giovedì 29 gennaio 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: STENDHAL (Henri Beyle) (1817) ( di Rocco Liberti)

         In questa ciclo in cui Rocco Liberti rivisita con la sua abituale e meticolosa cura le esperienze e i resoconti dei viaggiatori stranieri nella Calabria dell’Ottocento tocca stavolta a Henri Beyle. Intellettuale cosmopolita, conoscitore dell’Italia e partecipe delle grandi vicende politiche e militari dell’età napoleonica, Stendhal seppe fondere l’esperienza diretta o presunta del viaggio con una scrittura vivace e riflessiva. All’interno del suo vasto corpus di opere si colloca “Rome, Naples et Florence” (1817), testo ibrido tra diario di viaggio, riflessione storica e osservazione di costume, nel quale lo scrittore afferma di aver compiuto, tra l’altro, una rapida incursione in Calabria. Le pagine dedicate a questa regione, sebbene esigue e oggetto di un acceso dibattito critico circa l’effettiva presenza dell’autore sul territorio, rivestono un interesse particolare per la storia della percezione del Mezzogiorno nell’Europa ottocentesca. Il presente contributo si propone di esaminare questo presunto viaggio, ricostruendone l’itinerario dichiarato e analizzando criticamente i contenuti delle sue annotazioni, qualcuna delle quali (vds. ad esempio l’accenno alla religiosità paganeggiante dei Calabresi), come fa intendere acutamente Rocco Liberti, è di estrema attualità. ( Bruno Demasi ) 

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         Enrico Beyle, meglio conosciuto come Stendhal, tipo multiforme vissuto in mezzo ad amori, battaglie e viaggi e vario scrittore, con beneficio d’inventario sarebbe stato in Calabria nel 1817, almeno è quanto lui afferma. Il racconto della sua ipotetica escursione, in tantissimi ormai la considerano tale, lo ha inserito nel lavoro “Rome, Naples et Florence” edito nel medesimo anno e poi rimaneggiato nel 1826. Nato a Grenoble nel 1783, ha studiato matematica, ma, una volta recatosi a Parigi, se n’è disinteressato. Appena diciassettenne si è arruolato nell’esercito guidato da Napoleone ed è entrato in Milano nel 1800. Dopo alterne vicende tra passioni, impegni culturali e ulteriori scritti, partecipazione alle guerre – si è spinto addirittura in Russia - iscrizione alla massoneria, professione di ateismo, incostante altalenare tra l’Italia e la Francia fino a ricoprire il posto di console negli Stati Vaticani, alla fine si è ricondotto a Parigi, città nella quale è morto nel 1842. Assegnato alla corrente romantica, in auge alla sua epoca, ha pubblicato una notevole sequela di lavori, dalla poesia stimata di scarso valore, alle Memorie - interessanti quelle di Napoleone - e romanzi che hanno riscosso molto successo, quali “Il Rosso e il Nero” apparso nel 1830 e “La Certosa di Parma” nel 1839, ma altresì una “Storia della pittura”. L’operetta, che ci riguarda da vicino, nel corso delle epoche ha evidenziato diverse riedizioni in lingua originale, ma anche nella trasposizione in italiano e il titolo è una fedele traduzione, cioè “Roma, Napoli e Firenze”. Una delle tante è dovuta al calabrese Giuseppe Morabito per le Edizioni Barbaro di Oppido Mamertina nel 1981[1].


   Conclusasi ormai da qualche pezza la parentesi napoleonica, Stendhal ha deciso di compiere un giro per la penisola, almeno lui così afferma. Il 15 maggio del 1817 si trovava ancora a Otranto, ma il successivo 20 era già a Crotone. Il 23 raggiungeva Catanzaro, dove il primo pensiero è stato quello di considerare le teste dei calabresi di foggia greca, ma nel caso si trattava comunque sempre di persone “brutte”. In successione gli si è offerta l’occasione di visitare i resti dell’antica Locri e il 25 era a Brancaleone. A Gerace si è incontrato con un uomo che gli ha narrato dei fatti sorprendenti. Questi e altri attinenti a elementi del luogo, alcuni abbastanza orripilanti, sono riportati dal viaggiatore nel suo diario e nell’ampia serie riferita si rivelano alquanto scarse le considerazioni sui siti per i quali sarebbe passato nonché sul modo di essere degli abitanti. In verità, il viaggio si qualificava piuttosto frettoloso. 

        Mélito è stata raggiunta da Stendhal il 28, mentre il 29 è toccato a Reggio. Un episodio lo ha fatto ripensare alla religione praticata dalla popolazione, che non ne esce davvero bene. Così scrive: «Questa gente fa una vita dolcissima: mai li sfiora l’idea del dovere; la loro religione è lungi dal contrastare le loro inclinazioni: consiste in una serie di devozioni che a loro sono peculiari. Fanno ciò che credono, e due o tre volte all’anno vanno a sfogarsi sulla loro passione dominante, credendo di guadagnarsi». Altra interessante notazione è in connessione al significato che si dava alle parole adoperate: «I giri di frase che si usano in Calabria passerebbero in Francia per pura follia. Un giovanotto che ha la smania di piacere a tutte le donne si chiama cascamorto (in italiano nel testo) (cioè un uomo che, quando guarda una bella donna, sembra cader morto per l’eccesso di passione[2].

    Il 16 giugno avveniva il rientro nella capitale del regno, cioè a Napoli, sito dal quale il cammino aveva avuto inizio. 

    Le poche paginette riservate da Stendhal alla Calabria non hanno il pregio di quelle dei viaggiatori che precedentemente l’avevano percorsa realmente in lungo e in largo traendone spunti per analisi di grande respiro, ma quegli forse non ha avuto né la preparazione né il tempo per farlo. Si sofferma infatti su particolari racconti che gli sono stati ammanniti dagli individui incontrati, dai quali emerge il consueto cliché, l’irruenza del carattere calabro, capace di qualsiasi malvagità. Peraltro, si comprende benissimo che quanto scritto sia stato allestito alla svelta e con poca riflessione. Dice l’ennesimo traduttore, il Morabito: «Il linguaggio dello scrittore non è forbito, si ha l’impressione piuttosto di una serie di annotazioni scritte di getto per successive opportune modifiche, senonché il tessuto non consente una reale verifica con i nuovi apporti per una sistemazione letteraria dei fatti. Lo scrittore si giova di episodi per fornire la misura delle abitudini di una terra così lontana dalla Francia. La Calabria si trova, egli dice, “au bout du monde”»[3]. In parecchi decisamente asseriscono ch’egli proprio in Calabria non sia mai comparso: «lo scrittore in Calabria non è mai realmente arrivato: La sua testimonianza è una finzione, una collazione di impressioni, di aneddoti, che erano di certo diffusi e che non mettevano a rischio la verosimiglianza della dimensione meridionale»[4].

