venerdì 9 ottobre 2026

SENZA SCONZU! Storie di fede e di comunità raccontate da Domenico De Luca (di Bruno Demasi)


   La Calabria conserva un patrimonio di riti, feste e tradizioni che continua a parlare al presente, anche quando sembra appartenere a un tempo lontano. Nelle processioni, nei carri votivi e nelle celebrazioni patronali sopravvivono infatti forme di memoria collettiva, pratiche di partecipazione e modi di rappresentare la comunità che meritano di essere osservati e studiati non soltanto come espressioni religiose, ma anche come fenomeni storici e culturali.

     A questo universo appartiene il volume Senza sconzu. Carri votivi e culti, dallo Stretto alla Piana di Gioia Tauro, pubblicato da Officine Editoriali da Cleto di Domenico De Luca, giovanissimo studioso e docente di Materie Letterarie nato a Scilla e operante a Palmi, al suo secondo successo editoriale dopo La tosse della terra, uno studio sugli effetti, anche sul piano antropologico, del sisma del 1908 .

     Attraversando un'ampia porzione della Calabria meridionale, l'autore indaga il rapporto tra religiosità popolare, cultura materiale e identità locale, ponendo al centro della riflessione il valore simbolico dei carri votivi.Il carro non è considerato soltanto come l'elemento spettacolare della festa patronale, ma come una costruzione simbolica nella quale una comunità raccoglie, custodisce e manifesta la propria storia. Come ha osservato l'antropologo Pietro Clemente, le feste popolari costituiscono «luoghi privilegiati della memoria sociale», nei quali una collettività rappresenta sé stessa e rinnova periodicamente il proprio senso di appartenenza.¹

Il significato dello "sconzu"

     Fin dal titolo, l'opera introduce il lettore in una dimensione culturale profondamente radicata nel territorio. La parola sconzu, nel lessico dialettale, possiede infatti una ricchezza semantica difficilmente traducibile con un solo termine italiano. Può indicare il danno, il disagio, il contrattempo, la disgrazia improvvisa o, più in generale, tutto ciò che interrompe un equilibrio e altera il corso ordinario degli eventi.

   L'espressione rituale «Senza sconzu!», pronunciata durante le manifestazioni religiose, appare allora come un auspicio e insieme come uno scongiuro. Dietro queste parole si intravede la consapevolezza che la festa non è mai completamente separata dalla fragilità dell'esistenza. Il carro attraversa le strade tra la folla, il suo equilibrio deve essere preservato, mentre il sacro e il rischio sembrano procedere fianco a fianco.

     Non è un caso che l'antropologia abbia individuato nei rituali collettivi momenti di particolare "liminalità", durante i quali ordine e disordine, sicurezza e incertezza convivono temporaneamente.² In questa prospettiva, il grido della comunità non elimina la paura dell'imprevisto, ma la riconosce e cerca simbolicamente di allontanarla.

      L'invocazione assume così una funzione quasi apotropaica. Pronunciare quelle parole significa affidare il buon esito della festa alla protezione divina e, nello stesso tempo, rafforzare la coesione della comunità. Come insegnava Ernesto De Martino, la parola rituale non si limita a descrivere la realtà, ma opera concretamente sul piano simbolico, permettendo agli individui di fronteggiare collettivamente l'incertezza e il rischio.³ La festa, dunque, non cancella la possibilità della tragedia. Ed è proprio perché conosce l'eventualità dello sconzu che la comunità invoca che il rito si compia senza danno, senza incidente e senza dolore.

Il carro come documento

     Uno degli aspetti più interessanti del volume riguarda la lettura del carro votivo come documento storico e culturale.La sua costruzione richiede lavoro, competenze artigianali, disponibilità economiche e una fitta rete di collaborazione. Non è mai il prodotto di un singolo individuo, ma nasce dalla partecipazione di numerose persone che mettono a disposizione tempo, esperienza e devozione. In questo senso il carro votivo può essere interpretato come un autentico bene culturale comunitario, risultato di saperi condivisi e di una cooperazione che rafforza i legami sociali.⁴ La sua forza risiede anche nella natura effimera. A differenza di un monumento tradizionale, il carro è destinato a esistere per un tempo limitato. Tuttavia, il ricordo della sua realizzazione e della sua partecipazione alla festa continua a vivere nella memoria collettiva.

     Attraverso questi manufatti rituali si possono leggere numerosi aspetti della storia locale:il rapporto tra culto e spazio pubblico;la devozione verso il santo patrono; il ruolo delle confraternite e delle associazioni religiose; il contributo degli artigiani e dei fedeli; la trasmissione delle tradizioni tra generazioni; le forme attraverso cui una comunità rappresenta la propria identità.

     Il carro diventa così una fonte storica non ufficiale ma preziosa. Gli oggetti della cultura materiale, infatti, raccontano dimensioni della vita collettiva che raramente trovano spazio nei documenti amministrativi o nelle fonti istituzionali, offrendo una prospettiva "dal basso" sul passato delle comunità.⁵

Tra fede e identità

     Il percorso proposto da Domenico De Luca, dallo Stretto alla Piana di Gioia Tauro, restituisce l'immagine di una Calabria ricca di differenze locali ma accomunata dalla centralità della festa.Ogni paese possiede i propri santi, i propri rituali e le proprie modalità di partecipazione. Tuttavia, in ogni contesto la celebrazione religiosa rappresenta anche un'occasione di riconoscimento reciproco e di riaffermazione dell'appartenenza comunitaria. La festa coinvolge la dimensione spirituale, ma anche la memoria familiare, i rapporti tra generazioni e il bisogno di riconoscersi in simboli condivisi.

     Per questo motivo l'indagine proposta nel volume supera il semplice interesse per il folklore pittoresco. I culti popolari non vengono presentati come residue curiosità del passato, bensì come strumenti di conoscenza della società contemporanea. Già Ernesto De Martino invitava a leggere i fenomeni religiosi popolari non come manifestazioni marginali o folkloriche, ma come espressioni complesse di una specifica visione del mondo storicamente determinata.⁶Nei riti si conservano infatti paure, speranze, valori, gerarchie e modelli culturali che consentono di comprendere più a fondo l'identità delle comunità meridionali.

