giovedì 31 dicembre 2015

MIRATE PURE AL 2015, MA NON AMMAZZATE GLI AGNELLI E LA GENTE DI CALABRIA !

di Gioacchino Criaco
   Con questa pagina provocatoria  e struggente di Gioacchino Criaco, che ringrazio per aver voluto ancora una volta arricchire questo blog , i miei auguri di buon 2016 a tutti (Bruno Demasi)
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   Un tempo, in Calabria, per le feste di un Cristo tanto buono, o tanto fesso, da farsi crocifiggere, gli si rendeva onore: come nelle antiche guerre esisteva la tregua per recuperare morti e feriti così, per Natale, si deponevano le armi, in tutti i sensi; e per quindici giorni il retto e il losco potevano dormire tranquilli nei loro letti. Senza per questo sentirsi tutti buoni.
   Una gentilezza ormai desueta. Non la pratichiamo più fra di noi, ed è un peccato. Soprattutto è un peccato che nessuno dia tregua ai calabresi nemmeno sotto le feste. Abbiamo vizi e colpe così in sovrannumero da meritarci tutte le bastonate che ci danno, e che ci diamo anche. E dicembre per noi è il mese peggiore, chiude l’anno e si fanno i resoconti. Becchiamo calci sui denti in ogni settore, consoliamo gli altri nelle materie più disparate. E siamo ultimi in tutto. Ed è vero, il complotto come dice qualcuno è una patologia da curare. Siamo il compagno di scuola discolo, additato dalle mamme a esempio negativo: “cambia strada se no farai la sua fine”. 

   Ultimi in istruzione, in ricchezza, in qualità della vita, in sanità, viabilità… quando indichiamo qualcosa di, nostro, buono, ci dicono che non conta. Da noi se ammazzano un bambino è più ammazzato che altrove e l’oltraggio alle donne è più oltraggioso. Le vessazioni mafiose ai giornalisti sono più stringenti di quelle politiche o economiche in uso oltre il Pollino. E non parliamo del calcio sano, nel vertice e nella base, da Roma, a Zurigo, fino a Parigi; e da noi cancellato da una strategia discesa da menti diaboliche accoccolate a Montalto.
   Noi, per undici mesi l’anno, i nostri drammi li viviamo tutti, sappiamo bene quanto siano gravi, seri. Così terribili che trattarli in modo superficiale li banalizza, crea ostacoli a chi lotta con cuore e competenza e aiuta chi sui drammi ci si strafoga. 

   Accettiamo le critiche, i consigli, ci pigliamo le colpe perché sono nostre. Chiniamo il capo inondato di cenere a ogni discesa salvifica, temporale o spirituale che sia. Stiamo così male che per un paio di settimane all’anno vorremmo che non si parlasse di noi, né male né bene. Non metteteci nelle classifiche, niente consigli e rieducazioni. Ignorateci. Con l’anno nuovo potrete riprendere a consolarvi con le nostre tare e godervi lo splendore che regna fuori dai nostri confini regionali. Per le feste, per sentirvi buoni mettete sulle tavole agnelli di marzapane e risparmiate le povere bestiole. Anzi fate proprio a meno degli animali, rinunciate anche ai calabresi.

sabato 26 dicembre 2015

La penna del Greco: TESTA ‘I ROVACI

di Nino Greco
    Un nuovo inedito D.O.C. del Greco, probabilmente un nuovo tassello di quel grande affresco sulla condizione contadina  che egli sta componendo a piccole pennellate man mano che i ricordi della sua fanciullezza affiorano impetuosi nella sua mente. Racconto minimale, certo, ma per noi, contadini nel sangue, un altro "luogo" epico di tante esistenze...(Bruno Demasi)
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    Mi smarrii con le mie curiosità nella bottega del Bariaru tra cerchi di ferro di varia misura attaccati alle travi, doghe di barili, di rovaci e di botti sparsi in ogni angolo. Barilotti, assi di castagno e attrezzi seminati ovunque. Non pareva avesse il garbo giusto per tenere ordine, faticava molto anche a camminare con quel bastone sempre in mano.
    Il migliore dei dintorni diceva mio padre e forse lo era davvero. Zoppo e bravo, pensavo.
    Ecco perchè i vignoti si rivolgevano a lui.
-U timpagno ‘nci voli novu - aveva sentenziato quando venne a tirare la fezza dopo da smammatura del vino dalla botte di cinque ettolitri.
    Quel disco di legno assemblato con arte, il più largo e centrale dove c’era modellata la porteja se ne stava andando e prima del nuovo mosto bisognava aggiustarlo.
   Le doghe tenevano e non erano guastate; lo notammo quando, con mio padre la spingemmo e la portammo fino al basso della putigha di Mastru Turi; quella volta la stavamo perdendo nella pendina dopo la piazza, mio padre passò avanti per frenare la corsa e io lo aiutai con la forza che avevo.
    Mastru Turi guardò la porteja e ci jharbò dentro.
- 'A gutti voli puru bruschijata, prima di chiuderla la devo bruschjari.
    Fu corto di cerimonie, il suo odorato sentenziava sulla bontà delle doghe di castagno curvate dalle lingue di fuoco e sulle minacce nascoste tra le pieghe di quei legni.
    Seppi che per la sistemazione delle porteje ogni anno, come compenso gli si dava la fezza delle botti al momento della smammatura, poi il vino novello a ridosso del Natale era solo premura e garbo dei vignoti.
    La fezza l’insaccava nel fezzaro per farla scolare, quel sacco di zombara appeso fungeva da filtro e rimaneva lì gocciolante per giorni e giorni. Al pastaccio di risulta ci pensava il sole e quando secco le vendeva come tartaro. 