Rocco Liberti

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[1] Giuseppe Morabito, Stranieri nel Mezzogiorno d’Italia, Barbaro Editore, Oppido Mamertina 1981, pp. 11-18. 
[2] Stendhal, Roma, Napoli, Firenze, trad. di Sandro Battista, Avanzini e Torraca Editori, Roma 1969, pp.300, 302, 303. 
[3] Morabito, Stranieri nel Mezzogiorno…, p. 108. 
[4] Fulvio Librandi, Ultimo sud. Gli occhi dei viaggiatori e le dinamiche identitarie, “Virtù Ascosta e Negletta” cit., p. 194.

martedì 27 gennaio 2026

LE RADICI DELLA LUCE: SAPIENZA EBRAICA E MEMORIA CALABRA (di Bruno Demasi)


    In un XXI secolo impazzito che in poco più di un ventennio celebra già un numero impressionante di genocidi e di vittime oscillante tra 800.000 e 1.500.000 persone ( Darfur - Sudan: circa 300.000 vittime; Yazidi - Iraq: oltre 5.000 vittime accertate più migliaia di dispersi ; Uiguri - Cina: oltre 1 milione di persone internate; Rohingya - Myanmar: circa 25.000 vittime e circa 1 milione di profughi; Tigray - Etiopia: tra 300.000 e 800.000 vittime; Sudan - Darfur: tra 60.000 e 150.000 vittime; Gaza - Palestina: oltre 46.000 vittime dirette con stime indirette fino a 180.000), non possiamo certo dimenticare i 6 milioni di ebrei decimati nel giro di poco più di appena 4 anni nel secolo scorso. Occorre pensare che più che mai  in questo gennaio sferzato da venti che sanno di antico e amaro livore, la memoria non può essere un esercizio di stanca retorica, né un freddo rito del calendario. E se l’antisemitismo torna a soffiare con inquietante vigore sulle braci dell’ignoranza, il nostro compito è opporre il primato della cultura e la testimonianza dei secoli all’ottusa e selvaggia determinazione all’odio dei capi di stato interessati a questa barbarie di ritorno. 


    La Calabria, terra di approdi e di asprezze, non è stata solo una comparsa nella storia dell'ebraismo mediterraneo; ne è stata, per lunghi tratti, il cuore pulsante, la mente speculativa e la mano che ha impresso i primi caratteri mobili della Legge.Come ci ha insegnato il magistrale lavoro (1) di ricerca di Vincenzo Villella, scavare in questa storia non è un’operazione di archeologia nostalgica, ma un atto di amore e di giustizia per restituire alla nostra regione la sua vera, complessa identità:"La storia degli ebrei in Calabria è una storia di splendore e di cenere, un mosaico che aspetta ancora di essere ricomposto nella sua interezza."(2)

   La Calabria del passato, ricchissimo e colorato mosaico di "Giudecche", di “Timpe” o “Timponi” di “Melle” vitali e operose, annoverava da Nicastro a Reggio, da Castrovillari a Gerace, la presenza ebraica non confinata in ghetti asfittici, ma in una rete nervosa e operosa che nutriva l'economia e l'intelletto. Non si può comprendere la grandezza della nostra terra senza guardare ai maestri tintori o ai commercianti di seta del Lametino e del Catanzarese, agli allevatori del baco e ai produttori di questo prezioso tessuto che hanno popolato le colline dell’entroterra dell’attuale Piana di Gioia Tauro (Messignadi, Galatro, San Giorgio): uomini e donne che custodivano i segreti di un'arte capace di rendere i nostri tessuti ambiti nelle corti più prestigiose d'Europa. Questa maestria non era solo tecnica, ma frutto di  una profonda conoscenza delle rotte mediterranee, che collegava le filande calabresi ai mercati del Levante e alle fiere del Nord. Era una bellezza nata dal dialogo e dal lavoro meticoloso, un’estetica profonda che a ragione Villella definisce parte integrante del DNA calabrese.

    In questo alveo di sapienza sono fioriti proprio in questa terra giganti che hanno cambiato il corso del pensiero occidentale. E mentre il mondo ancora balbettava i primi passi verso la modernità, la Calabria già stampava il futuro: l’11 febbraio 1475, a Reggio Calabria, la stamperia di Abraham ben Garton dava alla luce il Commentario al Pentateuco di Rashi (4). Fu il primo libro ebraico datato al mondo a uscire da un torchio; un primato reggino che sancì l'unione indissolubile tra la tecnica dell’Occidente e la Parola eterna. Quel volume non era solo un oggetto di carta e inchiostro, ma il simbolo di una terra che diventava custode della sapienza universale attraverso l'innovazione tecnologica.

    Tuttavia, la narrazione della bellezza non può e non deve nascondere l'ombra che ha attraversato i secoli per poi approdare alla caligine dei campi di concentramento tedeschi. La storia della Calabria ebraica ha infatti un debito di sangue e di lacrime che troppo spesso abbiamo preferito dimenticare. Il passaggio cruento dai decreti di espulsione del 1510 e 1541 aprì una delle ferite più dolorose della nostra storia: quella dei "Neofiti". Migliaia di ebrei calabresi furono posti davanti a un bivio atroce e disumano: l’esilio forzato, abbandonando case e radici, o la conversione coatta al cattolicesimo. Fu una violenza spirituale inaudita, un'ignominia che portò alla nascita dei "cripto-ebrei", anime costrette a nascondere i propri riti nelle cantine e a mutare i propri cognomi, vivendo sotto l'occhio implacabile di un'Inquisizione che cercava tracce di "sangue infetto" persino in chi si inginocchiava devotamente in chiesa. È tra queste mura domestiche, nel silenzio di preghiere sussurrate, che si sono conservate tradizioni e usanze che ancora oggi riaffiorano nei costumi di molti nostri paesi, spesso inconsapevoli della loro origine arcaica.

    Sono convinto che esista un filo nero, un algoritmo dell'odio che attraversa i secoli: unisce i roghi delle Giudecche del Cinquecento alla tragedia moderna della Shoah. Se allora si colpiva la fede per uniformare le coscienze al dogma, nel Novecento si è cercato di colpire l'esistenza stessa per "purificare" la razza. L’umiliazione delle conversioni coatte in Calabria fu, tristemente, l'anticamera culturale di quella disumanizzazione che avrebbe trovato nei campi di sterminio la sua apocalisse industriale. I nomi cancellati dai registri parrocchiali o mutati per sopravvivenza nel XVI secolo gridano giustizia con la stessa forza dei numeri tatuati sugli avambracci ad Auschwitz.

    Eppure, proprio in questo parallelismo di sofferenza, la Calabria del Novecento ha saputo ritrovare un sussulto di umanità. A Ferramonti di Tarsia (4), nella valle del Crati, nel più grande campo di internamento fascista l'orrore sfiorò i nostri confini, ma accadde l'imprevedibile: la solidarietà silenziosa dei contadini, la pietà dei medici e la dignità incrollabile degli internati trasformarono un luogo di segregazione in quello che molti storici hanno definito il "campo dell'insolita umanità". Se i secoli precedenti avevano visto la regione piegarsi ai decreti di espulsione, a Ferramonti la Calabria decise, nel suo piccolo, di non essere complice.

    Oggi, onorare la Giornata della Memoria significa fare spazio a questa verità. Significa difendere Elia Levita dall'oblio e, allo stesso tempo, chiedere perdono per quelle vite spezzate dal fanatismo religioso e razziale. Ma significa anche ribadire un concetto vitale: le miserie e gli eccidi che hanno insanguinato il Novecento, per quanto atroci, rimangono ferite profonde che però non potranno mai cancellare la maestosa eredità di una storia ebraica fatta di pace, ingegno e operosità, che per secoli ha fecondato la nostra terra. La violenza dell'ideologia ha cercato di recidere i rami, ma le radici calabresi sono intrecciate a quelle d'Israele in un abbraccio che precede di millenni l'orrore dei campi. Una continuità simboleggiata dal Cedro (5): ogni anno, rabbini da tutto il mondo giungono sulla costa tirrenica per scegliere i frutti più perfetti per la festa di Sukkot. È la prova che la vita e la spiritualità sanno resistere alla cenere, e che il legame tra la Calabria e l'ebraismo è un dialogo mai interrotto, che attraversa i secoli e sfida l'oblio.