Un libro contro l'oblio

  Uno dei principali meriti dell'opera consiste nell'aver documentato una materia che rischia progressivamente di scomparire o di trasformarsi profondamente.Le feste cambiano, le modalità della partecipazione si modificano, le risorse economiche diminuiscono e molte pratiche tradizionali vengono semplificate o abbandonate. Registrare questi fenomeni significa sottrarre all'oblio una parte significativa della storia calabrese.

      Il lavoro di Domenico De Luca assume così il valore di un'opera di tutela culturale. Esso ricorda che la storia non vive esclusivamente negli archivi o nei grandi avvenimenti politici, ma anche nei gesti ripetuti, nelle devozioni tramandate e negli oggetti costruiti attraverso la partecipazione collettiva.

     Senza sconzu è, certamente, un libro sui carri votivi. Ma è soprattutto un libro sulla memoria, sull'identità e sul senso di appartenenza. Restituisce l'immagine di una Calabria viva, capace di custodire nei propri riti forme profonde di solidarietà e di riconoscimento reciproco.Come scriveva Antonino Buttitta, «la tradizione non è il culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco».⁷ Una definizione che sembra descrivere perfettamente il significato della ricerca di Domenico De Luca e il patrimonio culturale che essa contribuisce a preservare. 

Bruno Demasi 

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¹ P. Clemente, Il senso della festa, Laterza, Roma-Bari, 1999, p. 23. 
² V. Turner, Il processo rituale. Struttura e anti-struttura, Morcelliana, Brescia, 2001, pp. 112-130. 
³ E. De Martino, Sud e magia, Feltrinelli, Milano, 1959, pp. 85-90. 
⁴ A.M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne, Palumbo, Palermo, 1973, pp. 177-182. 
⁵ J. Le Goff, Storia e memoria, Einaudi, Torino, 1986, pp. 443-448. 
⁶ E. De Martino, La terra del rimorso, Il Saggiatore, Milano, 1961, pp. 17-21. 
⁷ A. Buttitta, Dei segni e dei miti, Sellerio, Palermo, 1996, p. 11.

martedì 6 ottobre 2026

Il frate calabrese che sfidò l'Inquisizione: TOMMASO CAMPANELLA E IL SOGNO DI UNA CITTÀ LIBERA (di Bruno Demasi)

     Il filosofo domenicano, poco ricordato persino nelle nostre scuole e  di cui in questi giorni ricorre il 458^ anniversario della morte, immaginò una repubblica senza proprietà privata in un secolo sicuramente incapace di voli libertari e di utopie. Ventisette anni di carcere in difesa della libertà costituiscono un'eredità che ancora interroga non solo la Calabria, ma il mondo intero.


      Giovanni Domenico Campanella - per tutti fra Tommaso - nacque a Stilo, in Calabria, il 5 settembre 1568.¹ A quattordici anni entrò nell'ordine domenicano, lasciando il nome di battesimo per quello di battaglia intellettuale. Il convento non fu per lui un approdo quieto, ma il terreno di una rivolta contro ogni sapere fondato esclusivamente sull'autorità.² L'incontro decisivo della sua giovinezza fu quello con la filosofia di Bernardino Telesio.³ Telesio proponeva di studiare la natura «secondo i propri principi», ricavando la conoscenza dall'esperienza diretta dei fenomeni e non soltanto dai commenti ad Aristotele. Campanella riconobbe in questa prospettiva una vera liberazione. La sua prima opera importante, la Philosophia sensibus demonstrata (Napoli, 1591), fu una difesa del telesianesimo contro l'aristotelismo dominante.⁴

   A Napoli conobbe Giambattista della Porta; a Firenze cercò invano una sistemazione accademica; a Padova ebbe rapporti con Galileo.⁵ Intanto le sue posizioni antiaristoteliche e naturalistiche attiravano i sospetti dell'Inquisizione. Tra il 1592 e il 1597 Campanella fu coinvolto in diversi procedimenti ecclesiastici, accusato di eresia e costretto ad abiurare.  Rientrato in Calabria nel 1598, entrò in contatto con ambienti ostili al dominio spagnolo. Nell'agosto 1599 fu scoperto il progetto di una congiura per instaurare una nuova comunità politico-religiosa, fondata sulla giustizia e sulla comunanza dei beni.⁶ Campanella venne arrestato, trasferito a Napoli e sottoposto a torture. Per evitare la pena capitale simulò la pazzia; dopo un processo durissimo fu condannato al carcere perpetuo.⁷

     La prigionia durò quasi ventisette anni, dal 1599 al 1626. Fu una stagione di sofferenza, ma anche di eccezionale produttività intellettuale.⁸ Nei castelli napoletani Campanella scrisse gran parte delle sue opere maggiori: dalla Metaphysica a  La Città del Sole, dalle Poesie filosofiche all'Apologia pro Galileo.⁹ Nel 1626 fu liberato, ma rimase sottoposto al controllo del Sant'Uffizio a Roma fino al 1629. Nel 1634, per sfuggire alle pressioni spagnole, si rifugiò in Francia, dove fu accolto negli ambienti vicini a Luigi XIII e al cardinale Richelieu.¹⁰ Morì il 21 maggio 1639 nel convento domenicano di Rue Saint-Honoré, a Parigi, da uomo libero e onorato.¹¹

