sabato 15 agosto 2026

L' ASSUNTA, madre della cattedrale di Oppido e di tante altre della Calabria: origini di un culto(di Bruno Demasi)

  

    Quello di  Santa Maria Assunta è il titolo che si ritrova in numerose cattedrali e concattedrali calabre, da Gerace a Catanzaro, da Cosenza a Squillace, da Nicotera a Oppido Mamertina, come se la regione avesse voluto affidare alla Vergine glorificata il proprio centro religioso, civile e simbolico. Ma la frequenza di questo titolo non va spiegata con una semplice predilezione devozionale. Essa è il risultato di una storia lunga, nella quale confluiscono la tradizione cristiana d’Oriente, la riorganizzazione delle diocesi nell’età normanna, la progressiva latinizzazione del Mezzogiorno, la sopravvivenza di forme liturgiche bizantine e, infine, la capacità della pietà popolare di tradurre una dottrina in immagini, processioni e memoria comunitaria.

   Nel caso di Oppido Mamertina, questa vicenda appare con particolare chiarezza. La cattedrale è oggi intitolata a Santa Maria Assunta, mentre la patrona della città e della diocesi è la Madonna Annunziata. Non si tratta di una contraddizione, ma della sovrapposizione di due livelli diversi: da una parte il titolo storico della chiesa madre, dall’altra il culto patronale divenuto dominante nella devozione cittadina (1).

Dalla Theotókos all’Assunta

     Per comprendere la presenza dell’Assunta nella dedicazione delle cattedrali calabresi occorre partire da una parola greca: Theotókos, “colei che genera Dio”, cioè la Madre di Dio. Il termine, definito dal concilio di Efeso del 431, non indica soltanto una devozione mariana, ma custodisce il cuore della fede cristologica: colui che nasce da Maria è veramente Dio fatto uomo. Nella Calabria bizantina, la Theotókos occupava un posto centrale nella liturgia, nell’arte e nella struttura stessa della vita ecclesiale. La regione fu per secoli una delle aree più esposte all’influenza di Costantinopoli; monasteri, diocesi, santuari rupestri e comunità monastiche contribuirono a formare un paesaggio religioso nel quale Maria era venerata soprattutto come Madre di Dio, interceditrice e figura della Chiesa (2).

     La festa del 15 agosto appartiene precisamente a questa dimensione. In Oriente essa è chiamata Dormizione della Madre di Dio (Koímēsis tês Theotókou): Maria, terminato il corso della vita terrena, si addormenta e viene accolta nella gloria divina. La tradizione latina, invece, ha sviluppato e consolidato il termine Assunzione, sottolineando l’ingresso di Maria nella gloria celeste in anima e corpo.

     La festa era già conosciuta in Oriente nel VI secolo e fu estesa all’intero impero bizantino dall’imperatore Maurizio intorno al 600; a Roma si affermò nella metà del VII secolo (3). Il dogma sarebbe stato definito soltanto nel 1950 da Pio XII, ma la definizione pontificia non inaugurava il culto: ne ratificava una convinzione liturgica e popolare antichissima (4). Il passaggio dalla Theotókos all’Assunta, dunque, non fu necessariamente una sostituzione improvvisa. In molte chiese calabresi il titolo latino si sovrappose a una devozione mariana già fondata sulla celebrazione orientale della Dormizione. La parola cambiò, o si affiancò ad altre parole; il nucleo spirituale rimase sostanzialmente continuo.

La Calabria tra Oriente e Occidente 

 
    La particolare diffusione del titolo dell’Assunta in Calabria è inseparabile dalla posizione storica della regione. La Calabria medievale non fu una periferia uniforme, ma un territorio di frontiera e di passaggio, nel quale si incontrarono, spesso in modo conflittuale, il mondo bizantino, la Chiesa latina, il monachesimo greco, la dominazione normanna e le successive strutture politiche dell’Italia meridionale. Fra l’VIII e l’XI secolo numerose diocesi calabresi furono sottoposte al patriarcato di Costantinopoli e praticarono il rito greco. La conquista normanna determinò una graduale riorganizzazione ecclesiastica, con l’inserimento delle diocesi nelle strutture della Chiesa latina. Tuttavia, la latinizzazione non cancellò dall’oggi al domani la cultura religiosa precedente. Liturgie, titoli, immagini, formule onomastiche e forme di culto continuarono a conservarne la memoria (5).

     Le cattedrali dedicate a Santa Maria Assunta possono essere lette, in questa prospettiva, come luoghi di continuità e di trasformazione. Esse testimoniano il consolidamento della Chiesa latina, ma spesso sorgono in territori nei quali la devozione mariana era stata plasmata dall’esperienza bizantina. Il titolo dell’Assunta diventò così una formula capace di parlare contemporaneamente a due tradizioni: alla sensibilità latina, che insisteva sulla glorificazione celeste di Maria, e alla memoria greca della Dormizione della Madre di Dio. Non è casuale, del resto, che proprio le antiche sedi episcopali calabresi abbiano spesso assunto questo titolo. La cattedrale non è una chiesa come le altre: è la chiesa del vescovo, il centro liturgico della diocesi, il luogo nel quale la comunità locale manifesta la propria appartenenza ecclesiale. Dedicare la cattedrale all’Assunta significava porre l’intera Chiesa diocesana sotto il segno della Madre glorificata, immagine della destinazione ultima del popolo cristiano.

Oppido: una cattedrale di origine greca 
 
     Il caso di Oppido è particolarmente significativo perché la documentazione consente di riconoscere con chiarezza l’antichità della diocesi e il suo originario carattere greco. Per lungo tempo la diocesi oppidese fu erroneamente considerata una fondazione normanna tarda. La pubblicazione, nel 1972, delle pergamene greche studiate da André Guillou modificò profondamente il quadro. Tali pergamene attestano una struttura episcopale già pienamente operante nella metà dell’XI secolo (quindi verosimilmente fondata già da tempo) e mostrano che Oppido, o Hagia Agathé, era divenuta un centro ecclesiastico di rilievo alla fine della dominazione bizantina (6). Le donazioni comprese fra il 1050 e il 1065 documentano il patrimonio del vescovato e la presenza di un’organizzazione ecclesiastica articolata. Il vescovo Nicola è attestato intorno al 1053; compaiono inoltre figure ecclesiastiche con funzioni precise, quali il chartophylax, archivista e bibliotecario, il cimeliarca, custode delle suppellettili sacre, e il kanstrisios, responsabile delle celebrazioni liturgiche (7).

    È soprattutto il titolo della cattedrale a rivelare il retroterra religioso di Oppido: essa era consacrata alla Theotókos, la Gran Madre di Dio. La stessa documentazione diocesana ricorda che nel 1051 è attestata una cattedrale intitolata alla Theotókos, confermando il carattere mariano e bizantino della sede. Dunque la dedica all’Assunta non nasce, a Oppido, come un’invenzione devozionale moderna, né come una scelta puramente architettonica legata alla ricostruzione novecentesca nella nuova città edificata dopo il terremoto del 1783, che distrusse completamente la vecchia Oppido. Essa va compresa come l’evoluzione latina di una più antica consacrazione alla Madre di Dio. L’Assunta è, per così dire, la forma storicamente  acquisita in Occidente da una centralità mariana che a Oppido era già documentata nel secolo XI sotto il nome greco di Theotókos.

     La cattedrale attuale di Oppido, terzo edificio sorto nella città rifondata, fu progettata nel 1926 dall’architetto Ettore Baldanzi e consacrata il 24 marzo 1935 dal vescovo Nicola Colangelo. La ricostruzione moderna non rappresentò dunque una nuova fondazione, ma l’ultima fase di una storia ecclesiale millenaria, segnata da terremoti, trasferimenti urbani e rifacimenti. Il rito greco fu soppresso a Oppido nel 1482, quando la diocesi fu unita a quella di Gerace sotto il vescovo Atanasio Calceopulo (8). La latinizzazione modificò il quadro liturgico e istituzionale, ma non cancellò la profondità del culto mariano.

Assunta e Annunziata

   La storia religiosa di Oppido mostra bene come i titoli mariani possano convivere senza coincidere. L’Assunta rappresenta il titolo della cattedrale, cioè della chiesa episcopale e della memoria istituzionale della diocesi. L’Annunziata, invece, è divenuta la patrona principale della città e della diocesi, concentrando intorno alla propria immagine una particolare intensità affettiva e rituale. La tradizione locale attribuisce al periodo bizantino l’origine del culto dell’Annunziata. Secondo il canonico Pignataro, nella diocesi sarebbe stata venerata un’antica icona bizantina dell’Annunciazione, attribuita a un pittore costantinopolitano di nome Luca e datata al XII secolo; l’immagine sarebbe poi andata perduta (9). La differenza fra i due titoli è comunque importante. Il titolo cattedrale può conservare una memoria antica, mentre una festa patronale (assurta da secoli a festa dell’intera diocesi) può assumere, nel corso dei secoli, un ruolo più immediatamente comunitario. L’Annunciazione, con il suo annuncio dell’Incarnazione, si presta in modo particolare a diventare festa identitaria: è il momento nel quale la storia della salvezza entra nella storia umana. L’Assunzione, invece, guarda al compimento, alla vittoria sulla morte e alla glorificazione finale.