    Difendere l’ebraismo calabrese, riconoscergli il valore che esso ha avuto nell'emancipazione della nostra società è un atto di difesa della nostra stessa libertà. Non possiamo lasciare che i venti dell'odio spengano i candelabri della nostra storia. Continuiamo a cercare l’ Agathé la "cosa buona", quella luce di civiltà che brilla più forte proprio dove le tenebre si fanno più fitte, ricordandoci  sempre che siamo figli di un incontro, mai di un'esclusione. Come  quei GIUSTI DI CALABRIA  che, pur non appartenenti direttamente al popolo ebraico, hanno illuminato con la loro vita la sofferenza di questa gente e che mi piace qui ricordare nella conspavolezza che non furono i soli, ma le avanguardie di solidarietà di un popolo che ama molto  il Bene: 

1. Don Francesco Mottola (Tropea)

Sebbene non sia ufficialmente nello Yad Vashem, la sua opera a Tropea è leggendaria. Fondatore della Casa della Carità, offrì rifugio e protezione a chiunque fosse perseguitato, inclusi diversi ebrei che cercavano di sfuggire alla deportazione. È un simbolo dell'accoglienza calabrese che sfida le leggi ingiuste. E’ stato proclamato beato dalla Chiesa il 10 ottobre 2021. 
 
2. Mons Giovanni Ferro (Reggio Calabria)
 
Durante la guerra offrì ricovero  e aiuto  a  Roberto Furcht , sottraendolo ai rastrellamenti nazisti e al sicuro internamento in un lager.  E' morto  come vescovo emerito di Reggio Calabria ed è in corso il processo per la sua beatiuficazione.

3. Gaetano e Giuseppina Morelli (Cosenza)

Il loro è un caso di "eroismo quotidiano". Durante il periodo delle leggi razziali e dell'occupazione, questa coppia cosentina aiutò attivamente diverse persone perseguitate. La loro storia è strettamente legata al supporto morale e materiale fornito agli internati del campo di Ferramonti, fungendo da ponte tra il campo e la libertà. 

4. Il "Caso Ferramonti": Padre Callisto Lopinot

Sebbene fosse un frate cappuccino incaricato dalla Santa Sede, il suo operato a Ferramonti di Tarsia andò ben oltre i doveri religiosi. Si batté per migliorare le condizioni di vita dei quasi 4.000 internati, denunciando i soprusi e creando un clima di umanità che permise a quasi tutti i prigionieri di Ferramonti di salvarsi (un caso unico in Europa per un campo di tali dimensioni).

5. La popolazione di Tarsia e dei comuni limitrofi

Spesso i "Giusti" in Calabria furono collettivi. Gli abitanti di Tarsia sono ricordati per aver condiviso il loro poco cibo con gli internati, creando un vero e proprio "muro di solidarietà" che impedì la fame estrema e protesse i fuggitivi dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943. 

Bruno Demasi 

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Nota Bibliografica per l'approfondimento:

  1.  Vincenzo Villella, Ebrei di Calabria, Edizioni Grafichè, 2024.
  2.  V. Villella, op. cit, p. 14.
  3.  Il Commentario di Rashi (1475): Un vanto editoriale calabrese; l'unico esemplare superstite completo è oggi custodito presso la Biblioteca Palatina di Parma. Rappresenta l'incunabolo ebraico per eccellenza.
  4.  Ferramonti di Tarsia: Oggi luogo di riflessione e Museo della Memoria, simbolo di resistenza morale contro la burocrazia del male e testimonianza della "giustizia dei giusti" nel cuore della Calabria.
  5.  Il Cedro di Calabria: Il legame vivente. Il Citrus Medica di Santa Maria del Cedro è l'unico agrume al mondo cercato dai rabbini di ogni continente per la festa di Sukkot, segno di una Calabria che ancora oggi nutre la spiritualità ebraica mondiale attraverso la purezza della sua terra.

venerdì 23 gennaio 2026

L’ASPROMONTE DOPO IL MITO: la continuità tra Alvaro e Criaco ( di Bruno Demasi )

    La letteratura calabrese non è mai stata una narrazione di superficie; è, piuttosto, uno scavo archeologico dell’anima, una tradizione che si nutre di contrasti violenti: la luce abbacinante delle coste e l’ombra fitta dei boschi, il silenzio della rassegnazione e il grido della rivolta. In questo vasto panorama, la scrittura agisce quasi come uno spartiacque tra l’isolamento e la proiezione universale.

    Se pensiamo ai giganti che hanno solcato questo territorio, il pensiero corre immediatamente a figure come Saverio Strati, che ha saputo dar voce al travaglio del dopoguerra e alle speranze deluse degli emigranti, o a Leonida Rèpaci, che con la saga dei Rupe ha cercato di racchiudere l'epica di un intero popolo. Eppure, nonostante la ricchezza di queste voci, esiste un nucleo magnetico che esercita una forza gravitazionale irresistibile: l’Aspromonte È qui, tra le rughe di quesata montagna, che la letteratura calabrese si è fatta destino, incarnandosi in una linea ideale che congiunge la riflessione novecentesca di Corrado Alvaro alla narrativa contemporanea di Gioacchino Criaco. Non si tratta di un semplice passaggio di testimone, ma di una profonda affinità di sguardo su un mondo che non accetta mezze misure. In questa dimensione, la scrittura si spoglia del folklore per farsi mito. 

  Ma perché, in questo contesto, Gioacchino Criaco si distingue come l'unico vero continuatore di Corrado Alvaro? La risposta risiede nella capacità di entrambi di trasformare l'identità locale in una categoria dell'esistenza umana universale.Il primo elemento di continuità è la percezione della montagna non come paesaggio, ma come destino primordiale. In Gente in Aspromonte, Alvaro fissa l'immagine di un mondo immobile, quasi pietrificato nel rito: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte... È una vita di stenti, di fatiche, di rassegnazione». In queste pagine, la montagna è un altare su cui si consuma un sacrificio millenario e silenzioso. Gioacchino Criaco riprende quel paesaggio e ne muta la polarità. In Anime nere, l'Aspromonte smette di essere il luogo della pazienza per diventare quello della reazione: «L'Aspromonte è un'isola che fluttua sopra un mare di ulivi... È una terra che ti mangia dentro, che ti costringe a essere lupo se non vuoi finire pecora».Criaco non tradisce Alvaro; ne racconta l'evoluzione quasi darwiniana. Se Alvaro è il cronista dell'agonia della civiltà contadina, Criaco è il biografo della sua mutazione: laddove il pastore alvariano abbassa il capo per dignità, il giovane di Criaco lo rialza per sfida, trasformando la sofferenza in una ribellione difensiva che non rinnega la montagna, ma la vendica. 

    Il cuore della tesi risiede nel concetto di riscatto, un tema che attraversa tutta la letteratura calabrese ma che nell’universo aspromontano trova la sua espressione più cruda. Il pastore Argirò, l'eroe tragico di Alvaro, nutre un'ambizione che è già un presagio di modernità: «Voleva che il figlio studiasse, che diventasse un uomo, che non fosse più un servo di nessuno». Quella speranza di emancipazione, nell'universo di Criaco, si frantuma contro il muro di un progresso tradito e di uno Stato percepito come straniero. I protagonisti di Criaco sono i nipoti di quel figlio di Argirò. Essi condividono la stessa sete di sovranità, ma hanno smesso di credere nella via indicata dai padri:«Volevamo tutto e subito. Non volevamo fare la fine dei nostri padri, che si erano consumati le ossa per terre che non erano loro». Criaco è il continuatore di Alvaro perché chiude il cerchio narrativo: racconta cosa accade quando la promessa di riscatto sociale fallisce. La sua non è apologia, ma l'analisi di una tragedia greca dove il "sangue" rimane l'unica moneta per sfuggire alla condizione di servo. 
 