Un pensiero lucidissimo 
 
   Per Campanella la natura non è una macchina inerte, ma un organismo vivente dotato di sensibilità universale.¹² Ogni ente tende a conservarsi, conoscere e amare il proprio essere. Nell'uomo opera anche la mens, mente immateriale che permette di trascendere la natura senza separarsene. La Metaphysica (Parigi, 1638) individua tre certezze originarie — essere, conoscere, volere — corrispondenti alle «primalità»: potenza, sapienza e amore.¹³ Ogni ente partecipa di questi principi; in Dio sono assoluti. Per Germana Ernst, è «la bibbia dei filosofi»: un tentativo di armonizzare esperienza, ontologia e teologia.¹⁴

    La magia naturale campanelliana non è superstizione, ma conoscenza delle relazioni invisibili fra gli esseri. Il mago comprende e orienta le forze della natura; il ciarlatano le sfrutta per ingannare.¹⁵ Questa fiducia nella natura sensibile non impedì a Campanella di difendere la libertas philosophandi. La sua Apologia pro Galileo, composta nel 1616 e pubblicata a Francoforte nel 1622, è uno dei documenti più coraggiosi del primo Seicento: la Scrittura insegna la salvezza, la filosofia indaga i fenomeni; quando l'esperienza contraddice un'opinione, è l'interpretazione umana a dover essere corretta.¹⁶ Per Eugenio Garin, tuttavia, questa libertà rimane inscritta in una visione provvidenziale della storia.

La Città del Sole

   La fama moderna di Campanella è legata alla Città del Sole, dialogo composto nel 1602 e pubblicato a Francoforte nel 1623.¹⁷ Il testo descrive una repubblica ideale fondata su ragione, natura e sapienza. Beni comuni, lavoro distribuito secondo le attitudini, nessuna professione vile: è un'utopia egualitaria. Le mura della città sono decorate con immagini di tutte le scienze, insegnate pubblicamente ai bambini.¹⁸

     Ma il progetto ha lati oscuri: abolizione della famiglia privata, generazione regolata astrologicamente, vita sorvegliata da magistrati e sacerdoti.¹⁹ Al vertice sta il Metafisico, assistito da Pon, Sin e Mor (Potenza, Sapienza, Amore). Per Nicola Badaloni, l'utopia rivela una tensione irrisolta: vuole emancipare dalla miseria, ma attraverso un ordinamento severo che subordina l'individuo alla comunità.²⁰ Non è socialismo moderno, ma teocrazia pedagogica.

Politica e religione universale

   Il pensiero politico di Campanella è dominato dall'idea di unità: una monarchia universale cristiana, guidata spiritualmente dal papa e sostenuta da un principe. In gioventù guardò alla Spagna, poi alla Francia di Richelieu. Attaccò Machiavelli come teorico di una politica separata dalla morale, ma ne riconobbe implicitamente il realismo. La religione è per lui naturale e storica. Tutte le confessioni contengono frammenti di verità, ma il cristianesimo è la forma più alta. Il progetto è una cristianità rinnovata, capace di ricomporre l'unità del genere umano.

     Le Poesie filosofiche sono il luogo in cui la teoria diventa esperienza esistenziale. Il poeta parla della natura, di Dio, della prigione, della verità perseguitata. Il linguaggio è aspro, profetico, lontano dall'eleganza classicistica. Per Lina Bolzoni, è «l'autobiografia spirituale» di Campanella: la speculazione si trasforma in invocazione e testimonianza. Il carcere non è solo circostanza biografica: diventa figura centrale dell'opera. Il mondo stesso è prigione quando gli uomini accettano come verità ciò che è soltanto abitudine.

Fortuna critica 

   
   Nell'Ottocento Campanella fu letto come precursore del socialismo, dell'unità italiana, della filosofia moderna. Gli studi recenti insistono sulla sua complessità: non è materialista né illuminista ante litteram, non è socialista né teologo della Controriforma. È sensista e spiritualista, naturalista e cattolico, profeta e uomo politico, difensore della scienza e astrologo, ma di un'astrologia che è parte di una cosmologia animistica, non pratica divinatoria separata.

     La sua importanza sta in questa irriducibilità. Campanella appartiene al Rinascimento, ma guarda alla modernità; difende l'esperienza contro l'autorità, ma conserva una cosmologia animistica; immagina una società senza proprietà privata, ma la sottopone a controllo assoluto. La sua opera mette in scena il conflitto fra libertà e ordine, individuo e comunità, natura e trascendenza.

     Resta il filosofo grandissimo di una libertà inquieta: non quella pacificata del pensiero riconosciuto, ma di chi deve difendere la verità mentre è perseguitato, torturato, censurato. La sua eredità è l'idea che il sapere debba tornare alla realtà, interrogare i poteri e rifiutare ogni autorità che pretenda di sostituirsi all'esperienza e alla ragione.

Bruno Demasi
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1.Note Enciclopedia Treccani, s.v. «Campanèlla, Tommaso», 2023.
2. L. Firpo, I processi di Tommaso Campanella, Roma, 1947, pp. 45-67.
3. B. Telesio, De rerum natura iuxta propria principia, 1565.
4. E. Garin, La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze, 1961, pp. 312-320.
5. Stanford Encyclopedia of Philosophy, s.v. «Tommaso Campanella», 2005 (rev. 2023), § 2.
6. G. Ernst, Tommaso Campanella. Il libro e il corpo della natura, Roma-Bari, 2002, pp. 45-58.
7. L. Firpo, I processi, op. cit., pp. 145-178.
8. Archivio Tommaso Campanella (ILIESI-CNR), scheda t_3.
9. G. Ernst, Tommaso Campanella, op. cit., pp. 67-82.
10. Stanford Encyclopedia of Philosophy, op. cit., § 5.
11. Enciclopedia Treccani, op. cit.
12.T. Campanella, Del senso delle cose e della magia, a cura di G. Ernst, Roma-Bari, 1999, pp. 45-60.
13.T. Campanella, Metaphysica, Parigi, 1638, lib. II, cap. 1.
14.G. Ernst, Tommaso Campanella, op. cit., p. 142.
15.T. Campanella, Del senso delle cose, op. cit., pp. 120-135.
16.T. Campanella, Apologia pro Galileo, a cura di M. Torrini, Firenze, 1994, pp. 50-65.
T. Campanella, La città del Sole, a cura di G. Ernst, Roma-Bari, 1996, pp. 3-10.
17.Ivi, pp. 50-60.
18.Ivi, pp. 80-95. N. Badaloni, Tommaso Campanella, Milano, 1972, pp. 155-165

domenica 4 ottobre 2026

Laboratorio di scrittura: “DEDICATA A FRANCESCO D’ASSISI” (Poesia inedita di Pina De Felice)

