Un viaggiatore come Joseph Antoine de Gourbillon è una lente che ingrandisce e deforma, ma soprattutto rivela e Rocco Liberti lo utilizza come uno sguardo esterno capace di restituire la Calabria del primo Ottocento con una nitidezza che solo i forestieri, liberi da appartenenze, sanno avere. Dietro l’ironia tagliente e i giudizi del Francese, Liberti individua un documento prezioso per comprendere una terra ancora ferita dal terremoto del 1783, sospesa tra mito e miseria, splendore naturale e abbandono civile. Nella parte centrale del suo studio, l’Autore manifesta tutta la sua precisione, intreccia fonti e ricompone un quadro complesso. Ne emerge una Calabria doppia: Scilla, luminosa, mitica, con le sue vigne di Malvasia; e Reggio, città rovinata, spenta, dove il viaggiatore vede solo macerie, accattonaggio, un’economia dissolta. In questo contrasto, che Liberti illumina con mano sicura, il racconto di de Gourbillon diventa rivelazione e caricatura insieme. Il risultato è un ritratto vivo e inquieto: una Calabria che non chiede indulgenza, ma ascolto; che non si lascia addomesticare, ma continua a interrogare chi la osserva. (Bruno Demasi)
_____________
Gentiluomo e scrittore francese, nato nel 1778, ha vissuto alcuni anni a Torino nel ruolo di segretario della futura moglie di re Luigi XVIII. Ha dato alle stampe alcune opere teatrali e tradotto la Divina Commedia. Nel luglio del 1819, accettando la proposta di un inglese, si è portato nel sud dell’Italia, espressamente in Sicilia, per un viaggio esplorativo sulla scia dei vari Brydone e de Borch. Vi si è trattenuto insino al 21 febbraio 1821 effettuando un paio di puntate nella prospiciente Calabria. Del tragitto ha pubblicato il resoconto in due volumi editi in Francia (Voyage critique à l’Etna en 1819, Paris 1820, à la librairie universelle de P. Mongie l’ainé) e in Inghilterra (Travels in Sicily and to Mount Etna en 1819, London 1820, Printed for Sir Richard Phillips and Co.). S’ignora il luogo del decesso, ma, a detta di qualcuno, il contrappasso dalla vita terrena potrebbe essersi verificato nell’anno 1840[1].
Il De Gourbillon, nella sua opera, dove dà ampio spazio soprattutto al periodo mitico, di cui discetta pure in maniera assai critica, per quel che riguarda la Calabria si sofferma particolarmente sul terremoto del 1783. Infatti, relaziona ampiamente sulle conseguenze rivelatesi nei paesi, evidentemente estrapolando da ciò che hanno detto in merito i viaggiatori che l’hanno preceduto o coloro che ne sono stati incaricati ufficialmente, come il Sarconi. Due possono essere considerati i siti in cui egli effettivamente ha messo piede o osservato molto da presso, Scilla e Reggio, due centri abitati dai quali prende spunto per dire male con dente avvelenato del comportamento dei Calabresi, che in definitiva non è poi così tanto lontano dalla realtà.
Spinto dai numerosi fantastici racconti sul mostro di Scilla, sui gorghi, cani latranti e quant’altro ed esaminato scogliera per scogliera che nulla di ciò che avevano tramandato gli antichi riusciva attendibile e che si trattava solo di favole, da Messina si spostava con il suo skiff (schifo, natante) ai piedi del forte. Ma qui, stimando che non era il caso di sottoporsi a nuove progressioni gravose e costose a un tempo e che la città non aveva alcunché di originale da presentare, ha deciso con i compagni di avventura di cenare sulla barca. Qui si è bevuto a dispetto del mostro e alla salute di Omero, Virgilio, Orazio e, perché no, anche di Borch e Brydone. Da tal posto si ricavava chiaramente un singolare quadro naturalistico e, oltre al resto, si poteva vedere una rocca ricoperta di vigne greche producenti vini di Malvasia che niente avevano da invidiare a quelli di Candia e Creta. Di un qualcosa di misterioso ci si avvertiva in una delle montagne retrostanti. Vi spuntava una croce lignea senza chiodi e senza ferri, che tuttavia si qualificava un vero conduttore elettrico. A ogni nuova tempesta un fulmine la colpiva. Subito riparata, veniva di nuovo abbattuta. Dei fisici avevano creduto di stabilire la causa del fenomeno nella sostanza resinosa del legno.