     Le due feste definiscono così una sorta di arco teologico: il 25 marzo l’inizio, il 15 agosto il compimento. A Oppido, la tradizione ecclesiale ha conservato entrambe le dimensioni, anche se la sensibilità popolare ha privilegiato l’Annunziata come patrona. Il 15 agosto 2013 la cattedrale fu arricchita del titolo di Santuario diocesano di Maria Santissima Annunziata; il 5 novembre dello stesso anno fu gemellata con la Basilica dell’Annunciazione di Nazareth. Tale riconoscimento non abolisce l’antico titolo della sede più che millenaria della cattedra vescovile, né interrompe il filo che lega la chiesa oppidese alla Theotókos medievale.

Il senso teologico dell’Assunzione 

     Perché l’Assunta è un titolo particolarmente adatto a una cattedrale? La risposta non è soltanto storica. L’Assunzione contiene un significato ecclesiologico preciso: Maria è considerata come la prima creatura nella quale si manifesta pienamente il destino promesso alla Chiesa. La sua glorificazione anticipa quella della comunità dei credenti. La cattedrale, sede della Chiesa locale, viene dunque posta sotto il segno di una donna che non è soltanto oggetto di venerazione, ma immagine dell’umanità redenta.

     La costituzione apostolica Munificentissimus Deus, con la quale Pio XII definì il dogma nel 1950, afferma che l’Immacolata Madre di Dio, “terminato il corso della vita terrena”, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo (10). Il linguaggio dogmatico giunge dopo una storia liturgica millenaria, ma illumina retrospettivamente il senso di tante dediche cattedrali: Maria rappresenta la creazione già trasfigurata, la Chiesa già giunta alla sua meta, il corpo umano non destinato alla dissoluzione definitiva. In una regione segnata da terremoti, migrazioni, epidemie, povertà e ricostruzioni, il culto dell’Assunta ha potuto assumere anche una forte dimensione esistenziale. La Vergine glorificata non è una figura distante dalla sofferenza degli uomini; è, al contrario, colei nella quale la comunità riconosce la promessa che la morte e la distruzione non possiedono l’ultima parola.

     Questa dimensione è particolarmente evidente nella storia materiale delle cattedrali calabresi. Molti edifici furono distrutti o danneggiati dai terremoti del 1783, del 1894 e del 1908. Ogni ricostruzione non fu soltanto un fatto edilizio: significò rifondare il centro simbolico della comunità. Ricostruire la cattedrale dell’Assunta equivaleva a riaffermare la continuità della città e della diocesi dopo la frattura del disastro.

La festa: dalla liturgia alla piazza 

  Il culto dell’Assunta vive su due piani inseparabili: quello liturgico e quello popolare. Nella diocesi di Oppido-Palmi, senza alcuna soluzione di continuità con il passato bizantino, la vitalità delle feste mariane mostra quanto questa tradizione sia ancora capace di assumere forme differenti. A Seminara, la devozione alla Madonna dei Poveri è documentata almeno dal 1325 e la festa patronale fu fissata il 14 agosto 1768; a Oppido, la festa dell’Annunziata conserva il carattere di principale ricorrenza patronale, mentre il titolo dell’Assunta continua a definire la cattedrale. Questa pluralità non è un segno di disordine. È il modo concreto con cui la religiosità calabrese ha custodito una memoria complessa: la Madre di Dio bizantina, l’Assunta latina, l’Annunziata patronale, la Madonna protettrice nei terremoti e nelle calamità, la Vergine verso la quale si torna quando si torna al paese..
                                                                         Bruno Demasi 
__________ 
1.  Per un inquadramento generale sul duplice livello dei titoli mariani e sulla storia diocesana, si veda la trattazione d'insieme in Francesco Russo, Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento, 2 voll. (Soveria Mannelli: Rubbettino, 1982), vol. I, pp. 145-180.
2.Sulla centralità della Theotókos nella Calabria bizantina, cfr. André Guillou, La Théotokos de Hagia-Agathé (Oppido) (Città del Vaticano: Biblioteca Apostolica Vaticana, 1972), pp. 15-32.
3.Per una sintesi sull’origine orientale della festa e sulla sua diffusione nel VI-VII secolo, cfr. Gabriele Roschini, La Madonna secondo la fede e la teologia, 4 voll. (Roma: Studium Mariæ, 1954-1958), vol. II, pp. 112-130.
4.Pio XII, Costituzione apostolica Munificentissimus Deus, 1 novembre 1950, in Acta Apostolicae Sedis 42 (1950): 753-773 (in particolare pp. 769-770).
5. Francesco Russo, Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento, vol. I, cit., pp. 210-235.
6. André Guillou, La Théotokos de Hagia-Agathé (Oppido), cit., pp. 45-60. Cfr. inoltre Rocco Liberti, “La diocesi dell’antica Oppido,” L’Alba della Piana, anno XIII, n. 1 (settembre 2022): 2-4 (in particolare p. 2).
7. Rocco Liberti, “La diocesi dell’antica Oppido,” cit., pp. 2-3.
8. Francesco Russo, Storia della Chiesa in Calabria dalle origini al Concilio di Trento,cit.,  vol. II, pp. 88-95. Cfr. anche Rocco Liberti, “La diocesi dell’antica Oppido,” cit., p. 3. 
9. Canonico Giuseppe Pignataro, Il culto di Maria SS. Annunziata in Oppido di Calabria (Oppido Mamertina, 1951), pp. 12-25. 
10. Pio XII, Costituzione apostolica Munificentissimus Deus, cit., passim..

venerdì 14 agosto 2026

UN ALTRO SPLENDIDO LIBRO CALABRESE PER RICORDARE MASSIMILIANO MARIA KOLBE (di Bruno Demasi)

     “È l’ora dell’amore. Vita di San Massimiliano Maria Kolbe”
è una biografia intensa e raffinatamente costruita, che porta la firma a due voci di sorella Francesca Schiavone e padre Pasquale Triulcio, appartenenti alla comunità dei Piccoli Fratelli e Piccole Sorelle dell’Immacolata della Cittadella di Bagnara Calabra. Con questo volume la Calabria consegna alla riflessione ecclesiale e culturale un nuovo ritratto del martire di Auschwitz, confermando la propria vocazione a farsi eco e cassa di risonanza di grandi figure della santità del Novecento.

     Il saggio, edito da Città del Sole e articolato in 168 pagine, si presenta come una biografia organica che intreccia rigore storico e sensibilità spirituale. L’originalità dell’opera risiede anche nella firma congiunta di “un Fratello e una Sorella” della stessa comunità religiosa bagnarese, esperienza dichiaratamente unica nel panorama – ormai vasto – della bibliografia kolbiana.La comunità dei Piccoli Fratelli e Piccole Sorelle dell’Immacolata, fondata nel 2000 da padre Santo Donato e riconosciuta come istituto di diritto diocesano nel 2016, ha nella “Cittadella dell’Immacolata” di Ceramida di Bagnara il cuore del proprio carisma, modellato sulle cittadelle mariane volute da Kolbe. È da questo crocevia calabrese, affacciato sullo Stretto ma idealmente proteso verso la Polonia e il mondo, che nasce il progetto di una biografia che è insieme omaggio, meditazione e proposta pastorale.

Struttura a due tempi: dono e martirio

   Gli autori dichiarano fin dalle prime pagine la scelta di un doppio fuoco narrativo: la vita di Kolbe viene dapprima letta nella prospettiva del “dono di sé”, quindi condotta, quasi per necessità interna, al culmine drammatico del martirio nel bunker della fame di Auschwitz. La prima parte del volume si sofferma sul cammino vocazionale, sull’apostolato missionario tra Europa e Asia, sul lavoro editoriale e mariano del frate polacco, restituendone la figura di “figlio di Francesco” interamente consegnato all’Immacolata. Nella seconda sezione, l’attenzione si concentra sul 1941 e sulla decisione di offrire la propria vita al posto di un padre di famiglia, gesto che valse a Kolbe la definizione di “martire dell’amore” e “patrono del nostro difficile secolo”. La narrazione del martirio non indulge al patetico, ma si attesta su un registro sobrio, quasi cronachistico, che lascia emergere da sé la forza teologica e umana di quell’ultimo “Ave Maria” pronunciato nel campo di sterminio.

