur lontano dai crocevia viari e commerciali della Piana di Gioia Tauro, aveva saputo ritagliarsi un ruolo di primissimo piano all’interno della provincia reggina con la sua vita civile, culturale e artistica di ampio respiro , ma soprattutto con le sue istituzioni civili, religiose e sanitarie di avanguardia, culminate all’inizio del nuovo secolo anche in una fioritura imprevedibile di istituzioni scolastiche ambìte dall’intero Territorio.  E’ l’ennesimo dono del prof. Rocco Liberti non solo al suo paese, ma all’intero contesto geografico che da questo paese è stato da sempre connotato, almeno a partire dal post terremoto del 1783, quando Oppido, unico grande centro della Provincia o forse dell’intera Regione, seppe rinascere splendidamente dalle proprie ceneri in una collocazione completamente nuova, tale da renderlo esemplare nella sua conformazione urbanistica, ma anche civile e culturale radicalmente rinnovate sebbene saldamente ancorate a un passato ricchissimo di storia. 

    Un dono di cui il primo a sorprendersi è lo stesso Autore, come avverte nella “nota” in apertura del volume, quasi incredulo di aver avuto ancora tanto da ricordare e da scrivere scavando direttamente nella propria memoria dopo le migliaia di pagine da lui dedicate alla storia calabra attingendo scrupolosamente agli esiti di lunghe e meticolose indagini documentarie e sul campo perseguite per molti decenni e tutt’ora in corso. Sicuramente un omaggio di memoria a quel paese di cui si sente tenacemente figlio e al cui glorioso stemma civico torna a dedicare anche in questo volume un piccolo, ma commovente e significativo spazio; e non poteva essere altrimenti.
     La selezione di scritti parte idealmente da un excursus ( Alla ricoperta di Oppido Vecchia) sulle ricerche relative alle città antiche di cui è erede, per molti versi ancora inconsapevolmente, l’Oppido Mamertina attuale e del fervore di studi che contraddistinse i decenni a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, poi inspiegabilmente interrotti per lasciare spesso il posto alle narrazioni becere di esperti improvvisati… Segue idealmente, in ordine temporale, una pagina che potrebbe essere definita “familiare” se non fosse uno spaccato di vita incredibilmente vivo e significativo della società locale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento: Il caffè di don Rocco Liberti , nonno dell’Autore. E non manca uno spaccato coloratissimo ( O’ tempu di’ canonici ‘i lignu ) della vita mamertina negli anni che lato modo potrebbero riguardare il primo lungo dopoguerra caratterizzato da stenti e da povertà generali, ma anche da uno spirito di rinascita inusuale, che si ritrova anche nel pezzo intitolato Vita smarrita di paese in cui rivivono molti personaggi popolari ricordati fino a ieri da tanti o addirittura citati quasi proverbialmente come emblemi di modi di essere sui generis.

  
    Gli anni e le situazioni più specifiche concernenti il periodo fascista vengono rivisti in controluce nel capitolo Antagonismo Chiesa – Fascio, ricchissimo di notizie inedite riguardanti anche l’azione pastorale decisa e priva di reticenze del vescovo Galati, ma soprattutto nella commossa rievocazione dei fatti riguardanti Il martirio di un giovane cattolico oppidese, Francesco Mittica, una storia nella storia sulla quale certamente occorrerebbe ancora fermarsi a riflettere, ammirati dal fatto che un contesto sociale tanto modesto e problematico sia riuscito ad esprimere senza nessuna forzatura una figura carismatica cattolica di tanto rilievo. Una figura, si direbbe, quasi gigantesca se messa a confronto con tante improbabili stature di politici e politicanti del secondo dopoguerra mamertino , tratteggiate da Rocco Liberti con l’abituale misura espressiva, ma anche con quella sottile ironia che ti fa ancora intravedere a distanza di oltre mezzo secolo non solo l’inadeguatezza, ma anche la vis comica di certi personaggi portati alla politica paesana da ben altre aspirazioni che non quelle di ricostruire la società devastata dalla guerra. Un’ironia che diventa più palese, e a tratti tagliente, nel capitolo intitolato Il bello (?) della democrazia, dove tante beghe paesane, che connotarono  aspramente ed enfatizzarono quegli anni, vengono rivisitate e riportate alla loro reale e spesso banale dimensione storica.

    E’ però  nel  brano  concernente La vita sociale che l’Autore trova il modo di restituirci in maniera molto viva il fervore di speranze e di entusiasmi che nei versanti non dominati tout court dalla vita politica si respirava in questi paesi anche nel secondo dopoguerra con la fioritura di bar, circoli, luoghi e istituzioni di incontro e di partecipazione sociale, ma anche con l’avvento della televisione e la lettura dei giornali : un clima poi incredibilmente spento dal flusso migratorio che dissanguò di forze lavoro e di intelligenze un contesto cittadino che anche sul versante artistico, culturale e sportivo dava figure di primissimo piano, e non solo alla Calabria.. Tra le tante l’Autore ricorda qui con dovizia di particolari Un geniale artista oppidese, Domenico Mazzullo (1897 – 1989); Don Filippetto Grillo; Lo sportivissimo prof. Sebastiano Maisano.

    Conclude questa imperdibile raccolta la breve e commossa comunicazione tenuta dallo stesso Autore in occasione del festeggiamento del suo novantesimo compleanno sul finire del 2023 col titolo molto significativo: Di archivio in archivio. Un’allusione chiarissima a un metodo di studi storici che ha pervaso e pervade tutt'oggi tanta  sua ricerca appassionata, meticolosa, inappuntabile che ha prodotto frutti abbondantissimi ai quali, ci si augura, le future generazioni potranno fare solido e sicuro riferimento.

Bruno Demasi

 

domenica 23 marzo 2025

IL CALABRESE AGAZIO GUIDACERIO (1477-1542) AUTORE DELLA PRIMA GRAMMATICA EBRAICA IN ITALIA (di Vincenzo Villella)

      Un sintetico articolo di Vincenzo Villella che per i Calabresi, e non solo, è tuttavia importantissimo per almeno tre ordini di motivi: toglie la coltre di polvere che nei secoli si è sedimentata sul nome di uno studioso calabrese poco o punto conosciuto persino dagli addetti ai lavori ( se escludiamo il bel lavoro di oltre trenta anni fa scritto da Cesare Mulè e pubblicato da Gangemi editore) ; dà ragione di un fervore di studi umanistici che certamente permea anche la terra di Calabria; conferma come e quanto l’elemento ebraico abbia influito, sia pure in maniera silenziosa, sulla cultura italiana, contribuendo in maniera fondante alla fioritura degli studi umanistici persino nei più rinomati “studia” della Penisola. L’ Autore non è nuovo a questo genuino e appassionato scavo storico, grazie al quale oggi disponiamo , tra l’altro, di due monumentali opere ( EBREI DI CALABRIA - Grafichè editore; GIUDECCHE DI CALABRIA - Progetto 2000 ) che raccolgono meticolosamente tutti gli esiti della ricerca storiografica sulla presenza ebraica in Calabria e li rilanciano criticamente, garantendo agli stessi non solo un opportuno rilievo, ma la giusta collocazione per la riscrittura veritiera di tanta parte della nostra storia (Bruno Demasi). 

