martedì 12 maggio 2026

DA MELISSA A LOCRI: RICORDANDO MARIO CASABURI E LA SUA VISIONE DEL NOVECENTO CALABRESE (di Bruno Demasi)


    Si avverte, in un panorama storiografico attuale spesso stucchevole e ripetitivo, la mancaza di una figura come quella di Mario Casaburi — storico calabrese tra i più attenti alla dimensione civile del Novecento, già autore di Il Novecento calabrese tra riforme mancate e modernizzazione incompiuta (2019)¹ e di Territori in bilico. Scritti sulla Calabria repubblicana (2022)². Lo voglio ricordare qui  attraverso un suo libro che è una pietra miliare per gli studi sul Novecento calabrese “Per una storia della Calabria contemporanea” (cittàcalabriaedizioni), il suo lavoro più maturo caratterizzato da una scrittura, asciutta e sorvegliata, sostenuta da un metodo che intreccia fonti archivistiche, testimonianze, atti giudiziari e una riflessione costante sul rapporto tra memoria e potere.

    Il libro, che costituisce un vero e proprio testamento storiografico, si apre su Melissa, 29 ottobre 1949, un episodio che per decenni è rimasto ai margini della coscienza nazionale. Quel giorno, durante una manifestazione di braccianti che reclamavano l’assegnazione delle terre incolte del latifondo Fragalà, la polizia sparò sulla folla: tre morti — Giovanni Zito, Francesco Nigro, Angelina Mauro — e decine di feriti³. Casaburi restituisce la scena con una precisione che non indulge nel patetico: «A Melissa — scrive — la Repubblica mostrò la sua fragilità prima ancora della sua forza»⁴. È una frase breve, ma racchiude il senso del libro: la Calabria come luogo in cui le contraddizioni dello Stato si manifestano con una chiarezza quasi crudele. Melissa non è, per Casaburi, un episodio locale: è un paradigma attraverso cui leggere la durezza delle strutture agrarie, la distanza tra Stato e cittadini, la difficoltà della democrazia nel suo primo decennio di vita. L’autore insiste su un punto decisivo: la rimozione. Melissa è stata progressivamente espulsa dalla memoria pubblica, ridotta a un incidente marginale, quasi imbarazzante per la narrazione nazionale del dopoguerra.

    Dall’altra parte del libro, come un contrappunto, c’è Locri, 16 ottobre 2005. L’assassinio del vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco Fortugno, ucciso in un seggio delle primarie dell’Ulivo, provocò una reazione civile senza precedenti: migliaia di studenti scesero in piazza con lenzuola bianche, simbolo di una Calabria che rifiutava la rassegnazione. Casaburi osserva: «A Locri la memoria non è un esercizio, ma un’urgenza»⁵. È una frase che restituisce la natura di quel movimento: spontaneo, fragile, ma capace di incrinare per un momento la superficie dell’indifferenza.Il merito dell’autore è quello di sottrarre Locri alla retorica. Non è la “rivolta delle lenzuola” ridotta a slogan, ma un movimento complesso, stratificato, in cui la società civile tenta di riappropriarsi dello spazio pubblico. Casaburi analizza i limiti, le ambiguità, le contraddizioni di quella stagione, senza mai cedere al moralismo.
 
  Casaburi mettendo in dialogo Melissa e Locri, non cerca analogie facili, non costruisce parallelismi forzati: mostra invece come le forme del potere cambino, ma le dinamiche profonde restino riconoscibili.Il latifondo non esiste più, ma sopravvivono altre forme di dominio: clientele, burocrazie paralizzanti, criminalità organizzata, disuguaglianze strutturali. Allo stesso tempo, però, sopravvive anche una energia civile intermittente, che emerge nei momenti di crisi e poi sembra ritirarsi. L'Autore non indulge nel vittimismo, non racconta un meridione immobile: preferisce interrogare le responsabilità diffuse, le ambiguità del potere, le rimozioni della memoria pubblica. La Calabria non è mai rappresentata come periferia, ma come crocevia di tensioni nazionali.

  Uno degli aspetti più interessanti del libro è la riflessione sulla memoria pubblica. Casaburi mostra come la Calabria non sia solo un luogo di eventi: ciò che viene ricordato e ciò che viene taciuto determina la percezione del territorio più dei fatti stessi. Melissa è stata rimossa perché disturbava la narrazione di una Repubblica pacificata. Locri è stata semplificata perché disturbava la narrazione di una Calabria immobile. In entrambi i casi, la memoria è diventata un campo di battaglia: tra istituzioni, media, comunità locali, movimenti civili.

    Per una storia della Calabria contemporanea è un testo che dialoga perfettamente con una linea critica rigorosa e non folklorica. È un libro che invita a guardare la Calabria non come un repertorio di emergenze, ma come un laboratorio civile, un luogo in cui la storia continua a produrre domande, conflitti, possibilità.  Casaburi non offre soluzioni, né proclami: offre strumenti e lezioni di storiografia. E questo, in un panorama editoriale spesso dominato da narrazioni semplificate e non di prima mano , è già un gesto politico. Melissa e Locri non sono due capitoli separati: sono due punti di un’unica storia, che attraversa la Calabria e, con essa, l’Italia intera.