     Uno dei meriti più interessanti del volume è la scelta di assumere l’“accoglienza” come categoria guida per interpretare la parabola esistenziale di Kolbe. Gli autori notano, con acume, come nei più diffusi dizionari di spiritualità e teologia manchi una definizione robusta di questo termine, e proprio da questa lacuna costruiscono una riflessione che intreccia biografia e proposta dottrinale.Kolbe è così delineato come “uomo dell’accoglienza”: accoglienza dell’Altro attraverso la devozione all’Immacolata, accoglienza del fratello nella concretezza dell’apostolato, fino all’estrema accoglienza della croce dell’altro prigioniero, di cui assume volontariamente il destino di morte. In questo senso il libro si colloca all’interno dell’“agone teologico” contemporaneo non come mera agiografia, ma come tassello che arricchisce gli studi sulla spiritualità del martirio e della carità.

Una scrittura a due voci

     Un ulteriore elemento di fascino è la struttura “a due voci” che attraversa il testo, dove sorella Francesca Schiavone e padre Pasquale Triulcio, pur mantenendo un impianto unitario, restituiscono sfumature differenti nella lettura della stessa figura. L’alternanza degli sguardi - femminile e maschile, contemplativo e pastorale - non è espediente stilistico, ma concreta testimonianza di una vita comunitaria che da anni si nutre della lezione kolbiana.Ne deriva una biografia corale, che si sottrae tanto alla freddezza del repertorio cronologico quanto alla tentazione di un racconto esclusivamente devozionale. La pagina mantiene sempre una dimensione narrativa accessibile, pur sostenuta da una trama di riferimenti storici e spirituali che la rendono fruibile anche al lettore più esigente. 

     “È l’ora dell’amore” è arricchito da tavole grafiche firmate dall’illustratrice Simona Stillitano, che accompagnano il percorso del lettore come vere e proprie “icone” della vicenda kolbiana. L’apparato documentario in appendice conferisce spessore ulteriore all’opera, consentendo di situare eventi e luoghi della vita del santo in un contesto storico verificabile. La lingua è limpida, sorretta da una prosa che cerca un punto d’equilibrio tra la sobrietà del resoconto e accenti di autentica meditazione, soprattutto laddove gli autori sostano sulle grandi “soglie” dell’esistenza di Kolbe: la fondazione della Milizia dell’Immacolata, la stagione missionaria in Giappone, il ritorno in Polonia fino all’arresto e alla morte. In questo stile a tratti quasi editoriale, ma mai enfatico, si avverte la volontà di parlare tanto al lettore credente quanto al lettore semplicemente interessato alla storia del XX secolo. 

Kolbe, ponte tra Polonia e Calabria

     Non è un dettaglio secondario che un grande protagonista della Chiesa polacca, nato a Zduńska Wola nel 1894 e ucciso ad Auschwitz nel 1941, trovi una delle sue più recenti e originali riletture proprio sulle rive tirreniche della Calabria. La Cittadella dell’Immacolata di Bagnara Calabra, modellata sulle cittadelle fondate da Kolbe, diventa così una sorta di “Auschwitz rovesciata”, luogo in cui il ricordo del martirio si trasforma in laboratorio di fraternità e accoglienza quotidiana. In questo senso il volume rappresenta anche un tassello significativo della produzione editoriale calabrese a tema religioso, che conferma la capacità della regione di accogliere e rilanciare figure e percorsi spirituali nati altrove ma in profonda sintonia con la propria storia di sofferenza e rinascita. La biografia di un frate polacco diventa così anche un capitolo colto e intensamente partecipato della narrazione culturale di una Calabria che si scopre ancora una volta terra di memoria e di profezia.

     “È l’ora dell’amore”
arriva in un tempo attraversato da conflitti, migrazioni, paure identitarie: la scelta di tornare su Kolbe, martire che ha fatto dell’offerta di sé la cifra ultima della propria esistenza, appare quanto mai attuale. Il libro invita il lettore a misurarsi con una domanda radicale: quale spazio trova oggi, nelle nostre comunità e nella nostrra regione, quella “accoglienza” che gli autori indicano come filo rosso della vita del santo?

     In questo interrogativo sta forse il cuore più autentico dell’opera: non semplice ricostruzione biografica, ma provocazione mite e insistente a lasciarsi inquietare da un Vangelo vissuto fino in fondo. Che a lanciarla siano una suora e un frate di una piccola comunità calabrese, raccolti attorno a una cittadella dell’Immacolata affacciata sul Mediterraneo, è l’ulteriore, eloquente segno di quanto la storia di Massimiliano Maria Kolbe continui a parlare, e a generare pensiero e amore, ben oltre i confini della sua Polonia.

                                                       Bruno Demasi

mercoledì 12 agosto 2026

ROCCO CARBONE: LA METAFORA INTERROTTA DEL ROVENTE AGOSTO ASPROMONTANO (di Bruno Demasi)


     A Cosoleto, paese dell’Aspromonte affacciato sulla Piana di Gioia Tauro, la vita sembra ancora possedere quella gravità antica che appartiene ai luoghi ormai quasi votati al silenzio¹. Una gravità fatta di partenze, ritorni, lutti e silenzi. In questo paesaggio nacque la sensibilità narrativa di Rocco Carbone, scrittore, critico letterario e italianista morto prematuramente a Roma nel 2008, a soli quarantasei anni². Era nato a Reggio Calabria il 20 febbraio 1962, ma trascorse a Cosoleto l’infanzia e l’adolescenza. La sua formazione lo portò poi lontano: Roma, la ricerca universitaria, il dottorato alla Sorbona, il giornalismo culturale e una vita intellettuale intensa, consumata tra libri, amicizie e conflitti. Eppure la Calabria rimase il luogo segreto della sua scrittura: non tanto uno scenario stucchevole da riprodurre, quanto una matrice psicologica, una dimensione ineluttabile dell’esperienza.

     Riscoprirlo oggi significa tornare a una narrativa che non cerca effetti facili. Carbone non costruisce una letteratura regionale nel senso tradizionale del termine. Non insiste sul paesaggio, sul dialetto o sul folklore. La sua Calabria è più profonda e meno visibile: si manifesta nella durezza dei rapporti, nella diffidenza, nell’incapacità di abbandonarsi alla felicità, nella sensazione che ogni legame affettivo porti con sé un’ombra di perdita. In una pagina di Agosto, Carbone annota: «La felicità è un lampo, e subito dopo resta solo il suo rumore»³. Da qui forse, dopo il precoce matrimonio con Samantha Traxler, i suoi successivi innamoramenti, fonti di esaltazioni e di sofferenze che si rincorrevano.

La radice aspromontana

 Chi ha conosciuto e raccontato Carbone ha spesso insistito sul rapporto con Cosoleto. Emanuele Trevi, nel libro Due vite, lo descrive come un paese di gente dura e taciturna, incline a una severa meditazione sulla vita e sulla morte⁴. Non è soltanto un dato biografico. È una chiave di lettura. Da quell’ambiente Carbone sembra avere ricavato una particolare idea della realtà: il mondo non è un luogo trasparente, immediatamente disponibile alla conoscenza, ma una superficie sotto la quale agiscono forze oscure, impulsi, rancori e desideri. I personaggi dei suoi romanzi osservano continuamente ciò che accade, ma raramente riescono a comprenderlo fino in fondo. Anche quando parlano d’amore, sembrano parlare della distanza che separa gli esseri umani; anche quando cercano la verità, finiscono spesso per confrontarsi con una forma più radicale di solitudine.

     Questa disposizione spiega la qualità inquieta della sua prosa. Carbone non racconta il dramma attraverso l’enfasi, ma attraverso l’analisi minuziosa. Un gesto, una pausa, una frase pronunciata nel momento sbagliato diventano segnali di una frattura. Il romanzo procede come un’indagine, ma l’indagine non conduce necessariamente alla soluzione: serve piuttosto a rendere più evidente l’enigma.

Le sofferte e non comprese opere narrative

     Nel 1993 Carbone esordì con Agosto, pubblicato da Theoria⁵. Il titolo è già emblematico. L’estate non appare come stagione luminosa e liberatoria, ma come una condizione di sospensione: il tempo rallenta, le giornate sembrano immobili, e proprio questa immobilità rende più evidente l’inquietudine del protagonista. Il romanzo racconta un’esperienza sentimentale segnata dalla solitudine, dall’indolenza e dall’impossibilità di trasformare il desiderio in una relazione autentica. Il caldo, gli spazi urbani, le giornate vuote e la sospensione delle consuetudini sociali producono un’atmosfera quasi claustrofobica. L’estate di Carbone è opprimente, quasi falsa nelle sue esagerazioni.