   Baratti semplici, non correvano monete, almeno per quei lavori. Sembrava non ve ne fosse bisogno e si aveva la sensazione che per tante cose non servisse denaro.
    U Bariaru preparava le botti a settembre e dei compensi ne beneficiava a Natale col vino e ad aprile dell’anno dopo con la raccolta della fezza; conosceva tutti e tutti si affidavano alla sua destrezza per la riuscita delle annate.
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    La botte di cinque ettolitri fu approntata; Mastru Turi, quando andammo a riprenderla, ci disse di sciacquarla più volte con la vinazzata bollente e di aggiungere del mosto. Aveva badato a bruciare l’interno della botte per eliminare muffe dannose, poi aveva aggiustato il timpagno.
    Mio padre era rimasto soddisfatto del lavoro, nell’altra botte di tre ettolitri c’era solo da farla girare con la vinazzata due giorni prima di riempirla, il giorno della cunsinna.
    Otto ettolitri in tutto non sarebbero stati pochi ma neanche tanti. Di quella partita di vigna era il massimo che si potesse ottenere, diceva mio padre, era un’annata di quindici o sedici ettolitri di vino. La parte nostra, poiché eravamo a mitati col padrone, si riduceva a sette o otto ettolitri, di cui metà era già ‘mparolatu.
    Spettava che i padroni dei vigneti cacciassero il prezzo del vino e si regolava di conseguenza. Era vino di Sanzo e poteva anche chiedere anche di più: gliel’avrebbero pagato lo stesso.
- Megghiju deci liri ‘i menu- diceva, come a mantenere una sorta di discrezione.
    Lui non forzava la vigna con la pota per produrre di più, diceva che ogni vite va guardata per quello che può dare e potarla il giusto.
- Le spaje che lasci – mi diceva- devono essere rejute dal fusto della vite, perché troppi grappi fanno quantità, ma vino di poca sostanza.
    Era il suo convincimento.
   Sicché il vino della nostra partita di vigna era considerato di buona produzione col forzu giusto per la tenuta e senza il fantasma dello spuntu a citu.   
    L’antivigilia di Natale mia madre allestiva le bottiglie e io iniziavo il giro. Potatori, zappatori e femmine della vendemmia, tutti quelli che avevano lavorato nella vigna; poi ancora il medico, il Notaro e a compare Ciccio, suo amico.

    Il Notaro era forestiero, si erano ritrovati dopo tanti anni e abbracciati come fratelli per aver vissuto, sul fronte greco, episodi di guerra; mio padre da servente al pezzo e conduttore di mulo e il Notaro da tenente comandante la compagnia.
    S’incontrarono davanti al tabacchino in piazza dopo circa vent’anni e da allora non si persero più di vista. Nei loro sguardi si leggeva un forte senso di fraterno affetto, me ne accorsi e chiesi più volte a mio padre sulla loro amicizia. Non dava verbo e sorvolava, solo una volta mi disse semplicemente: - E’ un galantomo.
    Di sicuro erano stati i patimenti e le paure ad accumunare i loro animi.
    Al Notaro portavo cinque litri di vino e mentre la signora svuotava la damigiana, serbavo le mie curiosità al presepe: ordinato, illuminato e cercavo sempre il volto del pastore ‘mmagatu da stija. Tornavo a casa con qualche soldo in tasca e una spasella di pittopie.
    Il Bariaru era l’unico a non darmi un soldo quando gli portavo il vino, ma era cortese. Mi chiamava col nome di mio padre, non ricordava mai il mio e mi chiedeva:
-Cenzareju, a scacciasti tu a recina a vindignu ? - sorrideva.
- Sì – rispondevo orgoglioso e non lo correggevo, tanto sapevo che l’anno dopo mi avrebbe chiamato ancora in quel modo, e a dire il vero non m’importava.
    Fu una di quelle volte che andai a portagli il vino che mi chiese:
- Sai cos’è questo? – e mi indicò un rovace su cui stava lavorando.
-Sì – risposi – un rovace.
- Bravu , ora mi sai diri chi voli diri testa i rovaci ? – 