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1.  M. Casaburi, Il Novecento calabrese tra riforme mancate e modernizzazione incompiuta, Edizioni Meridiane, 2019.
2. M. Casaburi, Territori in bilico. Scritti sulla Calabria repubblicana, Rubbettino, 2022.
3. Sulle vicende di Melissa si veda anche G. Rossi, La rivolta dei braccianti, Laterza, 1970.
4. M. Casaburi, Per una storia della Calabria contemporanea. Da Melissa a Locri, 2026, p. 17.
Ivi, p. 203. 
5.Ibidem.

domenica 10 maggio 2026

MARIANNA PROCOPIO, SCRITTRICE E MADRE NEGLI ANNI PIU’ BUI DELLA LOCRIDE ( di Bruno Demasi )


    Una piccola figura femminile attraversa la storia letteraria della Locride come un’ombra discreta e modesta : Marianna Procopio, madre di Mario La Cava, autrice di un Diario che è uno dei documenti più intensi, più dolorosi e più rari della scrittura calabrese del primo Novecento. Una donna che non cercò mai la scena pubblica, e che proprio per questo oggi appare come una presenza quasi mitica: una voce che scriveva per necessità, non per ambizione; una donna che trasformò il dolore e la solitudine in parola e la maternità in forma di resistenza.

    Per comprendere Marianna Procopio bisogna tornare alla Bovalino di fine Ottocento: un paese agricolo, segnato da una struttura sociale rigida, dominata da famiglie patriarcali, da un’economia povera e da un’istruzione femminile quasi inesistente. La Locride era allora un territorio di confine: lontano dai centri del potere, vicino solo a se stesso, alle sue consuetudini, ai suoi silenzi. Le donne vivevano in una condizione di reclusione domestica, spesso alfabetizzate solo in parte, quasi mai incoraggiate alla scrittura. In questo contesto, la figura di Marianna Procopio è già un’eccezione: una donna che scrive, che riflette, che registra la propria interiorità. Il suo Diario nasce in un mondo che non prevedeva che una donna potesse avere una voce. 

  Nasce a Bovalino nella seconda metà dell’Ottocento (la data precisa non è documentata con certezza). Sposa Giuseppe La Cava, farmacista, uomo colto e stimato, ma di salute fragile. Dal matrimonio nascono diversi figli, tra cui Mario, il futuro scrittore, nel 1908. La vita di Marianna è segnata da due elementi costanti: la malattia del marito, che la costringe a una gestione familiare complessa; la morte prematura di alcuni figli, che lascia nel suo animo una ferita che non si rimarginerà mai.È proprio da questo dolore che nasce la sua scrittura: non come esercizio letterario, ma  quasi come atto di sopravvivenza.

    Il Diario di Marianna Procopio – pubblicato solo nel 1962 da Rebellato, grazie all’intervento di Mario La Cava – è un testo che appartiene alla letteratura intima, non destinata alla pubblicazione. È un quaderno di vita, di lutti, di speranze, di fede, di interrogazioni. Una delle frasi più note, e più strazianti, è questa: «Il mio cuore è come una casa dove le finestre restano aperte al vento del dolore»¹. È una frase che contiene tutto: la sua sensibilità, la sua solitudine, la sua capacità di trasformare il vissuto in immagine. In un altro passaggio, parlando della morte di una figlia, scrive: «Non so più dove mettere le mie lacrime: la casa ne è piena»².

    La sua scrittura è fatta di immagini domestiche, di metafore quotidiane, di una lingua semplice ma potentissima.Il Diario non è solo un registro di dolore: è anche un luogo di riflessione morale. Marianna Procopio interroga Dio, la giustizia, il destino. In un passaggio annota: «Dio non mi parla, ma io continuo a bussare alla sua porta»³. È una religiosità non passiva, non rassegnata: è un dialogo interiore, un corpo a corpo con il mistero. La maternità per questa donna straordinaria non è solo un fatto biologico: è una missione etica. Il rapporto con Mario è centrale. In un appunto del Diario leggiamo: «Mario è il mio pensiero quando mi sveglio e quando chiudo gli occhi»⁴. È una frase che rivela la profondità del legame, ma anche la responsabilità che Marianna sente verso il figlio. Non è un caso che Mario La Cava, nella sua opera, porti sempre con sé una sensibilità domestica, una pietas umana che in gran parte ha radici nella madre.
 
   Marianna  non era una militante, non era una femminista ante litteram, non era una donna amante della scena pubblica. Eppure, la sua scrittura è politica nel senso più profondo perché afferma il diritto di una donna del Sud, in un mondo patriarcale, a pensare, sentire, registrare, lasciare traccia. Quanto da lei scritto è un atto di emancipazione involontaria: una donna che scrive per sé, e che proprio per questo parla a tutte. La pubblicazione del Diario nel 1962 fu un gesto d’amore di Mario La Cava, ma anche un atto di restituzione alla madre della dignità di autrice, di pensatrice, di donna che ha saputo trasformare il dolore in parola.