«Voglio andare via, ritornare in città aspettando la pioggia, 
dimenticare al più presto il mese di agosto che ormai è quasi finito»⁶.

     Fin dal primo libro appare evidente la sua scelta stilistica. La frase è controllata, limpida, priva di compiacimenti. Ma sotto questa chiarezza si muove qualcosa di irregolare: un disagio che il narratore non riesce a dominare e che, proprio per questo, registra con precisione quasi ossessiva. La critica ha parlato di una prosa «lucida e straniante», capace di osservare la realtà da una distanza che la rende più nitida e, nello stesso tempo, più inquietante. Carbone non ha bisogno di grandi avvenimenti. Il dramma nasce dalle esitazioni, dagli scarti minimi, dalle parole che non vengono dette. In questo è uno scrittore profondamente moderno: comprende che la crisi dell’individuo contemporaneo non sempre assume la forma dell’evento, ma spesso quella della ripetizione quotidiana. I suoi innamoramenti, dopo il matrimonio, si rivelavano presto fonti di angosce e di sofferenze.

   Dopo Agosto, Carbone pubblicò Il comando nel 1996 e L’assedio nel 1998, entrambi presso Feltrinelli⁷. Già nei titoli si avverte il lessico della tensione: comandare, assediare, resistere, difendersi. I suoi personaggi vivono dentro rapporti di forza che non sempre riescono a riconoscere. L’autorità può essere familiare, politica, sentimentale o semplicemente psicologica. Ne Il comando, il potere non è soltanto una questione istituzionale. È un atteggiamento preciso, una forma di controllo sugli altri, ma anche un bisogno di ordine che nasconde la paura del caos. Ne L’assedio, invece, la pressione sembra provenire da ogni direzione: dall’esterno, ma anche dall’interno della coscienza. L’individuo è circondato dalle proprie ossessioni, dai ricordi e dalle responsabilità che non sa più distinguere.

     In questa prospettiva, Carbone si colloca in una tradizione letteraria italiana che comprende Verga, Svevo e Moravia, ma la rielabora secondo una sensibilità personale. Non gli interessa rappresentare semplicemente la società: vuole mostrare il modo in cui la società penetra nella coscienza, condiziona i rapporti e trasforma il desiderio in conflitto.

     Con L’apparizione, pubblicato da Mondadori nel 2002⁸, la sua narrativa raggiunge una forma di particolare intensità. Il titolo suggerisce una presenza improvvisa, qualcosa che irrompe nella realtà quotidiana e la modifica. Ma l’apparizione, in Carbone, non è necessariamente soprannaturale. Può essere un ricordo, una persona, un’ossessione, una verità rimossa. Il suo interesse non è rivolto alla sorpresa narrativa in senso convenzionale. Ciò che conta è il mutamento della percezione. Una volta che qualcosa è apparso, il mondo non può più essere guardato nello stesso modo. Gli oggetti consueti diventano ambigui, le relazioni si caricano di sospetto, la memoria si trasforma in una presenza fisica.

     Questa è forse la qualità più originale di Carbone: la capacità di trasformare la psicologia in paesaggio. Nei suoi romanzi, l’ambiente non è mai neutro. Le stanze, le strade, le città e le case sembrano partecipare agli stati d’animo dei personaggi. Lo spazio diventa una proiezione della coscienza, mentre la coscienza si comporta come uno spazio da attraversare con cautela.

     Nel 2005 uscì Libera i miei nemici, romanzo nel quale il tema del terrorismo si intreccia con quello più privato e doloroso del rapporto tra fratelli⁹. La dimensione storica e quella familiare non restano separate. Il conflitto politico diventa una lente attraverso cui osservare il rancore, la colpa e la rivalità. È un procedimento tipico della narrativa di Carbone: gli eventi pubblici non vengono raccontati nella loro autonomia, ma per il modo in cui feriscono l’intimità. La Storia entra nelle case e nei corpi; il conflitto ideologico diventa una forma estrema della difficoltà di vivere insieme. Anche per questo il suo romanzo non può essere letto soltanto come narrativa psicologica. La sua attenzione all’individuo non comporta indifferenza verso la società. Al contrario: Carbone sa che le nevrosi private nascono spesso da tensioni collettive, da famiglie autoritarie, da ideologie, da ambienti nei quali il dialogo è stato sostituito dal comando.

     Dopo la morte dell’autore, avvenuta il 18 luglio 2008 in un incidente stradale, furono pubblicati testi inediti e riordinati gli archivi e la biblioteca da Emanuele Trevi e Paolo Di Paolo¹⁰. Nel 2009 uscì Per il tuo bene, introdotto da Trevi con il ricordo “La breve vita felice”. Quel titolo postumo sembra contenere una contraddizione solo apparente. La vita di Carbone fu breve e segnata da una tensione evidente, ma la sua scrittura non coincide con la disperazione. Piuttosto, cerca una forma di chiarezza dentro l’infelicità. Il suo rigore è un modo di non mentire, di non concedere al lettore facili spiegazioni.

Profeta dell’inquietudine?

    Rocco Carbone è stato definito “profeta” da alcuni scrittori calabresi che ne hanno promosso la riscoperta¹¹. La definizione può sembrare eccessiva, ma contiene un fondo sorprendente di verità: egli aveva intuito che la narrativa italiana avrebbe dovuto tornare a misurarsi con l’isolamento, con la fragilità dei rapporti e con una società in cui la comunicazione non garantisce più la comprensione. Un fatto è certo: egli non appartiene  alla Calabria delle cartoline, né a quella delle semplificazioni identitarie e antropologiche. Appartiene a una Calabria più severa, fatta di paesi che si spopolano, di famiglie che trattengono e di giovani che partono portando con sé un senso di colpa difficile da nominare. La sua opera è la registrazione di questa partenza mai compiuta. Forse è proprio qui la ragione della sua attualità. Carbone racconta persone che vorrebbero essere libere, ma continuano a vivere dentro ciò da cui provengono. La fuga non cancella l’origine, la rende più invisibile e, per questo, più potente. Cosoleto rimane silente, ma continua a parlare nella lingua segreta della coscienza.

Bruno Demasi

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¹ Rocco Carbone, I Calabresi, 7 novembre 2023. 
² Rocco Carbone, International Writing Program, University of Iowa, scheda biografica. 
³ R. Carbone, Agosto, Roma‑Napoli, Theoria, 1993, p. 27. 
⁴ E. Trevi, Due vite, Vicenza, Neri Pozza, 2021, passim. 
⁵ R. Carbone, Agosto, cit. 
⁶ Ivi, p. 14. 
⁷ R. Carbone, Il comando, Milano, Feltrinelli, 1996; L’assedio, Milano, Feltrinelli, 1998. 
⁸ R. Carbone, L’apparizione, Milano, Mondadori, 2002; II ed., Roma, Castelvecchi, 2018. 
⁹ R. Carbone, Libera i miei nemici, Milano, Mondadori, 2005. 
¹⁰ Cfr. E. Trevi – P. Di Paolo, materiali d’archivio dello scrittore. 
¹¹ Rocco Carbone, lo scrittore calabrese profeta da (ri)scoprire, ilReggino.it, 18 luglio 2023.

lunedì 10 agosto 2026

"CALABRIA SCONOSCIUTA": una stagione di serio impegno culturale da non dimenticare (di Bruno Demasi)


   Calabria Sconosciuta per oltre quarant’anni ha raccontato la Regione non come una semplice destinazione turistica, né come uno scenario immobile di tradizioni e folklore, ma come un organismo complesso, attraversato da memorie, conflitti e trasformazioni. Nacque nel 1978 per iniziativa di Giuseppe Polimeni, giornalista, fotografo e animatore culturale reggino, che già aveva collaborato con Calabria Turismo, rivista diretta da Amerigo Degli Atti, maturando un’esperienza nel campo della divulgazione culturale e della promozione territoriale. L’idea della nuova testata si definì anche attraverso il confronto con Fortunato Valenzise.¹Il primo numero uscì a Chiaravalle Centrale, dalla tipografia Frama Sud, con il sottotitolo “rivista trimestrale di cultura e turismo”.² Già nella denominazione era contenuta una dichiarazione d’intenti: far conoscere una Calabria diversa da quella proposta dalle rappresentazioni convenzionali, una Calabria da ricercare nei paesi, negli archivi, nelle chiese, nelle confraternite, nelle botteghe, nelle feste patronali e nei paesaggi dell’interno.
  