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        Nella storia della Calabria ebraica c'è un personaggio di levatura europea che non è stato adeguatamente valutato ed è rimasto quasi sconosciuto. Si tratta del prete umanista Agazio Guidacerio, nato nel 1477 a Rocca Falluca o Corace  di Catanzaro e morto a Parigi nel 1542 ( dove deteneva la cattedra di lingua e cultura ebraica  nella  prima Università di Stato, articolata in quattro facoltà,  sorta a Parigi nel 1531 per volontà di re Francesco I e programmazione del suo consigliere Guglielmo Budè, divenuta presto qualificato centro culturale e strumento della Renaissance francese).

   Nel 1512, per approfondire i suoi studi, Guidacerio si trasferisce a Roma entrando nel circolo del rabbino Jacob Gabbai, studiando per sette anni la lingua ebraica. Divenuto uno dei più grandi esperti dei testi originari ebraici, pubblica subito una grammatica ebraica, una delle prime apparse in Italia dedicandola al papa Leone X. Traduce, commenta e pubblica il CANTICO DEI CANTICI e gran parte dei SALMI, basandosi anche sul Commentario al Pentateuco di Rashì, con dedica al papa Clemente VII.  Sulla scorta di Erasmo da Rotterdam (1469-1536) Guidacerio sosteneva la necessità per i teologi di conoscere la lingua ebraica per comprendere il vero senso della Sacra Scrittura e accedere così alla verità più profonda del cristianesimo. Ecco, quindi, l'importanza della sua grammatica ebraica visto che non ne esistevano altre fin allora in Italia (a parte un tentativo di Aldo Manuzio a Venezia nel 1508), ma solo qualcuna Oltralpe.

    Costretto a fuggire da Roma dopo il sacco della capitale del 6 maggio 1527, si trasferisce prima ad Avignone e poi a Parigi dove ripubblica le sue opere e il re Francesco I nel 1530 lo sceglie come docente di ebraico nel Collegio Reale appena inaugurato, concedendogli anche una donazione reale e i benefici di un'abbazia. Pubblicò anche un originale commento al Discorso della Montagna dedicandolo al re e alla regina. 

    Il suo nome è accostato a quello di Erasmo da Rotterdam come una delle figure più rappresentative dell'umanesimo biblico. Era quella corrente di pensiero che, all'interno dell'umanesimo, voleva studiare la Bibbia e i Padri della Chiesa con metodi umanistici. Si trattava di ritornare alle fonti bibliche e patristiche originarie, soprattutto dell'Antico Testamento che doveva essere studiato nella originaria lingua ebraica e non nella traduzione di San Girolamo (la cosiddetta VULGATA) ritenuta approssimativa e con numerose inesattezze di traduzione e forzate interpretazioni.

                                                                                                                        Vincenzo Villella

giovedì 13 marzo 2025

“LA FORZA NON E’ MIA”: I VERSI DELL’INDIGNAZIONE E DEL RIMPIANTO DI CINZIA PANUCCIO (di Bruno Demasi)

     Con il titolo della lirica scritta in omaggio a padre Hanna Jallouf, vicario apostolico e faro di pace per la città di Aleppo, tormentata  per  molti anni dalle violenze di un cieco terrorismo sanguinario, vede la luce  per l'abituale sensibilità di  "Città del sole Edizioni " di Reggio Calabria questa non convenzionale raccolta poetica di Cinzia Panuccio, che dà ragione, anche nell’uso della parola e del pensiero, di un carattere fuori dagli schemi e  da ogni forma di banalità e di supino adattamento al male che nelle sue varie dimensioni dilania i nostri giorni. La forza non è mia sembra ripetere ancora dietro questi versi padre Jallouf, sorpreso egli stesso dalla propria capacità quasi sovrumana di resistenza, ma l’eco sgomenta di questa espressione ritorna insistente anche sulla bocca dell’Autrice che vuole diventare portavoce del numero impressionante di persone che in questi tempi malati trascinano ovunque la propria esistenza ai limiti della sopravvivenza e di tutti coloro che in un modo o nell’altro cercano di alleviare la pena e la sofferenza che impregnano troppe vite. 

     Quando l’otto marzo scorso l’Autrice è stata insignita, anche per questo bel libro, del prestigioso "Premio Emanuela Setti Carraro”, mi è venuto spontaneo pensare che ancora forse c’è  motivo di sperare che l’indifferenza del nostro tempo ogni tanto possa lasciare qualche piccolo spazio alla sensibilità per la condizione degli altri e produrre almeno un rigurgito di ammirazione e di commozione per tutte quelle persone che riescono a fare della propria generosità e del proprio impegno quotidiano verso gli ultimi e i sofferenti, se non una ragione , certamente una costante di vita.

  E’ il caso di Cinzia Panuccio e un’attenta lettura di queste composizioni lo lascia intendere senza possibilità di equivoco: ogni suo verso unisce sempre i due estremi: il canto e la lode per ogni manifestazione della bellezza e la denuncia contro ogni aberrazione o insensibilità che rischia sempre di annientarla. Non a caso tra queste liriche affiora spesso il tema eterno, ma oggi sempre più spesso dimenticato, della lotta tra il Bene e il Male, intesi quasi come due persone, che si concretizza amaramente nei disagi e nelle grandi frustrazioni del nostro tempo, come l’aborto, la dimenticanza verso  Dio, la disabilità marginalizzata, le migrazioni di massa, la ricerca affannosa o la perdita di un lavoro, l’amara constatazione che l’evoluzione della storia, anziché migliorare e perfezionare la convivenza degli esseri umani, rischia solo di aumentare ogni sorta di sfruttamento:

Siamo tutti trafficanti di idee e di sogni,
mercanti di false felicità…  
 
                                                (Trafficanti di anime) 

   In tali dimensioni in La forza non è mia c’è spazio anche per l’ammirazione verso chi ha votato la propria vita alla divulgazione culturale e scientifica, ma anche per cantare gli affetti familiari, inseguire i propri sogni, decantare le ricchezze di questa terra, guardarsi intorno senza trascurare nessuno degli aspetti che possono colpire lo sguardo acuto, la riflessione attenta e generosa di idee e di entusiasmi dell’Autrice. E tante sono le liriche che si fanno spontaneamente leggere e rileggere, come quelle dedicate al tema, ripreso da varie angolazioni, della violenza sulle donne, al quale Cinzia Panuccio sembra riservare un solco profondo della propria sensibilità femminile, quasi una corsia privilegiata della propria indignazione e della propria commozione:

Sogni turbati e un futuro rubato
con l’inganno affollano la mente.
L’inferno ha tolto la magia all’amore
brividi d’estate e ghiaccio dentro il cuore.
Respiri pian piano mentre tutto dentro muore.