   Oggi, Marianna Procopio è una figura calabrese che merita di essere collocata in primo piano  nello scarno elenco delle voci femminili del sud, sicuramente accanto alle tre siciliane Jolanda Insana, Giuseppina Messina, Maria Occhipinti e a tutte quelle donne che hanno scritto dai margini della società e della letteratura e che, proprio per questo, hanno raccontato la verità con l’arte e la modestia delle persone grandi.                                                                                                                                                                                                           Bruno Demasi

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1.  Marianna Procopio, Diario e altri scritti, Rebellato, 1962, p. 17.
2.Ivi, p. 24.
3. Ivi, p. 31.
4. Ivi, p. 46.

sabato 9 maggio 2026

SAVERIO MONTALTO, IL MARTIRE DELLA PIU’ TRAGICA MALATTIA DELLA CALABRIA (di Bruno Demasi )

Il precursore di Sciascia, Strati e Camilleri

    Saverio Montalto – nato anagraficamente come "  Francesco Saverio Barillaro "  a San Nicola d’Ardore (RC) nel 1898 – è una figura che sembra uscita da un romanzo da nessuno ancora scritto: un uomo colto, fragile, drammaticamente solo. Un uomo però  capace di vedere la mafia prima che l’Italia si accorgesse di essa, capace di raccontarla quando ancora  non aveva un nome  e di trasformare la propria vita, ferita in modo sanguinoso e terribile, in una storia narrativa di una lucidità impressionante. La sua biografia, segnata da un destino crudele, è già letteratura colma di pathos quasi biblico: un giovane veterinario cresciuto in una famiglia religiosa e istruita, un lettore onnivoro, un uomo che porta dentro di sé interamente la Calabria più profonda  e oscura, quella che non ha bisogno di essere spiegata perché la si respira quotidianamente in un tempo ancora statico. 
 
    La sua esistenza cambia per sempre quando, in un gesto disperato e maldestro, uccide accidentalmente la sorella Anna tentando di colpire il cognato Giacomo Armoni, figura descritta come prepotente, violento, immerso nelle dinamiche di potere della ’ndrangheta arcaica. È un evento che segna la sua vita e la sua opera, un trauma che diventa materia narrativa. Dichiarato infermo di mente, viene internato nel manicomio criminale di Aversa (1940‑1945): un luogo che avrebbe potuto annientarlo e che invece lo rivela a se stesso come scrittore.

   È lì che compone con inenarrabile sofferenza il Memoriale per il processo, perché Montalto non vuole parlare: vuole scrivere. Vuole che la verità passi attraverso la pagina, non attraverso la voce. Quel memoriale, sorprendente per potenza narrativa, arriva nelle mani di Mario La Cava, che lo fa leggere ad Alberto Moravia. È così che nel 1953, su Nuovi Argomenti, appare il primo nucleo del Memoriale dal carcere, rivelando un autore che nessuno conosceva e che nessuno avrebbe più potuto ignorare, se non fosse stato per la sorte avversa che lo accompagnò per tutta la vita.

    Ma il capolavoro di Montalto è La famiglia Montalbano, scritto tra il 1939 e il 1945 e pubblicato solo nel 1973 da Pasquino Crupi. È il primo romanzo che descrive il potere della mafia in Italia, molto prima di Sciascia, molto prima che la parola “’ndrangheta” entrasse nel lessico nazionale, molto prima che la critica si accorgesse che la Calabria non era solo una terra di miseria e di emigrazione, ma anche un laboratorio di potere criminale. Montalto descrive la mafia come struttura unitaria, con gerarchie, rituali, strategie economiche, controllo sociale: non c’è folclore, non animosità romantica, non c’è la retorica del “buon brigante”. C’è un’organizzazione moderna, capace di sostituirsi allo Stato, di infiltrare la vita quotidiana, di plasmare destini individuali e collettivi. 
 
   In una pagina centrale del romanzo, Montalto scrive:  «Il potere non si mostra: si esercita»¹ Una frase che sembra anticipare di vent’anni la classificazione fatta da Sciascia degli “omini, mezzi omini, ominicchi…”, quando afferma che il potere “si riconosce da come si nasconde”². Secondo Gianni Carteri, Montalto l’aveva già scritta, in forma narrativa, molto prima.E qualcuno – non senza ragioni – si chiede se Camilleri non abbia assorbito, anche solo per suggestione culturale, qualcosa dal suo Montalbano originario. Camilleri ha sempre dichiarato di aver scelto il nome in omaggio a Manuel Vázquez Montalbán, ma la coincidenza resta. In una lettera del 1998, Camilleri addirittura scrive: «I nomi non si scelgono: accadono»³ E forse il nome “Montalbano” era già nell’aria, già nella storia letteraria calabrese, già in quel romanzo dimenticato che raccontava la mafia quando nessuno voleva ascoltarla.