       Polimeni non intendeva costruire un periodico celebrativo. La Calabria che aveva in mente non era quella delle immagini turistiche o delle descrizioni stereotipate, ma quella delle carte notarili, delle memorie familiari, delle tradizioni religiose, delle architetture minori e delle comunità che raramente entravano nelle narrazioni ufficiali. «Raccontare ciò che non si vede», scrisse nel primo editoriale, indicando nella ricerca e nella conoscenza diretta dei luoghi la ragione fondamentale della rivista.³Il progetto editoriale si fondava su una concezione larga della cultura. Il turismo non doveva essere separato dalla storia, dal paesaggio, dall’ambiente e dalle tradizioni locali. La rivista cercava pertanto di offrire al lettore strumenti per comprendere la regione, non soltanto itinerari da percorrere. In questa prospettiva, Calabria Sconosciuta si collocò in una posizione intermedia tra divulgazione, giornalismo culturale e ricerca storico-antropologica.

      La pubblicazione si sostenne soprattutto attraverso gli abbonamenti e conservò una dimensione editoriale indipendente.⁴ Tale scelta garantì una notevole libertà d’impostazione, ma rese il periodico vulnerabile alle difficoltà economiche della stampa locale, alla riduzione dei lettori e alla progressiva crisi del modello cartaceo.

      Nel corso degli anni Calabria Sconosciuta si trasformò in un laboratorio di storia regionale. Le sue pagine ospitarono contributi dedicati alla storia locale, all’arte, alla letteratura, all’archeologia, all’ambiente, alla cultura popolare e alle tradizioni religiose. Vi trovarono spazio studi sulle confraternite, sulle feste dell’Affruntata, sulle comunità arbëreshe, sulle architetture spontanee dei borghi interni, sui monasteri scomparsi e sui mestieri tradizionali.La rivista svolse così una funzione prossima a quella della microstoria: riportare l’attenzione su persone, luoghi e vicende apparentemente marginali, ma indispensabili per comprendere la complessità del tessuto regionale. In un fascicolo del 1987 Amerigo Degli Atti osservava che la pubblicazione aveva «restituito dignità alle storie minori».⁵ La formula, al di là del suo valore elogiativo, coglie uno degli aspetti più originali dell’esperienza editoriale. 
 
   La forza della rivista risiedeva anche nella pluralità dei suoi collaboratori. Accanto a studiosi affermati trovarono spazio insegnanti, archivisti, sacerdoti, bibliotecari, cultori di storia locale e giovani ricercatori. Tra i nomi ricordati nella ricostruzione biografica di Polimeni figurano Franco Mosino, Domenico Minuto, Rocco Liberti, Nicola Ferrante, Antonio Piromalli, Gerhard Rohlfs, Carmelina Sicari, Franco Arillotta, Spencer Hall, Vito Teti, Agazio Trombetta, Ugo Campisani, Franco Cipriani, Amerigo Degli Atti, Tito Valenzise, Renato Crucitti, Cettina Nostro e Giuseppe Cantarella.⁶ Una comunità intellettuale diffusa, ma non sempre omogenea sul piano metodologico, che ebbe il merito di mettere in circolazione conoscenze, documenti e testimonianze che altrimenti sarebbero rimasti confinati negli archivi personali, nelle biblioteche locali o nella memoria orale. Il periodico divenne, numero dopo numero, una sorta di archivio aperto della Regione.

    Giuseppe Polimeni diresse Calabria Sconosciuta fino alla morte, avvenuta il 9 febbraio 2002.⁷ La sua figura non può essere separata dalla storia della rivista: egli non fu soltanto il fondatore e il direttore, ma anche il principale interprete di un’idea di cultura intesa come conoscenza concreta dei luoghi. La sua formazione economica e geografica, l’attività nel settore turistico e l’interesse per la fotografia confluirono in una concezione originale della promozione territoriale.⁸ Dopo la sua scomparsa, la direzione passò a Carmelina Sicari, affiancata da Gaetanina Sicari Ruffo. La redazione, costituita da Luciana Polimeni, Sara Polimeni, Cettina Nostro e Antonio Maria Leone, proseguì l’esperienza con sostanziale fedeltà all’impostazione originaria.⁹ La sede di via Brancati, a Reggio Calabria, continuò a essere un punto di riferimento per autori, lettori e studiosi.

  Negli anni Duemila furono introdotte nuove rubriche, tra cui In libreria, Botteghe artigiane e le pagine dedicate alle attività del Club UNESCO.¹⁰ L’ampliamento dei contenuti non comportò l’abbandono della vocazione originaria, ma confermò la volontà di interpretare la Calabria nella sua dimensione storica e contemporanea.

    Un giudizio complessivo sulla rivista deve evitare sia la celebrazione acritica sia la sottovalutazione dei suoi limiti. La qualità dei contributi non fu sempre uniforme e alcuni testi ebbero un carattere prevalentemente descrittivo o memorialistico. La mancanza di un comitato scientifico strutturato impedì inoltre di applicare a tutti gli articoli gli stessi criteri di selezione, documentazione e controllo delle fonti.Ma proprio questa dimensione artigianale costituisce una parte significativa della sua identità. Calabria Sconosciuta non fu un periodico accademico in senso stretto e non pretese di esserlo. Fu piuttosto uno spazio intermedio tra ricerca e divulgazione, tra memoria locale e interpretazione storica, tra testimonianza individuale e costruzione di una coscienza regionale.

    In un fascicolo del 2007 Franco Cipriani definì la rivista come una pubblicazione capace di costruire «una geografia culturale alternativa».¹¹ L’espressione è particolarmente efficace: accanto alla Calabria delle città e dei monumenti celebri, la rivista ha documentato una regione fatta di paesi, riti, paesaggi, famiglie, mestieri, devozioni e memorie. 
 
   La lunga durata della testata costituisce un dato di particolare rilievo. Il catalogo del Servizio bibliotecario regionale registra la sequenza dal primo numero del 1978 fino al fascicolo 165-168 del 2020, documentando anche i mutamenti della periodicità, dal trimestrale a forme quadrimestrali e, negli ultimi anni, a una pubblicazione più irregolare.¹²L’ultimo fascicolo risulta pertanto essere il n. 165-168, relativo al periodo gennaio-dicembre 2020.¹³ È preferibile, quindi, evitare di indicare il 2021 come anno dell’ultimo numero: il 2021 può essere ricordato come l’anno successivo alla cessazione o alla mancata ripresa delle pubblicazioni.

     La conclusione dell’esperienza editoriale fu probabilmente determinata da una pluralità di fattori: la crisi della stampa cartacea, la fragilità del modello fondato sugli abbonamenti, la riduzione dei collaboratori, il mutamento delle abitudini di lettura e la difficoltà di mantenere in vita iniziative culturali indipendenti. Oggi la collezione di Calabria Sconosciuta può essere letta come un grande archivio della memoria regionale, la cui eredità  non consiste soltanto nella quantità dei materiali raccolti. Risiede soprattutto nel metodo: osservare ciò che rischia di non essere visto, ascoltare chi non ha abitualmente accesso alla parola pubblica, interrogare i documenti senza separarli dalle persone e dai luoghi che li hanno prodotti. La sua storia dimostra che la cultura regionale non nasce esclusivamente nelle università, nei grandi editori o nelle istituzioni centrali. Può nascere anche in una tipografia di provincia, da una redazione familiare, da un gruppo di collaboratori animati da passione e ostinazione. Può durare perché esiste una comunità di lettori disposta a riconoscersi in un progetto.

    Per questo motivo la scomparsa di Calabria Sconosciuta non dovrebbe essere considerata soltanto la fine di una pubblicazione. È la conclusione di una lunga stagione nella quale la Calabria è stata raccontata da chi la viveva, la studiava e la osservava con attenzione. Ma è anche l’invito a non disperderne l’archivio, a catalogarne i fascicoli, a digitalizzarli e a renderli consultabili a studiosi, scuole, biblioteche e nuove generazioni di lettori perché la rivista ha raccolto per decenni una memoria che ora chiede di essere nuovamente interrogata. La sua lezione, in ogni caso, rimane semplice e preziosa proprio perchè una regione non è soltanto ciò che appare, ma anche ciò che qualcuno ha avuto la pazienza di cercare, documentare e raccontare.