    Infine, il legame più solido, quello stilistico e filosofico. Alvaro, nei suoi taccuini di Quasi una vita, scrive:«Il calabrese ha un senso della parola che è misura e decoro... Una parola detta è una pietra posta». Criaco raccoglie questa sfida, specialmente nelle opere più recenti come Il custode delle parole, dove la ricerca linguistica si fa recupero di un mondo sommerso:«Le parole sono semi. Se le lasci morire, muore la terra. Io cerco le parole antiche, quelle che sanno di resina e di fumo». 
    Entrambi rifiutano la "meridionalizzazione" della lingua, preferendo una prosa che restituisca sacralità al racconto. Capiscono che la Calabria non ha bisogno di essere descritta, ma di essere interpretata attraverso i suoi archetipi. Se Corrado Alvaro osserva che «la Calabria sembrava uscita da una leggenda e finita in una cronaca», Gioacchino Criaco compie il percorso inverso: prende la cronaca più cruda e la riporta nel regno della leggenda letteraria. Criaco è l'erede di Alvaro perché ha avuto il coraggio di narrare il "dopo": il momento in cui la civiltà pastorale si scontra con la modernità globale e, pur di non morire, si trasforma in qualcosa di oscuro e potente.

Bruno Demasi

Le tappe bibliografiche per un confronto:
  • C. Alvaro, Gente in Aspromonte (1930). Il punto di partenza del canone aspromontano.
  • S. Strati, Il selvaggio di Santa Venere (1977). Per comprendere il contesto sociale della Calabria di mezzo.
  • G. Criaco, Anime nere (2008). Il manifesto del noir mediterraneo che aggiorna il mito.
  • G. Criaco, Il custode delle parole (2022). Per l'ultimo approdo linguistico e spirituale tra memoria e ritorno.

lunedì 19 gennaio 2026

SUOR MARIA SPERANZA: L’ARTE DELLA CARITA’ E LA MISSIONE DELLA BELLEZZA (di Bruno Demasi)

DA VARAPODIO AL MONDO DEGLI ULTIMI TRA LE FIGLIE DI 

JEANNE ANTIDE THOURET

   Ha atteso l’inizio dell’anno giubilare che commemora il bicentenario, che culminerà il 26 agosto di quest’anno, anniversario della morte di Sainte Jeanne Antide Thouret , che tanti anni fa l’aveva chiamata giovanissima ad aprirsi al mondo deI più poveri tra i poveri. Viveva allora nel natio Varapodio, dove ormai pochissimi oggi la conoscono, il paese pedeaspromontano che ne aveva forgiato il carattere intriso di generosa e totale partecipazione alla vita degli altri e l'aveva orientata al culto della bellezza culminante nella croce gloriosa di Cristo. Proprio all’alba di quest’anno giubilare della sua Congregazione,  il 30 agosto 2025 si è spenta a Pizzo Calabro Suor Maria Speranza, al secolo Lina Lentini. La sua scomparsa segna la fine di un’epoca per la Chiesa reggina e per la famiglia delle Suore della Carità, ma lascia in eredità due lezioni magistrali: come la bellezza e la carità siano, in fondo, la stessa identica missione e come un carisma “vecchio” di oltre due secoli, nato nell’assoluta precarietà e dall’entusiasmo di una giovanissima Jeanne Antide, possa rinnovarsi continuamente ancora oggi nella creatività dello Spirito che illumina il quotidiano al di là delle pur necessarie programmazioni. 
 
                            Il breve video che segue (cliccarci sopra per aprirlo) è molto eloquente:


     Collaboratrice della prima ora di don Italo Calabrò, Suor Maria Speranza è stata un pilastro della solidarietà a Reggio Calabria e l'anima pulsante della Caritas diocesana dove si poneva come elemento trainante con i suoi sorrisi contagiosi e le sue battute argute. Chi l'ha conosciuta, come lo storico collaboratore Alfonso Canale, non può dimenticare i suoi occhi azzurri e limpidi, capaci di riflettere la serenità del cielo anche nelle situazioni più cupe che insieme a lei e alla sua forza d'animo venivano affrontate con fiducia e leggerezza. Per lei, la carità non era mai "elemosina", ma un incondizionato dono di sè; affermava spesso che la carità vera è diventare davvero prossimo del prossimo con tutte le sue sofferenze, le sue gioie e persino le sue debolezze. Il suo impegno spaziava dalla scrivania alla strada: fu responsabile del Centro di Ascolto Diocesano e ogni mattina, al termine del servizio, annotava in agenda: «È alla gente di tutti i giorni che occorre anzitutto offrire una speranza». Fu soprattutto presenza sulle strade di Reggio Calabria: per decenni fu sinonimo di conforto per i senza fissa dimora, ai quali portava cibo e dignità nelle fredde serate invernali circondata sempre da un esercito di giovani volontari, molti dei quali oggi testimoniano i suoi inusuali carismi, ricordandola con rimpianto  a quanti chiedono di lei. 
   Fu madre superiora della Comunità "Cassibile" ad Acciarello di Villa San Giovanni, la casa che venne fondata per suo impulso all’indomani della Legge Basaglia che, chiudendo inesorabilmente i manicomi, metteva in una nuova precarietà stuoli di persone che, nel passaggio dal vecchio al nuovo ordinamento in materia di salute mentale,  rischiavano di restare abbandonate a se stesse. Al “Cassibile” suor Maria Speranza diede il meglio di sé prendendosi  cura incondizionata e totale di molte donne fragilissime e bisognose di tutto, trasformando l'emarginazione in una gioiosa accoglienza familiare che precorreva i tempi istituzionali dell’Inclusione, diventando per loro madre e custode e facendo scuola con l’esempio e la testimonianza a stuoli di operatori sociali vogliosi di imparare.

    Chi la conobbe non può fare a meno di annotare il suo spirito creativo in tutte le molteplici azioni nell’esercizio quotidiano della carità , persino in quelle più semplici, che la distingueva da chi stava a chiedersi cosa volesse da lei o da lui  il Creatore. Per  questa suora sempre indaffarata erano domande superflue, non aveva neanche il tempo di porsele, presa com’era dai mille impegni che si moltiplicavano nelle sue opere al servizio degli ultimi. E accanto alla "carità delle mani", Suor Speranza coltivava la "carità del bello". Valente artista del disegno, della pittura e del ricamo, mise i suoi talenti al servizio dell'insegnamento come docente di Storia dell’Arte presso lo storico Istituto "San Vincenzo" di Reggio Calabria dove per lei insegnare non era solo trasmettere una tecnica, ma educare i giovani a riconoscere la scintilla divina e la bellezza ovunque, specialmente dove sembrava perduta.

    Negli ultimi anni della sua vita, quando la malattia e le sofferenze fisiche le impedivano di scendere in strada e mancava poco perché fosse trasferita come ultima dimora terrena, nella storica casa di cura delle Suore della Carità di Pizzo Calabro, Suor Speranza affrontò la sua ultima "missione speciale”. Un giorno , senza parlare, ma con l’abituale sorriso aperto che illuminava sempre il suo bel viso, mi fece cenno di seguirla per i lunghi corridoi del “San Vincenzo” conducendomi a osservare, negletta in un angolo, quasi fuori dalla vista di tutti, una vecchia statua scrostata e in disarmo che gli alunni più piccoli, passando di corsa, sbeffeggiavano e che rappresentava proprio San Vincenzo de’ Paoli, il santo della carità al cui prodigioso esempio sono votati l’istituto, che ne reca il nome, e l’intera congregazione fondata da Jeanne Antide. Sorridendomi me la indicò allargando le mani, come per dire “ Adesso siamo ancora più poveri!”. Raccolsi la provocazione, lanciandole la sfida di restaurarla lei, proprio lei che col suo esempio, col suo sorriso, con le sue parole mai melense, ma dolcissime, aveva restaurato l’anima a tantissima gente. E lei rispose subito, senza false modestie, anche se con le mani già tremanti, ma con gli occhi ancora arguti e ridenti, senza tergiversare: “Datemi pennelli e colori e mi metterò all’opera”.