                                             (L’amore rubato)


     Versi permeati da una pietas antica , che l’Autrice sa far riaffiorare con una semplicità quasi disarmante offrendo al lettore i modi e i mezzi per perdersi a sua volta in uno sguardo commosso alla nostra terra, ingenuo come quello di un fanciullo, ma coraggioso e forte come l’animo delle donne di Calabria: 
 

                              Delicate maree non tolgono le impronte
                                       Dei piedi di chi lì affonda 
                                    E delle vesti che galleggiano… 
 
                                                                 (L’altro vollto del Mediterraneo) 
 
     E  proprio per le  donne e per gli gli uomini   di Calabria  questi versi  possono essere  un dono.

Bruno Demasi

sabato 8 marzo 2025

MARIA CHINDAMO, EMBLEMA DELLE DONNE CALABRESI VITTIME DELLA BARBARIE( di Bruno Demasi)

    

     Il 6 maggio 2016 spariva inspiegabilmente a Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, Maria Chindamo, imprenditrice agricola quarantaquattrenne di Laureana di Borrello. E solo dopo tantissime e vane ricerche e molto tempo cominciava ad affiorare qualche brandello di verità sulla sua fine: forse sequestrata e poi data in pasto prima ai rulli di una trebbiatrice e poi ai maiali, secondo quanto rivelato dal collaboratore di giustizia Antonio Cossidente già membro del clan dei Basilischi che riferiva ai magistrati della procura distrettuale di Catanzaro di aver saputo da Emanuele Mancuso, esponente di spicco dell’omonimo clan di Limbadi, anche lui collaboratore di giustizia con il quale condivideva la cella nel carcere di Melfi, che Maria Chindamo sarebbe stata uccisa per punizione perché non voleva cedere i suoi terreni. 

    Il collaboratore di giustizia forniva anche particolari macabri sulla fine di Maria Chindamo. La donna, dopo essere stata trascinata con forza su un furgone, sarebbe stata portata in un casa colonica, uccisa e poi buttata in un terreno, stritolata con la trebbiatrice e poi data in pasto ai maiali, tenuti a digiuno da parecchi giorni. In questi anni i carabinieri anche con l’aiuto del Ris hanno ispezionato casolari e messo sigilli a decine di macchine agricole e autovetture, con lo scopo di trovare tracce ematiche della donna. Sono stati utilizzati anche i cani molecolari fatti arrivare dalla Questura di Palermo, ma senza risultati. 

   La scomparsa dell’imprenditrice avveniva proprio nella ricorrenza del suicidio del marito Ferdinando Punturiero, impiccatosi pochi giorni dopo che la coppia aveva deciso di separasi. Una circostanza che sul momento aveva fatto pensare gli inquirenti a una ritorsione da parte dei parenti del marito nei confronti della donna. La pista non portò, però, a nessun risultato. Diverse lettere anonime fatte recapitare in questi anni all’avvocato Nicodemo Gentile, legale della famiglia, e a un sacerdote della zona, indicavano circostanze e personaggi che avrebbero potuto avere avuto un ruolo nella sparizione della donna.
    Una storia accaduta 9 anni fa , ma degna del peggiore e più convenzionale Medioevo barbarico. «Ogni anno che passa dalla scomparsa di Maria, diventa sempre più forte la domanda di Verità e Giustizia da parte dell’intera comunità. Scuole, Associazioni, enti, istituzioni, i media e tantissima gente comune della Calabria e dell’Italia intera si domanda dov’è Maria. Maria non è sola. Accanto a lei ed alla sua famiglia la comunità intera instancabilmente chiede che il tribunale clandestino e mafioso che ha accusato processato e condannato a morte Maria e altre donne, deve essere smantellato. Che le terre di Maria non siano nel mirino di sciacalli che rubando nelle sue terre vogliono fare scomparire ancora una volta Maria insieme al futuro delle sue figlie e di suo figlio».      

 Il mondo scolastico da tempo ha rinunciato a sensibilizzare i giovani, ma occorre rivolgere sicuramente un plauso alle pochissime ( e purtroppo non è soltanto un caso) scuole superiori calabresi che qualche anno fa   hanno aderito al progetto “Mettiamoci una croce"  le seguenti scuole: Liceo Scientifico Vinci Rc, Boccioni Fermi Rc, Liceo scientifico Guerrisi Cittannova, Liceo Volta Rc, Istituto Tecnico Rende, Istituto Bova Marina, Magistrale T.Gullì Rc, Piria Rc, Piria Rosarno, Alberghiero Vibo Valentia, I.I.S Mancini-Tommasi Cosenza, Itcg Falcone Acri. Da loro, forse, la nuova Calabria...

         A Maria , a tutte le marie direttamente o indirettamente vittime dellla nostra barbarie di ritorno, il ricordo  e l'omaggio di quanti non si rassegnano.

domenica 2 marzo 2025

LA FARSA CARNEVALESCA COME CONTESTAZIONE E IL RICORDO DI “GALERA” E DI GIOVANNI SPOSATO (di Bruno Demasi)

   Almeno fino agli anni ‘60 del secolo scorso la farsa carnevalesca sui due versanti della penisola calabra ha dato il meglio di sé, non solo in termini di buonumore e di allegria per tutti, ma soprattutto nella sua dimensione dissacratoria del potere costituito e di quello politico. Quasi sempre la farsa come genere letterario è rimasta però circoscritta nell’ambito della letteratura orale se si escludono alcune composizioni date alle stampe da Salvatore Filocamo e da Francesco Blefari, entrambi autori della Locride e nei vari paesi, come Poilistena, Sersale, Vibo, Oppido e molti altri, qualche piccola composizione o spezzone di farsa inseriti quasi sempre incidentalmente in pubblicazioni estemporanee e di vario tenore storico-letterario.

    E’ un peccato! La farsa carnevalesca dava alimento a un patrimonio di cultura dialettale senza pari, ma costituiva anche, e in modo dirompente, una delle pochissime forme di esternazione del dissenso verso le ingiustizie sociali e le malefatte degli individui, ma anche nei confronti del sottogoverno e del malgoverno ai vari livelli locali o nazionali. Un'irriverenza,che rimandava pari pari a quella delle maschere apotropaiche, ma soprattutto  un dissenso che diventava esplicito sotto la sua scorza ridanciana specialmente quando il contenuto farsesco non riceveva forma scritta, ma solo un ‘ effimera possibilità di divulgazione orale, che per sua natura sfuggiva ad ogni controllo.

