sabato 23 maggio 2026

DON GIUSEPPE BLASI: IL SACERDOTE CHE SFAMAVA I POVERI CON CRISTO E CON DANTE (di Bruno Demasi)

IL QUASI SCONOSCIUTO PRECURSORE CALABRESE DI DON LORENZO MILANI 
 
  La vita di questo straordinario sacerdote, Don Giuseppe Blasi, apparentemente semplice, custodisce stigmi evidenti di eroica grandezza: un’idea alta della cultura, un amore profondo per la lingua, una dedizione totale alla formazione degli umili, un desiderio forte di partecipare a tutta la sua gente la grandezza di Dante Alighieri. Prima di lui, la Calabria aveva già conosciuto traduttori dialettali di Dante — Gallo, Gallucci, Limarzi, Toscani, De Pasquale, Scervini — ciascuno con la propria voce e il proprio territorio. Ma nessuno aveva tentato ciò che Blasi portò a compimento: una traduzione integrale della Divina Commedia nel dialetto laureanese, un’impresa che oggi appare quasi visionaria, se non impossibile.

    Nacque a Bellantone di Laureana di Borrello il 6 aprile 1881, figlio di una Calabria contadina che conosceva la fatica, la povertà e la dignità silenziosa delle case basse e del lavoro durissimo. Studiò tra Messina, Mileto e Napoli, dove completò la maturità classica: un percorso che gli diede una solida formazione umanistica, nutrita di latino, poesia e disciplina dello spirito.Fu ordinato sacerdote il 19 marzo 1904 dal vescovo Giuseppe Morabito, e per oltre dieci anni insegnò lettere nel Seminario di Mileto, lasciando un ricordo di rigore e dolcezza. Richiamato alle armi nel 1916, venne presto congedato per problemi alla vista. Tornò allora a Bellantone, dove rimase fino alla morte, il 20 gennaio 1954.

    La sua pastorale fu quotidiana, minuta, fatta di visite alle famiglie, catechesi, conforto ai poveri, ricostituzione della Confraternita del SS. Sacramento, gruppi di Azione Cattolica, preparazione gratuita di generazioni di ragazzi agli esami scolastici.Una pastorale modernissima giocata quasi interamente sulla promozione umana e sociale della povera gente abbandonata da tutti. Nel 1944, anticipando addirittura Don Milani in un’Italia ferita dalla guerra, Blasi compì un gesto che oggi appare quasi eroico: fondò la Scuola Media Parificata “Giovan Battista Marzano”. Non fu un atto amministrativo, ma un’opera civile nel senso più alto. In un territorio dove i figli dei contadini non avevano alcuna possibilità di proseguire gli studi, la scuola di Blasi fu una porta aperta sul futuro. Era un’istituzione nata dal basso, senza mezzi, senza appoggi, ma con una visione: la cultura come diritto, non come privilegio. In un’epoca in cui la scuola era lontana, costosa, irraggiungibile, Blasi la portò dentro il paese, dentro le case e le vite della sua gente.

     Accanto alla pastorale e alla scuola, Blasi coltivò la propria creatrività con una produzione letteraria sorprendentemente ampia: inni sacri, testi teatrali, articoli su giornali locali, una traduzione italiana del rito della Messa molto prima della riforma liturgica. Ma il suo capolavoro, l’opera che lo consegna alla storia culturale della Calabria, è la traduzione della Divina Commedia in dialetto laureanese, composta negli anni Trenta e pubblicata postuma solo nel 2001 per grandissimo merito di Umberto Di Stilo. L’intuizione di Blasi era semplice e radicale: portare Dante agli umili, a coloro che non avrebbero mai potuto leggere il poema nella lingua originale. Lo dice egli stesso con una limpidezza che commuove: una traduzione vernacola può essere utile “agli umili popolani che conoscono bene solo il proprio dialetto”, e può servire anche agli studenti, come strumento di chiarificazione del pensiero dantesco.

    Il dialetto laureanese che Blasi utilizza è un vero e proprio tesoro linguistico: una vera e propria lingua  dell’Aspromonte occidentale ricca di arcaismi, grecismi residuali, forme verbali oggi scomparse. È una lingua concreta, terrosa, ma capace di sorprendente solennità quando si piega alla terzina dantesca. Blasi non traduce soltanto: ricrea. Mantiene la struttura metrica, la concatenazione delle rime, la tensione narrativa. E lo fa con una naturalezza che stupisce: sembra che il dialetto fosse in attesa di incontrare Dante per rivelare una sua inattesa nobiltà.

    L’incipit dell’Inferno:
                                                          Fatta di l'anni la mità ccaminu, 
 mi vitti nta nu voscu ntrizzicatu,
ca di la strata non ngagghjai mu minu 
 
E chi bi cuntu d'undi era ficcatu?
nta spini e stroffi no' ppigghiava pista
chi mu li pensu m'attrassa lu hjatu.  
                                                                                    
conserva la forza evocativa del verso dantesco pur trasportandolo in una lingua popolare. E quando, nel Paradiso, traduce gli ultimi versi, restituisce al dialetto la sua capacità assoluta  di dire l’Assoluto:
 
                                                   Ma no ppotia chijicari e nno chijicau
                                                       la forza mia:nu raggiu mi corpìu 
                                                       la menti, nchi sta cosa disijau.
 