   Non fu solo un lavoro di pennelli; fu una sfida lanciata alla propria stanchezza. In pochi giorni, con un ultimo guizzo di vita nelle pupille, restituì splendore al Santo della Carità. Quel restauro operò un "miracolo" su lei stessa, restituendole un’energia vivida che fu la sintesi perfetta tra la cura delle anime e l'amore per l'arte.  Da allora la statua è tornata stabilmente nel grande atrio di ingresso della scuola , dove ogni mattina accoglie bambini e ragazzi che entrano per le lezioni e li saluta alla loro uscita. Un restauro che non fu solo un intervento tecnico, per quanto pregevole e sofferto, ma rappresentò per Suor Speranza una sfida vinta contro la malattia e la stanchezza, restituendole un ultimo guizzo di vitalità. Una statua che è un "miracolo" doppio: ha restituito dignità a un simbolo iconografico e, contemporaneamente, ha sintetizzato lo spirito della suora artista che seppe coniugare bellezza e carità come un binomio inscindibile.

    La Teologia del Sorriso e dell'Incontro

   Negli anni in cui ho avuto modo di conoscerla mi sono sempre chiesto come riuscisse a tenere costantemente disegnato sul suo volto il sorriso e oggi che non c’è più credo di poter individuare almeno alcune ragioni di fondo che hanno caratterizzato fortemente la sua storia speciale e che non posso ulteriormente tenere per me:

  •  Il Sorriso come Scelta Teologica: per Suor Speranza, il sorriso non era un semplice tratto caratteriale, ma una vera e propria risposta teologica alla disperazione. In ogni situazione critica o emergenza, sceglieva di testimoniare la gioia del Vangelo, offrendo non solo aiuto materiale, ma una serenità contagiosa che restituiva dignità a chi l'aveva perduta;
  • L'Eredità Educativa: presso l'Istituto "San Vincenzo", ha insegnato ai giovani che l'arte è una forma di preghiera e di attenzione verso l'altro. Per lei, educare alla bellezza significava preparare il cuore delle nuove generazioni a riconoscere il volto di Cristo sia in una tela che nei lineamenti di un povero incontrato per strada;
  • Il Valore del Tempo e dell'Ascolto: come responsabile del Centro di Ascolto, ha incarnato l'idea che il vero volontariato non sia "regalare cose", ma donare sé stessi. Ogni incontro era per lei unico, un'occasione per mettere in pratica l'amore incondizionato e preferenziale imparato da don Italo Calabrò;
  • La Resilienza nella fragilità: quel restauro della statua di San Vincenzo de' Paoli, realizzato nonostante la malattia, rimane il simbolo della sua indomabile forza interiore. È la dimostrazione che la creatività e la carità non conoscono limiti fisici e possono generare vita anche nei momenti di sofferenza.


   Suor Maria Speranza si ricongiunge ora ai grandi maestri della carità reggina e universale , come don Italo, suor Antonietta Castellini e Roberto Petrolino, ma anche Jeanne Antide, Vincenzo de’ Paoli e Madre Teresa. 
    Lina Lentini ci lascia un insegnamento prezioso: non si è mai troppo stanchi o troppo malati per creare bellezza. Il vero volontariato consiste nell'offrire completamente il proprio tempo, sè stessi  sé stessi per "ridare colore e dignità " ai giorni grigi di chi soffre. 

                        Bruno Demasi

sabato 17 gennaio 2026

LA TASSA SUL MACINATO A OPPIDO E IN CALABRIA E LE "MULE DELLA FAME" ( di Bruno Demasi )


     La storia della fiscalità nel Mezzogiorno d’Italia non è soltanto cronaca di numeri e bilanci, ma il racconto di una profonda frattura sociale e culturale. Tra i vari balzelli che segnarono come un coltello l’epoca borbonica e quella unitaria, la tassa sul macinato si pone come il simbolo più brutale di una presunta  modernizzazione imposta dall'alto. In centri come Oppido Mamertina e sull'intero territorio aspromontano, dove l'economia era intrinsecamente legata alla terra e ai suoi  scarsi frutti, questo prelievo non fu recepito come un mero dovere civico, ma come una violenta aggressione al diritto stesso alla sussistenza.

    Prima del 1860, la tassa sulla macinazione esisteva già nel Regno delle Due Sicilie, sebbene con natura diversa da quella che sarebbe seguita. Come osserva Mauro Terracciano, nel periodo preunitario il dazio era gestito con quell' elasticità che avrebbe dovuto favorire i più miseri, ma che di fatto  favoriva solo chi aveva santi in paradiso, "...configurandosi come una tassa municipale adattabile alle esigenze locali per non compromettere la sussistenza minima.” ¹

    L'evoluzione normativa sotto i Borbone mostra un costante, ma quasi mai riuscito, tentativo di bilanciare le casse dello Stato con la pace sociale. Il dazio fu oggetto di continue riforme sotto Ferdinando II che, conscio della fragilità dell'economia rurale, nel 1847 eliminò il dazio fiscale sul continente. In questo contesto, il fisco cercava di assumere  una dimensione "umana": per quanto odiosa e odiata da tutti. Quella sul macinato  rimaneva  una tassa di consumo locale senza quell’apparato repressivo e meccanico che avrebbe poi caratterizzato lo Stato unitario. Con la nascita del Regno d'Italia, la tassa sul macinato mutò certamente pelle, trasformandosi in un pilastro della finanza nazionale. 
     Per Rosario Romeo, fu l'«estremo sacrificio» necessario per finanziare le infrastrutture di uno Stato moderno;² tuttavia, per le popolazioni del Sud, tale sacrificio apparve come un atto di sottomissione, se non di colonialismo vero e proprio. Nicola Zitara coglie perfettamente questa rottura traumatica: “La finanza borbonica, per quanto arcaica, non aveva mai preteso di estorcere al contadino l'ultimo boccone di pane per finanziare le ferrovie del Nord. La tassa sul macinato post-unitaria non fu che la prosecuzione della guerra di conquista con mezzi finanziari.” ³  Questa "nuova" oppressione fiscale trovava in generale nel Sud un’eco immediata nella poesia civile, come ad esempio in quella di Vincenzo Padula, che descriveva con amarezza il peso del nuovo fisco che andava a colpire e a mangiare  la carne viva del popolo: 
 
   Hanno pesato il pane, hanno pesato, 
    Il sudore del povero, e l'affanno; 
  E l’hanno fatto dazio, e l'hanno dato 
               A chi ci succhia il sangue tutto l'anno. ⁴

   L'innovazione più traumatica fu l'introduzione del "Contatore Sella", un dispositivo meccanico applicato alle macine per contare i giri. Questo strumento esautorò il rapporto di fiducia tra mugnaio e contadino: il mugnaio divenne, suo malgrado, un esattore dello Stato, obbligato a esigere il pagamento prima ancora che la farina uscisse dalle pietre del mulino.