  Due figure che hanno dato alla farsa paesana davvero tanto sono Micu “Galera” instancabile e immancabile animatore di rote ai crocicchi delle strade paesane, di cui restano fortunosamente solo brandelli di spaparanzate dialettali contro il potere,  ricostruibili con  difficoltà, e Giovanni Sposato, il medico, ingegnere e scrittore oppidese, che nella prima metà del secolo scorso diede vita, anche scritta, a una breve farsa di pregevole struttura letteraria “ ‘U riloggiu e ‘u pilusciu” di tanto in tanto ripescata per qualche estemporanea animazione di piazza. Due esempi della diversa angolazione attraverso cui le classi più povere e quelle borghesi della nostra terra per una volta all’anno univano i loro sforzi per dar vita a un divertimento genuino e liberatorio, sentendosi quasi affratellate nella contestazione ironica e sanguigna dei mali del tempo.

    Un esempio della denuncia di Galera con una corda di salsicce al collo e un orinale colmo di vino in mano  contro lo strapotere economico che anche allora affliggeva le tasche della gente è una delle filippiche,  ormai poco o punto ricordate, recitata proprio davanti alla banca:

 
Nc’è ‘nu locu aundi ‘a genti
Trova tuttu e non trova nenti…
Nina nanna e ninna nanna,
dormi figghiu di to’ mamma,
dormi figghiu e no’ pensari
quantu sordi ndai a pagari:
pe’ nu prestitu ‘i du’ liri
la to’ banca, va a finiri,
ca ti mungi ‘nu milioni
senza nuja discussioni
e nci zippi puru ‘i spisi
se ti manca ‘nu turnisi.
Se nd'hai nzugna , se nd'hai pisu,
fannu tutti ‘u mussu a risu…
cu ‘na lira di guadagnu
fannu ‘u stai bonu pe’ n’annu,
ma se nd'hai carchi cambiali
nd'hai ‘u ti vindi lu rinali!
…E jeu mbivu e mi di futtu:
sordi nenti e mussu sciuttu!!!


     Più corposa e strutturata  la celebre e bellissima farsa di Giovanni Sposato che  nella sua essenzialità e nella sua veste sintattica e lessicale curatissima  ha una carica umana dirompente  come la sua dimensione autoironica:



‘U RILOGIU E ‘U PILUSCIU (Di Giovanni Sposato)

Carnalavari

Passau puru statr’annu supa di chisti spaji
E ancora sugnu ‘mbita cu debit’e cu guai
Vuatri mi viditi ca su’ vecchiu ‘rraghuni
Cu tuss’e cu doluri ‘ndall’ossa e ‘nde rugnuni

Puru chist’annu vorzi dari ‘na ccattijata,
cu tuttu ca passai ‘na strafetus’annata
vinni pemmu mi vidu cu sti me figghjioleji
cu jennar’e cu nori e tutt’i niputeji.

Non vi portai satizzi e mancu supprizzati
E sangunazzu e frittuli com’ndall’atr’annati
Pecchì sordi no‘ ndeppi mu vaju a’ gucceria
E se non n ‘eppi sordi non fu pe’ curpa mia.

Sapiti ca su vecchiu e pur’assai malatu
E ora ‘ndaju debita dill’annu ch’è passatu
Però se cosi grassi non vi potti portari
‘ndaju n’oggettu anticu chi val’assai dinari

Fermativi ‘nu morzu ca ora lu viditi…..

(Carnalavari tira fuori da una vecchia valigia un orologio a pendolo vecchio, rotto e lercio)

Ecculuccà ! guardati ! Oh ! Oh! Pecchì rriditi?

Ah ! Capiscia: vi pari ca si trovau nd ’e strati
Pecchì ‘u viditi vecchiu ….spettati, mo, rricchiati.
Chistu riloggiu meu me patri mu dassau
E finu a cinquant’anni pe’ sempri caminau.

Quand’era picciriju jeu mancu lu sapia
C’avia u riloggiu fermu e ca spettava a mia
Rrivat’a quindici anni nu jornu u carricai
Vitti ca jiva bonu e jeu cuntinuai

Ogn’annu chi veniva jeu cchiuni corda nci ava
E carricandu sempri cchiu forti caminava
Quandu chijumpia vint’anni pariva ‘nu moturi
Appena nci ava corda faciva tanti rrumuri

Chi sempi notti e jornu non mi dassava in paci
E cchiuni senza corda non si fidiv’o staci
Pe’ fin’a cinquant’anni mi jiu di gran carrera
Ma poi lu trascurai e mi cangiau manera

E’ veru ca cu ll’usu si jiu certu strudendu
Ma pur’u strapazzai , pecchì…….Jamu dicendu
Di prima ‘ncuminciau pe’ nommu signa giustu
E quandu ‘u carricava non mi pariv’e custu

L’ogghjiai cchiù di ‘na vota cu forza ‘u carricai
Mi caminava ancora ma com’a prima mai
‘Nu jornu m’accorgia c’o pendulu fermau
Nci dezzi ‘na spingiuta ma no’ mi caminau

Ora vu’ lu viditi? È struttu e smandalatu
Di fora è tuttu lordu e dintr’esti rruggiatu
Li roti sunnu rrutti e l’indici ‘mbujati
‘Stu pendulu ora è fermu chi mazzari calati

Comu a vint’anni sempri signava menzijornu
Ora ‘nda li sei e menza mi staci pe’ talornu
Vuatri mi diciti : – e ora chi lu voi ? -
‘Ca non sapiti nenti di lu valori soi

Me patri m’assau dittu nda ricchji e a mmucciuni
– figghju tenilu caru ca vali miliuni!
Cu stu riloggiu ccani ‘a genti sempri crisci
E’ propriu pe’ iju ca ‘u mundu s’ingrandisci,


a mia du me patri chistu mi fu dassatu
e a iju du me nonnu prima nci fu datu
u nonnu du pronnonnu e ccussì via parrandu
fina du patri d’Adamu su vinniru dassandu

Ora chi sugnu vecchiu e cchju no’ pozz’ usari
Je puru prim’o moru vi ll’aju a cunsinnari
Non ci voli notaru pe’ fari ‘ncartamenti
Sti beni cca si dassanu pardeu! Naturalmenti .

S’è vecchiu no’ badati ‘ca vui ndaviti forza
Sgrassatilu, stricatilu, stringitilu nda mmorza
Cu pinzi, giraviti, trapani e limi boni
Appena cu conzati mentitulu ‘n funzioni.