                                                     L'arta me' fantasia si ndebbilìu
                                                  ca abbrama e bolontà m'avìa sbotatu, 
                                                     comu na rota chi arredu cedìu, 
 
                                                     Cui lu suli ndi movi e lu Stijatu.                                               
 
    Come si accennava. l’edizione del 2001 deve la sua nascita alla tenacia e alla cura di Umberto Di Stilo, che ha svolto un’opera davvero preziosa  nel rendere accessibile il manoscritto di Blasi. La sua Introduzione è un documento ricchissimo ed esemplare , perché: ricostruisce la genesi del manoscritto, ne chiarisce le intenzioni, ne definisce il valore linguistico e culturale e soprattutto restituisce la figura di Blasi nella sua interezza: sacerdote, maestro, intellettuale, uomo di Dio e uomo di popolo. Di Stilo non è un semplice curatore: è il mediatore tra il laboratorio privato di un sacerdote-scrittore e la comunità dei lettori. Il suo lavoro è un atto di raffinatissima pietas filologica, ma anche di riconoscenza civile poco o pun to conosciuto dal grande pubblico: salvare un manoscritto significa salvare una voce, una memoria, una parte di Calabria.

    Altrettanto evocativa e necessaria a bellissima “Nota critica” di Ugo Vignuzzi che colloca la traduzione di Blasi dentro una storia più ampia, quella delle traduzioni dialettali di Dante, della dialettologia calabrese, della cultura popolare dell’Aspromonte occidentale. La Nota mostra come la Commedia dialettale di Blasi sia un documento linguistico di straordinario valore,un’opera pedagogica nata per educare, un testo che restituisce al dialetto la sua funzione originaria: non folklore, ma lingua del mondo. 

   Qui si apre un tema che merita un approfondimento autonomo con l'aiuto della Nota linguistica  conclusiva di Paolo Martino. Per Blasi, il dialetto non è solo uno strumento linguistico: è una teologia dell’incarnazione. Il dialetto è la lingua con cui si nasce, si soffre, si ama, si muore. È la lingua della carne, non dell’astrazione.Tradurre Dante in dialetto significa riportare il poema nella concretezza della vita e restituire alla teologia dantesca una voce quotidiana. Un gesto profondamente cristiano insomma, in virtù del quale Dante torna a essere predicabile. Blasi infatti non traduce soltanto, restituisce Dante al popolo, e restituisce il popolo a Dante. È un movimento doppio e questa reciprocità è il cuore della poetica di Blasi che realizza la traduzione negli anni Trenta del secolo scorso, in una Calabria rurale, povera, isolata. Un mondo in cui la scuola è lontana, i libri sono rari la cultura è un privilegio. Un contesto nel quale, tradurre Dante in dialetto è un gesto rivoluzionario: significa affermare che la cultura appartiene anche agli ultimi.

    Il lavoro d di recuopero e di pubblicazione di  Umberto Di Stilo è un capitolo a sé, un capolavoro nel capolavoro, perché, allestendo ed ordinando il manoscritto lasciato da Blasi per la pubblicazione, ha dovuto decifrare  con un lavoro enorme grafie incerte, ricostruire lacune, ordinare materiali dispersi, restituire coerenza metrica, contestualizzare linguisticamente ogni scelta. Un lavoro di filologia amorosa, che ha salvato un’opera altrimenti perduta. 
 
    E mi permetto di aggiungere che un altro capitolo a sé, un altro capolavoro nel capolavoro,  è l’opera di divulgazione che  sta facendo da qualche anno il “mastro cantaturi” calabrese Ciccio Epifanio, che non tralascia occasione per declamare a memoria interi canti della Commedia dialettale di don Blasi nelle scuole, sulle piazze, dovunque l’attenzione della gente si apre ad ascoltare la magia del verso dantesco  rimodulato e declamato nella lingua nostrana.
 
     Di Stilo ed Epifanio, due grandi, grazie ai quali la memoria di questo straordinario sacerdote è stata salvata dall’oblio e portata a conoscenza di larghi strati di persone insieme alla consapevolezza che il lascito più profondo di Blasi è l’idea che la cultura, quando nasce dall’amore e dalla dedizione, può trasformare un dialetto in una lingua capace di dire l’universale, e un sacerdote di paese in un custode  della dignità di un popolo. Don Giuseppe Blasi appartiene alla storia culturale dell’Aspromonte occidentale come uno dei suoi interpreti più alti: un uomo che ha creduto nella forza della parola, nella dignità del dialetto, nella possibilità che la bellezza possa abitare anche nei tuguri degli umili e nel freddo di una sagrestia illuminata da una candela nelle fredde notti invernali trascorse a tavolino per comporre inni e preghiere e per tradurre la Commedia, spezzando ai suoi  poveri il pane di Cristo e il pane di Dante.

Bruno Demasi


giovedì 21 maggio 2026

La penna del Greco: IL VINO E LA ‘RANGARA AMARA ( di Nino Greco)

    C’è una qualità rara nei racconti di Nino Greco: la capacità di far emergere con una lingua limpida e affilata l’intero teatro morale dei piccoli paesi calabresi, dove ogni gesto quotidiano è un rito . Nei suoi testi, la vita minuta — il vino alla frasca, la botte nel “basso”, le galline che covano in spazi marginali — diventa la lente attraverso cui osservare le dinamiche profonde di un mondo che si regge su equilibri fragili, su antiche consuetudini e su quella forma di autorità informale che, spesso, trasforma l’“uomo di rispetto” in un piccolo tiranno. È un universo in cui la reputazione vale più del denaro e dove il confine tra onore e prepotenza è sottile come il bastone di rangara amara che Severina impugna per difendere la propria dignità. Greco conosce bene questi meccanismi: la sua prosa restituisce la verità antropologica dei paesi dove la parola data è legge, dove il debito non è mai solo economico e dove la comunità osserva, giudica, mormora. In questo microcosmo la figura femminile — troppo spesso relegata ai margini — emerge invece come forza morale, come argine alla sopraffazione, come memoria vivente di un’etica domestica che non ammette soprusi.( Bruno Demasi)
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    Compare Ciccio era tornato da pochi giorni da Milano e prima di ripartire aveva convinto Vestiano a seguirlo. Milano cercava braccia forti pronte ad affrontare la fatica, quella vera; le gru spuntavano come funghi e le betoniere giravano ininterrottamente come se fosse una corsa contro il tempo. La guerra era finita da pochi anni e la voglia di ricostruzione non risparmiava nessuna energia. Compare Ciccio era stato uno dei primi a partire, aveva capito che nessuna vigna e nessuna partita di olive in affitto gli avrebbe dato quei danari che ogni fine mese il capocantiere gli contava sull'unghia. Lui teneva il necessario e il resto lo mandava alla famiglia.

