C’è un paradosso tutto contemporaneo nel vedere una scrittrice di successo, capace di scalare le classifiche con la saga dei Florio, scivolare su una buccia di banana che non è siciliana, ma calabrese. Parlo di Stefania Auci, che durante una puntata di Quante Storie su Rai 3, nel tentativo di incensare la (meravigliosa, sia chiaro) tradizione letteraria della sua Sicilia, ha pronunciato una frase che è risuonata come un colpo di scure: "La Calabria, dal punto di vista letterario, purtroppo non ha nulla".
La notizia ha fatto immediatamente il giro del web, rimbalzando tra le colonne dei principali giornali. Il Corriere della Calabria, con un editoriale al vetriolo di Paride Leporace del 27 gennaio 2026, ha parlato apertamente di "ignoranza della letteratura calabrese" e di una "sciatteria intellettuale" inaccettabile per chi di libri vive. Anche il Corriere della Sera (ed. 28 gennaio 2026) ha riportato l'accaduto, dando spazio alle scuse dell'autrice che ha poi tentato di correggere il tiro parlando di "mancanza di mitopoiesi" e di un sistema editoriale calabrese meno strutturato di quello siciliano. Ma la toppa è stata peggiore del buco: definire "nulla" una tradizione millenaria non è un problema di "sintesi televisiva", è un problema di prospettiva.
Il mondo intellettuale non è rimasto a guardare. Sebbene siano stati in pochi a reagire apertamente, da Carmine Abate a Domenico Dara, fino ai critici più rigorosi, la risposta è stata comunque unanime: la Calabria non soffre di assenza, ma di una cronica incapacità altrui di guardare oltre lo Stretto.
Nel mio piccolo, dopo aver ricordato alla Auci che il primo Premio Strega della storia (1947) non andò a un siciliano, ma a Corrado Alvaro con L'età breve, vorrei aggiungere che la "linea difensiva" della Calabria non ha bisogno di arrampicarsi sugli specchi della promozione editoriale. Se la Sicilia ha saputo trasformare qualche storia in un sontuoso feuilleton amato dalle masse, la Calabria ha scelto una strada più impervia: quella della letteratura della testimonianza e del destino.
Probabilmente non abbiamo saghe familiari roboanti da vendere alle piattaforme di streaming, ma abbiamo la densità filosofica di Tommaso Campanella e l'asprezza lirica di un realismo che non concede sconti e per dimostrare alla Auci quanto sia "pieno" questo presunto "nulla", basterebbe rileggere soltanto l'incipit di Gente in Aspromonte di Corrado Alvaro:
"Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte,
d'inverno, quando
i torbidi torrenti corrono al mare,
e la terra sembra navigare sulle
acque.
I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango,
e
dormono con gli animali.
Vanno in giro coi lunghi cappucci
attaccati ad
una mantelletta triangolare che protegge le spalle,
come si vede talvolta
raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale.
I torrenti hanno una
voce assordante. [...]".
In queste poche righe c'è più "storia letteraria" che in intere trilogie commerciali. È una letteratura che non cerca il pittoresco, ma l'universale. E che dire di Saverio Strati? In Tibi e Tascia, lo scrittore di Sant'Agata del Bianco ci regala una prosa che è scavo archeologico dell'anima:
"Noi siamo come le piante che crescono tra le rocce:
dobbiamo spaccare la pietra
per trovare un po' d'acqua".
Ecco la mitopoiesi calabrese: non è la gloria di una dinastia di mercanti, ma la dignità di un popolo che trasforma la siccità in poesia! E se mancassero altri nomi, potrei farne tanti, ma cito per tutti Leonida Repaci, che con la sua Storia dei Rupe ha costruito un affresco epico che non ha nulla da invidiare ai cicli dei vinti siciliani, ma con una rabbia civile e una modernità di linguaggio che l'Italia sembra aver dimenticato.
La "gaffe" di Stefania Auci è il sintomo di una narrazione egemonica che tende a oscurare ciò che non è immediatamente "pop" o commerciabile. Ma sappiamo che il "nulla" citato dalla scrittrice è, in realtà, un pieno straripante di voci, di pietre che parlano e di pagine che hanno fatto la storia d'Italia, una scrittura che non ha bisogno di pizzi e merletti perché ha la forza del tragico greco e del realismo sociale
Cara signora Auci, le Sue precisazioni successive allo scivolone televisivo — quelle sulla "mancanza di miti" — somigliano tragicamente a chi, non sapendo o non potendo leggere lo spartito, dichiara che l'orchestra è muta. La Calabria non ha bisogno di essere "inventata" da un ufficio marketing per esistere: esiste nel rigore degli Alvaro, nel tormento dei Campanella e nel silenzio fiero di chiunque altro scrive perché deve, non perché deve vendere.
La prossima volta che attraversa lo Stretto, non porti solo i suoi libri: porti un'antologia di quegli autori che ha frettolosamente cancellato. Scoprirà che quel "nulla" ha radici così profonde da far tremare le Sue certezze. Le aprirà un mondo che forse Lei, per ragioni che mi sfuggono, non ha potuto conoscere e che merita molto più di una sbrigativa rettifica giornalistica o televisiva.
Bruno Demasi