La parabola umana di Domenico De Giorgio appartiene a una rara specie di miracoli intellettuali fioriti nella maniera più sorprendente su un humus di semplicità e di sacrificio. Eppure, a scorrere oggi le cronache culturali del nostro Paese, il suo nome sembra scivolato in quel cono d’ombra che la modernità riserva a chi non ha mai cercato il clamore dei salotti romani o milanesi, preferendo una vita operosa a Reggio Calabria, la polvere feconda degli archivi, lo studio e il lavoro quotidiano e il rigore inflessibile del metodo scientifico [1].
La sua vicenda comincia lontano dai palazzi della grande accademia, precisamente a Oppido Mamertina, dove nasce il 23 marzo 1908. Figlio di Pietro De Giorgio e Annunziata Priolo, Domenico viene alla luce in una famiglia di umili origini, in una Calabria ancora ferita dalle cicatrici della storia e, di lì a poco, dal catastrofico terremoto che sconvolgerà lo Stretto. Ma il ragazzo della Piana ha dentro di sé un’ostinazione antica. Giovanissimo, lascia la terra natia per trasferirsi a Reggio Calabria: è il primo passo di un viaggio interiore che lo porterà ad attraversare lo Stretto per frequentare l’Università di Messina. Lì, sotto la guida intellettuale di Ugo Spirito — uno dei più acuti e complessi filosofi del Novecento italiano —, De Giorgio consegue la laurea in Filosofia [2][3].
È in quegli anni universitari che si affina quel pensiero critico che Domenico deciderà di non spendere nella pura astrazione teorica, bensì di calare nella carne viva della ricerca storiografica e dell’insegnamento nei licei. De Giorgio capisce che la Calabria ha bisogno di verità. Per troppi decenni la storia del Mezzogiorno era stata ostaggio di due opposte retoriche: da un lato l'erudizione municipale e campanilistica, affollata di miti improvvisati e costruzioni fantastiche; dall'altro una narrazione monumentale, spesso di impronta borbonica o nostalgica, incapace di reggere l'urto dei documenti [4].
La sua vicenda comincia lontano dai palazzi della grande accademia, precisamente a Oppido Mamertina, dove nasce il 23 marzo 1908. Figlio di Pietro De Giorgio e Annunziata Priolo, Domenico viene alla luce in una famiglia di umili origini, in una Calabria ancora ferita dalle cicatrici della storia e, di lì a poco, dal catastrofico terremoto che sconvolgerà lo Stretto. Ma il ragazzo della Piana ha dentro di sé un’ostinazione antica. Giovanissimo, lascia la terra natia per trasferirsi a Reggio Calabria: è il primo passo di un viaggio interiore che lo porterà ad attraversare lo Stretto per frequentare l’Università di Messina. Lì, sotto la guida intellettuale di Ugo Spirito — uno dei più acuti e complessi filosofi del Novecento italiano —, De Giorgio consegue la laurea in Filosofia [2][3].
È in quegli anni universitari che si affina quel pensiero critico che Domenico deciderà di non spendere nella pura astrazione teorica, bensì di calare nella carne viva della ricerca storiografica e dell’insegnamento nei licei. De Giorgio capisce che la Calabria ha bisogno di verità. Per troppi decenni la storia del Mezzogiorno era stata ostaggio di due opposte retoriche: da un lato l'erudizione municipale e campanilistica, affollata di miti improvvisati e costruzioni fantastiche; dall'altro una narrazione monumentale, spesso di impronta borbonica o nostalgica, incapace di reggere l'urto dei documenti [4].
Il punto di svolta arriva nel secondo dopoguerra, precisamente nel 1948. In un'Italia che tenta faticosamente di ricostruirsi tra le macerie materiali e morali del conflitto, De Giorgio compie il suo capolavoro fondando la rivista «Historica». Non è un'operazione commerciale, né il capriccio di un cenacolo di intellettuali annoiati: è un'officina del rigore nata senza finanziamenti pubblici, sorretta per oltre mezzo secolo quasi esclusivamente dalla sua titanica forza di volontà e da una passione instancabile [5].
Questa straordinaria avventura editoriale non sarebbe stata del tutto possibile senza una seconda, fondamentale colonna portante: il canonico professor Giuseppe Pignataro. Comandato dalla comune origine oppidese e da una profonda affinità d'intenti, Pignataro non fece mai mancare a De Giorgio il suo incoraggiamento morale e una collaborazione intellettuale strettissima. Ma il suo apporto andò ben oltre: in un'epoca di tremende ristrettezze economiche, in cui stampare una rivista indipendente era un atto di autentico eroismo quotidiano, il canonico sostenne «Historica» anche materialmente, attingendo alle proprie scarse risorse per garantirne la sopravvivenza [6].
Grazie a questo sforzo congiunto, «Historica» divenne rapidamente molto più di un periodico specialistico: si trasformò in una vera e propria scuola di metodo, e attraverso le sue pagine passarono, nel corso dei decenni, tutti i più importanti storici calabresi e non solo. La rivista divenne una fucina dinamica della nuova storiografia locale ed extralocale, un crocevia d'eccezione dove potevano confrontarsi alla luce del metodo scientifico accademici affermati e giovani studiosi, come Rocco Liberti, che anche da questo tirocinio trasse elementi per affinare il suo metodo rigoroso di indagine e di ricerca.