    Furono questi i motivi che spinsero Vestiano a legare la valigia e a partire per andare a prestare le sue braccia, per guadagnare il necessario e assicurare un tozzo di pane alla moglie e ai due figli piccoli. L'annata successiva sarebbe stata "vacante" e, a parte qualche lavoro a giornata "spurio", non gli rimaneva altro che il guadagno della vendita del vino alla "frasca". Molto poco per una famiglia con quattro bocche da sfamare.

    Anche quell'anno la partita di vigna della Roggia non era stata particolarmente generosa e aveva donato, per la parte spettante a Vestiano, i soliti sei ettolitri di mosto; la condizione di mezzadria gli assicurava solo la metà del prodotto, il resto andava a riempire le botti enormi della cantina dei padroni.

    L'inverno si presentava all'orizzonte con forti connotati d'incertezza; poche olive, quasi nulla, e il lavoro nelle "ante" non prometteva nulla di sicuro. Tanti uomini, come Vestiano, pendevano dalla volontà e dalle necessità dei padroni: erano loro a comporre le squadre per i lavori nei loro fondi. E uomini per le "ante" ve n'erano a iosa. Tanta concorrenza e tanta incertezza.

- Severina, io parto con compare Ciccio, andrò a fare sei mesi da manovale a Milano e tornerò quando ci sarà da zappare la vigna e per attivare le terre; tu ai primi di dicembre potrai esporre la "frasca" all'angolo e vendere il vino; nel frattempo io comincerò a guadagnare e ti manderò i soldi ogni fine mese, dopo la paga -.

    Severina non proferì verbo, sapeva bene che i mesi a seguire sarebbero stati difficili e che la scelta del marito era dettata dalla necessità, ma lei non si perse d'animo, era abituata ai sacrifici, e quando venne l'ora di "aprire la botte" spillò un quarto di vino e lo portò a suo padre per farsi dire se era giunto il momento di esporre la "frasca" per cominciare a vendere e incassare qualche lira, almeno per pagare la putigha.

    La vendita iniziò a spizzichi e bocconi; solo la domenica vi era maggiore richiesta di vino, non solo perché qualcuno lo comprava per il pranzo domenicale, ma nel pomeriggio alcuni gruppi di uomini si riunivano per la "passatella a padrone e sotto". Lei conosceva le abitudini del paese e attendeva i compratori nel "basso" con la mezza porta superiore aperta proprio a indicare che il vino era disponibile.

    Il "basso" era la casa dove viveva coi figli e dove in un angolo teneva la botte di sei ettolitri; sotto la stessa, in un letto di paglia, si accovacciavano e deponevano le uova tre galline ovaiole; nella parete di fronte una piccola "buffetta" con accanto una cucina a muro con un fornello e, poco oltre, la scala che portava al piano superiore, nella camera da letto. Spazi angusti e miseri dove trovavano spazio, oltre alle preoccupazioni, solo pochissime speranze.

    Fu una domenica pomeriggio che Mico bussò alla porta e si sporse nella parte superiore aperta:

- Commare Severina, mi riempite la damigianetta di cinque litri? 
- Certo, datemi la damigiana.

   Severina riempì il contenitore e lo porse a Mico, che era rimasto fermo sull'uscio.

- Cinque litri fanno… trecento lire - disse Severina. 
- Commare, è un problema se vi passo i soldi dopo che finiamo di giocare? - chiese Mico. 
- No, compare Mico, ma vi ricordo che ci sono ancora in sospeso le trecento lire di domenica scorsa, per cui il totale è ora di seicento lire… 
- Ah no! Commare, io domenica vi ho pagato quanto avete chiesto, forse non ricordate! 
- Mi ricordo bene, domenica scorsa avete pagato il debito della volta precedente e poi avete voluto altri cinque litri, cercate di ricordare - chiosò Severina col garbo di donna discreta, ma con nessuna intenzione di concedere cinque litri di vino a chi lo utilizzava per giocare a "padrone e sotto".

    Mico era colui che si recava sempre a comprare il vino, faceva parte di un gruppo di amici che la domenica pomeriggio si davano al sollazzo con la passatella e nel pensare comune erano tutti uomini che si 'nnacavano e facevano intendere di appartenere alla "rasula"; di Mico stesso si diceva che fosse figlio degno di suo padre e che di lui aveva ereditato la "sostanza di malandrino"; insomma passava per uno che gli "puzzava il fiato".

- Commare! Ho fatto male a venire a comprare il vino da voi! E poi chi si mette ad avere a che fare con le donne perde tempo, come lavare la testa allo "scecco"! Voi femmine avete capelli lunghi e mente corta! - esclamò Mico senza rispetto e senza mezze parole.

    Severina in un attimo ritirò il braccio con cui stava porgendo la damigianetta, la poggiò di lato e in un baleno afferrò l'asse di legno di "rangara amara" con cui la sera serrava la porta, che quando è stagionato è più tosto dell'acciaio, e glielo calò tra capo e collo. Un fiotto di sangue schizzò sulla porta, lui balzò fuori dalla sua portata per evitare un secondo colpo, e mentre se la filava a gambe levate, lei si affacciò sull'uscio, lo seguì con lo sguardo incattivito pronta a dispensare la seconda dose e gli urlò:

- Ti faccio vedere io chi ha la testa di scecco! Per adesso vai a riparare le corna che hai! E non comparire più davanti ai miei occhi altrimenti ti do il resto!

