giovedì 2 aprile 2026

SAN FRANCESCO DI PAOLA: il volto profondo della Calabria (di Bruno Demasi)

Arte, memoria e parola attorno al Santo che ha dato forma e dignità a un popolo

    San Francesco di Paola non è il semplice patrono di una terra: è una presenza benevola che attraversa i secoli, un’immagine che ritorna nei paesi interni e sulle coste, nei canti popolari e nelle tele dei pittori, nelle processioni che ogni primavera ridisegnano il ritmo delle comunità. Il 2 aprile di ogni anno è un giorno in cui la Calabria si riconosce, si guarda allo specchio, ritrova la propria voce.
 
    Eppure, per comprendere la profondità di questa presenza, bisogna partire da un paradosso: un eremita nato sulle rive del Tirreno calabrese è diventato figura europea. Rubens, Preti, Giordano, Murillo, Tintoretto — nomi che evocano corti, capitali, grandi scuole pittoriche — hanno rappresentato Francesco di Paola con la stessa intensità riservata ai santi più celebri della cristianità¹. È un’eco che sorprende e che dice molto: la Calabria, spesso percepita come periferia, è invece origine di un culto che ha attraversato il Mediterraneo, portato dai Minimi, dai marinai, dai pellegrini, dai re stessi². Ma questa risonanza internazionale è solo un prologo. La vera storia iconografica del Santo si scrive in Calabria, nei suoi paesi, nelle sue chiese, nelle sue confraternite. È qui che l’immagine si fa carne, gesto, devozione quotidiana; è qui che l’arte diventa antropologia, memoria, identità.

  Il Santuario di Paola è il cuore pulsante di questa tradizione. La sua Pinacoteca, studiata con rigore da mons. Pietro Amato³, custodisce opere dal Quattrocento all’Ottocento: tele, tavole, ex voto, incisioni, libri antichi. In queste sale, l’immagine del Santo si stratifica come un racconto in più capitoli: il giovane eremita che costruisce il convento con le proprie mani; il pellegrino che attraversa lo Stretto sul mantello; il fondatore dell’Ordine dei Minimi; il consigliere dei re di Francia; il guaritore invocato dai poveri e dai marinai. Gli ex voto marittimi, in particolare, sono un tesoro di antropologia religiosa: piccole tavolette dipinte da mani anonime, dove il Santo appare tra onde, tempeste, naufragi, come un faro che guida i naviganti del Tirreno⁴. Sono pitture ingenue, ma di una sincerità che commuove.

    Dal Santuario, l’immagine del Santo si irradia in tutta la regione. Nel Cosentino, a Paterno Calabro, Castrovillari, Spezzano della Sila, le chiese conservano tele settecentesche e ottocentesche, spesso commissionate da confraternite locali⁵. Le botteghe di scultori lignei tra XVIII e XIX secolo modellano un Francesco severo, asciutto, con la barba fluente e il bastone: un’immagine che diventa canonica in tutta la Calabria⁶ e che si moltiplica e si distribuisce in quasi tutte le chiese di questa terra.

    Spostandosi verso sud, la Calabria tirrenica e reggina offre una ricchezza straordinaria. A Oppido Mamertina, Palmi, Polistena, Gioia Tauro, San Giorgio Morgeto, Scilla, Catona, Sant’Eufemia d’Aspromonte, Taurianova, il Santo appare in altari, statue, tele, stendardi processionali⁷. Ogni paese ha il suo volto di Francesco, e ogni volto racconta una storia diversa: quella dei marinai che lo invocano contro le tempeste; quella dei contadini che lo pregano per la salute; quella delle comunità che lo portano a spalla tra le case, come un parente antico che torna a visitare la famiglia.