   

     In occasione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi questo blog ama offrire, grazie a Pina De Felice,  questa poesia inedita” Dedicata a Francesco”, una lirica intensa e partecipe che si fa preghiera, meditazione e dialogo con il Poverello di Assisi. L’anniversario richiama la figura di un uomo che, dopo otto secoli, continua a parlare al cuore dell’umanità attraverso la semplicità, la povertà, la fraternità e l’amore per ogni creatura.

     Fin dai primi versi, la composizione ci conduce nel silenzio dei boschi, luogo privilegiato dell’ascolto e della rivelazione. La voce di Dio nasce nella quiete della natura, mentre Francesco appare nella sua umile grandezza: «lui poverello», capace di sostenere la pietra e, simbolicamente, di contribuire alla ricostruzione della Chiesa attraverso la fede, la rinuncia e l’amore.

     Il richiamo al «Laudato si’» evoca il Cantico delle creature, l’inno con cui Francesco loda Dio attraverso il sole, il vento, la terra e tutte le forme della vita. Nella poesia di Pina De Felice, la natura non è soltanto uno sfondo, ma diventa presenza viva, segno di una divina armonia e specchio di un Dio sempre vicino. Anche il perdono, ricordato nei versi dedicati a coloro che perdonano «per lo tuo amore», assume il valore di una scelta radicale di pace.

     Nel paesaggio ottobrino, tra il canto del vento e la malinconia della stagione, si svolge poi un dialogo intimo tra la poetessa e il Santo. Alla confessione «Son stanca», Francesco risponde con un gesto di tenerezza: la avvolge nel saio, quasi a proteggerla e a raccoglierla nella sua fraternità. La corda diventa così il segno di un legame spirituale, mentre il desiderio di «ancora sostare» esprime il bisogno di fermarsi presso una presenza capace di donare consolazione e speranza.

     Nella parte conclusiva, le «molliche di pane» e le «parole piccine» assumono il significato di una preziosa eredità. Francesco non lascia beni materiali, ma parole semplici, gesti di pace e una vicinanza che continua a nutrire il cuore. Il fatto che egli chiami la poetessa per nome rende l’incontro ancora più personale e commovente: la sua voce non appartiene soltanto al passato, ma raggiunge ogni uomo e ogni donna nel segreto della propria fragilità.

     Con un linguaggio limpido, delicato e profondamente spirituale, Pina De Felice ripercorre le tappe essenziali dell’esperienza francescana: l’umiltà, la povertà, il perdono, la fraternità e l’amore senza riserve per il creato. La sua poesia ci ricorda che, nella semplicità delle cose più piccole, può ancora risplendere la luce di Dio. ( Bruno Demasi )


DEDICATA A FRANCESCO D’ASSISI

 

Nel silenzio di boschi

la voce di Dio

fu brama di cielo

e sulle spalle scarnite

lui poverello

sosteneva la pietra

ove luce abbagliante

fu Chiesa e dimora.

 

Laudato sí, mi Signore,

per quelli che perdonano

per lo tuo amore

Laudato sí mi Signore!

 

Nel canto ottobrino

un sospiro di vento

richiama la fede

e Francesco mi guarda.

Io gli dico "Son stanca"

Lui mi avvolge nel saio

Io mi lego alla corda

 

Vorrei ancora sostare.

 

Son molliche di pane

ciò che lui mi lasciò

quando misi la mano

nella tasca del cuore

 

Son parole piccine

Son parole di pace

con le quali Francesco

mi chiamava per nome

Pina De Felice

venerdì 2 ottobre 2026

La libertà sospesa di ANGELA TIBULLO e “IL SENSO DELLA VITA” ( Di Bruno Demasi)

     Può una persona tornare a vivere dopo che la propria identità è stata travolta da un’accusa, la libertà è stata sottratta e il nome è finito dentro il linguaggio della cronaca giudiziaria? È da questa domanda, insieme intima e civile, che prende voce IL SENSO DELLA VITA. Da madre, da donna, da professionista e da ex detenuta, il libro con cui Angela Tibullo affida alla scrittura la memoria di una lunga e dolorosa vicenda giudiziaria.

     Pubblicato da DBE Barbaro Editore, il volume si presenta come un libro-testimonianza. Non è soltanto il racconto di una detenzione, né un’autobiografia costruita intorno alla successione degli atti processuali. È piuttosto il tentativo di restituire alla persona ciò che spesso il procedimento penale tende a cancellare: il volto, la storia, gli affetti, il lavoro, la paura e la possibilità di essere ascoltati oltre l’etichetta dell’accusa.

    Angela Tibullo, criminologa e sostenitrice dei diritti umani, fu arrestata il 2 agosto 2018 nell’ambito dell’inchiesta “Ares” della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Trascorse settanta giorni tra Rebibbia e Vigevano, quindi tre anni agli arresti domiciliari e due anni di sorveglianza speciale. In appello è stata assolta dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa con la formula “perché il fatto non sussiste". 

   La precisione di questi dati è necessaria, ma non basta a spiegare il libro. La vicenda giudiziaria costituisce lo sfondo e storico e processuale; al centro una donna che, in pochi istanti, vede dissolversi la normalità. L’arresto irrompe nella vita domestica come una cesura: la casa viene attraversata dalle perquisizioni, il tempo si trasforma in attesa, gli oggetti personali acquistano un valore nuovo, le relazioni diventano difficili e ogni gesto quotidiano passa sotto il controllo di procedure estranee alla vita precedente.