   Il destino, però, non fu generoso con Montalto. La tragedia familiare lo rese figura scomoda, l’internamento ad Aversa lo isolò dal mondo culturale, la Calabria degli anni ’40‑’60 non aveva strutture editoriali né reti critiche capaci di valorizzarlo. Così, mentre Sciascia diventava il simbolo della narrativa antimafiosa, Montalto restava un autore laterale, quasi clandestino, conosciuto solo da pochi studiosi e da una cerchia ristretta di intellettuali calabresi.

   Eppure, il rapporto tra Montalto e Sciascia è profondo, anche se non diretto. Montalto vede la mafia come sistema di potere già negli anni ’30‑’40; Sciascia la teorizza negli anni ’50‑’60. Montalto scrive dall’interno, come uomo che ha vissuto la Calabria profonda, che ha visto la violenza quotidiana, che ha conosciuto la logica del clan; Sciascia scrive dall’alto, come intellettuale illuminista che analizza la Sicilia come metafora dell’Italia. Eppure, la loro visione converge: la mafia non è folklore, non è romanticismo, è potere. Sciascia, in Il giorno della civetta, scrive: «La mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un principio e avrà una fine»⁴ Montalto, trent’anni prima, aveva già intuito che la mafia non è un fatto umano qualsiasi, ma un fatto sociale totale e pervasivo, per usare la definizione di Mauss.

   Diverso, ma altrettanto significativo, è il rapporto con Saverio Strati che conosce la Calabria dal basso: i contadini, i muratori, i braccianti, i paesi arroccati, la miseria, la dignità, la fatica. Montalto conosce la Calabria del potere: i clan, le prepotenze, le gerarchie, le ombre. Strati racconta la vita, Montalto racconta la minaccia che la sovrasta. Strati è il narratore della fatica, Montalto è il narratore della prepotenza. Entrambi sono narratori della verità. In Tibi e Tàscia, Strati scrive: «La Calabria è una terra che non perdona»⁵ Montalto avrebbe potuto rispondere: «La Calabria è una terra che non dimentica»⁶ E forse è proprio questa la loro convergenza: due scrittori che raccontano la stessa ferita da due lati diversi.

    Alla fine, Saverio Montalto appare come un autore che vide troppo presto Ciò che  l’Italia non voleva vedere. Vide la mafia e il potere quando la mafia e il potere non volevano essere raccontati. Vide la Calabria come luogo di conflitto, non di folklore. Oggi rileggerlo significa riscrivere la storia della narrativa antimafiosa, riconoscere che il primo romanzo della mafia non è siciliano ma calabrese, e che il suo autore non è Sciascia ma un uomo fragile, tragico, lucidissimo e colpevolmente dimenticato quasi da tutti: Saverio Montalto. 
                                                                                                                                                                                                   Bruno Demasi

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1. Saverio Montalto, La famiglia Montalbano, ed. Crupi 1973, p. 112.
2. Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Einaudi 1961, p. 45.
3. Andrea Camilleri, Lettere 1995‑2000, Sellerio, p. 78.
4. Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, cit., p. 9.
5. Saverio Strati, Tibi e Tàscia, Mondadori 1959, p. 31.
6.Citazione attribuita a Montalto nel Memoriale dal carcere, in Nuovi Argomenti

 

giovedì 7 maggio 2026

OPPIDO MAMERTINA NEL “GRAND ALMANACH DUPONT”(1896): un incontro a sorpresa con la memoria francese (dI Francesco Barillaro)


  La scoperta che Francesco Barillaro racconta nel testo che segue riguarda un ritrovamento fortuito che restituisce a Oppido Mamertina una presenza inattesa nella cultura popolare francese di fine Ottocento  mediante il “Grand Almanach Paul Dupont”, pubblicazione annuale di grande diffusione nella Francia dell’epoca che, proprio per la sua natura popolare, raramente dedicava spazio a località periferiche o a ritualità religiose specifiche. Eppure, nel volume del 1896, tra Vienna e Londra, tra Cromwell e la regina Elisabetta, compare “Oppido-Mamertino”. Una menzione breve, ma sorprendente, che descrive la processione penitenziale del Venerdì Santo con toni vividi, talvolta imprecisi, certamente influenzati dalla sensibilità francese per il “pittoresco” meridionale. Il valore di questo trafiletto non risiede soltanto nella rarità della fonte — ad oggi, l’unica testimonianza ottocentesca francese nota sul rito oppidese — ma anche nella sua capacità di mostrarci come il nostro territorio venisse percepito all’estero: luogo di intensità rituale, di tradizioni arcaiche, di gesti che colpivano l’immaginazione di chi osservava da lontano. Al tempo stesso, la pagina rivela anche gli inevitabili fraintendimenti: l’immagine del “vescovo coronato di spine”, che Barillaro giustamente problematizza, è un esempio emblematico di come la distanza culturale potesse trasformare la realtà in racconto. Ho ritenuto importante pubblicare questo contributo perché aggiunge un tassello alla memoria storica di Oppido Mamertina e perché dimostra come la ricerca — anche quella che nasce per caso, tra fogli sciolti e carte ingiallite — possa restituirci una dimensione più ampia della nostra identità. (Bruno Demasi)