    L'episodio scatenò il mormorio non solo nella "rruga"; in paese se ne parlò a mezza bocca: il figlio di compare Ntoni le aveva prese, e di santa ragione, per mano di una donna. 

    Passò qualche giorno quando a casa di Severina si presentò Rocco, suo fratello maggiore:

- Tu non hai idea di cosa hai combinato? Con compare Ntoni ci lega una bella amicizia, e non possiamo permetterci di rovinare i rapporti, hai mancato di rispetto al figlio e a lui stesso. Lui dice che i soldi te li aveva dati, e poi per trecento lire bisognava arrivare a tanto?

- Senti - rispose Severina - se sei venuto con "l'arrunchio" di prendergli le difese ti dico di girare i tacchi e andartene altrimenti il resto lo do a te! Anzi, vai a dire a "tuo" compare e a quei quattro "sciacqualattughe" che mi devono fare avere le trecento lire che avanzo, e subito! E che non si azzardino più a passare neppure davanti a casa mia -.

    A Rocco non rimase che mettere le mani in tasca e pagare il debito del suo compare; conosceva bene la determinazione della sorella e sapeva pure che, se avesse tirato la corda oltre, avrebbe corso davvero il rischio di testare quanto fosse duro il legno della "rangara amara”.

Nino Greco

mercoledì 20 maggio 2026

CLELIA ROMANO PELLICANO: UNA VOCE EUROPEA NEL CUORE DELL’ ASPROMONTE (di Mara Vittoria Colosimi )

   Clelia Romano Pellicano è una voce che attraversa il Novecento italiano con una modernità sorprendente, capace di tenere insieme Aspromonte e Londra, imprenditoria e letteratura, introspezione e impegno civile. Nell’articolo che segue, Mara Vittoria Colosimi, con la sua abituale precisione, restituisce questa complessità con una scrittura limpida, documentata, ma soprattutto viva. Il suo racconto non si limita a ricostruire una biografia: ripropone una tensione etica che fa di Clelia una figura europea sebbene vissuta in un lembo di Calabria, segue il filo della sua vita – la maternità, la vedovanza, l’audacia imprenditoriale, il giornalismo sociale, il femminismo ante litteram – con un tratto narrativo avvincente che non sacrifica mai la precisione storica. Ne emerge un ritratto che parla al presente: una donna che seppe trasformare la marginalità geografica in un punto d’osservazione privilegiato, e che comprese prima di molti che la libertà femminile è un lavoro quotidiano, non un ornamento ideologico. È un testo chiaro , una storia quasi del tutto sconosciuta,un invito a restituire a Clelia Romano Pellicano il posto che le spetta nella storia culturale calabrese e italiana. (Bruno Demasi)

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      Clelia Romano Pellicano appare nello scorcio complesso del primo Novecento calabrese come una figura che sfugge alle definizioni troppo strette: aristocratica e insieme inquieta, radicata nella Calabria ionica eppure cresciuta in un ambiente cosmopolita, figlia di un Risorgimento che le aveva trasmesso l’idea che la libertà fosse un dovere prima ancora che un diritto. Nata a Napoli nel 1873, in una casa dove convivevano la severità liberale del padre pugliese e l’energia americana della madre, nipote del generale garibaldino Giuseppe Avezzana, Clelia respirò fin da bambina un’aria di apertura internazionale, di fiducia nella modernità, di responsabilità civile. A sedici anni, quando sposò il marchese Francesco Maria Pellicano di Gioiosa Ionica, nessuno avrebbe potuto immaginare che quella giovane donna, catapultata nell’entroterra della Locride profonda, avrebbe trasformato quel lembo di Calabria in un laboratorio personale di osservazione sociale, di scrittura e di azione concreta. Eppure fu proprio lì, tra Gioiosa, i boschi di Prateria e le case patrizie affacciate sullo Ionio, che Clelia maturò la sua doppia vocazione: raccontare e intervenire.

    La sua vita, segnata dalla maternità numerosa e poi dalla vedovanza precoce, non scivolò mai nella rassegnazione domestica. Quando nel 1909 rimase sola con sette figli, Clelia non si ritirò: fondò una società forestale per azioni, amministrò boschi, setifici, aziende agricole, trattò con operai, tecnici, notai, banchieri. La stampa dell’epoca la definì «una pioniera dell’economia meridionale»⁴, e non era un’esagerazione: nessuna donna, in quel tempo e in quel luogo, dirigeva capitali e imprese con tale determinazione. Parallelamente, la sua scrittura si fece più intensa, più necessaria. Firmandosi spesso con lo pseudonimo Jane Grey, Clelia pubblicò raccolte di novelle come Coppie e La vita in due, dove la psicologia femminile, le tensioni del matrimonio, la solitudine delle donne emergono con una finezza che Luigi Capuana, suo estimatore, definì «vibrante di una sensibilità moderna»¹.

    Il romanzo Verso il destino, scritto tra il 1906 e il 1907 e riapparso solo nel 2023, rivela una maturità sorprendente: la protagonista femminile si muove tra vincoli sociali e desiderio di autodeterminazione, e in una pagina che sembra anticipare il femminismo del secondo Novecento, Clelia scrive: «La libertà non è un dono: è un debito che ciascuna donna ha verso se stessa»². Ma la sua voce più audace si manifesta forse nel giornalismo d’inchiesta: le sue corrispondenze per La Nuova Antologia sul lavoro femminile nel Reggino sono tra le prime indagini sociali condotte da una donna nel Sud. Visitò setifici, opifici, laboratori, descrisse salari miseri, turni estenuanti, sfruttamento, e lo fece con uno sguardo che univa compassione e rigore, senza indulgere al pittoresco. 