     L’autrice conosceva il mondo penitenziario sul piano professionale. Dopo l’arresto, però, è costretta a guardarlo dall’interno, come persona detenuta. È un rovesciamento di prospettiva che dà al libro una particolare forza: chi aveva studiato il carcere, chi ne conosceva le dinamiche e le fragilità, si trova a sperimentarne direttamente la solitudine, la rigidità e la violenza psicologica. Quei settanta giorni vengono ricordati come “i miei giorni più bui”, una definizione che non descrive soltanto la sofferenza di un periodo, ma la profondità della frattura prodotta dall’esperienza detentiva.

     Il nucleo più intenso della narrazione è il rapporto con la figlia, allora bambina di quattro anni. La detenzione diventa soprattutto separazione: dalla voce della bambina, dalla sua quotidianità, dai gesti consueti della maternità. La fotografia della figlia, che Tibullo racconta le sia stata strappata in carcere, assume in questo contesto un valore quasi emblematico. È un’immagine fragile, ma contiene l’intero mondo affettivo che la  detenzione rischia di interrompere.

     Qui il libro trova la sua dimensione più autentica. La carcerazione di una madre non riguarda mai soltanto la madre. Investendo il rapporto con i figli, coinvolge l’intera famiglia e produce una ferita che non coincide con la durata della pena o della custodia cautelare. Anche quando le porte si riaprono, resta il lavoro difficile della ricostruzione: spiegare l’assenza, ricomporre la fiducia, tornare a essere presenti senza poter cancellare ciò che è avvenuto.

     La maternità impedisce così che la vicenda venga letta esclusivamente attraverso il lessico del processo. Dietro i reati contestati, le ordinanze e le sentenze, il libro mostra una bambina che attende la madre e una donna che vive la propria sofferenza anche attraverso il dolore della figlia.

     Uno degli aspetti più interessanti della testimonianza riguarda la continuità della pena oltre la fine della detenzione. Il carcere può terminare come luogo fisico, ma restare nella memoria, nei comportamenti, nella paura e nello sguardo degli altri. La scarcerazione non coincide necessariamente con il ritorno alla normalità.Tibullo racconta di non essere più riuscita a rientrare in carcere per ragioni professionali. Il luogo che prima apparteneva alla sua esperienza di criminologa è diventato lo spazio del trauma. Questa trasformazione dice molto sulla complessità della vicenda: non basta riacquistare una libertà formale per ritrovare quella libertà interiore che consente di abitare nuovamente il mondo senza sentirsi minacciati.

   A ciò si aggiunge il peso della reputazione. Un’accusa, soprattutto quando riguarda la criminalità organizzata, può produrre una condanna sociale immediata, spesso più veloce della verifica processuale. La persona viene conosciuta attraverso il capo d’imputazione, il nome compare nei titoli, la narrazione pubblica si stabilizza prima ancora che il dibattimento possa chiarire responsabilità, prove e circostanze.

      È in questo punto che Il senso della vita assume un rilievo che supera la vicenda individuale. Il libro interroga il rapporto fra giustizia e informazione, fra presunzione d’innocenza e giudizio pubblico, fra verità processuale e memoria collettiva. La domanda che ne deriva è scomoda: quanto vale un’assoluzione se il pubblico continua a ricordare soprattutto l’accusa? E quanto tempo deve trascorrere prima che una persona possa essere nuovamente riconosciuta per ciò che è, anziché per ciò di cui è stata accusata?

     La specificità del libro sta anche nella sua voce femminile. Tibullo racconta il carcere da madre, da professionista e da donna; tre identità che non si sommano semplicemente, ma si condizionano a vicenda.Da qui nasce la volontà di parlare anche per altre donne. Il libro diventa una testimonianza sulle fragilità del carcere femminile, sulla separazione dai figli, sulla sofferenza psicologica e sulla difficoltà di ricominciare. L’autrice non chiede soltanto comprensione per la propria esperienza; invita a osservare con maggiore prudenza tutte le vite che restano nascoste dietro un’ordinanza, un titolo di giornale o una definizione processuale.

 Il titolo, Il senso della vita, indica il percorso attraverso il quale il dolore cerca una forma e la memoria diventa parola. Tibullo non sembra proporre una facile retorica della rinascita: il trauma non viene cancellato, la paura non scompare, l’assoluzione non restituisce automaticamente gli anni perduti. La scrittura, tuttavia, consente di sottrarre la propria storia alla versione degli altri.

      Raccontare significa tornare a essere soggetto della propria vicenda. Non più soltanto l’imputata di un procedimento, ma la madre, la professionista, la donna e la persona che ha attraversato la detenzione e ora ne ricostruisce il significato. Il ritorno al lavoro, la pubblicazione del volume e il coinvolgimento dell’autrice nella collana “Storie Vissute” di Barbaro Editore rappresentano, in questa prospettiva, tappe di una ricostruzione personale e professionale.Anche la destinazione benefica del ricavato, a favore dell’associazione “La Fenice Odv”, impegnata nel sostegno alle persone fragili e nel contrasto alle dipendenze, conferisce al libro un ulteriore valore civile. La sofferenza individuale non rimane chiusa nella dimensione privata, ma tenta di tradursi in attenzione e aiuto per altri.
Bruno Demasi

martedì 29 settembre 2026

OTELLO PROFAZIO: DALL’ANTROPOLOGIA DEL CANTO CONTADINO ALLA POESIA DI IGNAZIO BUTITTA ( di Bruno Demasi )

     Quando si parla di Otello Profazio, si rischia sempre di commettere un errore: considerarlo un cantastorie, un interprete della tradizione, un custode del folclore. Tutto vero, ma insufficiente. Profazio è stato molto di più: un autore popolare nel senso più alto del termine, un mediatore culturale, un narratore civile, e soprattutto un antropologo della voce, capace di trasformare la Calabria con la sua storia, le sue ferite, le sue ironie in un archivio sonoro di rara profondità.