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    Il primo maggio scorso , durante una passeggiata tra le bancarelle del mercatino dell’antiquariato di Teramo, lungo il Viale dei tigli, mi fermai davanti a un banco che sembrava uscito da un’altra epoca: vecchi libri senza copertina, fogli sciolti, carte ingiallite, un caos affascinante. Il venditore, un anziano signore dalla voce calma, mi disse che quel mucchio disordinato apparteneva a un volume francese, privo di copertina, con le pagine scomposte e non numerate. «Se cerchi qualcosa sulla Calabria o sull’Abruzzo, magari ti capita la fortuna», aggiunse con un sorriso. Mi misi a sfogliare. Centinaia di pagine, nessun ordine, nessuna garanzia. Dopo due ore, stanco, trovai un titolo in neretto: “VENDREDI SAINT. Parlava di Vienna. Stavo per rimettere il foglio al suo posto quando, più in basso, quasi nascosto, lessi una riga che mi fece sussultare: Oppido-Mamertino, en Italie” ¹.

    Per un attimo pensai di aver letto male. Invece no: era proprio Oppido Mamertina, il mio paese, citato nel “Grand Almanach Paul Dupont” del 1896, uno dei più diffusi almanacchi illustrati francesi dell’Ottocento. Un volume di grande formato, circa 380 pagine, ricco di illustrazioni, notizie astronomiche, ricette, curiosità, pubblicità². Vedere Oppido lì dentro, tra Vienna e Londra, tra Cromwell e la regina Elisabetta, fu un’emozione difficile da spiegare. Una presenza minuscola, ma dal peso simbolico enorme. Un unicum nella stampa popolare francese

    Quella breve nota rappresenta, per quanto oggi sappiamo, l’unica menzione ottocentesca di Oppido Mamertina nella stampa popolare francese³. Non un articolo, non un reportage, non un resoconto di viaggio: un trafiletto in un almanacco, un genere editoriale che mescolava astronomia, storia, ricette, curiosità, consigli domestici, pubblicità. Eppure, proprio in quel contesto ibrido e popolare, Oppido appare come luogo di una ritualità penitenziale così intensa da meritare l’attenzione di un pubblico francese. La fonte, secondo quanto si può dedurre, sarebbe stata il conte Puymagre, viaggiatore curioso delle tradizioni meridionali, che aveva raccolto descrizioni di processioni e riti penitenziali del Sud Italia⁴. La sua voce, filtrata dalla redazione dell’almanacco, diventa l’unico ponte tra Oppido e la cultura popolare francese di fine secolo.

   Questa la traduzione letterale: “ Una cerimonia molto curiosa a Oppido Mamertiuno, in Italia: è la processione della penitenza ( dei penitenti). Un lungo corteo s’incolonna nella borgata. Giovani uomini robusti e resistenti, con la testa coronata di spine, portano sulle loro spalle una statua della Vergine. Ogni movimento della statua, sul suo piedistallo, affonda ancora di più le spine nei loro crani. Il vescovo, coronato di spine, preceduto da suo clero, dalle congregazioni laiche e dalle personalità comunali, seguito dalla folla piangente, gemente e salmodiante, accompagna la venerata statua della Madonna”

    Il trafiletto descrive una processione di flagellanti, uomini robusti con la testa coronata di spine che portano la statua della Vergine. Una scena che, pur nella sua drammaticità, rientra nella tradizione penitenziale meridionale. Ma poi arriva la frase che mi ha lasciato interdetto: “Il vescovo, coronato di spine, preceduto dal suo clero…”⁵ : una scena che, letta oggi, appare impossibile. Nel 1896 il vescovo di Oppido era Antonio Maria Curcio, calabrese di Pizzo, figura colta e rispettata, ricordata per la sua azione pastorale e per il suo legame con la città. Che Curcio — o qualunque altro vescovo dell’Ottocento — partecipasse a una processione coronato di spine, come un penitente, è storicamente e antropologicamente inverosimile. Perché allora l’almanacco lo afferma?

    Perché gli almanacchi popolari francesi dell’epoca avevano un modo tutto loro di guardare al Mezzogiorno: tendevano a esotizzare le pratiche religiose; confondevano spesso ruoli ecclesiastici e figure locali; usavano termini come "évêque" in senso estensivo, per indicare genericamente il “capo religioso”; privilegiavano il pittoresco, il drammatico, il “folklore sanguigno”. È probabile che il redattore abbia scambiato un capo-confraternita o un parroco per un vescovo, oppure che abbia semplicemente romanzato la scena per renderla più impressionante agli occhi del lettore francese. Per la cultura popolare francese dell’Ottocento, il Mezzogiorno italiano era infatti un luogo di ritualità arcaiche, religiosità intensa, pratiche penitenziali esagerate, colori forti ed emozioni collettive. Gli almanacchi, destinati a un pubblico borghese urbano, alimentavano questa immagine con descrizioni vivide, spesso imprecise, ma sempre affascinanti. Oppido, in questo contesto, diventa un simbolo: un frammento di un Sud percepito come remoto, misterioso, profondamente rituale.

