mercoledì 3 giugno 2026

Viaggiatori in Calabria nel sec. XIX: RICHARD DUPPA(1822) (di Rocco Liberti)

     Che cosa cercavano i raffinati intellettuali europei dell'Ottocento quando, sfidando fatiche e imprevisti, si spingevano fino all'estremo Sud d'Italia? La risposta è un mix di avventura, meraviglia e riscoperta del mito. In questa nuova e preziosa pagina di storia patria, Rocco Liberti, con il consueto acume critico e il rigore documentario che da sempre lo contraddistingue, conduce per mano lungo l'itinerario calabrese di Richard Duppa, saggista e artista inglese che nel 1822 attraversò le terre del Sud. Scopriamo uno Stretto di Messina spogliato delle sue paure millenarie ma non del suo fascino. Tra le correnti del "Galofaro" (l'antica Cariddi) e i ricordi di una Scilla ancora segnata dal tragico terremoto del 1783, il racconto si fa avvincente. Ma il vero colpo di genio della ricerca di Liberti sta nell'aver saputo rintracciare, dietro il pizzico di snobistica insofferenza burocratica di Duppa a Reggio, il desiderio tutto romantico del viaggiatore di assistere al leggendario miraggio della Fata Morgana. Per farlo, Liberti compie uno straordinario scavo a ritroso, cucendo insieme le impressioni dell'inglese con una rarissima e sorprendente lettera del gesuita Ignazio Angelucci risalente addirittura al 1643. Un viaggio nel viaggio, dove l’acume dell’Autore trasforma una cronaca di viaggio d'altri tempi in una affascinante lezione di storia, mito e letteratura. (Bruno Demasi)
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    Richard Duppa, inglese, nato nel 1779 a Culmington, è morto a Chesney Longueville nell’anno 1831. Saggista, disegnatore, autore di testi di botanica e arte con lavori su Raffaello e Michelangelo, nonché avvocato, ha studiato a Roma, ma si è laureato a Cambridge. Nel 1822 ha compiuto un viaggio nelle terre del sud in compagnia di due amici. Partito il 3 marzo dalla Francia e indi pervenuto a Napoli, il 17 aprile era arrivato già a Palermo. Dopo aver girovagato per l’isola, il 22 maggio giungeva a Messina, dove rimaneva fino al 29, quando con una speronara presa in fitto si recava alle isole Eolie. Da quel che appare, qualche giorno lo deve aver dedicato anche a Reggio. Successivamente alla puntata nell’arcipelago si riportava a Napoli. Ciò che ha visto e osservato nell’escursione lo ha poi offerto in “Travels in Italy, Sicily and the Lipari Islands” pubblicato a Londra nel 1828 presso J. Mc Cheery e altri[1].

    Trovandosi a Messina, un tale turista non poteva esimersi dall’officiare quanto inerente al fantastico Stretto che separava la Sicilia dalla Calabria, una località allo stesso momento ammirata e temuta in tutti i tempi. Il conclamato Cariddi, terrore del mondo antico, come scrive, aveva in atto nome Galofaro di Messina e altro non era che un mulinello che formava in profondità vortici veloci, grazie probabilmente alle correnti del porto e a quelle laterali che venivano sospinte dal lato opposto, cioè da Punta Pezzo. Il capitano Smith si diceva del parere che per le barche degli antichi simile genere di gorgo dovesse risultare piuttosto tremendo e che lo era ancora al tempo per i piccoli natanti. Peraltro, era già capitato che una nave con 74 cannoni si sia girata di scatto a tal motivo. Comunque, usandosi le opportune cautele, tutto sarebbe andato a buon fine. Il punto più stretto si registrava tra Capo Peloro e la costa calabrese.

    Di fronte a Cariddi c’era Scilla, che prima del terremoto del 1783 si qualificava alquanto più notevole di come si offriva allora, potendo vantare appena la presenza di cinquemila abitanti in gran parte marinai e pescatori. La fama le derivava però dal suo promontorio, una roccia alta circa 200 metri che aveva attorno tante altre piccole sporgenti dal mare. Virgilio aveva talmente influito a far considerare il luogo molto temibile che si preferiva circumnavigare la Sicilia dal Capo Pachino invece che rischiare nell’attraversamento dello Stretto. All’epoca di Duppa il promontorio non incuteva più così tanta paura, però, risultando le correnti del Faro numerose e varie in riguardo a direzione e durata, capitava che con galee aperte e marinai inesperti si venissero a stimare tali rocce assai rischiose. Il medesimo capitano Smith affermava ch’esse si rendevano più pericolose se i natanti si mantenevano al di là della riva siciliana.