    Riflettei un attimo e dissi – No –
    Divenne serio e chiarì: - Testa di rovaci significa che la tua testa è bona solo per portarci un rovaci sopra, hai presente le femmine che portano il rovace a vindignu?
- Sì – risposi cercando di capire dove mi stesse portando col suo ragionamento.
- Ecco, voli dire che a tua testa non è bona pe autru se non per portari nu rovaci, e invece la testa serve pe penzari, pe fari ragiunamenti, pe esseri omu ! –
    Si lasciò andare a una risata rumorosa e poi mi disse :
- Cenzareju , avoji ti mparasti n’atra cosa, e ricordatillu sempri: c’ a testa si pensa, si ragiuna, ‘i rovaci ndannu m’i portunu i scecchi. E nui simu omini ! 

sabato 19 dicembre 2015

'A MEMORIA D'U SCECCU

di Ciccio Epifanio
       Dopo il recente elogio alla rinomata vacca calabra è senz’altro doveroso dedicare il giusto spazio allo scecco nostrano e a tutti i prototipi di presunzione, ignoranza e ipocrisia che esso rappresenta e condensa nel suo permaloso essere di creatura vanitosa ed egoista.
    Lo fa Ciccio Epifanio, superando se stesso, in questo poemetto godibilissimo nel quale, riprendendo le atmosfere di una novella di Nino Greco e mutuando sapientemente la non facile metrica già usata dall’Abate Conìa, traccia un ritratto incredibilmente forte e grande di questo animale e dei peggiori difetti umani (abbondantissimi dalle nostre parti) che esso incarna (Bruno Demasi).




      PROLOGO 

Cantandu cu lu verzu
di l’abati Conia,
lu sceccu a poisia
vogghju mentiri.


Mi dezzi lena e spuntu
Mu jarmu stu casteju,
lu ciucciu “Pascaleju,
‘i Ninu Greco.


Ma s' a lu ciucciu soi 

Ogni virtù nci meri,
lu sceccu meu è punteri
e marranchinu.


E pe’ di cchù ‘ stu sceccu
È rrattu a ogni nzinga,
e cedi a la lusinga
d’ogni scecca.


Addunca è liberatu
Stu cuntu mu vi ncignu,
mu nzingu comu pignu
 e vegnu a vui.




Quandu campava ‘u sceccu
erunu tempi niri:
gatti,palumbi e gghjiri
erunu commitità.

U sceccu era puntéri
e minzogneru assai,
malignu quantu mai:
nzumma,era sumeri.

Suffriva u muzzicuni
‘a varda e la capizza,
trovava pemm’attizza
ogni occasioni.

Quandu jhaccava l’arba
partia cu ddu cannistri,
d’arretu li ministri,
e a gran vilocità.

U sceccu era luntruni
lagnusu e lavativu,
paria cernutu o’ crivu
nzumma, era murruni.

Suffriva ‘u stijazzu
‘u caddu e la stagiuni,
non era du patruni
mai cuntentu.

Quand’era menzijornu,
non si tenia la fami,
di rragghji e di richjami
si spremia.

U sceccu era mastruni
non era mai o so postu,
era ndurutu e tostu
com’azzaru.

U sceccu avant’avanti
e quasi senza pisu,
appressu a’ cuda mpisu,
u mulatteri.

Faciva i so bisogni
sempi a mità caminu,
darretu lu meschinu,
sciruppava.

Parrandu cu crianza,
vi dicu a pinneju:
U sceccu du porceju
era nu puntu peju.

E pe fari dispettu
di ‘voti caminandu
si la facia rragghjandu
e testijava.

Penzu ca u Patreternu
ndavia u s’a piggh’arrisi,
‘u sceccu era ngornisi
e si vantava.

Ndavia ‘u si tagghja ‘u pilu
ogn’annu e’ primi agustu,
paria ca trova gustu
 ma sperrava.


Pariva ca ti senti
ma quandu si votava,
tuttu si ncarognava
e ti pistava.

Quandu nci davi a biava
mancu ti dava retta:
è veru can ci spetta
pe’ ragiuni,

santu diavuluni
ddolliji nu minutu?
iju cu mussu a mbutu
ti richjama.

Ndaviva l’anchi curti
era tuttu na posa,
trovava u si riposa
puru a ddritta.

I ricchji sempi tisi
mu senti ogni cantu,
ogni lagnanza o vantu
du patruni.

E quandu pe’ prudenza
parravi zittu zittu,
faciva u mussu affrittu
e jiva ‘ i truncu.

‘Na cuda masculina
dura, pilusa e nira,
bastava pemmu tira
ognunu appressu.

Ti capitava  o spissu
u vidi pe’  “Folari”
u sceccu caminari
c’u patruni.

Lu mastru capitatu
Ndaviva chimmu llana
Se ncera na suttana
Ja prisenti.


Ca poi si mpirnicchjava
E ssi nnacava tuttu,
puru se ddera rruttu,
corteggiava!

Ija jizava a cuda
pe ffari l’occasioni,
u sceccu pe’ passioni
si mpinnava.

Iju non volia nomi,
non si chjamava nenti,
jizava i sentimenti
se volia.

Hii: pe fallu jiri
Quetu: pemmu spetta
Paria ca duna retta
Ma  ngannava.

Non era bruttu ‘u sceccu
E mancu era cazzuni.
Cchjù fissa era u patruni
Chi ccozzava.