Dopo Scilla il nostro viaggiatore ha pensato di fare una capatina a Reggio, ma n’è rimasto deluso: «la città di Reggio presenta un colpo d’occhio che inganna: è una vecchia civetta in allerta: è un quadro illusorio, situato in unbel contesto». Le case che si offrivano erette erano sparse sul prossimo bacino che, al pari di certi mercati ostentava nell’immediato quanto si trovava di piacevole. E qui narra un fatterello. Un inglese un giorno ha noleggiato un bastimento per farsi portare a Costantinopoli. Qui giunto, ha volto lo sguardo qua e là e ha gioito per il colpo d’occhio che gli si concedeva, ma ha ordinato al comandante di virare di bordo e tornare a Londra, dicendo che la scenario all’esterno era troppo bello, per cui l’interno non avrebbe potuto concedere altro di meglio. In questo dava ragione al britannico e si diceva pentito di non averne seguito l’esempio. Si sarebbe sicuramente risparmiato tre giorni in mezzo alle macerie di un abitato rovinato dal sisma e a una popolazione infelice, avvilita e rinunciataria. Assai diverso gli sembrava il carattere dei due popoli divisi dal mare. Se il Messinese era contemporaneamente lavoratore e allegro, coraggioso e lottava contro la miseria, il Reggino gli appariva pigro e afflitto dalla noia, incazzato e scuro. L’uno viaggiava con la compagnia di una chitarra, l’altro recava costantemente in mano il fucile. E mentre il primo lavorava e cantava, il secondo mendicava e piangeva e, se chiedeva una cosa, la esigeva, punto e basta.
Se in Sicilia la rapina e l’omicidio erano sconosciuti, in Calabria non c’era caverna che non fosse un ricovero di briganti. E che ti faceva il Calabrese? Pur non nascondendosi i pericoli sulle strade, stava sempre a lamentarsi dell’assoluta mancanza di misure repressive e della vergognosa assenza del governo, ma nessuno tra la gente teneva a esporsi. Era una situazione - sembra di riviverla tale e quale oggi - così manifesta che i reggini che andavano a Napoli per affari o per piaceri, s’imbarcavano a Messina o a Palermo e, quindi, evitavano possibili sgraditi incontri nella regione. Ma ecco il quadro realmente angoscioso che offre il de Gourbillon: «Lo stato di abbandono di questa città; la miseria veramente spaventevole, dello sparuto numero di uomini che la difende, la mancanza assoluta in essa dell’industria e delle risorse; una popolazione in ginocchio, uno scoraggiamento totale, e dappertutto l’accattonaggio; non potevano offrirmi senza dubbio che un quadro tanto penoso che ripugnante; e i pochi giorni che sono stato trattenuto dai venti contrari, mi sono sembrati i più lunghi della mia vita.
[…] la ricchezza di Reggio consisteva nel passato nel commercio degli oli, delle sete e del lino. Questo commercio era considerevole: è completamente inesistente oggi: i sette ottavi di questa popolazione affamata non si sostentano che con noccioline secche e bassi prodotti della pesca. Tre o quattro proprietari inghiottono loro da soli tutte le ricchezze del suolo; tutto il resto è in uno stato vicino alla miseria. Una bassa guarnigione, e una moltitudine di arpie fiscali, che succhiano il sangue del popolo fino all’ultima goccia, e che, per una piastra, venderebbero le Due Calabrie, formano, con queste ultime, ciò che si chiama altrove, il primo corpo degli abitanti».
Impietosa, ma aderente a quanto si registrava all’epoca la descrizione di Reggio in successione all’evento tellurico del 1783. E così aggiunge prima di congedarsi: «Non trovando dunque, fra le sue macerie moderne, alcun oggetto degno di curiosità, se non la nave della cattedrale; chiesa che, a 35 anni dal suo atterramento, è ancora ingombra delle sue rovine; ho approfittato del primo vento favorevole, e mi sono reimbarcato per Messina, troppo felice di essere rimasto tre lunghi giorni in Calabria, senza essere né assassino né ladro»[2].
Il De Gourbillon, nella sua opera, dove dà ampio spazio soprattutto al periodo mitico, di cui discetta pure in maniera assai critica, per quel che riguarda la Calabria si sofferma particolarmente sul terremoto del 1783. Infatti, relaziona ampiamente sulle conseguenze rivelatesi nei paesi, evidentemente estrapolando da ciò che hanno detto in merito i viaggiatori che l’hanno preceduto o coloro che ne sono stati incaricati ufficialmente, come il Sarconi. Due possono essere considerati i siti in cui egli effettivamente ha messo piede o osservato molto da presso, Scilla e Reggio, due centri abitati dai quali prende spunto per dire male con dente avvelenato del comportamento dei Calabresi, che in definitiva non è poi così tanto lontano dalla realtà.