(Irrompe Coraisima, che ha con se un’altra vecchia valigia )

Dassatimi parrari ‘ca ndaju chimmu dicu… !
Mi sentu ‘a panza china cchiù supa du mujicu!
Stu porcu ‘ i vostru patri di mia non vi parrau
Mu pari ca di beni sulu iju vi dassau

Ccussì quandu morimu pe’ iju mu pensati
Cu hjuri cu candili e cu missi cantati
Vi dissi du riloggiu chi vali, è veru assai !
Ma di ‘ stu me pilusciu non v’issi nenti mai !

(Coraisima apre la valigia e tira fuori una vecchia pelliccia spelacchiata con un grande buco in mezzo)

Ora dassami stari tu no’ m’interrumpiri
Dassami diri libera chiju chi ‘ndaju a diri
Jeu ti dassai parrari pe’ chiju chi volisti
Parrasti sul’ i tia e ‘i mia nenti dicisti

Rricchiati figghji mei su’ cosi assai ‘mportanti
Non v’a pigghjati a rrisi ‘ca poi finisci a pianti
Chistu pilusciu meu me’ mamma mu dassau
Nda chiju stessu jornu appena mi ccattau

Se era randi o picciulu e chi culur’ avia
Non mi ricordu nenti pecchì non capiscia
Pe’ finu a dudici anni jeu non sapia chi era
E fu chi m’accorgia nu jornu ‘i primavera

Cu tantu di spaventu ‘nu guaj mi capitau
‘Ca senza mu nci curpu mi catti e s’allordau
Mi misi pemmu ciangiu ‘nu chiantu disperatu
Voliva mu m’ammazzu : cridia ch’è rrovinatu !

Me mamma chi curriu sentendu i me’ lamenti
– zittu! mi dissi stùpita, ‘ca non nci faci nenti-
Poi jiu ndo cascettuni pigghjau ‘nu fazzolettu
M’u pulizzau per beni m’u fici nettu nettu..

Apoi…passand’ i misi….

(Si avventa Carnilavari per tapparle la bocca e zittirla )

Ma spicciala ! Rrappata !
Chi nci vo’ cumbinari cu ‘ssa spaparanzata?
Non ci ‘ati retta cchiuni è ‘n pocu rimbambita
Ma già ‘ca mai fu dritta nda tutta la so’ vita

Chiju pilusciu vecchiu ora vi voli assari
Nci pari ca cu’ chiju ‘mbuscati assai dinari
‘Ca se vi lu vinditi tant’è rrappatu e lordu
Mancu se v’ammazzati vi dunanu ‘nu sordu

( incalza incazzata Coraisima)

Quandu ndi maritammu chissu tu no’ dicivi
‘Ca finu a chi fu novu tu chistu ti mentivi
Ti nd’apparasti friddu nda ji sirati ‘i ‘mbernu
Quandu schjarazzi e cuchiju jettav’o Patreternu

Cu iju t’accucciavi cu iju caddiavi
E mancu nd’all’agustu ‘mpaci lu dassavi
Ma se si fici vecchiu se pilu non restau
Se ‘ndavi stu pertusu ccussì cu mu conzau?

Carnalavari:

Sì, sì, tu ‘ndai ragiuni cara mugghjieri mia
Ca chissu toi pilusciu fu jeu chi t’u strudia
Ma puru tu nci curpi ….chi ‘ndaju e diri? ..e poi…
Santuceravuluni…..pari ca era o toi!

Coraisima:

Però facimu paci davanti a tanta genti
Dassamu chisti storiji ..e non dissimu nenti !
Ora maritu senti nc’è puru u me’ doviri
Pe stu pilisciu meu e l’haju a cunchiudiri

( Coraisima rivolta al pubblico)

Ora chi sugnu vecchia chistu pe’ mia non faci
Vi ll’haju assari a vui certu se vi piaci
Ma s’è ccussì ridottu non vi ‘nd’incarricati
Vuatri siti giuvani e potiti mu conzati

Lavatilu , strigghiatilu, lampratulu a lu suli
Pe’ pili non pensatici ‘ca poi nescinu suli
Appena vu ‘u viditi ca ritornau ‘mpinnatu
Ccuppativi scialativi vu dassu pe’ ligatu.

(Carnilevari prende orologio e pilisciu e rivolto al pubblico ..)

Ddunca figghjoli mei nui atru non avimu
Ca poveri malati e ‘ndebitati simu
Sulu chisti ddui cosi vi pottimu dari
Facitindi bon usu, tenitevvilli cari !

 
   Sono soltanto due esempi della grande portata culturale che aveva il carnevale nostrano nei tempi andati, oggi quasi sconosciuta alle nuove generazioni educate  al consumismo  senza identità. E insieme ad essi, in un altro brandello ricostruito,  la nostalgia per un Carnevale irrimediabilmente perduto insieme alla voce , al temperamento e alla genuinità disinteressata di “Galera”

O tempi belli di carni e satizzi,
o ‘nzalateri di grandi bellizzi,
o pignati fumanti di pruppetti,
o faddalazzi di cutuletti,
o gravigghi ‘ccuppati di stigghiòli,
o limbazzi chini di brascioli,
o stagnatuni curmi di gambuni,
o sperlunchi di russi maccarruni,
o caddàri di frittuli tremanti,
o cannati di vinu spumeggianti…
Stu riloggiu finìu mu batti l’uri
e Galera perdìu tuttu l’ arduri:
aguannu non si fitti ‘u faci scrusciu,
mancu ‘u senti s’è lisciu lu pilusciu!
Lu ditturi Sposatu lu curau, 
ma la mugghieri poi lu cunsumau…!
O genti che viditi e no’ ciangiti
su guai puru pe’ vui , mu lu sapiti!
Mbivimu a la saluti di Galera
Chi ndi dassau ‘i ‘sta mala manera!


                                                                                                    Bruno Demasi

domenica 16 febbraio 2025

LETTERA APERTA A CHI VUOL " FAR POESIA" ( di Ciccio Epifanio)

    Leggendo questa rivelatoria e liberatoria  “lettera” dialettale di Ciccio Epifanio, viene in mente il polverone letterario suscitato nel 1923 da Benedetto Croce quando pubblicò il provocatorio volumetto dal titolo “Poesia e non poesia”. In esso il grande filosofo meridionale tracciava lo spartiacque con cui classificare, secondo il metro dell’arte o della negazione dell’arte, la letteratura del secolo XIX, senza immaginare che esattamente dopo cento anni, ai nostri giorni appunto, bastasse cliccare una parola su uno degli innumerevoli siti che sfruttano le cosiddette intelligenze artificiali per ottenere ahimè nel giro di pochi secondi una “poesia” confezionata  sullo stesso tema  secondo le tue richieste e le tue preferenze : verso sciolto, rima, endecasillabo, ottonario, sonetto, ode, terzina e molto altro ancora... 