    Nel disgregato  territorio di Oppido Mamertina e di tutta l'attuale  Piana di Gioia, la tassa non colpì solo il grano, ma si abbatté su quello che veniva chiamato il "pane d'albero": la castagna. Enzo Misefari evidenzia come questo prelievo sia stato vissuto come una vera e propria aggressione culturale alla dieta mediterranea povera: “Nelle campagne  si moriva perché lo Stato pretendeva di pesare e tassare persino la farina povera di castagna e ghianda, che non era commercio, ma pura sopravvivenza.” ⁵

   Erano gli anni in cui  Michele Pane restituiva all’intera Calabria il senso di invasione dello Stato fin dentro l'economia domestica, il tempo della  miseria e  della rassegnazione:

“Puru la farina ’ntra la mola 
 và cuntata, và misurata e và tassata, 
 mentre la mamma nuda e senza scola 
guarda la figghia chi n’è maritata.” ⁶

  La disperazione popolare  trasuda dalle cronache religiose : " le madri  chiedevano pane ai cancelli dei palazzi poiché non avevano i pochi centesimi necessari per ritirare la farina dal mulino. La tassa veniva chiamata, con terrore superstizioso, 'la maledetta' ".⁷  Di fronte a tale oppressione, la comunità mamertina rispose con forme di resistenza attiva. L'installazione dei contatori lungo le fiumare Mazzi, Russo, Birbo, Boscaino, Tricuccio fu percepita come una profanazione e  la reazione dei gestori dei mulini che, per pietà cristiana e senso d'appartenenza, cercavano il male minore per la povera gente, fu tanto decisa  che molti mugnai  sabotavano i congegni con fili di ferro, rischiando il carcere.    Nasce proprio m in questo clima  la figura del "Mugnaio Confessore", colui che "tarava" i contatori a proprio rischio per favorire i più miseri: una ribellione silenziosa  che si moltiplicava di fiumara in fiumara, là dove sorgevano i mulini ufficiali,  magistralmente riassunta dai versi di Bruno Pelaggi (Mastru Brunu):

“Venèru i delegati di lu dazziu 
 cu' lu libru e la pinna ’ntra la manu, 
 e dissaru: 'Pagate 'st'artifazziu, 
 o nni pigghiamu lu granu e lu tumànu.” 8
 
  La tensione investì anche le istituzioni locali, strette tra l'incudine delle leggi nazionali e il martello della sofferenza popolare. Pare che qualche  consiglio comunale scrivesse al prefetto che la riscossione incontrava insormontabili ostacoli. Parallelamente alla resistenza ufficiale, se ne sviluppò una sotterranea: le "Mule della Fame" percorrevano sentieri invisibili con continui viaggi  notturni per trasportare castagne, ghiande, ceci, granturco e frumento  verso mulini nascosti nei valloni aspromontani resi inaccessibili  dalla loro posizione, lontano dagli occhi dei delegati. Quando nel 1884 la tassa fu finalmente abolita, Oppido celebrò l'evento come una liberazione.
   
   Lo studio di questa vicenda, per tanti versi ancora oscura e dimenticata,  restituisce l'anima di un popolo che ha saputo opporre la solidarietà comunitaria alla ferocia di una legge ingiusta, trasformando il dolore in una forma silenziosa ma incrollabile di dignità.
                                                                                                              Bruno Demasi
____________

¹ M. Terracciano, Lo Stato e il pane. Rivolte e fiscalità nel Mezzogiorno, in «Archivio Storico per le Province Napoletane», vol. CXXII (2004), pp. 418-419. 
² R. Romeo, Risorgimento e Capitalismo, Laterza, 1998, p. 114. 
³ N. Zitara, L’invenzione del Mezzogiorno. Una storia finanziaria, Jaca Book, 2011, p. 184. 
⁴ V. Padula, Poesie varie e scritti critici, a cura di A. Marinari, Laterza, Bari, 1977, p. 86. 
⁵ E. Misefari, Il socialismo in Calabria: dal 1861 al 1914, Casa Editrice Meridionale, 1966, p. 42. 
⁶ M. Pane, Voci del deserto, in Opere Complete, a cura di L. Costanzo, Edizioni Reventino, 1984, p. 112. 
⁷ M.Terracciano, op.cit, p.316..
8 B. Pelaggi, Poesie dialettali, a cura di J. Vitiello, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1994, p. 58.

mercoledì 14 gennaio 2026

IL CANTO INTERROTTO DI ERMELINDA OLIVA NELLA CALABRIA DEGLI ESCLUSI ( di Bruno Demasi)


    C’è una terra dove fino a non molti anni fa ( o forse ancora oggi?) il sole e l’esclusione erano tanto taglienti da scavare solchi profondi non solo nel fango delle fiumare, ma anche nell'anima di chi la abitava. Una terra dove la poesia non era quasi mai un esercizio di stile, ma un corpo a corpo con l’esistere in uno scontro quotidiano per alcuni insostenibile, tanto da trasformare la parola in un ultimo grido disperato prima del silenzio.

    La Calabria della seconda metà del Novecento non è solo terra di emigrazione e fatiche, ma anche palcoscenico di un'inquietudine intellettuale profonda, che porta alcuni dei suoi figli più sensibili a un congedo tragico dal mondo. Malgrado ciò molti pensano ancora che sia poco opportuno parlare di "Male di Vivere in Calabria", ma se uniamo i punti di contatto tra Lorenzo Calogero, Domenico Costabile ed Ermelinda Oliva, emerge un quadro sociologico e letterario unico. Non è un caso che queste morti siano avvenute in un arco di tempo in cui il Sud Italia subiva trasformazioni traumatiche e non è nemmeno un caso che su queste sensibilità poetiche tanto affini e coeve siano pesate come macigni tre dimensioni incredibilmente dolorose e contraddittorie che ancora pesano molto sulla poesia calabrese: il senso di estraneità, a causa del quale l’intellettuale meridionale si sente straniero ovunque: a casa propria, dove non viene compreso, e fuori, dove viene guardato con sospetto o pietismo; la natura come specchio: non uno sfondo da cartolina, ma un interlocutore muto che riflette il vuoto interiore; la lingua ridotta ad arma e scudo verso l’insensibilità e il dileggio degli altri.

    Ho appuntato qualche scarno ricordo di Lorenzo Calogero (I VERSI E I GIORNI SENZA PACE DI LORENZO CALOGERO (di Bruno Demasi) ) e di Franco Costabile (RITROVARE LA CALABRIA E LA POESIA CON FRANCO COSTABILE ( di Bruno Demasi) ) su queste pagine e non posso non ricordare, per completare questa triade dolorosa, la figura di Ermelinda Oliva ( nata a Palmi nel 1914 e morta suicida nel suo paese nel 1954), che, al di là dei memoriali d’occasione, meriterebbe una reale e profonda  riscoperta letteraria, che tarda pesantemente a venire.

    Donna di cultura raffinatissima, insegnante e traduttrice, visse la sua condizione di intellettuale in una Calabria ancora profondamente patriarcale e chiusa. La sua esistenza fu segnata da una sensibilità che faticava a trovare interlocutori. La sua poesia è un ricamo di ombre, di attese e di malinconie sottili. Il suo gesto estremo fu lo shock di una comunità che vedeva in lei una figura di riferimento umano e sociale. Rappresenta la voce di quelle donne calabresi che, attraverso la cultura, avevano aperto finestre sul mondo, finendo però per restare abbagliate dal vuoto circostante.

"È un silenzio di pietre 
quello che porto nel cuore, 
mentre fuori il mare di Palmi 
continua a urlare senza risposta."  

    Ermelinda Oliva visse a Palmi una vita di profonda riservatezza e spiritualità. Sebbene la sua morte avvenga in età relativamente matura, la sua figura è spesso accostata ai "poeti del dolore" per la sua sensibilità inquieta e il rapporto quasi mistico con la natura e il paesaggio calabrese. La sua poesia è un dialogo continuo tra il visibile e l'eterno. Considerata una poetessa raffinata, sensibile, espressiva e genuina, esordì giovanissima nel campo letterario.Nel 1955 apparve il suo primo volume La notte che passa. Le sue prose e poesie, da allora, sono comparse in molte riviste, settimanali e periodici. Nel 1958 pubblicò alcune sue liriche anche su «La Fiera letteraria», liriche che, secondo il poeta torinese Carlo Betocchi, che ne curò la presentazione, sono «tra le più belle che si possono leggere oggi in Italia».Quattro anni dopo apparve Il flauto minuscolo al quale fu assegnato il Premio Amantea 1962. Iniziò, allora, un periodo intenso e produttivo. Negli anni Sessanta videro la luce altre sue opere ben accolte dal pubblico e dalla critica (La croce del Sud,1964; Il tempo della cicala, 1966; Lo zoccolo e il sasso, 1970). 