  Al di là dell’errore, la menzione di Oppido nel Grand Almanach Dupont è preziosa. Mostra che la ritualità penitenziale del paese aveva raggiunto, seppur episodicamente, una visibilità internazionale. Rivela come la cultura popolare francese guardasse al Mezzogiorno come a un luogo di tradizioni arcaiche, potenti, quasi “esotiche ”. E soprattutto restituisce a Oppido un frammento di memoria che rischiava di andare perduto.

   Quel foglio ingiallito, trovato per caso su una bancarella, è diventato per me una piccola rivelazione. Un frammento di storia culturale che riporta Oppido Mamertina dentro la geografia immaginaria dell’Europa di fine Ottocento. Un tassello che racconta non solo come eravamo, ma anche come ci vedevano. E come spesso accade, sono proprio i dettagli minori — un trafiletto, un errore, un almanacco dimenticato — a illuminare le pieghe più nascoste della storia.

Francesco Barillaro

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1. Grand Almanach Paul Dupont, 1896, p. 112: «Oppido-Mamertino, en Italie…». 
2. Sulla struttura dell’almanacco: ibid., sezioni “Éphémérides”, “Menu du jour”, “Publicités”, pp. 110–115. 
3. Non risultano altre menzioni di Oppido Mamertina negli almanacchi popolari francesi dell’Ottocento (ricerche condotte su fondi digitalizzati Gallica-BnF). 
4. Il conte Puymagre è citato come fonte di notizie su ritualità meridionali in vari repertori francesi di fine secolo (cfr. Revue des traditions populaires, 1894, pp. 201–203). 
5. Grand Almanach Paul Dupont, 1896, p. 112: «L’évêque, couronné d’épines…».

martedì 5 maggio 2026

L’INSEGNAMENTO DELLA LETTERATURA CALABRESE NELLE SCUOLE DELLA CALABRIA : UNA LACUNA IRRISOLTA (di Bruno Demasi)

   La Regione Calabria ha emanato una disposizione formale sull’ingresso della letteratura calabrese nei percorsi scolastici, il Protocollo d’intesa ufficiale, approvato con Delibera di Giunta n. 160 del 10 aprile 2024, che impegna scuole e Ufficio Scolastico Regionale a introdurre e valorizzare almeno i narratori e i poeti calabresi del Novecerto. A distanza di due anni però nelle scuole della Regione la letteratura calabrese vive ancora in gran parte in una sorta di terra di mezzo: abbastanza riconosciuta da non essere del tutto ignorata, ma mai così strutturata da diventare un vero capitolo del curricolo. È un sapere che sopravvive grazie alla buona volontà dei docenti, alla sensibilità di qualche dirigente, alla curiosità degli studenti che scoprono, quasi sempre per caso, che la loro terra ha prodotto scrittori, poeti, giornalisti, storici capaci di parlare al mondo. La scena tipica vede un professore di lettere, che tra un modulo su Verga e uno su Pirandello, decide di “ritagliare un’ora” per leggere una pagina di Corrado Alvaro, una poesia di Lorenzo Calogero o un racconto di Saverio Strati. È un gesto di resistenza culturale, più che un atto dovuto. E spesso basta quell’ora per accendere una domanda: perché non lo studiamo di più?

  Il primo limite è evidente: malgrado il protocollo Regione-Ufficio Scolastico Regionale, per sua natura generico, incerto, e tutt’altro che vincolante, non esiste un curricolo che riconosca alla letteratura calabrese un posto organico. Tutto dipende dall’iniziativa dei singoli. Alcuni docenti costruiscono percorsi annuali, altri inseriscono testi sparsi nelle loro lezioni, altri ancora rinunciano per mancanza di tempo o materiali. Il paradosso è che la Calabria possiede una tradizione letteraria stratificata, che va da Cassiodoro a Campanella, da Alvaro a Strati, da Repaci a La Cava, fino ai contemporanei, ma, come scriveva Alvaro, «la Calabria è una regione che non ha ancora finito di raccontarsi»¹. Forse perché non ha ancora imparato a insegnarsi.

    Eppure le risorse esistono. Sono spesso silenziose, ma reali: i docenti, innanzitutto: molti insegnanti calabresi hanno una formazione solida, conoscono gli autori locali, partecipano a convegni, leggono le poche riviste qualificate rimaste; le biblioteche scolastiche, quando funzionano, custodiscono buone edizioni, antologie fuori commercio, numeri storici di riviste culturali; le associazioni culturali – dai circoli ai numerosissimi premi letterari – offrono materiali, incontri, testimonianze; le università calabresi, soprattutto Cosenza e Catanzaro, producono studi critici che potrebbero diventare strumenti didattici, se solo fossero più accessibili. Il problema non è la mancanza di contenuti, ma la loro dispersione.

