Raccontando la storia di Nik Spatari, si rischia spesso di dimenticare che accanto a lui, in ogni gesto creativo, in ogni pietra sollevata, in ogni progetto immaginato e realizzato, c’è stata una figura altrettanto decisiva: Hiske Maas. Non una semplice compagna, non una collaboratrice, ma una co‑fondatrice, una forza generativa che ha trasformato un sogno individuale in un’opera collettiva. Senza di lei, il MuSaBa non sarebbe stato ciò che è: un organismo vivente, un laboratorio internazionale, un luogo dove l’arte non si contempla soltanto, ma si abita. Ed è lei che ha dato il suo volto a tanti mosaici, dipinti e affreschi di Spatari, come quello della “Donna vestita di sole” dell’Apocalisse nell’abside della chiesa dei Cappuccini di Taurianova.
Nata nei Paesi Bassi, formatasi in un ambiente culturale aperto e cosmopolita, Hiske Maas incontra Spatari negli anni Sessanta, in un momento in cui l’artista calabrese è immerso nelle avanguardie europee. È un incontro che cambia la traiettoria di entrambi. La loro unione non è soltanto affettiva: è un patto creativo. Come ha scritto la storica dell’arte Maria Teresa Prestigiacomo, «il MuSaBa non è l’opera di un singolo, ma il risultato di una coppia che ha scelto di vivere nell’arte e per l’arte»¹.
Quando nel 1969 Spatari decide di tornare in Calabria, è Hiske a seguirlo senza esitazioni. La scelta non è semplice: lasciare l’Europa del Nord per un lembo remoto dell’Aspromonte significa accettare una sfida radicale. Ma Hiske comprende che in quel luogo c’è qualcosa che nessun’altra città può offrire: lo spazio per costruire un mondo. È lei a intuire che il complesso basilianoin rovina di Santa Barbara può diventare il cuore di un progetto unico. È lei a sostenere, organizzare, mediare, costruire relazioni, trovare risorse, accogliere artisti, studenti, volontari. Spatari immagina, Hiske rende possibile.
Il MuSaBa nasce così: da un equilibrio raro tra visione e concretezza. Hiske Maas non è soltanto la co‑fondatrice, ma la regista silenziosa del processo. Cura gli aspetti logistici, amministrativi, relazionali; ma soprattutto custodisce la coerenza del progetto. Come ha scritto il critico Enzo Le Pera, «se Spatari è il fuoco, Hiske è la struttura che lo contiene e lo rende forma»².
La sua presenza è ovunque nel MuSaBa, anche se non sempre visibile. È lei che accoglie i visitatori, che racconta la storia del luogo, che guida gli studenti nei laboratori, che coordina i volontari internazionali. È lei che, dopo la morte di Spatari nel 2020, decide di non interrompere il flusso creativo, ma di continuarlo, trasformando il dolore in responsabilità. In un’intervista del 2021 ha dichiarato: «Il MuSaBa non è un monumento a Nik. È un organismo vivo. E finché vivrà, vivrà anche lui»³.
Il suo ruolo non è soltanto gestionale. Hiske Maas è anche artista, e la sua sensibilità permea molte delle scelte estetiche del complesso. La cura dei colori, la disposizione dei mosaici, la relazione tra natura e architettura, la scelta dei materiali: tutto porta la traccia di una mano attenta, di uno sguardo che sa vedere oltre la superficie.
Quando nel 1969 Spatari decide di tornare in Calabria, è Hiske a seguirlo senza esitazioni. La scelta non è semplice: lasciare l’Europa del Nord per un lembo remoto dell’Aspromonte significa accettare una sfida radicale. Ma Hiske comprende che in quel luogo c’è qualcosa che nessun’altra città può offrire: lo spazio per costruire un mondo. È lei a intuire che il complesso basilianoin rovina di Santa Barbara può diventare il cuore di un progetto unico. È lei a sostenere, organizzare, mediare, costruire relazioni, trovare risorse, accogliere artisti, studenti, volontari. Spatari immagina, Hiske rende possibile.
Il MuSaBa nasce così: da un equilibrio raro tra visione e concretezza. Hiske Maas non è soltanto la co‑fondatrice, ma la regista silenziosa del processo. Cura gli aspetti logistici, amministrativi, relazionali; ma soprattutto custodisce la coerenza del progetto. Come ha scritto il critico Enzo Le Pera, «se Spatari è il fuoco, Hiske è la struttura che lo contiene e lo rende forma»².
La sua presenza è ovunque nel MuSaBa, anche se non sempre visibile. È lei che accoglie i visitatori, che racconta la storia del luogo, che guida gli studenti nei laboratori, che coordina i volontari internazionali. È lei che, dopo la morte di Spatari nel 2020, decide di non interrompere il flusso creativo, ma di continuarlo, trasformando il dolore in responsabilità. In un’intervista del 2021 ha dichiarato: «Il MuSaBa non è un monumento a Nik. È un organismo vivo. E finché vivrà, vivrà anche lui»³.
Il suo ruolo non è soltanto gestionale. Hiske Maas è anche artista, e la sua sensibilità permea molte delle scelte estetiche del complesso. La cura dei colori, la disposizione dei mosaici, la relazione tra natura e architettura, la scelta dei materiali: tutto porta la traccia di una mano attenta, di uno sguardo che sa vedere oltre la superficie.
Il MuSaBa, nella sua complessità, è anche un autoritratto di Hiske: un luogo aperto, accogliente, in continua trasformazione. La sua figura merita di essere riconosciuta non come “compagna di”, ma come co‑autrice di una delle esperienze artistiche più radicali del Sud Italia. In un panorama culturale che spesso dimentica il contributo femminile nei progetti condivisi, la storia di Hiske Maas è un esempio di come la creatività possa essere anche cura, costruzione, relazione, tenacia. La sua opera non è fatta di tele o sculture, ma di spazio, tempo, comunità.
Oggi, mentre continua a guidare il MuSaBa con la stessa energia di sempre, Hiske Maas rappresenta la memoria viva di un progetto che non appartiene al passato, ma al futuro. Il suo lavoro è un invito a guardare alla Calabria non come periferia, ma come luogo di grandi possibilità trascurate o ignorate. E forse il suo insegnamento più grande è proprio questo: aver dimostrato, e continuare a dimostrare, che un sogno, se condiviso, può diventare un mondo nuovo.
Oggi, mentre continua a guidare il MuSaBa con la stessa energia di sempre, Hiske Maas rappresenta la memoria viva di un progetto che non appartiene al passato, ma al futuro. Il suo lavoro è un invito a guardare alla Calabria non come periferia, ma come luogo di grandi possibilità trascurate o ignorate. E forse il suo insegnamento più grande è proprio questo: aver dimostrato, e continuare a dimostrare, che un sogno, se condiviso, può diventare un mondo nuovo.
Bruno Demasi
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1. Maria Teresa Prestigiacomo, Arte e Visione nel Sud, Palermo University Press, 2018, p. 142.
2. Enzo Le Pera, Arte in Calabria. Percorsi del Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001, p. 219.
3. Intervista Hiske Maas, in Il Quotidiano del Sud, 12 settembre 2021, p. 7.