 Voi verrete con me, alberi 
pietre e zolle che amo." 
                            (La notte che passa, 1955, Palmi)  

 

  Ermelinda Oliva rappresenta la voce della sensibilità metafisica. La sua importanza risiede nella capacità di trasformare il paesaggio (quello di Palmi e della costa viola) in un luogo dello spirito. Una scrittura limpida, quasi classica, ma attraversata da una tensione continua verso l'invisibile. Il suo isolamento non era odio per il mondo, ma necessità di ascolto interiore. La morte per lei è una soglia, un passaggio verso un'armonia negata.Rappresenta la resistenza della parola lirica in un mondo che diventava sempre più materiale. È la testimonianza di una Calabria colta, profonda e silenziosa.

     E’ una delle voci più pure e, al contempo, più tragiche della lirica calabrese del Novecento. La critica più attenta scorge nella sua opera non un semplice esercizio letterario, ma una necessità ontologica: la poesia  era l'unico diaframma tra il  sé e un mondo percepito come estraneo o eccessivamente doloroso. Il suo suicidio non è un elemento estraneo alla sua produzione, ma ne diventa l'estrema chiave di lettura: i suoi versi sono stazioni di una via crucis interiore, dove il paesaggio di Palmi — con le sue rupi e i suoi tramonti — si trasforma in uno specchio metafisico della sua solitudine. La sua scrittura è caratterizzata da una tensione verticale, un desiderio di ascesa costantemente negato dal peso della realtà e la  sua produzione, spesso raccolta postuma o custodita con devozione dai cultori locali, si articola in momenti di rara intensità: 

  • "Oltre il cancello":il tentativo di superare la siepe leopardiana della propria clausura interiore.
  • "Sulle ali del tempo": meditazione sulla precarietà dell'esistenza e sulla fuga dei giorni verso l'oblio.
  • "Voci e Silenzi": forse il suo testamento spirituale più alto, dove il silenzio smette di essere assenza e diventa una presenza ingombrante.

    Proprio dalla raccolta "Voci e Silenzi", emerge la sua capacità di animare l'inanimato per raccontare il proprio isolamento: 

"E sento il vento che mi parla piano 
di storie antiche e di terre lontane, 
mentre il cuore, come un vecchio artigiano, 
modella sogni con le sue stesse mani." 

   In questi versi, il "cuore-artigiano" tenta disperatamente di costruire una realtà alternativa attraverso il sogno, prima che il vento della realtà la spazzi via. La consapevolezza della fine e l'accettazione della propria fragilità si fanno cristalline in "Sulle ali del tempo", in cui  si legge tutta la dignità di una lotta quotidiana contro la depressione e il senso di vuoto:


"Non è il tempo che fugge, siamo noi 
che perdiamo i passi lungo il sentiero, 
lasciando briciole di giorni eroi  all'ombra stanca di un pensiero vero. 

    Oggi Palmi ricorda Ermelinda Oliva non solo come una concittadina illustre, ma come un simbolo della fragilità creatrice. La sua tomba e i luoghi che ha amato sono meta di un pellegrinaggio silenzioso per chi cerca nella poesia una risposta al dolore. La sua eredità culturale risiede proprio in questo: aver trasformato la propria sofferenza in una bellezza che continua a illuminare  e a  permeare chi legge.

Bruno Demasi

lunedì 12 gennaio 2026

“LA TANA DEL FAJETTO” di Nino Greco: le buone ragioni di un ritorno (di Gianni Buda)

     Vede oggi una nuova luce, grazie anche alla dinamica e intelligente linea editoriale della DBE- Barbaro Editore, il fortunato e avvincente romanzo “La tana del fajetto” di Nino Greco dopo una prima pubblicazione, avvenuta un decennio fa, che propose in modo dirompente l’Autore al grande pubblico. La nuova edizione, che vanta in copertina un’eloquente sintesi artistica elaborata dall’arte non comune di Rocco Epifanio, è stata curata attentamente da Gianni Buda, che di seguito la presenta attraverso una pregevole e densa analisi critico-letteraria e antropologica da cui emerge il valore dell'opera non solo come narrazione finzionale, ma come vero e proprio "archivio della memoria" della Calabria rurale. L'Autore inserisce Greco nel solco del meridionalismo novecentesco, accostandolo a figure del calibro di Corrado Alvaro e Saverio Strati e sottolinea la sua peculiarità nel rappresentare un Sud "interno e montano" non statico, ma dinamico , attraversato da profonde tensioni sociali e politiche. Evidenzia acutamente come il romanzo si muova agilmente su una doppia dimensione: il piano antropologico locale e quello della Storia nazionale e dedica un’attenzione forte alla lingua, definendo il dialetto di Greco “conservativo, tecnico e organico”, non semplice ornamento, ma strumento strutturale unico, capace di descrivere fedelmente il rapporto simbiotico tra i personaggi e il loro aspro territorio. Molto significativa la conclusione che considera l'opera come un incontro assai efficace tra microstoria e macrostoria , fondato sulla capacità spiccata di Nino Greco di documentare un "universo linguistico giunto oggi alla soglia della scomparsa" (Bruno Demasi). 
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    La tana del fajetto di Nino Greco si colloca all’interno della tradizione letteraria meridionale del Novecento, con particolare riferimento a quella linea narrativa che ha saputo rappresentare il mondo rurale calabrese nel suo intreccio di arcaicità, trasformazioni sociali e tensioni storico-politiche. Come in Corrado Alvaro — si pensi a Gente in Aspromonte e Quasi una vita — o in Saverio Strati, Nino Greco rielabora l’immagine di un Sud interno e montano non come periferia statica, ma come microcosmo complesso e dinamico, attraversato da conflitti di potere, forme di solidarietà comunitaria, stratificazioni sociali e linguaggi identitari.

   Il romanzo si articola su due piani narrativi principali. Il primo è il paesaggio antropologico della valle del torrente Boscaino, nel territorio di Oppido Mamertina, durante gli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale. Greco ricostruisce con precisione la struttura economica e sociale di questo spazio rurale: gli orti nei lacchi della fiumara, le “ante” stagionali di lavoratori impiegati nelle tenute residue del feudo dei Ruffo di Calabria, la presenza di gabellanti, guardiani, coloni e braccianti. L’autore restituisce con rigore etnografico un’economia contadina fondata sulla coltivazione dell’ulivo e degli orti, regolata da consuetudini secolari e da una fitta rete di rapporti comunitari, cooperativi ma talvolta conflittuali, come mostra l’episodio del ferimento del guardiano Martino, che apre uno squarcio significativo sulle tensioni territoriali e sui conflitti di competenza nell’amministrazione delle terre e dell’acqua.

   Il secondo piano è quello della storia nazionale: la caduta del fascismo, la guerra d’Africa, la disgregazione dell’esercito italiano dopo l’8 settembre 1943. Il romanzo attraversa questi eventi facendoli filtrare attraverso l’esperienza individuale del protagonista, Angelo, e del suo amico Ntoni, entrambi giovani contadini chiamati al servizio militare. In questo senso, l’opera si iscrive nel solco di quella narrativa del Novecento che ha indagato il rapporto tra la “grande storia” e le biografie subalterne, mettendo in luce le fratture psicologiche e identitarie generate dal passaggio forzato da una realtà locale a un orizzonte geopolitico completamente opposto. L’episodio dell’aggressione al sergente veneto — che, oltre a rappresentare un conflitto personale, introduce il tema delle tensioni tra Nord e Sud all’interno dell’esercito — e la conseguente detenzione a Gaeta, costituiscono due snodi fondamentali nella costruzione del personaggio e nel suo rapporto con il potere e l’autorità.

