lunedì 13 aprile 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: LOUIS NICOLAS PHILIPPE CONTE DE FORBIN (1820) (di Rocco Liberti)

    Nel panorama degli studi dedicati ai viaggiatori dell’Ottocento, l’intervento di Rocco Liberti su Louis Nicolas Philippe de Forbin si distingue per rigore, sensibilità e chiarezza interpretativa. L’Autore affronta il rapido passaggio calabrese dei "Souvenirs de la Sicile" non come una nota marginale, ma come un frammento rivelatore: un punto in cui lo sguardo del conte, artista inquieto e uomo del suo tempo, incontra una terra che gli restituisce misura, memoria e interrogativi. Liberti ricompone questo incontro con una prosa limpida, attenta alle sfumature e alle esitazioni del viaggiatore. Non si limita a seguire l’itinerario, ma ne illumina la qualità dell’esplorazione, la trama di suggestioni che la Calabria suscita anche quando appare solo di scorcio. Il risultato è un contributo che restituisce profondità a un passaggio spesso trascurato, mostrando come la regione diventi per de Forbin un luogo di confronto e di risonanza per tutti. Questa lettura, sobria e puntuale, offre al lettore non solo una pagina di storia del viaggio, ma anche un tassello prezioso della nostra memoria meridionale. (Bruno Demasi) 
 ___________

    Il conte de Forbin nel suo viaggio in Sicilia con approcci anche in Calabria è stato sicuramente uno dei più seri e veritieri espositori della realtà delle terre del sud. Peraltro, aveva già all’attivo un ottimo lavoro consacrato a quelle del Levante. Scrittore e disegnatore, nonché appassionato di studi sull’antichità, è nato nel 1777 a Roque d’Anteron ed è morto a Parigi nel 1841. Apparteneva a una famiglia che durante la Rivoluzione francese aveva sofferto parecchio. Ha partecipato quale ufficiale a varie campagne napoleoniche ed è stato più che un amico per la principessa Paolina Bonaparte. Luigi XVIII lo ha nominato conservatore del Louvre e al suo attivo si deve anche la fondazione di vari musei. È autore d’interessanti disegni relativi anche all’Italia e di qualche romanzo[1]. Nel 1820 ha compiuto la sua escursione nell’isola, che ha documentato in “Souvenirs de La Sicile”, pubblicato nel 1823 a Parigi dall’Imprimerie Royale. È alquanto interessante l’avvertenza, di cui diamo qualche eloquente squarcio: 
   «Non sarebbe mai imbarazzante dire perché s’intraprende un viaggio come quello che mi accingo a intraprendere in Sicilia. Oltre il desiderio di soddisfare una legittima curiosità, la ragione più naturale potrebbe trovarsi nello stato attuale della società. Questo stato è sfortunatamente ostile, la vita diventa ogni giorno più spinosa; è un lavoro duro quello di vivere in mezzo agli uomini: è dunque permesso considerare un viaggio come una tregua particolare conclusa con essi».

    Il nostro conte si è imbarcato a Tolone mirando a Palermo il 10 febbraio del 1820, ma è mal capitato perché il mare e i venti l’hanno fatta da padrone, per cui la navicella si è diretta a Porto Longone, nell’isola d’Elba, onde trovare un rifugio. Ripartita, è stata costretta dalla violenza del vento a riparare a Civitavecchia. Alla fine, quegli, stanco di attendere una sorte migliore, ha deciso di portarsi a terra e proseguire fino a Napoli. Ne ha approfittato per visitare Roma, Gaeta, Napoli, Pompei, il Vesuvio e Baia. Il 24 aprile, alle 4 del pomeriggio, finalmente prendeva posto sul battello “Il Tartaro” in compagnia di due illustri personaggi: M. Clérian, un giovane pittore paesaggista e M. Van Clémputte, un architetto che a Roma era pensionante della scuola di Francia, la famosa École Française. Il Tartaro faceva la rotta per la Sicilia unitamente a un convoglio di 7 navi che trasportavano truppe ed erano guidate dal “Capri”, un bastimento dotato di 74 cannoni. Il vento però non voleva saperne di smetterla e ha messo tutti alla deriva. Soltanto tre giorni dopo si riusciva a prendere terra nel golfo di Olivieri, presso Mazara[2]. Da qui ha preso l’inizio della marcia per la visita all’isola.