    Correva voce che l’ammiraglio Nelson era stato il primo a catturare una squadra di soldati nell’occasione di un inseguimento di francesi nel 1798. Ma era ognora il capitano Smith a mettere le cose a posto. Non rispondeva al vero. Lo aveva preceduto già Walton[2] e poi è risultato sempre un agire normale effettuare un passaggio rapido attraverso quel canale. Tuttavia, la cautela restava d’obbligo, specialmente di notte col maltempo.

    Reggio evidenziava soltanto una lunga strada e, pur contando 16.000 abitanti ed essendo sede di arcivescovado, appariva di scarso interesse. Nel breve soggiorno ivi operato Duppa e compagni devono aver avuto problemi con le autorità in merito ai loro passaporti e se ne sono adontati. Secondo quegli, un inglese non sopporta proprio quando non percepisce i motivi del ritardo e se non è convinto della necessità politica di fare un’opera servile. Solo se Reggio lo avesse favorito con una vista della Fata Morgana gli sarebbe stato facile lodare la ruota della fortuna soprattutto per avere il piacere di poter confermare ciò che sul fenomeno aveva dichiarato Ignazio Angelucci in una lettera a padre Leone Sanzio. A tal proposito officia la missiva al completo.

  Angelucci era un sacerdote presente a Reggio nel 1643 e aveva assistito al celebrato miraggio. È rimasto talmente impressionato da comunicarlo a padre Leone Sanzio o Sancio della Compagnia di Gesù a Roma dalla stessa città con lettera del 15 agosto. L’epistola è stata pubblicata da Atanasio Kircher nella sua “Artis magnae lucis, et umbrae” edita a Roma nel 1646. Così ne scriveva Salvatore Arcovito sul periodico reggino “La Fata Morgana” nel 1838 alla pagina 4 del primo numero: "Il padre Ignazio Angelucci gesuita, e rettore del Collegio di Reggio, osservò il fenomeno nel dì 15 agosto del 1643, dalle finestre della casa gesuitica, oggi Collegio degli studi. Una bella, esatta descrizione, e dirò ancora, sorprendente descrizione egli fece di quanto aveva materialmente veduto, in una sua lettera allora scritta al gesuita Padre Leone Sanzio professore nel Collegio romano”.

Rocco Liberti


[1] Di Matteo, Viaggiatori stranieri …, I, pp. 354-356. 
[2] Ufficiale della flotta comandata dall’ammiraglio sir George Byng. Il riferimento è alla battaglia di Capo Passero dell’11 agosto 1718, combattuta tra inglesi e spagnoli, per il cui buon esito Byng è stato premiato da re Giorgio I.
    

lunedì 1 giugno 2026

ADELE CAMBRÌA: la Calabria come modello di vita (di Mara Vittoria Colosimi)

    Nell’articolo che segue, Mara Vittoria Colosimi ricostruisce con rigore e finezza la traiettoria di Adele Cambrìa, dalla natìa Reggio Calabria, dove è sempre tornata con un legame sempre più passionale, che l’ha accompagnata per tutta la vita, fino a Roma, mostrando come la sua calabresità non fosse mai nostalgia, bensì un modo di guardare la realtà senza piegarsi. L’Autrice esplora la vita della giornalista – dagli anni della formazione meridionale al femminismo militante, dal teatro al cinema, dalle dimissioni come atti politici alla scrittura come corpo a corpo con la verità – con uno sguardo limpido, documentato, capace di coglierne la coerenza più segreta. Il pregio maggiore di questa pagina, fra i tanti, è la sua precisione saggistica: ogni citazione illumina un tratto del carattere, ogni passaggio restituisce la forza di una donna che ha scelto di “andare a vedere”, come scriveva lei stessa. Ne emerge un ritratto che non indulge al mito, ma restituisce la complessità di una voce refrattaria all’addomesticamento, fedele solo alla verità e alla libertà del pensiero. È un contributo prezioso, che riporta Adele Cambrìa nel suo luogo naturale: la Calabria che non arretra, che pensa, che resiste.( Bruno Demasi)

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    Indiscutibilmente per Adele Cambrìa la Calabria è quasi un criterio del mondo. Non una terra da ricordare con nostalgia, ma una dimensione etica, un modo di stare nella realtà. Cambrìa non ha mai smesso di portare con sé la sua Reggio Calabria, la sua formazione meridionale, la sua lingua « che non si piega»¹.Nata nel 1931, cresciuta tra il Liceo “Tommaso Campanella” e una famiglia che lei stessa definiva «borbonica, siculo‑napoletana, piena di contraddizioni»², Cambrìa approda a Roma nel 1956 con un’idea semplice e radicale: fare la giornalista. Non per ambizione, ma per necessità: «Vado a vedere»³, dirà più tardi, riassumendo in tre parole la sua etica professionale.