Bruno Demasi

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1. Fabio Arichetta, “Giuseppe Polimeni”, Dizionario biografico della Calabria contemporanea, Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea, 2021, versione online, s.v. “Giuseppe Polimeni”.
2. Calabria sconosciuta: rivista trimestrale di cultura e turismo, anno I, n. 1, Chiaravalle Centrale, Frama Sud, 1978, scheda bibliografica del Servizio bibliotecario regionale della Calabria. 
3. Giuseppe Polimeni, “Editoriale”, Calabria Sconosciuta, n. 1, 1978, pp. 3-4. 
4. Cfr. “Calabria Sconosciuta”, Wikipedia, scheda “Storia”, dove si ricostruisce il carattere indipendente della pubblicazione e il ruolo degli abbonamenti. La notizia va comunque verificata sulla gerenza e sugli editoriali dei primi fascicoli. 
5. Amerigo Degli Atti, “Storie minori e identità regionale”, Calabria Sconosciuta, n. 29, 1987, p. 12. 
6. Arichetta, “Giuseppe Polimeni”, cit. 
7. Ivi. La scheda biografica indica per Giuseppe Polimeni le date 16 gennaio 1933 - 9 febbraio 2002. 
8. Ivi.
9. Calabria Sconosciuta, n. 147-148, luglio-dicembre 2015, frontespizio e gerenza. 
10. “Calabria Sconosciuta”, Wikipedia, scheda “Gli ultimi anni”. Il riferimento alle rubriche va verificato direttamente sui fascicoli relativi agli anni Duemila. 
11. Franco Cipriani, “Riti e comunità nella Calabria contemporanea”, Calabria Sconosciuta, n. 112, 2007, pp. 45-46.
12. Servizio bibliotecario regionale della Calabria, Calabria sconosciuta: rivista trimestrale di cultura e turismo, scheda catalografica: “Anno 1, n. 1 (1978)-n. 165/168 (2020)”. 
13. Ivi. L’OPAC del Polo SBN di Reggio Calabria registra il n. 165/168 come ultimo fascicolo della serie, relativo al 2020.



giovedì 6 agosto 2026

Dall’accoglienza allo sterminio: LA DRAMMATICA VICENDA DEI VALDESI IN CALABRIA ( di Bruno Demasi)

     Una vicenda quasi dimenticata e drammatica, che ha avuto per teatro la Calabria, unisce migrazione, fede, lavoro, lingua e sangue. È la storia dei valdesi, comunità nata sulle Alpi occidentali e approdata tra Medioevo ed età moderna nel Mezzogiorno, dove per decenni visse ai margini, ma non nell’ombra, coltivando terre, costruendo villaggi, mantenendo una propria identità religiosa e culturale. Poi, nel 1561, quel fragile equilibrio si spezzò. E la Calabria conobbe una delle sue pagine più dure e meno conosciute: la distruzione delle comunità valdesi e il massacro di Guardia Piemontese.
 
     L’arrivo dei valdesi in Calabria va collocato all'interno un movimento migratorio più ampio, legato alle persecuzioni religiose che colpirono le vallate alpine e alla ricerca di spazi in cui vivere e lavorare con una relativa autonomia. Le fonti e la storiografia convergono nel segnalare un insediamento ormai stabile tra XIV e XV secolo, con nuclei nel Cosentino come San Sisto, Montalto, Vaccarizzo, San Vincenzo, Castagna e La Guardia, poi Guardia Piemontese¹. Non si trattò di un semplice trapianto etnico: fu una colonizzazione agricola e comunitaria, favorita da concessioni feudali e dalla capacità di questi gruppi di valorizzare terre marginali o incolte².

    Per lungo tempo, la presenza valdese non apparve come un problema insormontabile. I coloni alpini lavoravano, ripopolavano, portavano tecniche e saperi, parlavano una lingua propria e conservavano usi distintivi. Nella Calabria del tempo, attraversata da equilibri feudali complessi e da una società rurale spesso frammentata, la loro alterità religiosa poteva essere tollerata finché restava discreta. Ma tutto cambiò quando il mondo valdese cominciò a intrecciarsi con la Riforma protestante. Nel Cinquecento, infatti, le antiche comunità alpine e quelle calabresi entrarono in un circuito confessionale più esposto, più visibile e per questo più vulnerabile³. 

    Il passaggio decisivo fu la perdita della prudenza iniziale. La predicazione si fece più esplicita, i contatti con l’area riformata si intensificarono, e il dissenso religioso smise di essere un fatto sommerso. In un’epoca in cui l’unità della fede coincideva con l’unità politica, ciò che prima era stato sopportato cominciò a essere percepito come minaccia. L’Inquisizione romana, rafforzata nel clima post-tridentino, e le autorità vicereali lessero la presenza valdese non solo come errore dottrinale, ma come disobbedienza potenzialmente sovversiva. Il cardinale Michele Ghislieri, futuro Pio V, fu tra le figure più determinanti di questa linea repressiva⁴.

    La macchina della persecuzione si mise in moto nel quadro della più ampia offensiva cattolica contro le minoranze religiose. A rendere ancora più grave la posizione dei valdesi fu il fatto che, nel linguaggio dei poteri pubblici, l’eresia si saldò alla “ribellione”. Le comunità calabresi vennero descritte come gruppi refrattari all’obbedienza, capaci di resistere agli ordini e, secondo una lettura ormai politica del dissenso, di compromettere la sicurezza del territorio⁵. In questa trasformazione semantica si coglie il meccanismo che rese possibile la strage: i valdesi non furono più solo “eretici”, ma nemici da estirpare.

    La repressione culminò nella primavera del 1561. Le operazioni militari colpirono più centri in sequenza e si caratterizzarono per una brutalità che la documentazione coeva, pur filtrata dalla retorica del tempo, lascia intravedere con chiarezza. San Sisto fu devastata tra la fine di maggio e i primi di giugno; altri villaggi seguirono lo stesso destino; Guardia Piemontese divenne infine il teatro simbolico dell’eccidio. La tradizione locale conserva ancora la Porta del Sangue, nome che da solo basta a raccontare il trauma collettivo di quelle ore⁶. 
 
  La caduta di Guardia avvenne anche con l’inganno. Secondo la tradizione storica, il feudatario locale e gli uomini del potere vicereale sfruttarono la fiducia degli abitanti per introdursi nel paese fortificato e aprire la via alla strage. Da quel momento la violenza si scatenò in modo sistematico: uomini uccisi, donne e bambini colpiti, case incendiate, superstiti costretti alla fuga, alla conversione o alla cancellazione della propria identità pubblica⁷. Le cifre offerte dalle fonti variano, ma tutte concordano sulla vastità del massacro e sull’ampiezza della distruzione.

    Perché furono sterminati proprio lì? La risposta sta nell’intreccio di tre fattori. Il primo è religioso: i valdesi, soprattutto dopo l’adesione più netta alla Riforma, erano percepiti come eretici irriducibili. Il secondo è politico: in una monarchia che cercava coesione e obbedienza, la dissidenza religiosa diventava automaticamente una questione di ordine pubblico. Il terzo è sociale: quelle comunità conservavano una forte compattezza interna, una lingua distinta, un’identità riconoscibile. In altre parole, erano minoranze troppo visibili per un’epoca che chiedeva uniformità⁸.
    La violenza del 1561 non cancellò del tutto la loro eredità. A Guardia Piemontese sopravvive ancora il gardiol, varietà linguistica occitana che testimonia la lunga durata della presenza valdese e la capacità di una comunità di conservare tracce profonde anche dopo la sconfitta. La memoria dell’eccidio si è poi sedimentata nel paesaggio urbano, nei musei, nella toponomastica e nelle celebrazioni civili e religiose del borgo. La storia, qui, non è solo materia di archivio: è  lingua e  identità⁹.

    Guardare oggi alla vicenda dei valdesi di Calabria significa leggere la storia di una migrazione andata incontro a una tragedia. Ma significa anche interrogare il rapporto tra tolleranza e potere, tra differenza e integrazione. In quel 1561 non crollò soltanto una comunità religiosa: si spezzò un esperimento di convivenza che aveva resistito per secoli e che la nuova ortodossia cattolica non volle più ammettere. Per questo Guardia Piemontese resta uno dei luoghi più eloquenti della memoria storica calabrese: non solo un paese segnato dal sangue, ma un laboratorio di identità che la storia ha ferito senza riuscire del tutto a cancellare¹⁰.