    L’interesse per la Calabria ha fatto riandare il conte de Forbin ai fatti e particolari storico-mitici, che, peraltro avevano già colpito tantissimi altri prima di lui. Quindi, anche se brevemente, nell’opera passa in rassegna le tristi vicissitudini del terremoto del 1783, il fenomeno della fata morgana e la famosa scissione delle due sponde dello stretto avvenuta in tempi antichissimi. Corredata di poco noti particolari la descrizione di Reggio vista durante una rapida visita:

    «Quando andai a Reggio, la traversata, agevolata dalla corrente fu d’un’ora e mezza. Questa città è ingombra di macerie e di materiali destinati a ricostruirla. Eccetto la via del Corso, tutto il resto non presenta che l’immagine della distruzione e della tristezza. Il palazzo comunale avrà della magnificenza; la facciata costruita sui disegni di un abile architetto, Stefano Calabria, dà, come pure una bella fontana un’alta idea di questo artista. Questi monumenti hanno grandezza, semplicità e soprattutto originalità. Le opere e la modestia di questo architetto sarebbero utili lezioni per quelle persone che, non avendo niente prodotto che annuncia un genio creatore, si trascinano sui passi e dopo i piani dei loro predecessori, s’appropriano dunque con destrezza i lavori altrui, e il cui orgoglio sarebbe appena sostenibile, se, in luogo di elevarsi fino a decorare un teatro, essi avessero costruito la chiesa di San Pietro. Niente è più deplorevole che la mediocrità in architettura. I suoi guasti sono immortali. Il secolo che vede costruire un edificio e lega alla posterità questa testimonianza dello stato delle arti, rimane saldo in questi difetti[3]
 
    Dopo un accenno ai dintorni, nelle cui pianure gli aranci venivano su in modo naturale, eccoci ancora alla città, i cui viali un tempo erano ornati da boschetti di palme. A questo proposito il viaggiatore tiene a ricordare che, non si sapeva a qual motivo la palma rappresentasse per i cristiani il maomettanesimo, tanto che avevano reciso tutte le piante che si trovavano sulla riviera. Era pur vero che a causa della sua posizione, che la dava all’entrata del territorio italiano, era stata per ben tre volte esposta alla furia turchesca, soprattutto nel 1593, quanto il trattamento riservatole si era dimostrato il più efferato. Ma Reggio aveva anche altre ricchezze naturali: i fichi, le uve e le ananas che si qualificavano per un gusto squisito e i cui profumi risultavano parecchio ricercati. De Forbin e compagni, nella loro breve sosta nel capoluogo della seconda Calabria ulteriore, hanno provveduto a eseguire dei disegni, quindi, dopo aver desinato a Scilla, si sono restituiti a Messina[4].

    Si conduceva ancora in quel di Messina, quando, a conoscenza di movimenti di un certo peso che si affacciavano all’orizzonte – infatti si era alla vigilia dei moti risorgimentali del 1821 – il conte francese, temendo di non poter più ripartire, ha pensato bene ch’era l’ora di rientrare a casa e ha preso posto su un brik che faceva servizio di linea con destinazione Napoli[5]. Ma il cattivo tempo era sempre in agguato e solo dopo alquanti sforzi si è potuto doppiare Capo Faro e poi, mutato il vento, portarsi in vicinanza di Policastro. Peggiorando ancora la situazione, con un fulmine ch’è passato vicino al bastimento e temendo di essere scagliati sulla costa calabrese o lasciati a Milazzo, si è deciso di andare a visitare Hipponium e Vibo Valentia «Tutti e due orgoglio della riviera della Calabria, tutti e due celebri per i loro prati ingemmati di fiori». Migliorato alquanto il tempo si è ripreso il cammino, ma, fatte appena trenta miglia e trovandosi ancora in vista di Stromboli, ecco nuove violenti turbolenze per la durata di tre giorni. La situazione si era fatta veramente drammatica. Riferisce ancora de Forbin: «Le notti erano spaventevoli; il tuono, i fulmini venivano a gettare lo spavento tra i passeggeri. Cinquanta donne, fanciulli, vecchi, lanciavano grida strazianti. Un prete mostrava loro il crocifisso, li esortava, li benediceva. I furori di un giovane che divenne pazzo, portarono il disordine al suo completo. Si ingiuriava il capitano. Infine sentendo più che delle bestemmie e litanie siamo entrati nel golfo di Policastro»[6]. Alla fine si è pensato di fare scalo a Scarrio (oggi Scario) nelle vicinanze di Maratea e quindi d’incamminarsi a dorso di mulo fino a Sala. Da qui in ultimo si è raggiunto Salerno e, dulcis in fundo, Napoli.

Rocco Liberti 
__________ 

[1] DI MATTEO, Viaggiatori stranieri…, pp. 419-421. 
[2] DE FORBIN, Souvenirs …, pp. 1-3, 27-33, ns. trad. dal francese. 
[3] Ivi, p. 212. 
[4] Ivi, p. 213. 
[5] A tal uopo, In appendice alla sua opera, il de Forbin ha inserito una “Panoramica degli avvenimenti accaduti in Sicilia nel 1820”. 
[6] Ivi, p. 220.