  Il suo impegno non si fermò ai confini italiani. Nel 1909 partecipò come delegata al Congresso Internazionale delle Donne di Londra, dove ascoltò Emmeline Pankhurst e le suffragette inglesi. Da quella esperienza nacquero le sue Lettere da Londra, pubblicate su La Donna, in cui annotava: «L’Europa che verrà sarà giudicata da come avrà saputo ascoltare le sue donne»³. Nel 1914 fu tra le protagoniste del congresso mondiale di Roma, portando la voce del Mezzogiorno e denunciando la doppia marginalità delle donne meridionali: quella di genere e quella geografica. La studiosa M. G. Tavella, che le ha dedicato un volume fondamentale, l’ha definita «la figlia femminista del Risorgimento italiano»⁵, cogliendo in lei quella continuità ideale tra le battaglie ottocentesche per la libertà nazionale e quelle novecentesche per la libertà femminile.

    La sua scrittura, oggi, appare come un punto di incontro tra realismo meridionale, introspezione psicologica e sensibilità proto-femminista. Non c’è mai compiacimento, mai folklore: c’è un’attenzione minuta ai gesti, alle esitazioni, alle contraddizioni delle donne che popolano le sue pagine. E c’è soprattutto la consapevolezza che la letteratura può essere un modo per incidere sulla realtà, per darle forma, per denunciarne le ingiustizie. 

    Recentemente qualche studioso ha riportato Clelia Romano Pellicano al centro dell’attenzione:  sono apparse nuove edizioni delle sue opere, nati  convegni a Gioiosa Ionica e Reggio Calabria, una puntata della serie Donne di Calabria, studi universitari. La sua attualità è evidente: nella modernità del suo sguardo sulle donne, nella capacità di coniugare radici calabresi e respiro europeo, nella visione imprenditoriale che la rese un’eccezione assoluta nel panorama femminile dell’epoca.

    Eppure, più di ogni etichetta, ciò che resta di Clelia è la sua voce: una voce che non reclama eroismi, ma responsabilità; che non si accontenta di descrivere il mondo, ma tenta di trasformarlo. La Calabria, per lei, non fu periferia ma un luogo da cui osservare il mondo e da cui provare a cambiarlo. E oggi, rileggendola, si ha la sensazione che quella voce non abbia mai smesso di parlarci, come una coscienza critica che attraversa il tempo e ci interroga ancora.

                                                                                Mara Vittoria Colosimi

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1. Luigi Capuana, recensione a Coppie, in Il Mattino, 1901.
2. Clelia Romano Pellicano, Verso il destino, ed. 2023, p. 87.
3. C. R. Pellicano, “Lettere da Londra”, in La Donna, 1909.
4. Il Giornale d’Italia, cronaca economica, 1912.
5. M. G. Tavella, Clelia Romano Pellicano. Una femminista del Risorgimento, Roma, 2021.

lunedì 18 maggio 2026

TITA FERRO: la docente che fece di Reggio Calabria una capitale della letteratura ( di Bruno Demasi)


   Chi ha la fortuna di conoscere Tita Ferro, un’infaticabile ed entusiasta professoressa in pensione, la ricorda come una docente rigorosa, appassionata, capace di formare , soprattutto tra le pareti del Liceo Classico "Tommaso Campanella", intere generazioni di studenti, che ancora l’acclamano e che da lei sono state educate non solo alla letteratura, ma alla responsabilità della parola. La sua presenza nella scuola reggina non è stata routine, ma militanza civile: non si limitava a spiegare testi, ma insegnava a guardare, a leggere il mondo, a non accontentarsi delle apparenze. E Il suo modo di insegnare era lo stesso del suo scrivere: una ricerca costante perché la scuola, per lei, non è mai stato un luogo chiuso, ma un laboratorio di cittadinanza così come Reggio Calabria non è mai stata periferia, ma un luogo in cui la cultura poteva prosperare, purché qualcuno avesse il coraggio di iniziare a  costruirla.

    Oltre l’insegnamento, sempre amato, cuore della sua attività pubblica è stato ed è l’impegno nell’associazione culturale “Pietre di Scarto”, da lei a lungo presieduta. Un nome che è già un manifesto: ciò che viene scartato, ciò che non è al centro, può diventare fondamento, materiale di costruzione. Sotto la sua guida, l’associazione — legata alla rete culturale BombaCarta — ha promosso per anni un ciclo di Convegni Nazionali sulla Letteratura, diventati un punto di riferimento non solo per l’intera Regione, ma capaci di attrarre a Reggio Calabria da tutta Italia, e non solo, intellettuali di elevatissima statura, tra i quali amo ricordare:

· Carlo Ossola: uno dei massimi filologi e critici letterari italiani, docente al prestigioso Collège de France di Parigi, che partecipò all'VIII Convegno ("Il volto del libro", 2011) dialogando con gli studenti delle scuole superiori sul suo saggio Il continente interiore;

· Padre Antonio Spadaro: saggista, critico letterario (a lungo direttore de La Civiltà Cattolica) e fondatore di BombaCarta, legatissimo all'associazione di Tita Ferro. Ha presentato proprio a Reggio Calabria, in anteprima nazionale, importanti lavori saggistici come Svolta di respiro;

· Eraldo Affinati: celebre scrittore (finalista al Premio Strega e al Premio Campiello) e saggista, da sempre impegnato sui temi della pedagogia e della letteratura;

· Paolo Di Paolo: apprezzato scrittore, finalista del Premio Strega e saggista, che in occasione dei convegni (come il IX nel 2012 e il X nel 2013) incontrava gli studenti nei licei reggini;