     Profazio nasce nel 1934 a Rende e conclude la sua esperienza artistica e umana il 23 luglio 2023 a RC. La sua geografia sentimentale è quella di una Calabria diffusa, policentrica, che va dalle piazze di Reggio ai paesi dell’interno, dalle marine joniche alle terre bruzie. È una Calabria che non ha ancora trovato la propria narrazione moderna, e che proprio attraverso la sua voce comincia a riconoscersi. Non è un caso che oggi l’aeroporto di Reggio Calabria venga intitolato a lui: è un gesto simbolico, quasi un risarcimento culturale. Profazio è stato, per decenni, la voce pubblica della regione, il suo racconto più fedele e più libero.

La parola come documento e la Calabria come sistema simbolico

 Profazio appartiene alla grande tradizione mediterranea dei cantastorie, ma la supera. Nelle sue ballate - da Il brigante Musolino a La baronessa di Carini, da Colapesce a Governo ’taliano - la parola non è mai semplice intrattenimento: è documento antropologico, è memoria collettiva, è forma di resistenza. Domenico Ferraro, che gli ha dedicato un importante studio, lo definisce “dotato di una memoria non comune e di una rara capacità di ascolto”¹: qualità che non appartengono solo al musicista, ma al ricercatore di campo.

     Profazio ascolta, raccoglie, registra, annota. Non fa folclore: fa ricerca. Ma la sua ricerca non è accademica, né museale. È una ricerca interna, condotta da chi appartiene alla stessa cultura che indaga. Per questo la sua voce non è mai esterna, mai giudicante, mai paternalistica. È una voce che conosce la materia che canta. Un esempio emblematico è la sua ballata su Musolino, dove la voce del cantastorie diventa strumento di interpretazione sociale:

“Musulinu era figghiu di la terra, e la terra lu fici briganti.”⁵ 
 
    Una frase che è già un trattato di antropologia: il brigante non nasce, si produce dentro un sistema sociale. 
 
     Nelle sue canzoni la Calabria non è mai un paesaggio romantico, né un repertorio di tradizioni. È un sistema simbolico complesso: il brigantaggio come forma di resistenza e di giustizia alternativa; l’emigrazione come trauma collettivo; la povertà come condizione strutturale; la donna come figura tragica e sacrificale; il sacro come dimensione quotidiana; la comunità come luogo di identità e di conflitto.

     Vito Teti, che ha spesso riconosciuto in Profazio un “grande ricercatore delle culture popolari”², ha colto un punto decisivo: Profazio non idealizza il Sud, non lo abbellisce, non lo difende. Lo racconta senza cartoline, con una libertà che solo gli artisti popolari possiedono. La sua ironia tagliente, a volte spietata, è una forma di verità. In Qua si campa d’aria, la sua ironia diventa antropologia:

“E si mangia cu’ l’oduri, e si vivi cu’ la spiranza.”⁶ 
 
     Una sintesi perfetta della condizione meridionale: mancanza e resistenza, povertà e dignità.

La scrittura: un laboratorio di oralità e di collaborazione con Ignazio Butitta

   
   La scrittura di Profazio, spesso in dialetto calabrese o siciliano, è una delle più importanti esperienze di letteratura orale del Novecento italiano. La collaborazione con Ignazio Buttitta, a partire dal 1963, è un capitolo fondamentale. L’album Il treno del sole (1964) porta nella canzone popolare la grande poesia civile siciliana. Il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali diventa, nella sua voce, una ballata di altissima intensità civile:

“Era l’amuri lu so’ capitali… Turiddu Carnivali nnuminatu e comu Cristu muriu ammazzatu.”³

    Qui Profazio non interpreta: traduce. Traduce la poesia in canto, la denuncia in racconto, la storia in mito. È un procedimento tipico della letteratura popolare, ma nella sua opera assume una qualità nuova: la capacità di trasformare la cronaca in epica civile.

    Per comprendere Profazio, bisogna comprendere Buttitta. E per comprendere Buttitta, bisogna comprendere Profazio. Il loro incontro non è un episodio: è un crocevia culturale.  Profazio incontra Buttitta nei primi anni Sessanta, quando il poeta siciliano, già figura centrale della poesia civile italiana , cercava una voce capace di portare i suoi versi fuori dai libri, nelle piazze, nelle comunità, nelle case. Buttitta aveva già collaborato con Cicciu Busacca, ma in Profazio vede qualcosa di diverso: una voce più duttile, più narrativa; una capacità di mediazione culturale; una sensibilità politica non ideologica ma popolare; una conoscenza profonda del Sud peninsulare.

    Profazio, dal canto suo, riconosce in Buttitta un poeta che non scrive “per la pagina”, ma per la voce. Un poeta che pensa in termini di ritmo, di respiro, di coralità. È un incontro naturale: il poeta che cerca il cantastorie, il cantastorie che cerca il poeta. Buttitta è un poeta politico, ma non nel senso della propaganda: è un poeta della giustizia, della dignità, della memoria dei vinti. Profazio comprende questa dimensione e la traduce in canto senza attenuarla. Il Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali è un esempio perfetto: Profazio non addolcisce, non semplifica, non “spettacolarizza”. Rende la denuncia udibile, e dunque efficace.

   Buttitta e Profazio condividono una visione: il popolo non è un oggetto da rappresentare, ma un soggetto da ascoltare. Buttitta lo fa con la poesia; Profazio con la voce. Entrambi lavorano sulla memoria, sulla sofferenza, sulla dignità, sulla rabbia, sulla speranza. Entrambi rifiutano l’idea di un Sud folklorico, pittoresco, turistico. Entrambi costruiscono un Sud tragico e reale, ma anche ironico, vitale, resistente. Buttitta è un poeta: lavora sulla parola, sulla forma, sulla tradizione letteraria. Profazio è un cantastorie: lavora sulla voce, sul ritmo, sulla comunità. La loro collaborazione è un incontro fra letteratura e oralità, fra scrittura e voce, fra testo e performance. Profazio non “interpreta” Buttitta: lo ri-crea. E Buttitta non “usa” Profazio: lo affida. Profazio porta Buttitta fuori dalla Sicilia, nel Sud peninsulare, nelle piazze calabresi, lucane, pugliesi. Lo porta in RAI, lo porta nei dischi, lo porta nelle case. Senza Profazio, Buttitta sarebbe rimasto un grande poeta civile; con Profazio, diventa voce pubblica. È un caso raro nella cultura italiana: un poeta che trova nel cantastorie il proprio miglior interprete.