    La sua iconografia calabrese è un atlante diffuso, un mosaico di immagini che parlano la lingua dei luoghi. Nelle zone interne, Francesco è spesso rappresentato in cammino: un viandante che attraversa boschi, montagne, sentieri. È il Santo che conosce la fatica delle strade, la solitudine degli eremi, il vento dell’Aspromonte. Sulle coste, invece, domina il miracolo del mare: il mantello che sfida le onde, la figura che avanza tra i flutti. Molti pittori locali ambientano la scena non a Messina, ma davanti ai paesaggi del Tirreno reggino:Pizzo, Scilla, Bagnara, Palmi⁸. È un modo per dire che il miracolo è accaduto anche qui, che il Santo appartiene a queste acque, a queste comunità. Dopo i grandi terremoti del 1783 e del 1908, l’iconografia si arricchisce di nuove sfumature: Francesco appare tra macerie, case spezzate, mari in tempesta⁹. È il Santo che protegge, che consola, che ricostruisce. E poi c’è il Francesco guaritore, quello degli ex voto: mani che si alzano dal letto, bambini salvati, naufragi evitati. Piccole narrazioni pittoriche che raccontano la fragilità e la speranza di un popolo.

      Ma la figura del Santo non vive solo nell’arte: vive nella parola. La tradizione orale calabrese ha prodotto una quantità sorprendente di canti, preghiere, poemetti dedicati a Francesco. I Santu Patri, diffusi anche in Sicilia, narrano il viaggio in Francia, il miracolo del mare, la vita eremitica¹⁰. Rosario Manes documenta un canto in dialetto che descrive il mantello sul mare con una forza epica e popolare insieme¹¹. Questi testi non sono semplici preghiere: sono poemi orali, tramandati da generazioni, capaci di trasformare la storia in mito.La letteratura moderna ha continuato questo racconto. Tra le opere più significative spicca ’U Santu Nuostu di Attilio Romano (1991), un recital in lingua e in dialetto che restituisce un Francesco umano, vicino, profondamente calabrese¹². Ma la produzione è vastissima: drammi sacri, poemetti, raccolte di preghiere, testi agiografici pubblicati da autori locali tra XIX e XX secolo¹³.

    La Calabria non ha mai smesso di raccontare il suo Santo: lo ha fatto con la lingua del popolo, con quella della devozione, con quella della poesia, i luoghi innumerevoli che lo hanno eletto patrono lo testimoniamo insieme con le  le parrocchie e le relative chiese parrocchiali che è difficile persico contare.
 

   E quando il 2 aprile le processioni tornano a muoversi e le campane risuonano, la Calabria non celebra soltanto un uomo del Quattrocento. Celebra anche se stessa. Celebra la propria storia, la propria capacità di trasformare la fede in arte, la memoria in poesia, l’immagine in identità. San Francesco di Paola è il volto profondo della Calabria: un volto che cambia, che si moltiplica, che ritorna. Un volto che, da secoli, accompagna un popolo nel suo cammino.

Bruno Demasi

Note con rimandi  bibliografici:

1) Sulla presenza del Santo nella grande pittura europea: cfr. G. De Luca, San Francesco di Paola nell’arte barocca, Napoli 1987.
2) Per la diffusione mediterranea del culto: A. Valsecchi, I Minimi e il Mediterraneo, Roma 2002.
3) P. Amato, La Pinacoteca del Santuario di San Francesco di Paola, Paola 1998.
4) Sui voti marittimi: M. G. Rizzo, Ex voto marinari in Calabria, Cosenza 2005.
5) Sulla committenza confraternale nel Cosentino: L. Falcone, Arte sacra nel territorio cosentino, Cosenza 1994.
6) Sulle botteghe lignee calabresi: F. Russo, Scultura devozionale in Calabria, Reggio Calabria 1989.
7) Per una mappatura delle opere nel Reggino: A. Nucera, Iconografia religiosa nella Calabria meridionale, Reggio Calabria 2010.
8) Sulle reinterpretazioni locali del miracolo del mare: R. Manes, Il Santo e il Mare, Palmi 1997.
9) Iconografia post‑terremoti: G. Caridi, La fede dopo la rovina: immagini religiose in Calabria tra XVIII e XX secolo, Messina 2012.
10) Tradizione orale: G. A. Perri, Canti religiosi calabresi, Catanzaro 1978.
11) R. Manes, Canti e leggende di San Francesco di Paola, Palmi 1985.
12) A. Romano, ’U Santu Nuostu, Reggio Calabria 1991.
13) Per una panoramica sulla produzione letteraria moderna: M. L. D’Agostino, Letteratura religiosa in Calabria tra Ottocento e Novecento, Cosenza 2003.