martedì 24 febbraio 2026

La documentata presenza dei Certosini in Aspromonte: da Castellace a Sinopoli (di Bruno Demasi)

                          Operosità monastica e bagliori di  rivolta a  Castellace

    Questo  brave resoconto di  indagine ricostruisce la presenza documentata dei Certosini in Aspromonte, seguendo il filo che unisce Castellace a Sinopoli. Quelle che erano congetture, sia pure suffragate da documentazioni varie, evidenziate nell'articolo apparso su questo blog il 28 novembre scorso ( per aprirlo clicca qui: QUEL LEGAME PERDUTO TRA I CERTOSINI DI SERRA E CASTELLACE DI OPPIDO), alla luce delle inoppugnabili scritture rinvenute nell'archivio della Certosa di Serra San Bruno divengono certezze. Accanto all’operosità silenziosa dei monaci, emergono notizie inedite e quasi inimmaginabili sul cosiddetto “ballo” di San Bruno, episodio che, pur assente dalla memoria locale, sembra prefigurare tante violenze di cui fu teatro in seguito questo territorio. In uno stretto  intreccio di devozione e tensioni sotterranee si delinea una storia complessa, rimasta a lungo nell’ombra. 
 

    Tra le carte dell’Archivio della Certosa di Serra San Bruno sopravvive un documento singolare, identificato come "Archivi XXIII", redatto in poco più di tre piccole pagine, qui allegate in foto, nella seconda metà dell’Ottocento. Non è un atto amministrativo né un registro catastale: è una memoria, una cronaca che intreccia storia religiosa, trasformazioni agrarie e tensioni sociali della Piana di Gioia Tauro. In poche pagine, il testo ricostruisce la presenza di un insediamento certosino nella contrada di Castellace, nel territorio di Oppido Mamertina, e segue il destino dei suoi beni fino alla soppressione napoleonica e oltre. È una testimonianza preziosa, perché restituisce voce a un luogo oggi quasi dimenticato, dove i ruderi di una chiesetta rurale e di una grangia potrebbero sopravvivere tra gli oliveti. 

    La cronaca colloca la festa di San Bruno “nella contrada di Castellace, territorio del comune di Oppido”, precisando che essa aveva luogo in un’area che il catasto fondiario identificava come “territorio di S. Bruno”¹. Questa indicazione, apparentemente marginale, è in realtà fondamentale: attesta l’esistenza di una micro‑toponomastica religiosa radicata, riconosciuta dagli abitanti e registrata dagli uffici catastali. Ancora oggi, la denominazione sopravvive nella memoria locale e nella cartografia rurale, segno di una continuità che ha resistito alla scomparsa dell’insediamento monastico.

    Il cuore del documento è la descrizione dell’antico complesso religioso. Fino all’invasione francese del 1806, nella contrada di Castellace esistevano “una chiesa con convento di frati certosini” che possedevano “oliveti, boschi, seminatori e vigneti”². Questa affermazione, semplice e diretta, è la testimonianza più chiara della presenza certosina nel territorio. Non conosciamo la data di fondazione del complesso, né la sua esatta natura giuridica: il documento non specifica se si trattasse di un convento autonomo, di una grangia dipendente dalla Certosa madre o di un piccolo eremo rurale. Ciò che è certo è che i monaci amministravano una tenuta agricola articolata, dotata di risorse idriche — il testo cita un “sottostante fiumicello” — e di colture tipiche dell’economia monastica calabrese. La gestione certosina, come in altri casi documentati, univa vita religiosa e attività produttive, contribuendo alla strutturazione del paesaggio agrario.

    Il 1806 segna una frattura. Con l’occupazione francese e l’applicazione dei decreti di soppressione degli ordini religiosi nel Regno di Napoli, il complesso di Castellace fu chiuso e i suoi beni incamerati dalla Cassa Sacra. Il documento è esplicito: le proprietà passarono “a famiglie di Castellace di Oppido e poi ai Repaci di  Sinopoli e S. Eufemia”³. Questo processo è perfettamente coerente con quanto avvenne in tutta la Calabria: i beni ecclesiastici furono venduti all’asta e confluirono nelle mani di famiglie notabili, contribuendo alla formazione di nuovi latifondi. Nel caso di Castellace, la memoria locale conserva il ricordo dei Repaci come ultimi proprietari della tenuta, e ancora oggi i loro discendenti possiedono parte dei terreni dove sorgeva il complesso certosino.

    Nonostante la scomparsa dei monaci, il culto di San Bruno rimase vivo nella popolazione. La festa si celebrava nel mese di ottobre, con tre giorni di fiera e un rituale danzato che la cronaca descrive con un’immagine vivida: “si passava il tanto che un sottostante fiumicello si ballava”⁴. L’origine del ballo non è nota. Il documento riporta due tradizioni: quella di un miracolo — la guarigione di uno zoppo che avrebbe iniziato a danzare per gioia — e quella di un eccesso festivo, interpretato dalle autorità ecclesiastiche come residuo di antichi baccanali. Il vescovo, si legge, tentò più volte di proibire la processione, senza successo. Questi elementi, pur riportati come tradizioni orali, testimoniano la forza del culto e la sua capacità di sopravvivere alla fine dell’insediamento monastico.