    In alcune scuole superiori, pur non essendo attivati percorsi curricolari organici sfruttando la cosiddetta “quota d’Istituto” degli insegnamenti curricolari (possibilità amplissima e vecchia almeno quanto l’autonomia didattica) la letteratura calabrese trova sporadicamente spazio in tre forme: moduli di approfondimento: percorsi di 10–15 ore, spesso collegati ai PCTO o ai progetti di educazione alla cittadinanza; laboratori di scrittura e memoria, letture ad alta voce, incontri con autori, percorsi sulla storia locale; didattica interdisciplinare. È in questi spazi che la letteratura calabrese diventa viva. Quando uno studente legge Gente in Aspromonte e riconosce un paesaggio, una voce, un gesto familiare, la letteratura smette di essere un oggetto da studiare e diventa materia di confronto.

    Il vero ostacolo, dunque, non è didattico. È culturale. Molti studenti – e talvolta anche alcuni docenti – percepiscono la letteratura calabrese come “minore”, “locale”, “non universale”. È un pregiudizio antico, che nasce da una lunga storia di auto‑svalutazione. Eppure, come ricordava Pasolini, «non esistono culture minori, esistono culture non ancora ascoltate»².La scuola potrebbe essere il luogo in cui questa percezione cambia. Ma per farlo servono strumenti, formazione, materiali, e soprattutto una nuova visione didattica e pedagogica oltre che culturale: immaginare un insegnamento strutturato della letteratura calabrese non significa chiudersi nel localismo. Significa, al contrario, aprire la Calabria al mondo, mostrando come le sue storie parlino di migrazioni, povertà, dignità, conflitti sociali, modernizzazione: temi universali. Un curricolo  progettato all’interno dei notevoli spazi di autonomia delle singole scuole o un curricolo regionale – flessibile, non prescrittivo – potrebbero offrire linee guida, antologie digitali, percorsi tematici. Le scuole potrebbero creare reti, condividere materiali, costruire archivi didattici, spendere almeno una piccola quota delle proprie risorse per l'acquisto di libri da veicolaqre tra gli alunni e, dal canto loro, le università potrebbero formare docenti specializzati. Ma fino a qual punto ne esiste la volontà?

   Resta forte  il bisogno forte per tutti di colmare questa vistosa lacuna, e non per autocelebrarci, ma per conoscerci, perché, come scriveva Strati, «la Calabria non è un luogo da lasciare, ma un luogo da capire»³.

Bruno Demasi

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1. Corrado Alvaro, Quasi una vita, Bompiani, 1950, p. 112.
2. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, 1975, p. 41.
3. Saverio Strati, Il selvaggio di Santa Venere, Mondadori, 1977, p. 9.

 

 

domenica 3 maggio 2026

“Le maschere del Saracino…”: DOMENICO ZAPPONE INTERROGA LA CALABRIA ( di Mara Vittoria Colosimi)

      La pagina che Mara Vittoria Colosimi dedica a Domenico Zappone offre una lettura limpida e rigorosa che riesce a condensare, senza semplificarla, la grandezza discreta di uno degli osservatori più originali della Calabria del Novecento. Con uno stile essenziale e insieme penetrante, l’Autrice ricostruisce la fisionomia letteraria di questo grande intellettuale, capace di trasformare la quotidianità in simbolo e la memoria in chiave interpretativa. La Colosimi ne coglie l’anima profonda: quella di un narratore che non descrive la Calabria, ma la interroga; che non la giudica, ma la decifra attraverso gesti, ombre, riti, silenzi. Il risultato è una pagina che arricchisce davvero chi la legge perché restituisce Zappone al suo posto naturale — accanto ai grandi narratori calabresi del secolo scorso — e insieme ci invita a riscoprire “ Le maschere del Saracino” come un libro ancora vivo e capace di illuminare il nostro modo di guardare questa terra. È un contributo prezioso, che merita attenzione e gratitudine per la finezza interpretativa e per la capacità di rendere accessibile una figura ricca e complessa , ma troppo presto dimenticata.(Bruno Demasi) 

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     Domenico Zappone è stato uno degli osservatori più acuti e originali della cultura calabrese del Novecento. Nato a Palmi nel 1911, maestro elementare e per decenni collaboratore delle Terze pagine dei quotidiani nazionali, appartiene a quella generazione di intellettuali che hanno raccontato la Calabria non dall’esterno, ma dall’interno delle sue consuetudini, dei suoi riti, delle sue ombre. Le maschere del saracino è forse il libro che più di ogni altro restituisce questa sua capacità di ascolto: una raccolta di scritti che attraversa quasi quarant’anni di osservazioni, riflessioni, scene di vita, figure e simboli che compongono il paesaggio umano della regione. 
 