Spinto dai numerosi fantastici racconti sul mostro di Scilla, sui gorghi, cani latranti e quant’altro ed esaminato scogliera per scogliera che nulla di ciò che avevano tramandato gli antichi riusciva attendibile e che si trattava solo di favole, da Messina si spostava con il suo skiff (schifo, natante) ai piedi del forte. Ma qui, stimando che non era il caso di sottoporsi a nuove progressioni gravose e costose a un tempo e che la città non aveva alcunché di originale da presentare, ha deciso con i compagni di avventura di cenare sulla barca. Qui si è bevuto a dispetto del mostro e alla salute di Omero, Virgilio, Orazio e, perché no, anche di Borch e Brydone. Da tal posto si ricavava chiaramente un singolare quadro naturalistico e, oltre al resto, si poteva vedere una rocca ricoperta di vigne greche producenti vini di Malvasia che niente avevano da invidiare a quelli di Candia e Creta. Di un qualcosa di misterioso ci si avvertiva in una delle montagne retrostanti. Vi spuntava una croce lignea senza chiodi e senza ferri, che tuttavia si qualificava un vero conduttore elettrico. A ogni nuova tempesta un fulmine la colpiva. Subito riparata, veniva di nuovo abbattuta. Dei fisici avevano creduto di stabilire la causa del fenomeno nella sostanza resinosa del legno.
Dopo Scilla il nostro viaggiatore ha pensato di fare una capatina a Reggio, ma n’è rimasto deluso: «la città di Reggio presenta un colpo d’occhio che inganna: è una vecchia civetta in allerta: è un quadro illusorio, situato in unbel contesto». Le case che si offrivano erette erano sparse sul prossimo bacino che, al pari di certi mercati ostentava nell’immediato quanto si trovava di piacevole. E qui narra un fatterello. Un inglese un giorno ha noleggiato un bastimento per farsi portare a Costantinopoli. Qui giunto, ha volto lo sguardo qua e là e ha gioito per il colpo d’occhio che gli si concedeva, ma ha ordinato al comandante di virare di bordo e tornare a Londra, dicendo che la scenario all’esterno era troppo bello, per cui l’interno non avrebbe potuto concedere altro di meglio. In questo dava ragione al britannico e si diceva pentito di non averne seguito l’esempio. Si sarebbe sicuramente risparmiato tre giorni in mezzo alle macerie di un abitato rovinato dal sisma e a una popolazione infelice, avvilita e rinunciataria. Assai diverso gli sembrava il carattere dei due popoli divisi dal mare. Se il Messinese era contemporaneamente lavoratore e allegro, coraggioso e lottava contro la miseria, il Reggino gli appariva pigro e afflitto dalla noia, incazzato e scuro. L’uno viaggiava con la compagnia di una chitarra, l’altro recava costantemente in mano il fucile. E mentre il primo lavorava e cantava, il secondo mendicava e piangeva e, se chiedeva una cosa, la esigeva, punto e basta.
Se in Sicilia la rapina e l’omicidio erano sconosciuti, in Calabria non c’era caverna che non fosse un ricovero di briganti. E che ti faceva il Calabrese? Pur non nascondendosi i pericoli sulle strade, stava sempre a lamentarsi dell’assoluta mancanza di misure repressive e della vergognosa assenza del governo, ma nessuno tra la gente teneva a esporsi. Era una situazione - sembra di riviverla tale e quale oggi - così manifesta che i reggini che andavano a Napoli per affari o per piaceri, s’imbarcavano a Messina o a Palermo e, quindi, evitavano possibili sgraditi incontri nella regione. Ma ecco il quadro realmente angoscioso che offre il de Gourbillon: «Lo stato di abbandono di questa città; la miseria veramente spaventevole, dello sparuto numero di uomini che la difende, la mancanza assoluta in essa dell’industria e delle risorse; una popolazione in ginocchio, uno scoraggiamento totale, e dappertutto l’accattonaggio; non potevano offrirmi senza dubbio che un quadro tanto penoso che ripugnante; e i pochi giorni che sono stato trattenuto dai venti contrari, mi sono sembrati i più lunghi della mia vita.
[…] la ricchezza di Reggio consisteva nel passato nel commercio degli oli, delle sete e del lino. Questo commercio era considerevole: è completamente inesistente oggi: i sette ottavi di questa popolazione affamata non si sostentano che con noccioline secche e bassi prodotti della pesca. Tre o quattro proprietari inghiottono loro da soli tutte le ricchezze del suolo; tutto il resto è in uno stato vicino alla miseria. Una bassa guarnigione, e una moltitudine di arpie fiscali, che succhiano il sangue del popolo fino all’ultima goccia, e che, per una piastra, venderebbero le Due Calabrie, formano, con queste ultime, ciò che si chiama altrove, il primo corpo degli abitanti».
Impietosa, ma aderente a quanto si registrava all’epoca la descrizione di Reggio in successione all’evento tellurico del 1783. E così aggiunge prima di congedarsi: «Non trovando dunque, fra le sue macerie moderne, alcun oggetto degno di curiosità, se non la nave della cattedrale; chiesa che, a 35 anni dal suo atterramento, è ancora ingombra delle sue rovine; ho approfittato del primo vento favorevole, e mi sono reimbarcato per Messina, troppo felice di essere rimasto tre lunghi giorni in Calabria, senza essere né assassino né ladro»[2].
Rocco Liberti