    E’ dunque  Ciccio Epifanio che con questa sua riflessione in versi ci sottolinea che lo studio di Croce rimane validissimo ancora oggi, anzi oggi più che mai, e non solo per il proliferare abnorme di “poeti” a tutti i livelli e a tutte le latitudini, ma anche perché si è di nuovo smarrita la vera cognizione della “poesia”, intesa sempre più come composizione letteraria stucchevole di parole messe insieme, sempre meno come esperienza stupita dell’universo nella sua variegata fenomenologia quotidiana. Poesia, vuole ribadirci l’autore di questa originale ballata dialettale, è tutto ciò che di più spontaneo, inatteso e stupefacente caratterizza la vita  e poeta è semplicemente colui che sa cogliere il moto segreto che tutto ciò che ci sorprende suscita dentro di noi e poi tradurlo in parole che lasciano un segno nell'anima.

    Innumerevoli critici letterari dopo Croce cercarono di percorrere il solco da lui tracciato per qualificare il significato e la portata di ciò che è poesia, molti ripetendone il pensiero, altri cercando di superarlo a seconda delle scuole cui appartenevano: se ci si addentra nella letteratura che in un secolo è fiorita sull’argomento, nelle sterminate pagine pubblicate a proposito o a sproposito su un tema tanto delicato , si rischia di rimanere invischiati nell’ovvio, nelle infinite classificazioni, negli aridi cataloghi che indicano poco o nulla, perché la poesia, quella vera, sfugge a ogni astratta valutazione, a ogni canone preconfezionato. 

   Non per nulla, secondo Ciccio Epifanio, la poesia è “arti e magaria”, è il moto dell’anima suscitato dai colori e dai suoni e dalla grandezza della natura, dalla voce di un lattante, da tutto ciò che di imprevedibile apre il cuore indurito dell’uomo e lo fa palpitare. Poesia è anche ammirazione per l’arte sublime che trovi in una terzina dantesca o nel pianto di chi sa tradurre in parole la tua sofferenza per la quale tu non trovi parole. Ma non è facile tradurre questo universo di sentimernti, di emozioni e di immagini nel linguaggio poetico: sono indispensabili arte, misura e pulizia nel lessico e nel verso, nel suono e nel ritmo, ma è necessario anche rispetto assoluto per il potere evocativo e pedagogico delle parole. E questa composizione ne è un chiarissimo esempio! (Bruno Demasi).


Ncè cu spiccica paroli
e cu spiccica capiji
ncè cu ‘a rima no’ nci coli
e cu ‘mbeci guarda ‘e stiji.
Ma pe fari poisia
nci voli arti e magaria.

Ora, pe’ veniri o’ puntu,
senza tanta gapparìa,
vi lu dicu e vi lu cuntu
chi vordiri poisia:
accussi,’ a Diu e no’ peju,
vi rifriscu u ceraveju.

Se ‘na matinata ‘i maju,
quandu zzumpanu li hjuri,
vui guardanduli a lu taju
sthracangiati di culuri,
se vi pigghja ‘a fantasia
chija certu è poisia.

Se ‘na notti i menz’agustu
quandu volanu li stiji
vi sentiti cchjù du giustu
arrizzari li capiji,
no nci voli profezia
mu si sapi ch’è poisia.

Se lu cori vostru ntinna,
quandu ncè ‘ nu criaturi
chi da’ mamma cerca ‘a minna
e diciti: “chistu è amuri!”
Non diciti ‘na bugia,
ma la pura poisia.

Se a lu voscu ammenza e’ fogghji,
quandu u tempu zagalija
chiju sonu chi si sciogghji
vi rifrisca e vi ricrija,
ora vui, sentiti a mmia,
chiju sonu è poisia.

Se lejendu o’ Fiorentinu
vui dill’arti soi divina
vi sentiti u cori chinu
quandu sciogghji la terzina,
se vi ‘mmaga l’armunia
è lu cantu d’a poisia.

Se di frunti a l’univerzu
vi sentiti ‘na ppenicchja
e di chiju celu perzu
volarrissivu na nticchja,
se vi juma ‘a fantasia
ncè ‘nu mari di poisia.

Perciò ddunca la poisia
esti comu chija cosa
undi u cori si ricrija
e la menti si riposa:
nuju oru o mercanzia
po’ pattari la poisia. 

 


P.S. 

Mu cunchjudu ‘stu cumandu
manca sulu n’atru accentu:
pe’ scriviri poetandu
nci vò gnagna e sentimentu.
Se no ncè, tu senti a mmia,
dassa stari la poisia!

Ciccio Epifanio

lunedì 10 febbraio 2025

UN TEUTONICO CALABRESE DI PASSAGGIO A OPPIDO, GERHARD ROHLFS (di Rocco Liberti)

     Come tutti i maestri, Gerhard Rohlfs ( Berlino-Lichterfelde 1892-Tubingen 1986) è stato maestro di semplicità disarmante per quanti hanno avuto la fortuna di conoscerlo nei suoi continui viaggi in quella che a ragione potrebbe essere definita la sua seconda patria, la Calabria, percorsa numerose volte da solo o accompagnato dalla figlia. A Oppido Mamertina, dove giunse più volte per confrontare le proprie appassionate ricerche col canonico Giuseppe Pignataro, ebbe anche la fortuna di conoscere tra gli altri il prof. Rocco Liberti, alla cui penna è affidato questo omaggio doveroso come a uno dei padri della glottologia moderna studiata e costruita pezzettino per pezzettino con metodi antichissimi quanto efficaci contattando la gente, a volte a dorso di mulo, porta per porta e raccogliendone religiosamente le testimonianze parlate: un metodo intramontabile, assai distante da certe ricerche estemporanee e di seconda mano che inondano sempre di più le librerie e i social. A Gerhard Rohlfs l’omaggio , ci si augura perpetuo, di noi Calabresi, e a Rocco Liberti l’ennesimo ringraziamento degli Oppidesi  sempre più grati per la generosa condivisione di questi ricordi. (Bruno Demasi)

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    Ho avuto l’opportunità d’incrociare il mio passo culturale con quello del grande dialettologo tedesco per puro caso forse nell’anno 1977. Stavo passeggiando con un collega inverso Tresilico, quando, da una macchina improvvisamente fermatasi, è venuto a scendere un uomo alto e imponente, che ha chiesto delle informazioni ad alcune persone che si ritrovavano a lato della strada. Allorquando dalle scarne frasi pronunziate con un accento straniero piuttosto aspro ho capito che quegli andava cercando mons. Pignataro, ho detto subito al mio accompagnatore: Deve sicuramente trattarsi del prof. Rohlfs, uno studioso di statura mondiale! Non mi sono sbagliato. Ci siamo avvicinati e ci siamo offerti di condurlo alla residenza di colui che così tanto gl’interessava, dove peraltro doveva esservi stato variamente. Sicuramente, tanto per cambiare, non ricordava il luogo preciso. Una volta appreso che la persona cercata al momento non si trovava in paese, è rimasto piuttosto esitante. Allora, su due piedi, senza porre tempo, abbiamo deciso di riceverlo in Comune, dove abbiamo avuto un riscontro del suo solito tipo, cioè una chiacchierata in merito ad alcune voci del vernacolo oppidese.