   Il titolo rimanda a una delle immagini più ricorrenti nella sua scrittura: la “maschera” come volto culturale, come residuo di un passato che continua a riaffiorare. Il “saracino” non è una figura storica precisa, ma un simbolo che la memoria collettiva ha trasformato nel tempo.  Zappone lo usa per indicare tutto ciò che la Calabria ha incorporato nei secoli: paure, incontri, invasioni, racconti tramandati senza più sapere da dove provengano. In un passaggio del libro scrive: «La notte portava con sé un volto che nessuno ricordava, ma che tutti temevano di riconoscere»¹. È una frase che riassume bene il suo modo di guardare la realtà: non come un insieme di fatti, ma come un sistema di segni.


    La forza del libro sta nella capacità di Zappone di cogliere il dettaglio che rivela un mondo. Le sue pagine non sono mai folcloristiche: sono attente, misurate, spesso ironiche, sempre rispettose. Racconta le donne che custodiscono riti antichi, gli anziani che conservano formule e storie, i giovani che vivono tra tradizione e modernità senza più avere gli strumenti per interpretare ciò che li circonda. In un altro frammento annota: «Il ragazzo guardò l’anziano come si guarda una porta che non si sa più aprire»². È un’immagine semplice, ma precisa: descrive la distanza crescente tra generazioni, tra linguaggi, tra modi di stare al mondo. 

  Il paesaggio, in questo libro, non è solo uno sfondo. L’Aspromonte, la Piana, i paesi dell’interno diventano parte attiva del racconto. Zappone non li idealizza e non li condanna: li ascolta, li interpreta come luoghi in cui la storia non è mai del tutto passata. In un altro passaggio scrive: «Le donne, al passare dell’ombra, stringevano il fazzoletto come si stringe un segreto»³. È un gesto quotidiano, ma nelle sue parole diventa un indizio di una cultura che vive ancora di simboli, di protezioni, di memorie non dette.

    In questo modo Zappone si colloca accanto ai grandi narratori calabresi del Novecento, ma con una voce distinta. Come Corrado Alvaro, riconosce che la Calabria è una terra in cui la modernità arriva sempre in ritardo e sempre con una certa diffidenza; ma mentre Alvaro guarda spesso ai grandi movimenti della storia, Zappone preferisce i piccoli gesti, le microabitudini, le frasi dette a mezza voce. Come Mario La Cava, osserva la vita dei paesi con un’attenzione minuta, quasi da entomologo; ma rispetto a La Cava è meno narrativo e più simbolico. E come Saverio Strati riconosce la forza delle tradizioni e delle comunità contadine; ma dove Strati costruisce romanzi, Zappone costruisce quadri, scene, frammenti che funzionano come tasselli di un’antropologia spontanea.

    Il valore di Le maschere del Saracino per la pubblicistica calabrese è notevole. Zappone ha portato sulle pagine dei giornali nazionali una Calabria complessa, lontana dagli stereotipi, capace di pensiero e di profondità. Non cercava il colore locale: cercava il significato degli atteggiamenti dominanti. In un’epoca in cui il Sud veniva spesso raccontato come problema o come folklore, Zappone mostrava invece una regione che possedeva una sua intelligenza culturale, una sua struttura simbolica, una sua dignità narrativa. È la stessa operazione che, in altri modi, compivano Alvaro con la sua prosa europea, Strati con la sua epica contadina, La Cava con il suo realismo morale: tutti impegnati a mostrare che la Calabria non è un luogo minore, ma un luogo che richiede strumenti adeguati per essere letto. 
 
   Dal punto di vista letterario, il libro si colloca in quella linea calabrese che non cerca la grande storia, ma la piccola verità quotidiana. Non costruisce trame, ma restituisce atmosfere. Non vuole spiegare la Calabria: vuole mostrarla mentre si rivela nei suoi gesti più semplici. Sotto questo aspetto Zappone è un autore profondamente curioso: curioso delle persone, dei loro modi di dire, dei loro silenzi, delle loro paure, delle loro ironie. Curioso della cultura calabrese non come repertorio folclorico, ma come sistema vivente, fatto di simboli e di memorie.

    Domenico Zappone morì suicida nel novembre 1976, quasi in silenzio, come molti autori che hanno lavorato più per necessità interiore che per visibilità. Ma Le maschere del Saracino resta un libro importante perché ci ricorda che la Calabria non è solo una terra difficile: è una terra che pensa, che osserva, che ha bisogno di essere letta con attenzione, non con pregiudizio. E Zappone, con la sua curiosità paziente e la sua scrittura limpida, è uno dei pochi che hanno saputo farlo davvero. 

                                                                                   Mara Vittoria Colosimi
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1. Domenico Zappone, Le maschere del Saracino e altre storie, a cura di S. Salerno, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014, p. 41.
2.Ivi, p. 67.
3.Ivi, p. 53.