· Stefano Redaelli: scrittore e docente di letteratura, ospite e relatore in diverse rassegne;

· Saverio Simonelli: giornalista culturale, scrittore e saggista (noto volto di TV2000);

· Cristiano Cavina: amatissimo scrittore romagnolo (autore di successi per Marcos y Marcos e Feltrinelli, come I frutti dimenticati o Invisibili) che ha partecipato attivamente, portando la sua esperienza di narratore legato alle storie di terra, di provincia e di tradizione orale;

· Vins Gallico: scrittore reggino di nascita ma di respiro nazionale (finalista al Premio Strega con il romanzo d'esordio Portami a casa), che ha portato la sua voce di autore e intellettuale contemporaneo;

· Andrea Monda: scrittore, saggista e direttore dell'Osservatore Romano. All'epoca presidente di BombaCarta, è stato una presenza chiave in diverse edizioni dei convegni, spesso nel ruolo di moderatore, saggista o stimolatore del dibattito tra gli autori;

· Silvia Guidi: giornalista culturale e saggista (firma di punta delle pagine culturali dell'Osservatore Romano), che ha offerto importanti chiavi di lettura critiche, come nella memorabile relazione d'apertura dell'edizione del 2016 intitolata "Letteratura e Follia";

· Maram al-Masri: la celebre poetessa e scrittrice siriana, considerata oggi una delle voci femminili più potenti e influenti della letteratura araba contemporanea, è stata ospite a Reggio Calabria in eventi legati ai percorsi di lettura e scrittura civile dell'associazione;

· Rosa Elisa Giangoia: scrittrice, poetessa e saggista ligure che ha partecipato attivamente ai dibattiti reggini, portando il proprio contributo sul ruolo della donna nella trasmissione della memoria letteraria;

· Rosellina Archinto: editrice di fama nazionale, fondatrice della casa editrice Archinto, è stata relatrice d’apertura del XII Convegno (2015) con Viaggi di carta o il piacere della lontananza ;

· Nancy Antonazzo: presidente dell’associazione messinese Terremoti di carta, intervenuta nelle tavole rotonde del XII Convegno;

· Paola Abenavoli:giornalista e critica teatrale/cinematografica, autrice di saggi, firma di Cultural Life. Ha seguito e presentato varie edizioni dei convegni, in particolare il IX (2012) dedicato alle presenze femminili nella letteratura .

    Tantissimi altri nomi celebri sono passati da Reggio Calabria oltre quelli citati, tutti blasoni per Tita Ferro, cui va il merito assoluto di essere riuscita a far risuonare in questo lembo di Italia proiettato sul Mediterraneo le voci della grande letteratura contemporanea senza barriere geografiche, etniche e culturali. E non sono stati mai nomi capitati per caso e nemmeno eventi episodici quelli che li hanno visti protagonisti, ma percorsi chiarissimi: ogni anno un tema, ogni tema un modo per interrogare la letteratura come forma di conoscenza. I convegni erano annuali, con atti pubblicati o raccolti e affrontavano temi mai banali, spesso formulati in forma narrativa o simbolica.Tra i tanti , tutti di grande spessore per il loro respiro nazionale e spesso anche internazionale, voglio ricordare, ma solo a titolo esemplificativo, qualche edizione memorabile alla quale direttamente o indirettamente ho avuto l’onore di collaborare: 
 
VII Convegno (2010 ) – Letteratura e vita.
VIII Convegno (2011) – Il volto del libro: uno, nessuno, centomila.
IX Convegno (2012) – Una donna un libro. Presenze femminili nella letteratura.
X Convegno (2013) – Nei boschi narrativi alla ricerca del lupo.
XII Convegno (2015) – Le lettere nella letteratura.
XIII Convegno (2016) – Letteratura e follia.


    Ogni edizione un tassello di un progetto più grande: costruire una comunità culturale stabile, capace di dialogare con il panorama nazionale. Ferro in proposito citava e cita spesso Erri De Luca: «La letteratura è un paio di occhiali per vedere ciò che prima non vedevamo.» E questa frase potrebbe essere il motto dei suoi convegni: la letteratura come strumento di visione, come esercizio di responsabilità civile, le uniche dimensioni sulle quali si può fondare la rinascita reale di questa terra al di là degli slogan folklorici e antropologici.
 
    Tita Ferro è una figura che Reggio Calabria dovrebbe riconoscere come parte del proprio patrimonio culturale. Una docente che ha trasformato la scuola in un luogo di pensiero, capace di raccontare il mondo con finezza e misura. Un’ instancabile organizzatrice che ha costruito continuità, non solo eventi. Una intellettuale del Sud che ha dimostrato che la provincia non esiste, quando c’è un progetto.

    Nella sua lunga carriera non ha solo insegnato, mostrato e analizzato per i suoi allievi la sintassi della vita e dell’arte, ha saputo anche esercitarla in quella veste narrativa che ella tanto ama. Ce ne offre un intenso esempio in una storia brevissima, ma grande quanto l’infinito dei sentimenti. Una storia creata di getto su una foto a lei assegnata in un laboratorio di scrittura e dalla quale occorreva trarre lo spunto per un racconto che lei ha scritto e che qui voglio riportare, come suo regalo, insieme alla foto-guida che gliel’ha ispirata:

                                                              

                                                                     LA LETTERA

  Il carrarmato ha rallentato la sua corsa con rumore assordante di ferraglia, poi si è fermato nelle vicinanze del campo mobile, il boccaporto si è scoperchiato di colpo e nella sua sagoma tonda sei apparso tu, la testa coperta da un pesante fazzoletto annodato sulla nuca e gli occhiali da vista, la parte superiore del busto in tuta mimetica a larghe chiazze di grigio verde marrone.