    Gli anni universitari a Messina, sotto la guida di Salvatore Pugliatti, sono decisivi. In Nove dimissioni e mezzo ricorda:«Mi ero laureata in Legge a 22 anni, 110 e lode… Pugliatti mi parlava dei lirici greci tradotti da Quasimodo, ma anche di Majakovskij»⁴.È un passaggio rivelatore: la classicità mediterranea e la modernità rivoluzionaria convivono in lei senza attrito. La Calabria, per Cambrìa, non è periferia: è origine del pensiero, luogo dove la cultura non è ornamento ma necessità.A Roma entra nel mondo del giornalismo attraverso Il Giorno e Il Mondo, poi Paese Sera, La Stampa, Il Messaggero, L’Espresso, L’Europeo, L’Unità. È una voce fuori dal coro, refrattaria a ogni forma di addomesticamento. Le sue dimissioni – nove e mezzo, come recita il titolo del suo libro – sono atti politici, non capricci.

  Scrive:«Quando una persona si avvia sulla strada del potere, io mi cancello»⁵.È una dichiarazione di poetica e di militanza: la scrittura come luogo di libertà, non di complicità.Il suo gesto più noto – la firma come direttrice responsabile di Lotta Continua nel 1972 – la porta a processo. Ne uscirà assolta, ma segnata da un’esperienza che conferma la sua idea di giornalismo come corpo a corpo con la verità.

    Negli anni Duemila torna a scrivere anche per Il Domani della Calabria. Non è un ritorno sentimentale: è un atto politico. La sua Calabria non è mai oleografica. È una terra ferita, ma capace di generare pensiero critico, donne forti, resistenze civili. In In viaggio con la zia. Con due bambine alla scoperta del mito in Magna Grecia (2012), la Calabria diventa un laboratorio di identità femminile e mediterranea: «Le donne della Magna Grecia non sono ombre del passato: sono le nostre antenate politiche»⁶.Qui la calabresità non è folklore: è fondamento.

    Cambrìa è tra le fondatrici del Teatro La Maddalena con Dacia Maraini, direttrice della rivista Effe, militante dei movimenti delle donne fin dagli anni Settanta. Il suo femminismo non è astratto: è radicato nella concretezza del corpo, della storia, della terra.In L’Italia segreta delle donne (1984) annota:«Le donne non chiedono spazio: lo aprono»⁷.È una frase che sembra scritta per lei stessa: una donna che ha aperto spazi dove non ce n’erano.

    Amica di Pasolini, appare in Accattone, Comizi d’amore e Teorema. Il suo volto – minuto, intenso, mai decorativo – porta sullo schermo la stessa forza della sua scrittura: una presenza che non addolcisce e non compiace.Pasolini la voleva perché «vera», perché capace di portare nel film una densità umana che non si poteva recitare.La prosa di Cambrìa è mobile, ironica, tagliente. In Nudo di donna con rovine (1984) scrive:«La verità non è mai comoda. Ma è l’unica che ci riguarda»⁸.È una frase che potrebbe essere il suo testamento intellettuale.

     Adele Cambrìa appartiene a quella Calabria che non arretra, che non teme la complessità. La sua vita è stata un attraversamento: del giornalismo, del femminismo, del teatro, del cinema, della politica. Ma soprattutto è stata un attraversamento della verità, cercata sempre con lo stesso gesto: andare a vedere. E forse è questo il lascito più profondo della sua calabresità: una voce che non si lascia addomesticare.

        Mara Vittoria Colosimi 
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1. Adele Cambrìa, Nove dimissioni e mezzo, Donzelli, 2010, p. 14.
2. Ivi, p. 22.
3. Ivi, p. 9.
4. Ivi, p. 37.
5. Ivi, p. 112.
6. Adele Cambrìa, In viaggio con la zia, Rubbettino, 2012, p. 54.
7. Adele Cambrìa, L’Italia segreta delle donne, Mondadori, 1984, p. 21.
8. Adele Cambrìa, Nudo di donna con rovine, Feltrinelli, 1984, p. 63.