Attraverso le pagine di «Historica», De Giorgio introduce nella storiografia meridionale la lezione salveminiana del primato del documento. Il suo obiettivo è svecchiare la cultura locale, ripulirla dalle favole e restituirle la dignità della grande scienza storica.I cantieri di ricerca aperti da De Giorgio e dai suoi collaboratori diventano rapidamente punti di riferimento per l’intera storiografia nazionale. Lo studioso si immerge nelle carte dei processi borbonici, esplora gli archivi privati delle famiglie calabresi e restituisce una mappa inedita e vibrante del Risorgimento meridionale. I suoi studi sui moti del 1847 e del 1848, la sua densa monografia su Benedetto Musolino [7] e l'analisi delle premesse della Questione Meridionale dimostrano che la Calabria non è stata un soggetto passivo della storia unitaria, ma un laboratorio di passioni politiche e ideali democratici.
L'opera di De Giorgio non si ferma alla cura della sua “creatura” giornalistica o alla produzione di saggi originali. Nel 1957 compie un’operazione culturale monumentale, decidendo di riprendere la celebre Storia di Reggio di Calabria di Domenico Spanò Bolani, arricchendola di un apparato di note e di una bibliografia così accurati da trasformare un classico dell'Ottocento in uno strumento storiografico moderno e imprescindibile. Più tardi, nel 1988, suggellerà il suo legame ideale con la grande tradizione del meridionalismo democratico pubblicando un volume fondamentale sul rapporto tra Gaetano Salvemini e la Calabria.
Con il passare degli anni, l'instancabile ricercatore venuto da Oppido porta la ricchezza delle sue indagini sulla Calabria preunitaria e postunitaria anche nelle aule universitarie, offrendo agli studenti un modello di indagine archivisticamente accurata e storiograficamente penetrante. Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo che ha attraversato il Novecento con la dignità dei giusti, spegnendosi a Reggio Calabria il 5 marzo 2003, a pochi giorni dal compimento del suo novantacinquesimo anno [8].
Oggi, l'intera collezione di «Historica», insieme alla sterminata biblioteca personale dello storico, si trova sugli scaffali della Biblioteca Comunale “Pietro De Nava” di Reggio Calabria, in una sala a lui giustamente intitolata. Ma quel patrimonio non può rimanere un semplice monumento polveroso. In un’epoca dominata dall’istantaneità del web, dove la complessità viene sacrificata sull'altare della brevità, riscoprire la pazienza archivistica di Domenico De Giorgio e il coraggio pionieristico di Giuseppe Pignataro non è un nostalgico esercizio di stile. È un atto di coscienza culturale. È la dimostrazione che per comprendere il presente non servono scorciatoie, ma il coraggio di ritrovare la storia con rigore, curiosità e un'instancabile, elegantissima devozione alla verità dei fatti.
Bruno Demasi
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[1] G. Buttà, Un’eredità scientifica e umana cui continueremo ad attingere, in «Historica», a. LVI, n. 2, aprile‑giugno 2003.
[2] P. Crupi, La morte ignorata di Domenico De Giorgio, in «Il Quotidiano della Calabria», 21 marzo 2003.
[3] R. Liberti, Domenico De Giorgio (1908‑2003), in «Calabria Sconosciuta», a. XXVI (2003), n. 99.
[4] G. Masi, Per una biografia critica di Domenico De Giorgio, in «La Questione Meridionale», Pellegrini, Cosenza, I‑2003, n. 1.
[5] D. Romeo, Domenico De Giorgio e la sua “Historica”, in « Historica», a. LVI, n. 2, 2003, pp. 45‑52.
[6] Ivi.
[7] D. De Giorgio, Benedetto Musolino e il Risorgimento in Calabria, Reggio Calabria, Edizioni Historica, 1953.
[8] P. Crupi, La morte ignorata di Domenico De Giorgio, cit.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
D. De Giorgio, Aspetti dei moti del 1847 e del 1848 in Calabria, Reggio Calabria, Edizioni Historica, 1955.
D. Spanò Bolani, Storia di Reggio di Calabria…, con note e bibliografia di D. De Giorgio, voll. I‑II, Reggio Calabria, Stab. Tip. “La Voce di Calabria”, 1957.
D. De Giorgio, Figure e momenti del Risorgimento in Calabria dopo l’Unità, Messina, Peloritana, 1971.
D. De Giorgio, Gaetano Salvemini e la regione Calabria, Reggio Calabria, Edizioni Historica, 1988.
D. Spanò Bolani, Storia di Reggio di Calabria…, con note e bibliografia di D. De Giorgio, voll. I‑II, Reggio Calabria, Stab. Tip. “La Voce di Calabria”, 1957.
D. De Giorgio, Figure e momenti del Risorgimento in Calabria dopo l’Unità, Messina, Peloritana, 1971.
D. De Giorgio, Gaetano Salvemini e la regione Calabria, Reggio Calabria, Edizioni Historica, 1988.