  Hai dato un rapido sguardo intorno quindi ti sei tirato fuori e sei sceso con un salto sulla distesa di sabbia e piccole pietre, avamposto del deserto.

   Hai visto l'appuntato venirti incontro con la mano alzata che sventolava una busta bianca, ti ha raggiunto col fiatone e ti ha urlato -posta per te, signor tenente-, prima di irrigidirsi sull'attenti.

   Hai ringraziato e, dopo un rapido -riposo!-, hai preso la lettera, lo hai congedato e ti sei fermato a qualche metro dal pesante carro.

   Hai portato istintivamente la lettera alle labbra, prima di aprirla, riconoscendo la grafia sottile, per un bacio che voleva andare al di là del piccolo rettangolo bianco, respirare, se mai lo mantenesse ancora, un profumo, aiutarti a ripescare dentro di te un'immagine di giovane donna pensierosa, ma fiduciosa.

   In un attimo tutto scompare, la sabbia ondulata, il calore del sole accecante, non senti neppure le raffiche lontane dei mitra e il tuono dei cannoni dal campo di battaglia a qualche chilometro di distanza.

   C'è un grammofono sul mobile bar nella vostra stanza da pranzo, lei si avvicina, ha in mano il vostro disco, "Grande, grande, grande", cantato da Mina, che ti ha regalato nei primi anni di fidanzamento, perché "con te dovrò combattere", diceva: i capelli neri le nascondono il volto mentre si china per mettere il disco, ha ancora il grembiule delle faccende domestiche sul pigiama bianco a fiorellini azzurri, le pantofole ai piedi, come ogni mattina quando rifà il look alla camera da letto e lava qualche tazzina prima di vestirsi ed uscire.

   E tu, mentre le prime note si diffondono nell'aria, tu attendi che si volti a guardarti, e, con la solita finta civetteria, ti tenda le braccia per invitarti a qualche passo di danza.

   Ma non fai in tempo a fissare il suo volto, il pesante carro amato riprende il suo rumore assordante e te la strappa via.

   Con un rapido sguardo alla lettera, riesci a leggere solo la prima riga, -Andrea, amore, aspettiamo un bimbo- .

   Rimetti la lettera nella busta e questa nella tasca interna del giubbotto da campo, sul cuore, risali sul carro armato con un salto e scompari nel boccaporto.

   Il portellone si richiude pesante sopra di te.                                                                                                                                                                                            Tita Ferro 

 

 

     Il testo prodotto da Tita Ferro è emblematico, forse la migliore sintesi simbolica tra il suo intuito affinato in anni di docenza e la sua dirompente vocazione letteraria. Si apre con un movimento meccanico, quasi cinematografico:«Il carrarmato ha rallentato la sua corsa con rumore assordante di ferraglia…» La scena è asciutta, concreta, governata da verbi che non lasciano scampo: rallentare, fermarsi, scoperchiarsi, scendere. Poi, all’improvviso, la scrittura compie un salto: il deserto si dissolve, la guerra arretra, e il soldato entra in un ricordo domestico, intimo, quotidiano. È un passaggio netto, ma non brusco: Ferro lo governa con una naturalezza che rivela una mano esperta, abituata a lavorare tra realtà e memoria. Il cuore del racconto è in una frase che sembra uscire da un romanzo breve:«Hai portato istintivamente la lettera alle labbra… per un bacio che voleva andare al di là del piccolo rettangolo bianco…»Qui c’è la sua poetica: la lettera come ponte, la scrittura come gesto che supera la distanza, la memoria come luogo in cui il mondo si ricompone. E poi il finale, asciutto, quasi crudele: il carro armato riparte, il ricordo si spezza, la lettera torna sul cuore, e il portellone si chiude. «Il portellone si richiude pesante sopra di te.» Una chiusura fisica che diventa chiusura emotiva.

    Un racconto che è, in fondo, un autoritratto indiretto di Tita Ferro: la sua scrittura è ciò che la sua vita culturale è stata ed è: un ponte tra mondi lontani perché, come spesso afferma ella stessa, «La letteratura è qualcosa che riguarda la vita, è in stretto contatto con la nostra vita». Il racconto si chiude con una frase che sembra parlare anche di lei: «Rimetti la lettera nella busta… sul cuore.» È lì che va rimessa oggi la sua opera: sul cuore della città, della scuola, della memoria collettiva perchè non è un capitolo del passato, ma un seme prezioso e ancora attivo: una delle rare esperienze in cui Reggio Calabria ha saputo farsi luogo di pensiero, non per caso ma per scelta

                                                                                                                  Bruno Demasi

domenica 17 maggio 2026

LA CALABRIA A PIENO TITOLO AL “ 38^ SALONE DEL LIBRO DI TORINO” 2026 (di Bruno Demasi)

    Giunge oggi al clou Il Salone del Libro di Torino, 38ª edizione; chiuderà domani, dopo cinque giorni di incontri, letture, dialoghi e presentazioni di ogni genere. È un’edizione che ha scelto come tema Il mondo salvato dai ragazzini, omaggiando Elsa Morante e la sua fiducia nella vitalità delle nuove generazioni . Un tema che, quasi naturalmente, parla anche alla Calabria: una terra che da anni affida ai giovani, e ai libri, il compito di immaginare un futuro diverso.

