Esistono nomi nella millenaria tradizione cristiana che sono memorie di cicatrici , altri che invece rivelano speranze di protezione e di difesa. Per la Calabria dell'epoca bizantina, il nome di Agata fu uno scudo. Mentre la Sicilia cadeva sotto il dominio arabo, una città calabrese sorgeva tra le rocce dell'Aspromonte rivendicando l'eredità spirituale della martire catanese. Non era solo fede: era geopolitica, era resistenza, era la nascita di Haghia Agathè. In questa brevissima rivisitazione voglio ripercorrere ancora una volta i secoli in cui Oppido e Sant'Agata furono un'unica anima, prima che la storia decidesse di separarle di nuovo. Per quersto motivo il 5 febbraio, nel panorama della storia calabrese, non è solo memoria del "Grande Flagello" del 1783, non è solo una ricorrenza liturgica, ma la chiave per decifrare la rifondazione di un intero assetto territoriale, tenendo presente anche quanto la venerazione della Santa catanese fosse viva tra i Bizantini.
Come rilevato da Vera von Falkenhausen, «la cristianizzazione greca della Calabria interna fu lo strumento principale per garantire la fedeltà politica alla Nuova Roma» [1]. L'imposizione del nome di Sant'Agata rappresenta un caso di transfert identitario. Catania, città martiriale della Sicilia, era ormai occupata dai musulmani. Trasferire il nome di Agata in Calabria significava proclamare che l'eredità spirituale siciliana era stata "tratta in salvo" sotto l'egida imperiale. Agata era celebrata come colei che "vince il fuoco": in una regione soggetta a terremoti e invasioni (viste come il "fuoco" dei barbari), il suo patrocinio era una "fortezza spirituale" [2].Il culto di Agata divenne un vessillo dell'identità greco-ortodossa promosso attivamente dalle autorità per consolidare il cristianesimo contro l'avanzata islamica. La diffusione del nome è legata anche alla monasticità italo-greca: profughi siciliani portarono con sé reliquie e iconografie, fondando centri che fungevano da rifugio rispetto alle coste flagellate dai saraceni.
Chiamare la città Haghia Agathe era un’operazione funzionale ad almeno due scopi: sancire il controllo imperiale perché l'assegnazione di nomi di santi venerati a Costantinopoli (dove, come abbiamo visto, Agata era onoratissima) legava il territorio alla capitale e definirne subito l’identità civile e religiosa: il nome greco Agathé (Buona, ma anche Vittoriosa) richiamava il concetto di Kalòs kai agathòs (Bello e Buono), ideale per le famiglie che volevano sottolineare lo status sociale elevato nei temi bizantini [3].
Un nodo centrale della storiografia moderna riguarda il legame tra l'antica Tauriana e la nuova sede di Oppido e la coesistenza per un certo periodo delle due diocesi. Quando la città costiera divenne indifendibile, la comunità si raggruppò sicuramente nel sito fortificato dell'interno. Tuttavia, non si trattò di un trasloco immediato, ma di una transizione organica e di una sovrapposizione cronologica:
- Sede de iure vs Sede de facto: Per un periodo lungo quasi un secolo, il titolo ufficiale rimaneva legato a Tauriana per prestigio canonico, ma la realtà pastorale risiedeva già nel sito protetto di Haghia Agathé. André Guillou osserva che «la convivenza tra la sede teorica sulla costa e quella reale nell'interno durò decenni, finché lo Stato non ne prese atto ufficialmente» [4].
- Il Ruolo del Monachesimo: Nell'area di Oppido si consolidava un polo religioso grazie ai monaci italo-greci, rendendo la "Sant'Agata" aspromontana una sede episcopale in fieri.
- La Metatesi Amministrativa: I chierici lavoravano nelle terre costiere ma si ritiravano tra le mura di Sant'Agata al primo avvistamento di vele saracene. Questa "vita parallela" spiega perché i due nomi appaiano talvolta sovrapposti nei documenti.
Con l'arrivo dei Normanni (XI secolo) inizia una sistematica latinizzazione. I nuovi conquistatori cercano di far scomparire il nome greco per rompere il legame con Costantinopoli (Eliminare il nome bizantino significava spezzare il legame simbolico con il Patriarcato) e fanno di tutto per ripristinare il nome latino: si incentiva con ogni mezzo possibile il ritorno al nome Oppidum per riallacciarsi alle radici antiche, sebbene la popolazione locale non avesse mai smesso di usarlo nel parlato. Nonostante ciò, la memoria fu resiliente. Nell'Archivio Apostolico Vaticano, nei registri delle decime del XIII e XIV secolo (Rationes Decimarum), la diocesi è ancora indicata come Oppidensis seu Sanctae Agathae [7]. Per la burocrazia vaticana, i due nomi evidentemente erano rimasti sinonimi intercambiabili.
[1] V. von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell'Italia meridionale dal IX all'XI secolo, Genova 1978, p. 122. L'autrice sottolinea come la toponomastica sacra fosse un pilastro dell'amministrazione imperiale.
[2] Cfr. F. Russo, Storia della Chiesa in Calabria, vol. I, p. 185. Russo analizza la figura di Sant’Agata come protettrice delle frontiere.
[3] Sulla valenza sociale del nome Agathé, si veda S. G. Mercati, Ricerche sulla cultura greca in Calabria, in "Collectanea Byzantina", vol. II.
[4] A. Guillou, La Calabria bizantina: fine IX secolo - metà XI secolo, in "Mélanges de l'Ecole française de Rome", 1963, p. 201.
(5) A. Guillou: La theotokos de Hagia Agathè, Città del Vaticano, 1972.
[6] J. Darrouzès, Notitiae episcopatuum Ecclesiae Constantinopolitanae, Parigi 1981, p. 283. L'autore specifica che "l'appellativo sacro agisce come nome proprio della città".
[7] D. Vendola (a cura di), Rationes Decimarum Italiae: Calabria, Città del Vaticano 1939, doc. n. 4522.
[8] Per un' ampia analisi diretta e indiretta delle reminiscenze e delle persistenze delle memorie bizantine, cfr. R. Liberti, Momenti e figure nella storia della vecchia e della nuova Oppido, (Quaderni Mamertini, n.83- 2008); "Le relationes ad limina dei vescovi della diocesi di Oppido Mamertina - II - (1663-1892)", (Quaderni Mamertini, n. 77 - 2007); "Fede e Società nella Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi", ( Quaderni Mamertini nn. 58 - 2005 e 71- 2006).