     Una delle traduzioni più potenti è quella di Lu trenu di lu suli, dove Profazio restituisce la tensione sociale del testo buttittiano: 

 
“Lu suli è russu, russu comu lu sangu di li poviri.”⁷
 
 Qui la voce del cantastorie amplifica la forza del poeta, trasformando la metafora in immagine collettiva.


     La collaborazione fra Profazio e Buttitta non è un episodio della musica popolare: è un capitolo della storia culturale del Novecento italiano. Jacopo Tomatis lo ha colto bene quando definisce Profazio un “intellettuale popolare”⁴: un artista capace di unire alto e basso, tradizione e modernità, poesia e piazza. Buttitta gli offre la parola; Profazio le offre la voce. Insieme costruiscono una forma nuova di epica civile mediterranea.

Il cantastorie come intellettuale popolare

     La voce di Profazio non cerca la bellezza lirica: cerca la verità. È una voce “di stomaco”, come lui stesso diceva, una voce che non si preoccupa della perfezione ma dell’efficacia narrativa. La sua chitarra accompagna con semplicità, secondo la tradizione dei cantastorie di piazza. Ma la semplicità è solo apparente: è una scelta estetica. Profazio non vuole abbellire la materia che canta: vuole renderla udibile. Il successo di Qua si campa d’aria (1974), oltre un milione di copie, è un caso unico nella musica popolare italiana. Quella canzone è diventata un inno meridionalista, ma anche un ritratto antropologico: la bellezza del Sud e la sua povertà strutturale, la leggerezza e la fatica, la gioia e la mancanza.

     Jacopo Tomatis ha definito Profazio un “intellettuale popolare”⁴: definizione perfetta. Profazio non è un artista che si limita a riprodurre la tradizione: la interpreta, la riscrive, la reinventa. È un autore che conosce la modernità e la usa per salvare l’antico. La sua presenza in RAI negli anni Sessanta e Settanta ha portato il folclore meridionale nel circuito nazionale, ma senza snaturarlo. Profazio non ha mai ceduto alla spettacolarizzazione: ha mantenuto la sua voce fedele alla piazza, al racconto, alla comunità.

     Intitolare a Otello Profazio l’aeroporto di Reggio Calabria non è un gesto celebrativo: è un gesto culturale. Profazio ha dato alla Calabria ciò che la Calabria non aveva: una narrazione pubblica, una memoria condivisa, una voce riconoscibile. Ha fatto ciò che gli antropologi fanno nei libri: ha raccolto, interpretato, restituito. Ma lo ha fatto cantando.

     E forse è proprio questo il punto: la sua opera dimostra che la cultura popolare non è un residuo, ma una forma di intelligenza. E che la Calabria, per essere capita, deve essere ascoltata. Profazio l’ha ascoltata per tutta la vita. E l’ha fatta ascoltare a tutti.

Bruno Demasi

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1. Domenico Ferraro, Vinni cu’ vinni e c’è lu triculuri. Otello Profazio, cantastorie, Squilibri, Roma 2011, p. 17.
2.Vito Teti, Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Donzelli, Roma 2004, p. 233.
3.Ignazio Buttitta, Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali, in Io faccio il poeta, Mondadori, Milano 1978, p. 112.
4.Jacopo Tomatis, Storia culturale della canzone italiana, Il Saggiatore, Milano 2019, p. 284.
5.Otello Profazio, Il brigante Musolino, in Otello Profazio canta il brigante Musolino, Vis Radio, Napoli 1963.
6.Otello Profazio, Qua si campa d’aria, in Qua si campa d’aria, RCA Italiana, Roma 1974. 
7. Ignazio Buttitta / Otello Profazio, Lu trenu di lu suli, in Il treno del sole, Jolly, Milano 1964.

domenica 27 settembre 2026

Laboratorio di scrittura: “MANGIA CU’ NUI” ( Composizione inedita in vernacolo di Demetrio Costantino)

     Cè un posto che non fa rumore, dove le parole sono sommesse, quasi un contraltare ai roboanti e inutili sproloqui che echeggiano nelle piazze e rimbalzano sui media. Un posto che non compare nei social e nelle cronache, che non chiede riconoscimenti e non rivendica meriti. E’ il luogo dove la povertà non è un concetto sociologico, ma un volto, una porta che si apre; dove la dignità non è un diritto astratto, ma un bicchiere d’acqua, un vestito pulito, un letto preparato con cura.

     Il piccolo convento delle suore di Madre Teresa, nel Rione Modena di Reggio Calabria ha questa prerogativa silenziosa. Da decenni, senza proclami, accoglie gli ultimi: persone che hanno smarrito tutto, perfino il proprio nome; vite che la città non vede più, o che preferisce non vedere. Le suore li ricevono come si riceve un ospite atteso: li lavano, li vestono, li nutrono, li accompagnano quando la strada finisce. Non chiedono chi siano, da dove vengano, quale storia li abbia condotti fin lì. Per loro, ogni persona è semplicemente una creatura da salvare.

     La poesia di Demetrio Costantino, uno dei più tenaci  e generosi volontari , insieme alla moglie, di questo posto, nasce da questo silenzio operoso. È un testo naif, diretto, privo di pretese: proprio per questo autentico. Riproduce la voce di chi entra stanco e trova una sedia, un piatto, un sorriso. È la lingua dell’Aspromonte, delle case povere e delle cucine affollate, che qui diventa lingua dell’accoglienza universale.