    In questo Salone la Calabria non è una comparsa. È una presenza discreta ma riconoscibile, fatta di molti editori indipendenti, autori che lavorano sulla memoria e sulla lingua, e nuove voci che raccontano un Sud non stereotipato, capace di reinventarsi. Una letteratura che resiste e si rinnova che negli ultimi anni ha assunto un ruolo sempre più definito nel panorama nazionale: non più soltanto “letteratura marginale”, ma laboratorio di esperienze e di innovazione. Una Calabria letteraria che oggi si muove almeno lungo tre direttrici: la memoria come resistenza (storie familiari, paesi interni, migrazioni, ritorni, la denuncia civile); la scrittura come strumento di chiarificazione contro le zone d’ombra del potere; la nuova generazione: autori e autrici che raccontano la Calabria senza complessi, con una lingua più mobile, europea, spesso ibridata con il reportage.

  Il Salone di Torino quest’anno per una regione come la Calabria significa almeno tre cose: riconoscimento della presenza degli editori calabresi in un contesto che ospita figure come Emmanuel Carrère, David Grossman, Irvine Welsh, Zadie Smith; legittimazione culturale : la Calabria non è più soltanto oggetto narrativo, ma soggetto culturale; proiezione verso i giovani : il tema del Salone, dedicato ai ragazzi, risuona con alcune coraggiose iniziative calabresi che cercano di riportare gli autori nelle scuole. Una Calabria dunque che parla al Paese da un palcoscenico dove la sua voce non è più minoritaria. Una voce che racconta fragilità e resistenza, ma anche invenzione, ironia, speranza. La Calabria che scrive e che legge evidentemente non vuole essere più ai margini, ma dentro il discorso culturale italiano presentandosi con una delle delegazioni più ricche degli ultimi anni e con almeno 82 eventi.

I TANTI EDITORI CALABRESI PRESENTI AL SALONE 2026:

Rubbettino Editore (Soveria Mannelli) 
Storica casa editrice, tra le più importanti del Mezzogiorno.

Pellegrini Editore (Cosenza) 
Narrativa, saggistica, memoria civile.

Città del Sole Edizioni (Reggio Calabria) 
Narrativa, poesia, studi sul territorio.

Barbaro DBE Editore (Oppido Mamertina) 
Narrativa, storia locale, memoria familiare.

Laruffa Editore (Reggio Calabria) 
Saggistica, diritto, storia.

Kaleidon Edizioni (Reggio Calabria) 

Fotografia, arte, storia urbana. 

Edizioni Grafiché (Lamezia Terme) 

Saggistica e cultura locale.

Libritalia (Catanzaro) 
Narrativa contemporanea, nuove voci calabresi.

Santelli Editore (Cosenza) 
Narrativa, manualistica, editoria pop.

Altravista (Cosenza) 
Saggistica e studi sociali.

Editoriale Progetto 2000 (Cosenza) 
Saggistica religiosa e culturale.

Edizioni Meligrana (Vibo Valentia) 
Narrativa, poesia, editoria indipendente.

Edizioni Ursini (Catanzaro) 

Narrativa, storia, tradizioni popolari.

Edizioni Il Filorosso (Cosenza) 

Poesia e narrativa sperimentale.

Edizioni Erranti (Reggio Calabria) 
Nuove scritture, reportage.

Edizioni Acheronte (Reggio Calabria) 
Narrativa di ricerca.

Edizioni La Rondine (Catanzaro) 
Narrativa per ragazzi.

Edizioni Doria (Reggio Calabria) 
Narrativa e storia locale.

Edizioni MonteCovello (Vibo Valentia) 
Narrativa e poesia.

Edizioni Thoth (Reggio Calabria) 

Saggistica, archeologia, storia antica.

Edizioni Città del Vento (Catanzaro) 
Narrativa e poesia.

Edizioni Rossini (Cosenza) 
Narrativa e saggistica.

Edizioni Il Sileno (Cosenza) 

Saggistica accademica e studi culturali.

Edizioni Asterione (Reggio Calabria) 

Narrativa e poesia.

Edizioni Accademia dei Caccuriani 
Saggistica storica.

Edizioni Calabria Letteraria (Soveria Mannelli) 
Tradizioni, storia, cultura regionale.

Ferrari Editore (Cosenza) 

Saggistica contemporanea, reportage, storia locale.

Edizioni La Torre (Reggio Calabria) 

Narrativa e saggistica.

Edizioni Settecolori (Catanzaro) 

Letteratura per l’infanzia.

     La forza della delegazione calabrese non sta solo nei numeri, ma nella diversità dei cataloghi: editori storici che hanno costruito un’identità culturale forte; editori giovani che sperimentano linguaggi nuovi; realtà territoriali che custodiscono memoria, dialetti, tradizioni; editori che lavorano sulla saggistica civile e antropologica; case editrici che investono nella narrativa contemporanea. 
 
    Il Salone 2026 mostra una Calabria pluralista, matura, consapevole, capace di dialogare con il panorama nazionale e internazionale, con i suoi oltre 160 autori presenti, ta cui: Carmine Abate, Giuseppe Aloe, Eugenio Attanasio, Tiziana Barillà, Francesco Bevilacqua, Giuseppe Bova, Dario Brunori (Brunori Sas), Angela Bubba, Domenico Cavallo,Giovanni Chiodi, Gioacchino Criaco, Pietro Cremona, Maria Teresa D’Agostino, Domenico Dara, Anna De Fazio Siciliano, Anna Maria De Luca, Nicola Fiorita, Mimmo Gangemi, Francesco Gioffrè, Nino Greco, Francesco Idotta, Michelangelo Iossa, Francesco Kostner, Vincenzo Linarello, Bruno Magno, Fortunato Mannino , Giuseppe Mercurio, Saverio Miceli, Raffaella Misiti, Francesca Neri, Bruno Panuzzo, Vincenzo Pata, Paola Piroso, Anna Russano Cotrone, Francesco Scarpino, Marcello Sestito, Giuseppe Smorto, Luigi Tassoni, Vito Teti, Elena Trunfio.

                                                                                                                 Bruno Demasi