    La cronaca ottocentesca dedica poche righe, ma di straordinaria densità, agli eventi che portarono alla soppressione della festa di San Bruno a Castellace. Nel 1859, si legge, “avvenuti fatti terribili di sangue che quasi sempre avvenivano, la fiera e la festa di S. Bruno per ordine del governo si trasportò in Sinopoli”⁵. Questa frase, apparentemente laconica, apre uno squarcio su un fenomeno più ampio: la crescente conflittualità sociale che caratterizzò la Piana di Gioia Tauro nella prima metà dell’Ottocento, in particolare nei territori dove i beni ecclesiastici soppressi erano stati acquisiti da famiglie laiche. A Castellace  la festa con i suoi eccessi fu l'occasione proprizia per imbastire una vera e propria rivolta dei contadini contro le angherie dei nuovi poroprietari di quelle che erano state le terre del convento o della grangia di San Bruno.

    Il documento non specifica la natura degli scontri, né i protagonisti. Tuttavia, la storiografia sul Mezzogiorno borbonico e preunitario offre un quadro coerente: in molte aree rurali, la soppressione degli ordini religiosi aveva privato i contadini di un interlocutore tradizionalmente percepito come più “giusto” o almeno più prevedibile nella gestione delle terre. Con il passaggio dei beni ai nuovi proprietari — spesso famiglie emergenti, desiderose di consolidare il proprio status — le condizioni cambiarono rapidamente. Aumenti dei canoni, restrizioni sull’uso dei boschi e delle acque, e una gestione più rigida dei diritti d’uso collettivi generarono tensioni diffuse⁶.

    È in questo contesto che vanno letti i “fatti terribili di sangue” ricordati dalla cronaca. La fiera di San Bruno, che attirava contadini, braccianti e piccoli proprietari da tutta la zona, divenne probabilmente un luogo di sfogo delle tensioni accumulate. Le feste patronali, nel Mezzogiorno rurale, erano spesso l’unico spazio pubblico in cui gruppi sociali contrapposti — famiglie notabili, comitive di giovani, contadini senza terra — si trovavano a contatto diretto, in un clima di sospensione temporanea dell’ordine quotidiano. La cronaca sottolinea che gli episodi violenti “quasi sempre avvenivano”, suggerendo una conflittualità ricorrente, non un incidente isolato⁷.

    Il governo borbonico, già provato dai moti del 1847 e del 1848, era particolarmente sensibile a ogni forma di disordine pubblico nelle campagne. La decisione di trasferire la festa a Sinopoli nel 1859 va dunque interpretata come un atto di controllo sociale: spostare il culto significava sottrarre alla popolazione di Castellace un momento di aggregazione che rischiava di trasformarsi in protesta. La statua del Santo, portata nella chiesa dell’Addolorata, divenne così simbolo di una memoria “esiliata”, mentre la comunità locale perdeva l’ultimo legame rituale con le terre un tempo amministrate dai certosini.

   È significativo che, negli anni successivi, la Piana di Gioia Tauro sia stata teatro di ulteriori tensioni agrarie, culminate nelle rivolte contadine di fine Ottocento e nelle lotte per la terra del Novecento. I “fatti di sangue” del 1859 non furono dunque un episodio isolato, ma parte di una lunga storia di conflitti legati alla trasformazione della proprietà fondiaria dopo la soppressione degli ordini religiosi. La memoria locale, pur frammentaria, conserva l’eco di quella stagione: un tempo in cui la festa di San Bruno, da rito religioso, si era trasformata in un campo di battaglia simbolico tra antichi diritti e nuovi poteri.

    Il documento si chiude con un’immagine di desolazione e continuità insieme: “nel territorio di S. Bruno […] esistono ruderi, soltanto eretto una cappella alla Madonna delle Grazie”⁸. I resti della chiesa e del convento, pur frammentari, potrebbero essere ancora visibili tra gli oliveti. La cappella rurale, costruita probabilmente nel XIX secolo, ha mantenuto un presidio di fede in un luogo che per secoli aveva ospitato una comunità monastica. La memoria del complesso sopravvive nella toponomastica, nei racconti locali e nella persistenza del culto di San Bruno, oggi celebrato a Sinopoli ma radicato nella storia di Castellace. 

Bruno Demasi

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1. Archivi XXIII, p. 1. 
2. Ibidem. 
3. Ibidem. 
4. Archivi XXIII, p. 2. 
5. Ibidem
6. A. Placanica, Storia della Calabria, Laterza, 1999; G. Caridi, La Calabria napoleonica, Rubbettino,  2007. 
7. Archivi XXIII, p. 2. 
8. Archivi XXIII, p. 3.

Bibliografia

Fonte primaria: 
Archivi XXIII – La festa di S. Bruno, Archivio della Certosa di Serra San Bruno.

Studi e contestualizzazioni: 
– A. Placanica, Storia della Calabria, Laterza, 1999.
– G. Caridi, La Calabria napoleonica, Rubbettino, 2007. 
– P. Bevilacqua, Uomini, terre, economie nell’Italia meridionale, Einaudi, 1989. 
– F. Della Peruta, Ribellioni contadine nell’Ottocento meridionale, Il Mulino, 1988. 
– G. Isnardi, Aspromonte. Storia e cultura di un territorio, Edizioni di Storia Locale, 2024. 
– P. F. Casula, Le Certose d’Italia, Einaudi,1960.