Bruno Demasi

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1.G. Tourn, I Valdesi. La singolare vicenda di un popolo-chiesa, Torino, Claudiana, 1984, pp. 45-62.
2.P. Scaramella, Le comunità valdesi in Calabria dall’insediamento alla repressione del 1561. Status quaestionis e prospettive di ricerca, «Rogerius», 17/2 (2014), pp. 45-58.
3. L. Addante, I valdesi «ultramontani» di Calabria e la strage del 1561, in Storia dei Valdesi, vol. 2, Diventare riformati (1532-1689), Torino, Claudiana, 2024, pp. 191-205.
4. A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Torino, Einaudi, 1996, pp. 233-240; sul ruolo di Ghislieri nel quadro della repressione valdese, cfr. anche 1561. I valdesi tra resistenza e sterminio, Torino, Claudiana, 2011.
5. 1561. I valdesi tra resistenza e sterminio, cit., in particolare i passi relativi alle formule di “ribellione” e al “grave delitto di eresia”.
6.D. De Seta, Le Terme Luigiane di Acquappesa e di Guardia Piemontese in Provincia di Cosenza, 1904, pp. 14-16; per la memoria locale della Porta del Sangue e della distruzione di Guardia, cfr. anche la documentazione divulgativa su Guardia Piemontese.
7. Sulla dinamica della presa di Guardia e sulle uccisioni successive, cfr. le sintesi storiche e la documentazione divulgativa disponibile; per il quadro generale, vedi anche Guardia Piemontese in Reformation Cities.
8.  Per il nesso tra dissidenza religiosa, disciplina politica e percezione della minoranza come corpo separato, cfr. J. Tedeschi, The Prosecution of Heresy, Binghamton, Medieval & Renaissance Texts, 1991; A. Prosperi, Tribunali della coscienza, cit.
9. F. Fanciullo, Lingue e dialetti della Calabria, Pisa, Pacini, 2015, pp. 201-215; si veda anche la presentazione istituzionale della cultura valdese calabrese.
10. G. Galasso, L’altra Europa. Per un’antropologia storica del Mezzogiorno, Milano, Mondadori, 2008, pp. 119-123.

martedì 4 agosto 2026

" IO LA PARTI MIA LA FAZZU" : SHARO GAMBINO TRA LE PAURE E I RITI DEI PAESI DI CALABRIA (di Bruno Demasi)

   ... Durante un incendio nel bosco, mentre tutti gli animali fuggivano, un passerotto volava verso l’incendio, in direzione contraria rispetto agli altri, con una goccia d’acqua nel becco. “Dove vai!?” gli gridò il cinghiale. “Vado a spegnere il fuoco”, rispose il passerotto, “Con una goccia d’acqua!?” disse il cinghiale con un sorriso di sogghigno. “Io la parti mia la fazzu…”.(Sharo Gambino)
 
 
   “Io la parti mia la fazzu!”: Sharo Gambino (Vazzano, 1925 – Lamezia Terme, 2008) non descrive soltanto la Calabria, ma la contempla e la vive in una simbiosi impressionante. E, nel farlo, costruisce una delle opere più originali del Novecento meridionale. Nato in un paese dell’entroterra vibonese, appartiene a quella generrazione che ha visto dissolversi il mondo contadino senza che la modernità riuscisse a sostituirlo con un sistema altrettanto coerente. La sua formazione è irregolare: disegnatore di fumetti, giornalista, autore radiofonico, narratore. Collabora per decenni con Radio Rai, firma sceneggiati come Vizzarro e Boccheciampe¹, scrive per Il Messaggero, Il Tempo, La Gazzetta del Sud².

   L’opera di Gambino sembra attraversata da una linea d'ombra, che separa il mondo contadino da ciò che lo ha seguito e che osserva con la precisione del narratore e la sensibilità di un antropologo. La sua cultura, nel senso più pieno del termine, non è un repertorio di tradizioni né un esercizio di nostalgia: è un dispositivo critico, una lente che permette di leggere la Calabria come un territorio simbolico, un laboratorio di modernità ferita.

    Ma la sua vera scuola è la vita dei paesi: le piazze, le voci, le dicerie, i riti stagionali, le memorie collettive che si tramandano come un codice non scritto. È lì che nasce la sua narrativa, una forma di osservazione partecipante che non cerca l’oggettività, ma la verità dei luoghi. La comunità, nei suoi testi, non è mai un semplice sfondo: è un organismo simbolico. In Sole nero a Malifà³ la comunità di Malifà appare come un corpo collettivo che pensa, giudica, punisce, protegge; un corpo che si muove secondo logiche interne, spesso invisibili agli occhi esterni, ma perfettamente riconoscibili a chi ne conosce i ritmi e le paure⁴.

    La memoria, il rito, la parola pubblica, cioè quella voce che circola tra le case e le piazze, sono gli strumenti attraverso cui la comunità regola i comportamenti e definisce l’appartenenza. Gambino osserva tutto questo con una lucidità mai distaccata, la lucidità di chi conosce dall’interno ciò che racconta, e che sa che ogni gesto, ogni parola ha un valore simbolico preciso.

    Anche il corpo, nella sua opera, è un territorio culturale. In Calabria erotica⁵ mostra come l’eros contadino sia regolato da codici, canti, metafore, proibizioni: non è mai un fatto individuale, ma un linguaggio comunitario. Il corpo diventa un archivio di gesti tramandati, un campo di tensione tra desiderio e norma, un luogo dove si inscrivono le regole della comunità⁶.

La modernità ferita: la metamorfosi della comunità

    La modernità, per Gambino, non è una conquista, è piuttosto un trauma. In Fischia il sasso⁷ la modernizzazione appare come un evento destabilizzante: la televisione, l’emigrazione, la scuola, la burocrazia producono una frattura. La comunità perde i suoi codici, ma non ne acquisisce di nuovi. Ne nasce una modernità senza alfabeti, una modernità che non sa leggere se stessa.Gambino è tra i primi a cogliere questo spaesamento, questa perdita di orientamento che segna la Calabria dagli anni Sessanta in poi. Non è un lamento: è una diagnosi. La modernità non sostituisce il mondo contadino, lo lascia sospeso, incompleto, vulnerabile. E in questo vuoto si inseriscono nuove forme di violenza, nuove forme di potere.

    È qui che si colloca la sua lettura della ’ndrangheta. Nel saggio La mafia in Calabria⁸, Gambino interpreta la ’ndrangheta non come semplice criminalità, ma come istituzione culturale: un sistema di parentela, un codice d’onore, un linguaggio simbolico. La ’ndrangheta, nella sua analisi, non è un corpo estraneo alla comunità: è una sua deformazione, una sua metamorfosi. È la comunità che, perdendo i suoi codici tradizionali, genera nuove forme di controllo e di potere.È una lettura anticipatrice, che precede di decenni gli studi antropologici contemporanei. E che mostra come la modernità, in Calabria, non abbia cancellato il passato, ma lo abbia trasformato.

La lingua come dispositivo critico

    La lingua di Gambino è il mezzo dove tutto questo si compone. Alterna italiano, dialetto, gerghi; usa la narrazione come osservazione e critica; trasforma la cronaca in etnografia; fa della satira un metodo di analisi sociale. La sua scrittura è una forma di etnografia narrativa. È una lingua che non cerca l’effetto, ma la precisione; che non cerca la bellezza, ma la verità dei luoghi. Ed è proprio questa verità che rende la sua opera così attuale.

    Oggi, nel tempo dello spopolamento, della perdita delle comunità, della dissoluzione dei legami, la voce di Gambino torna dirompente. La sua modernità antropologica, la capacità di leggere la Calabria come un territorio simbolico, è uno strumento prezioso per capire ciò che accade oggi nei paesi del Sud.Come ha osservato Vito Teti nel suo intervento al centenario “Sharo Gambino x100”⁹, Gambino non offre richiami nostalgici, ma strumenti critici: la sua opera è un dispositivo per comprendere la metamorfosi dei paesi, la loro oscillazione tra memoria e spaesamento, tra residui del mondo contadino e modernità incompleta.

    La sua antropologia, però, non si limita alla comunità, al corpo, al rito, alla modernità ferita. È principalmente un’antropologia della parola come memoria, come strumento di controllo sociale, ma anche come forma di resistenza. È un’antropologia del tempo contadino, ciclico, rituale, che si scontra con il tempo lineare della modernità, dello spazio e del tempo, della paura come collante comunitario e come strumento di potere.

    È anche un’antropologia della scomparsa dei mestieri, dei ruoli, delle figure simboliche che tenevano insieme la comunità. In questo senso, come ha mostrato Antonio Pagliuso nella sua monografia Sharo Gambino. Il narratore delle Serre¹⁰, ciò che resta del mondo contadino non è ciò che era, ma ciò che diventa: la metamorfosi è la chiave interpretativa della Calabria contemporanea.

    E proprio per questo la sua voce è così preziosa oggi, quando la Calabria vive una nuova fase di spaesamento, una nuova modernità incompleta e difficile.