    Non ricordo bene se è stato allora, ma credo proprio di sì, che il prof. Rohlfs a casa mia, dove successivamente ci siamo portati, mi ha parlato del dizionario dei cognomi che aveva in preparazione. Gli ho fatto presente ch’era bene nel caso tener conto che molti cognomi erano bell’e costruiti intenzionalmente anche ai nostri tempi da coloro che li appioppavano ai trovatelli e non erano davvero pochi! Li per lì ha affermato candidamente di non averci pensato e, una volta che ho provveduto a inviargli miei lavori sull’imposizione dei soprannomi a Polistena e, per l’appunto “I figli di nessuno in Calabria”, così il 22 ottobre 1977 mi ringraziava soprattutto dalla sua ordinaria residenza di Tubingen, nella cui università aveva insegnato per tanti anni: «il vostro lavoro non solo è del massimo interesse, ma ha tutte le qualità di profonda e seria ricerca». Si rivelava, come il suo solito, parco di parole, ma essenziale. Per contraccambiare si faceva un dovere d’inviarmi copia con dedica del suo “Dizionario Toponomastico e Onomastico della Calabria”.

    Da quella prima occasione gli incontri si sono susseguiti. Il prof. Rohlfs è venuto a trovarmi a Oppido in vari frangenti. In uno di questi mia madre tutta allarmata mi ha avvisato che un pazzo era andato nella sua casa a chiedere di me entrando difilato dalla porta e spingendosi su per le scale interne, con lei che lo seguiva e gridava tutta spaventata: Chi siete? Cosa volete? senza ottenere chiarimenti di sorta. Sicuramente, informato malamente da qualcuno, cui si era rivolto e rammentando che quella prima volta era salito per delle scale (ma erano esterne), pensava di aver trovato il posto che cercava. Mi ha contattato poi in piazza, dove l’ho avvertito piuttosto agitato. I suoi arrivi presagivano sempre delle frettolose partenze. Un’altra volta il cielo lanciava fulmini e saette e pioveva a dirotto, quando te lo vedo comparire alla sede dell’AVIS guidato dall’ennesimo informatore. Proveniva da Santa Cristina e Piminoro, dove si era recato per rimpinguare il suo corredo di nomignoli. Ho pensato subito bene di condurlo a Messignadi, paese dove il soprannome è di casa più che in altri posti e dall’amico Michele Brancati, dove ci siamo rifugiati, il prof. Rohlfs e un suo assistente, dopo essersi rinfrancati con un bicchierino di liquore, hanno avuto modo di apprendere altri curiosi termini. Dopo il tempo strettamente necessario, mi son sentito in dovere di guidarlo fino all’uscita di Varapodio per immetterlo sulla via per Polistena, dove avrebbe dovuto pernottare e l’ho indirizzato all’amico Giovanni Russo. È stato questi particolarmente contento per l’inatteso incontro e il giorno dopo gli ha fatto rendere i dovuti onori in Municipio. Più in là, l’8 aprile ‘79, gli farà tenere una brillante relazione sul dialetto calabrese alla Biblioteca Comunale, da lui egregiamente diretta.

    Dopo quel primo scambio di corrispondenza, di cui ho inizialmente riferito, uno successivo si è verificato il 16 maggio 1978 in ringraziamento del mio estratto “Il culto della Vergine del Pilar”. Ma il 20 agosto il Professore m’inviava una cartolina da Noja nella “Spagna atlantica” con annuncio che sarebbe passato da Oppido “brevemente” il 2 ottobre e avrebbe avuto piacere d’incontrarsi col suo “amigo”, proprio alla spagnola. Appresso reiterava tra le date 31 agosto ’78 e 10 giugno ’79, sia per trattare di una breve prefazione al mio volume “Folklore di Calabria” che per chiedermi informazioni di carattere onomastico dialettale. Avvisandomi ancora il 6 settembre susseguente che il 24 dello stesso mese forse avrebbe fatto tappa a Oppido, riscontrava così l’invio del mio lavoro:

   «È una bella e simpatica sintesi del folklore calabrese, presentato senza pedanteria in un modo elegante e leggibile. Trovo nella raccolta, bene ordinata, molti proverbi e modi di dire, finora a me poco conosciuti».
  
     È seguìta alquanta sosta nel contatto epistolare. Il Prof. Rohlfs, che in precedenza mi aveva spedito due sue nuove opere, il "Dizionario dei cognomi e soprannomi”[1] e “Calabria e Salento-Saggi di storia linguistica”[2] non mancando d‘inserire quale dedica, come di consueto i suoi “memori ricordi”, mi ringraziava per la recensione fatta alla seconda, che pur mi aveva richiesto, come d’altronde per la prima, con data 5 dicembre 1980. Ancora alquanta tregua e di nuovo il 19 luglio 1983 un riscontro da Noja nella “Spagna cantabrica (in villeggiatura con mia figlia)”, col quale mi ringraziava per le condoglianze espressegli in morte della moglie, sua fida compagna per ben quattro volte nelle peregrinazioni in Calabria. Il 20 novembre ci siamo alfine incontrati a Reggio alla presentazione di un volume in suo onore materializzato dalla Deputazione di Storia Patria su proposta di Franco Mosino e contenente una serie di contributi che rendeva omaggio a “Gerhard Rohlfs nonagenario”. Tra tanta gente non mi ha riconosciuto - i 91 anni allora contati non erano una bagattella - ma al mio declinare le generalità è subito scattato: “ah! Oppido Mamertina!”. Prima del pranzo mi sono riavvicinato e ancora nella confusione non mi ha distinto. Allora al mio: “Oppido Mamertina!” ha risposto senza tentennamenti: “ah! Liberti!”. Così poi lucidamente mi ringraziava per la partecipazione alla silloge di studi linguistici in suo ossequio: «… per il Suo gentile contributo alla miscellanea in onore del nonagenario. Le dico i miei più vivi ringraziamenti. La bella raccolta di toponimi e cognomi è una preziosa aggiunta alle nostre conoscenze, dove non mancano interessanti novità».

   Di seguito le recensioni pubblicate sulle due opere del Rohlfs sul “Corriere di Reggio” rispettivamente il 10 novembre 1979 e 25 ottobre 1980.