    In questi versi non c’è retorica: c’è gratitudine per un gesto che non chiede nulla in cambio, per una carità che non si annuncia, per una fraternità che non fa distinzione tra
“jancu o niru, cristianu oppuru turcu”. È la poesia di chi ha visto la dignità rinascere nelle mani di chi non possiede nulla, se non il proprio servizio.

   E forse è proprio questo il miracolo più grande: che in un angolo poverissimo di Reggio Calabria, nel cuore di un quartiere dimenticato, continui a esistere un luogo dove l’umanità non è un ideale, ma una pratica quotidiana. Un luogo dove si può davvero dire:
trasi, assettati, mangia cu’ nui!(Bruno Demasi)


Trasi, assettati,mangia cu’ nui!

Si ssi ccà bisognu, certu, hai.

No’ ‘mporta cu si, si veni o vai,

si ssi jancu o niru, cristianu

oppuru turcu oppuru musurmanu,

si nd’hai sordi oppuru si no’ nd’hai.

Statti ccà, assettati cu nui... 

Ripositi ‘nu pocu prima ‘u vai.

Poi, quandu torni a lu paisi toi,

nci po’ sempi riri “ Trovai 

i suori ‘i Matri Teresa

e senza palori eu arrestai!” ...

"Eppi bisognu e aiutu eu truvai:

mi accogliru, mi lavaro, mi vestiru,

mi rezzaru di mbiviri e di mangiari

ed eui non eppi a nudu a ringraziari,

quandu a la casa potti tornari". 

Demetrio Costantino




venerdì 25 settembre 2026

Quando uno scrittore traforma un paese in un universo narrativo: DOMENICO DARA E GIRIFALCO (di Bruno Demasi)


    Domenico Dara appartiene alla razza degli autori che non si limitano a descrivere un paese, ma lo trasfigurano in un universo narrativo autonomo, riconoscibile, pulsante. Girifalco, il suo mondo - paese, non è un semplice sfondo narrativo: è un organismo vivente, un teatro morale, un cosmo regolato da leggi invisibili che solo la letteratura può rivelare.

     Nato a Catanzaro nel 1971, Dara ha portato nella narrativa italiana una Calabria che non è mai folklore, mai sociologia, mai cronaca: è mito, linguaggio. La sua scrittura non cerca di “spiegare” il Sud: lo reinventa. E nel farlo restituisce alla letteratura italiana qualcosa che sembrava perduto: la capacità di creare.

    Il cuore della sua opera è una convinzione antica e modernissima: che il mondo sia retto da una logica segreta, una trama di segni che si manifesta nelle coincidenze, nelle ripetizioni, nelle orbite delle vite umane. In Breve trattato sulle coincidenze, il postino di Girifalco afferma che «ogni cosa accade per una ragione, anche quando la ragione non la vediamo»¹. È una frase semplice, ma contiene l’intera poetica di Dara: il mondo parla, e la letteratura è il luogo in cui quel linguaggio si lascia decifrare.

 Dara non è un fatalista. È, piuttosto, un razionalista magico: uno scrittore che cerca nelle pieghe del quotidiano la matematica segreta dell’esistenza. Le sue storie non sono mai casuali, la sua prosa è un laboratorio di alchimia verbale. La frase si distende, respira, si avvolge su se stessa come un nastro luminoso. Il lessico è colto e popolare insieme; il dialetto non è mai decorazione, ma funzione poetica; le immagini sembrano scolpite nella luce.

     In Appunti di meccanica celeste, le vite degli abitanti «si attirano e si respingono come pianeti»². È una metafora che non serve a colorare la narrazione: è la struttura stessa del romanzo. La comunità diventa un sistema planetario e Girifalco un cosmo regolato da forze invisibili.
 
   Il ciclo narrativo di Dara è composto da quattro romanzi, diversi per tono e struttura, ma uniti da una medesima architettura morale:Breve trattato sulle coincidenze (2014) è il romanzo dell’origine: il destino come codice, il mondo come rete di segni. Appunti di meccanica celeste (2016) amplia la prospettiva: la comunità diventa un sistema planetario, le vite umane orbitano come corpi celesti. Malinverno (2020) è il romanzo della maturità: un bibliotecario che vive tra i vivi e i morti, tra libri e fantasmi, in un paese dove «i morti non se ne vanno davvero: restano dove li abbiamo amati»³. Il Vangelo di Malavita (2024) è il romanzo del coraggio: una parabola sul male, non sociologica ma morale, in cui la malavita non è un fenomeno, ma una tentazione.Ogni libro è un tassello di un’unica costruzione: la nascita di un mondo narrativo che non assomiglia a nessun altro nella letteratura italiana contemporanea.

     La Calabria di Dara non è quella dei reportage, né quella dei cliché antropologici. È una Calabria archetipica, sospesa, universale. Girifalco non è un luogo geografico: è un luogo mentale, un teatro di destini, un archivio di memorie, una parabola morale.In questo senso, Dara è uno dei pochissimi autori contemporanei capaci di dare al Sud una forma mitica, non folklorica. La sua Calabria non è mai vittima né stereotipo: è un laboratorio narrativo, un luogo dove l’umano si rivela nella sua gravità e nella sua grazia.

     La sua opera, già oggi, ha la coerenza di un ciclo narrativo compiuto. E Malinverno, in particolare, è uno dei romanzi più luminosi della narrativa italiana degli ultimi anni: un libro che parla della memoria come resurrezione, della letteratura come forma di sopravvivenza e come organismo vivente.

Bruno Demasi  
1.D. Dara, Breve trattato sulle coincidenze, Einaudi, 2014, p. 7.
2.D. Dara, Appunti di meccanica celeste, Feltrinelli, 2016, p. 23.
3.D. Dara, Malinverno, Feltrinelli, 2020, p. 41.