Bruno Demasi

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1.Archivio Radio Rai, Vizzarro, sceneggiato, 1980.
2.Il Messaggero, rubrica “Cronache calabresi”, articoli 1968–1975.
3.Sole nero a Malifà, ed. 1965, pp. 17–23.
4.Ivi, pp. 45–52.
5.Calabria erotica, ed. 1973, pp. 9–14.
6.Ivi, pp. 67–72.
7.Fischia il sasso, ed. 1973, pp. 101–108.
8.La mafia in Calabria, ed. 1971, pp. 31–38.
9.Vito Teti, intervento al centenario “Sharo Gambino x100”, Lamezia Terme, 2025.
10.Antonio Pagliuso, Sharo Gambino. Il narratore delle Serre, 2024, pp. 56–63.

domenica 2 agosto 2026

Laboratorio di scrittura: “LE PATATE E LA STOLA” (Racconto di Nino Greco)

     In questa nuova pagina inedita Nino Greco costruisce la narrazione con una misura antica: ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio è carico di una densità che non ha bisogno di enfasi per commuovere. Il racconto si muove dentro la terra di una Calabria contadina che soffre e che consola. La peronospora, la zappa, il verderame, la strada bianca di polvere non sono elementi di colore, ma segni di un destino che si tramanda e che, proprio nel momento in cui sembra immutabile, trova un varco, una possibilità di riscatto. È in questa tensione che Greco eccelle con la capacità di trasformare un episodio familiare in una meditazione sulla trasmissione della responsabilità dei padri, sulla fragile ma ostinata speranza dei figli. La forza del racconto sta nella sua sobrietà emotiva: la terra e la stola diventano due forme di esistenza: una da scavare con le mani, l’altra da conquistare con lo studio in quel seminario di Oppido che per secoli  in molti paesi della piana di Gioia Tauro è stato l’unico mezzo per emanciparsi. E la scelta di Rocco - una scelta che è insieme rinuncia, sacrificio e visione - si impone come momento alto della narrativa civile contemporanea, perché mostra come la dignità dei poveri non sia mai inerzia, ma un continuo, doloroso tentativo di immaginare un domani diverso.Un’altra pagina preziosa perché restituisce alla scrittura il suo compito più antico: raccontare la vita degli ultimi senza paternalismi e senza scorciatoie.(Bruno Demasi)

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    L’annata delle patate, quell’anno, era stata avara: nonostante la terra “piusa” e l’acqua abbondante che solo quelle montagne sapevano dare, la peronospora era arrivata come una maledizione, in quella terra che pareva punita da un Dio distratto.

     Rocco Musolino si svegliava prima dell’alba da trent’anni, e da trent’anni le sue giornate avevano la cadenza di un orologio a pendolo, che consumava le ore e i giorni di un destino ormai impossibile da mutare. Aveva un figlio, Vincenzo, tredici anni; le mani già incallite di zappa, verdastre per l’effetto del verderame, e gli occhi curiosi e vispi come quelli di un gatto.

     Il ragazzo lo seguiva nei campi da quando aveva sei anni. Camminava dietro di lui nei solchi, imparando il linguaggio muto e vivo della terra. Conosceva i tempi di quando zappare, quando aspettare, quando pregare che la pioggia non arrivasse tutta in un giorno solo, che, invece di dissetare, portava distruzione. Rocco lo guardava lavorare e ci vedeva sé stesso, riprodotto, condannato agli stessi stenti composti e alla stessa dignità sofferta.

     Ma una sera di domenica, dopo la messa, don Pasquale, il farmacista, l’unico del paese che avesse studiato a Napoli e l’unico che possedesse più di dieci libri, si fermò a parlare con lui davanti alla chiesa. 
-    Rocco-, gli disse, - tuo figlio sa leggere meglio di certi maestri. L’ho sentito recitare il catechismo a memoria, con la voce giusta, come uno che capisce quello che dice, non come un pappagallo-. 
      Rocco si tolse il berretto, per rispetto e per vergogna insieme. 
-    E che ci faccio, don Pasquà, con uno che sa leggere? La peronospora non la combattiamo con i libri: quella ha il potere di affamarci; se non ci difendiamo col verderame, le patate vanno a marcire. 
-   Con le cose della natura bisogna imparare a conviverci, e spesso bisogna subire ciò che comanda lei stessa-, rispose il farmacista, - Ma del destino forse siamo un po’ padroni-.

     In quei mesi le voci arrivavano a Rocco come arrivano i tuoni di un temporale lontano: non lo vedi, ma senti il frastuono. Le voci di viandanti che vagavano per i paesi della Calabria, di venditori, furono i primi a raccontare che migliaia di contadini del Marchesato fossero scesi sulle terre incolte dei baroni, con le bandiere rosse accanto al tricolore, a dividersele con la zappa, come se il diritto, per esistere davvero, avesse bisogno di essere scavato nella terra prima ancora che scritto in un decreto emanato pochi anni prima da un ministro calabrese, e che i baroni si erano affrettati a dimenticare e a nascondere.

     Poi, in un giorno di ottobre, la voce che arrivò fu diversa e più gelida: a Melissa la celere aveva sparato su uomini e donne che chiedevano solo un pezzo di terra da arare. Si parlava di morti, tra cui un ragazzo di quindici anni, oltre a una donna e a un altro giovane.

     Rocco, quella sera, non disse nulla a nessuno. Pensò al ragazzo disteso nel fango, e pensò a Vincenzo, e capì che la sua misurata rassegnazione, quella che per trent’anni aveva chiamato dignità, era forse soltanto paura, e che lui vedeva, per timore e per discrezione, con le sembianze di pazienza. Quella notte Rocco non dormì. Guardò sua moglie, Concetta, che dormiva esausta dalla stanchezza, e pensò a suo padre, che era morto contadino, e al padre di suo padre, contadino anche lui, tutti sepolti nella stessa terra che avevano zappato senza mai possederla davvero.

    Pensò che la fame che si eredita fosse peggio della fame che si abbatte sulla tua vita per altri eventi, perché toglie anche la speranza di vederne la fine. E pensò che la terra, forse, un giorno sarebbe tornata a chi la zappava; ma non subito, non per lui, forse nemmeno per Vincenzo, e nell’attesa un uomo doveva pur trovare un’altra via e un altro violo.

     Il seminario di Oppido era l’unico posto, in quelle contrade, dove un figlio di braccianti potesse sedersi allo stesso banco di un figlio di notabili. Non c’era altra scuola per chi non aveva né terra né nome. La stola e il colletto, pensò Rocco con un’amarezza che aveva l’odore acre del verderame, erano l’unica via che Dio avesse lasciato viva per giungere fino ai poveri.

     Non fu una decisione facile da comunicare. Vincenzo pianse, la prima notte, perché non voleva lasciare quelle terre, non voleva lasciare le bestie che conosceva per nome, non voleva soprattutto lasciare suo padre solo con la zappa e con l’inverno che si avvicinava. 
-    Chi ti aiuta, padre, con la vigna e l’orto? E poi, le patate…- Rocco gli mise una mano sulla testa. 
-    La vigna l’ho sempre zappata io e la zapperò ancora. Ma tu devi zappare un’altra terra: quella che sta dentro i libri. Io quella terra non l’ho mai vista, e per questo sono rimasto povero di mondo e di vita-.

    Don Pasquale scrisse una lettera al vescovo, con l’attenzione che si doveva, per chiedere l’ammissione al seminario del giovane Vincenzo. Concetta cucì per il figlio due camicie nuove, tagliando la stoffa da un lenzuolo che aveva portato in dote. Rocco vendette un maiale, l’unico, quello che doveva sfamarli per l’inverno, per pagare le prime spese, e non lo disse a nessuno, nemmeno a Concetta, per non farla piangere due volte.

     Il giorno della partenza, Vincenzo salì sul carro di un mulattiere diretto a Oppido, con una valigia di cartone legata con lo spago e un pezzo di pane nella tasca. Rocco lo guardò allontanarsi lungo la strada bianca di polvere, tra gli ulivi contorti come vecchi che pregano, e per la prima volta in vita sua pianse senza vergognarsene, perché capì che stava assistendo non a una partenza, ma a una rottura: la catena che per generazioni aveva legato il nome dei Musolino alla zappa si spezzava lì, in quel momento, sopra quella strada.

    Non sapeva, Rocco, se suo figlio sarebbe diventato prete davvero. Non gliene importava, in fondo. Sapeva solo che, per la prima volta, un Musolino avrebbe imparato il latino, la storia, la geometria: parole che a lui suonavano come nomi di mondi lontani mai visitati. E sapeva che, chiunque Vincenzo fosse diventato, non sarebbe più stato costretto a chiedere la pioggia come un’elemosina al cielo.

    Quel giorno Rocco tornò solo nei campi, riprese la zappa e lavorò fino a notte fonda, come se il dolore si potesse zappare insieme alla terra. E forse, in un certo senso, era proprio così: ogni colpo di zappa era una preghiera silenziosa, non per sé, ma per un futuro che lui non avrebbe mai potuto vivere, ma che aveva avuto il coraggio, l’unico vero lusso dei poveri, di desiderare per un altro, per suo figlio.

Nino Greco