  «Dopo la pubblicazione del “Nuovo Dizionario Dialettale” e del “Dizionario toponomastico e onomastico”, due grossi studi basilari sulla dialettologìa calabrese, il prof. Gerhard Rohlfs, amico della Calabria da più di 55 anni, presenta ora un ulteriore saggio del suo notevole impegno culturale, il “Dizionario dei Cognomi e dei Soprannomi”, invero un altro ponderoso lavoro, che, unito ai precedenti, rappresenta certamente un ampio e invidiabile “thesaurus lessicale”. 
 L’ennesima fatica dello studioso di Oltralpe, il quale ogni anno puntualmente fa la sua rapida apparizione fin in ogni più sperduto paesello per annotare, controllare antecedenti appunti ed anche per offrire un suo prezioso contributo a quanti amano ascoltare dalla sua viva voce i travagli storici di un dialetto pur sempre vivo malgrado gli attacchi portati dalla lingua nazionale, si suddivide in due sezioni. Nella prima sono compresi più di 15.000 cognomi tratti dalle fonti più varie, documenti e diplomi del tardo medioevo, registri parrocchiali e comunali, platee e pubblicazioni di ogni tipo. All’altra fanno invece capo i soprannomi, circa 10.000, che rappresentano un vero campionario dei nomignoli appioppati in Calabria sin da remote generazioni.

La nuova opera non va assolutamente considerata, come potrebbe a prima vista sembrare, alla stregua di una semplice raccolta di nomi e di ingiurie, peraltro già degna di lode, perché al suo autore, specialista di glottologìa romanza, di lingua e letteratura italiana, francese e spagnola, vanno riconosciuti ben altri meriti, che sono arcinoti a chi si occupa di dialettologìa calabrese. Tra l’altro, l’esimio studioso, oltre che presentare ogni nome nella sua diffusione locale, ne viene a spiegare l’origine, accennando, per quanto possibile, anche al suo eventuale cammino storico.

L’odierno dizionario, nel quale si ripropone con maggiore forza la teoria cara al Rohlfs sul dualismo tra Calabria greca e Calabria latina, due territori ormai ben riconosciuti e delimitati, riuscirà senza dubbio, ne siamo certi, di notevole utilità a tutti, ma si rivelerà particolarmente indispensabile agli studiosi, per i quali sarà un manuale di sempre frequente consultazione ed un continuo stimolo ad un’ulteriore e più completa ricerca”.

“Calabria e Salento”, che documenta appieno l’interesse del Rohlfs per la regione calabra e parte di quella pugliese, non è, come potrebbe apparire, un nuovo saggio di ricerca dialettale, ma, fatto assai più importante, si rivela quale una raccolta, in cui sono presenti, aggiornati ed ampliati, tutti quegli articoli che, pur occupandosi della stessa materia, si trovavano dispersi in opuscoli e riviste, risultando, quindi, di difficile reperimento.

Nel primo capitolo, dal titolo La Magna Grecia (nunc deleta?), l’autore viene a ripresentare una sua nota teoria e, quindi, a riaffermare che sia in Calabria come nel Salento le isole di grecismo ivi esistenti non hanno avuto la loro origine dal bizantinismo, bensì dai tempi gloriosi della Magna Grecia. A romanizzazione imperante, il popolo, vinto e sottomesso dalle armi, aborrì di parlare la favella dei vincitori, assai inferiore alla sua e continuò a servirsi di questa in barba ad ogni imposizione. I greci di Bisanzio, tutt’al più, poterono apportarvi nuova linfa e permetterne così una maggiore resistenza all’imbarbarimento. Una tale tesi, che trova la sua completezza nel capitolo successivo, Dalla Magna Grecia a Bisanzio, malgrado vari oppositori, è ancora sostenibile ed il Rohlfs offre in proposito una miriade d’illuminanti esempi.

Proseguendo nella trattazione, ripropone un’altra sua pur valida opinione, che è quella dell’esistenza di due Calabrie, la latina, che corrisponde pressappoco all’odierna provincia di Cosenza e la greca, che si configura nelle restanti circoscrizioni. A tal riguardo egli si fa forte dell’antagonismo rivelato dal linguaggio parlato nonché dei numerosi toponimi e viene a dimostrare come una barriera linguistica insormontabile divida le due predette zone.


Anche per il Salento dialettale il Rohlfs manifesta le stesse attenzioni avute per la Calabria. La parte linguistica propriamente detta del volume ha termine con un saggio sull’origine e formazione dei cognomi nell’estremo mezzogiorno d’Italia, ma l’opera si completa con un interessante lavoro imperniato sul remoto giuoco degli astragali, che risulta comune a Grecia, Calabria e Salento e ch’è una variante primordiale di quello dei dadi. Un tale passatempo non fa che confermare ancora come Calabresi, Salentini e Greci siano accomunati da una medesima scaturigine e, quindi, dar piena ragione allo studioso tedesco».

   Gerhard Rohlfs, il grande studioso cui nel 1968 il Comune di Bova ha concesso la cittadinanza onoraria (Candidoni lo farà nel 1979) e l’Università della Calabria la laurea honoris causa nel 1981, ha avuto contro un altro talento della dialettologìa, il calabrese Giovanni Alessio, che sosteneva le tesi opposte.

    Un vivo plauso merita per gli ultimi tempi l’amministrazione comunale di Badolato, che, unica, ha pensato bene di onorare l’illustre personaggio dedicandogli il 14 luglio 2002, a 110 anni dalla nascita, una piazza. Nella relativa lapide, ove figura così gran nome, è stata aggiunta l’indovinatissima espressione “Il più calabrese dei figli di Germania”. Alla cerimonia erano presenti, oltre a tanti studiosi, i di lui figli Ellen ed Eckart. A Rohlfs risulta intestata anche un’associazione culturale di Catanzaro, fondata dal poeta Achille Curcio, che si propone giustamente il recupero del dialetto e dei testi dialettali. Il 2 maggio 2016 gli è stato infine intitolato il Museo Civico della Lingua Greco-Calabra di Bova, paese prettamente grecanico dove spesso si è ritrovato a conversare con la sua gente. Opportunamente una sala dello stesso è stata dedicata allo studioso Franco Mosino (1932-2015), storico, grecista e folklorista d’impegno, che amava autodefinirsi “filelleno” e all’istituzione ha donato la sua biblioteca e materiale di natura folkorica. Anche da parte del Rohlfs sono pervenuti a Bova interessanti reperti offerti dal figlio Eckart.

Rocco Liberti 

* Alcuni contenuti di questo studio sono apparsi in altra veste in “Calabria Letteraria”, LIII (2005), nn. 7-8-9, pp. 123-125.
[1] Longo editore, Ravenna 1979; in essa aveva tenuto ad inserire il lavoro sui figli di nessuno nella bibliografia della provincia di Reggio Cal. con l’espressione Riguarda l’onomastica dei neonati esposti in zona di Oppido con interessanti ed abbondanti esempi ordinati secondo alcune categorie.
[2] Longo editore, Ravenna 1980.