    Il personaggio di Angelo, che costituisce il centro gravitazionale del romanzo, è costruito come figura di transizione. Ribelle in età infantile e adolescenziale, insofferente alle istituzioni (la scuola, l’autorità paterna, l’ordine dell’“anta”), attratto tanto dal mondo contadino quanto da quel sistema di relazioni verticali che coinvolge gabellanti, guardiani e proprietari terrieri, Angelo incarna il passaggio da un ordine comunitario tradizionale a forme incipienti di potere non istituzionale, opaco e sotterraneo. La sua progressiva fascinazione verso la violenza e il prestigio che questa sembra conferirgli è rappresentata emblematicamente dalla Luger che scopre e nasconde con l’amico Ntoni nei pressi della tana del fajetto. La pistola, arma proveniente da un conflitto precedente, funge da oggetto simbolico e da vettore di identità: un’eredità indebita, un feticcio del potere, un antecedente del destino che attende il protagonista. 
 

   Particolare rilievo assume la dimensione simbolica della “tana del fajetto”. Inserita in un immaginario popolare pre-moderno, essa rappresenta uno spazio liminale, sospeso tra realtà fisica e credenza collettiva, in cui si concentrano paure, racconti orali e residui di una mitologia locale. La sua funzione narrativa è duplice: da un lato introduce nel romanzo un livello di profondità antropologica; dall’altro fornisce al lettore un luogo iniziatico attraverso cui leggere le scelte del protagonista. Il riferimento a questo luogo è costante nel romanzo; esso appare sempre nei momenti più significativi del racconto caratterizzando ellitticamente la storia narrata, con il suo finale aperto, come a voler indicare una ripetitività di azioni e situazioni che richiamano, anche se non esplicitamente, la lotta per l’esistenza, sintetizzata nella significativa espressione dialettale “ ‘a mal’erba no’ morì mai” che, non a caso, viene messa in bocca dall’Autore ai due amici, Angelo e Ntoni, in uno degli snodi finali del racconto.

   L’esperienza della guerra non riporta Angelo alla condizione originaria: invece di una reintegrazione nell’ordine contadino, il suo gesto conclusivo suggerisce l’ingresso in un percorso diverso, forse segnato da forme di potere alternative, forse da una marginalità destinata a nuove configurazioni.

   Nel romanzo La tana del fajetto la dimensione dialettale riveste un ruolo centrale non solo sotto il profilo stilistico, ma soprattutto sotto quello filologico e antropologico. Il codice linguistico utilizzato da Nino Greco appartiene all’area dei dialetti calabresi meridionali interni, quelli della fascia pre-aspromontana, caratterizzati da una forte conservatività e da un repertorio lessicale oggi in gran parte scomparso. Si tratta di una varietà che conserva tracce profonde del substrato greco e di una latinità arcaica, tipiche delle zone interne dell’Aspromonte e dei territori che storicamente gravitavano intorno ai feudi dei Ruffo di Calabria. 
 
  Il dialetto che attraversa il romanzo non è mai un semplice “colore locale”. L’Autore lo intreccia alla narrazione come strumento indispensabile per restituire la struttura antropologica della comunità rurale di Boscaino. Le parole dialettali, spesso appartenenti al lessico contadino più specialistico — quello delle tecniche di raccolta dell’ulivo, degli strumenti agricoli, dei toponimi minori, dei ruoli lavorativi all’interno delle “ante” stagionali — permettono al lettore di cogliere la concretezza di un mondo ormai estinto. La lingua qui racconta ciò che la storia sociale tende a cancellare: pratiche agricole non più in uso, oggetti e utensili non tramandati, micro-ruoli comunitari che solo la memoria orale ha conservato fino alla metà del Novecento.

    Da un punto di vista filologico, la prosa di Nino Greco si colloca in continuità con le forme di bilinguismo integrato che caratterizzano alcuni tra i maggiori autori calabresi del Novecento — soprattutto i già citati Corrado Alvaro e Saverio Strati — ma se ne distingue per l’attenzione minuziosa al dialetto rurale “profondo”, meno ibridato rispetto a quello urbano. L’inserimento delle forme dialettali non avviene attraverso segnalazioni metalinguistiche o glossari espliciti: il lettore è accompagnato verso la comprensione attraverso il contesto narrativo, con una naturalezza che restituisce il ritmo dell’oralità originaria.

    Molti dei termini utilizzati nel romanzo appartengono a campi semantici ben definiti. Vi è innanzitutto il vocabolario legato al lavoro agricolo: un insieme ricchissimo di lemmi che descrivono gesti, strumenti e tecniche che non trovano equivalenti precisi nell’italiano standard (marruggiu, rampaturi, tagghju, bumbula). Vi è poi il lessico della fiumara, un mondo geologico e simbolico specifico del Sud calabrese, nel quale si concentrano micro-toponimi, denominazioni di anfratti e canaletti e parole che descrivono i diversi stati dell’acqua e del terreno (stroffi, Gambareja, ‘a petra d’u jimbusu). Altre espressioni appartengono alla sfera familiare e comunitaria, con un’attenzione particolare per i modi di dire che veicolano giudizi morali o caratteriali (ceravejinu, cosulordu, all’omu ‘a parola e ‘o voi i corna’): il dialetto diventa così indice di appartenenza, strumento per definire ruoli e rapporti, segnale delle gerarchie implicite che regolano la vita quotidiana.

    Un elemento di grande interesse è il rapporto fra dialetto e spazio. In La tana del fajetto, la lingua si modella sul territorio: non è possibile separare la parlata di Angelo, di Ntoni o di compare Peppe dal paesaggio della fiumara, dagli uliveti secolari, dalle baracche dell’arieja, dai costoni di tufo in cui si annida la tana. È un dialetto “di luogo”, non esportabile, strettamente dipendente dalla cultura materiale che lo ha generato. Persino la figura mitica del fajetto conserva, nel nome e nella descrizione, un residuo di tradizione orale e di immaginario linguistico pre-moderno che affonda le radici nelle paure collettive di una comunità agricola pre-industriale.

    Dal punto di vista storico-linguistico, il romanzo offre dunque un contributo prezioso. Esso documenta l’ultima fase viva di un dialetto che, nel secondo dopoguerra, ha progressivamente perso terreno sotto la pressione dell’italiano scolastico e della mobilità sociale. La scelta di Nino Greco di registrare questa lingua non è nostalgica, ma funzionale: il dialetto diventa archivio di pratiche, credenze e relazioni che non sopravviverebbero senza un supporto narrativo. In questo senso, La tana del fajetto non è solo un romanzo fondato su una forte identità territoriale, ma anche un testo che offre ai linguisti, agli antropologi e agli studiosi della cultura meridionale uno straordinario documento di un universo linguistico giunto oggi alla soglia della scomparsa.

    La tana del fajetto
si distingue dunque come un romanzo che unisce rigore storico, attenzione etnografica, profondità psicologica e ricchezza linguistica. È un’opera che dialoga con la tradizione letteraria calabrese ma al tempo stesso la rinnova, offrendo al lettore contemporaneo un ritratto vivido di un mondo scomparso e di un’Italia che attraversa uno dei passaggi più drammatici della sua storia. In questo intreccio di microstoria e macrostoria, di lingua e identità, di comunità e individuo, risiede la forza più autentica del romanzo di Nino Greco.

Gianni Buda